
L’Export in numeri
Secondo l’Observatory of Economic Complexity, la Danimarca è, in valori assoluti, il più grande esportatore di maiali al mondo, scambiando più di un terzo dei maiali esportati globalmente.
Una produzione di quasi 2 milioni di tonnellate di carne di maiale all’anno.
I principali importatori sono Polonia e Germania, con rispettivamente 755 e 708 milioni di dollari di acquisti e in terzo posto si colloca l’Italia con 62.9 milioni di dollari di importazioni.
Le esportazioni ammontano a circa il 90-95% della destinazione della produzione di maiali vivi e carne di maiali, con una considerevole percentuale di maialini appena svezzati e scrofe incinte.
Basandosi sui dati di Danmarks Statistik e sulle stime di mortalità, nonché sulle percentuali di export di maiali esportati sotto l’anno di vita, la popolazione suina annuale è di circa 40 milioni di capi. Tuttavia, compiere un’analisi accurata è difficile: i porcellini nati ogni anno dovrebbero essere oltre ai 27 milioni, di cui più del 50% di quelli che sopravvivono fino allo svezzamento viene esportato nei paesi indicati.
Le critiche al mercato
La presenza di nitrati e pesticidi nelle falde acquifere e nei siti di raccolta di acqua potabile è diventata una importante tematica di dibattito per i danesi, preoccupati dalle esternalità negative della coltivazione dei mangimi destinati all’allevamento industriale di suini.
Sono inoltre l’alta concentrazione negli allevamenti, l’elevata mortalità e pratiche come il tail-docking, che consiste nel taglio della coda dei porcellini nati da meno di 7 giorni, quasi sempre condotto senza anestesia, a preoccupare l’opinione pubblica.
Tanto che, citando Politiken, una delle principali testate giornalistiche danesi: “I partiti politici stanno superandosi a vicenda nella corsa a promettere le migliori condizioni per milioni di suini danesi”.
È in particolare il tail-docking a causare scandalo: circa il 95% dei maiali viene sottoposto alla procedura, nonostante essa sia considerata tecnicamente illegale ed in contrasto con gli standard di salute minimi che dovrebbero essere concessi agli animali da allevamento.
Le criticità in numeri
La Società Danese per la Conservazione della Natura ha precedentemente documentato che nel 2019 residui di pesticidi sono stati trovati in circa il 25% dei pozzi degli acquedotti.
Inoltre, si stima che la mortalità dei porcellini prima dello svezzamento sia circa al 24%, ben al di sopra della media globale di 15-20% soprattutto a causa delle condizioni di stress e sovraffollamento imposte negli allevamenti.
Escludendo le morti delle scrofe, stimate sul 15% in media, ma con picchi fino al 50% per le giornate più calde, alcune testate giornalistiche riportano 25.000 maialini morti al giorno.
Scenari futuri
Il sostegno popolare sulla tematica viene confermato da una petizione che ha raccolto più di 80.000 fime dopo la messa in onda di un documentario sulla qualità di vita dei maiali negli allevamenti.
Gli osservatori e analisti sono tuttavia scettici sulle probabilità effettive che le cose cambino: il partito Social Democratico che, fino al 24 marzo 2026, seppur con coalizioni diverse, ha governato il paese ininterrottamente dal 2019, di fatto non ha mai preso provvedimenti concreti per modificare lo status quo, nonostante più volte in passato si fosse dichiarato interessato a risolvere la questione.
A ritardare l’azione governativa vi è forse il timore di danneggiare uno dei mercati più importanti dell’economia danese o, come sostengono altri partiti, per evitare che “si inizi a importare carne di maiale polacca trasportata su camion a diesel”, dice Inger Støjberg, leader dei Democratici Danesi.
Ciononostante, sono state portate diverse proposte volte a limitare i ricavi dalle esportazioni di maialini appena svezzati: un esempio è la riduzione delle ore di trasporto consentite da 24 a 8.
Invece, per risolvere il problema dell’inquinamento delle acque, sono attualmente in fase di valutazione alcuni provvedimenti, soprattutto per garantire l’effettiva implementazione delle zone protette (dove per ora i limiti vengono rispettati solo sul 1.5% delle zone dichiarate protette nel 1998).
Secondo la National Pig Association, uno degli scenari più probabili è che l’Unione Europea introduca requisiti legali per uniformare il settore tra gli Stati membri, imponendo l’uso di celle più spaziose, sul modello della Germania. Anche se questa direttiva non risolverebbe il problema alla radice, obbligherebbe molti produttori danesi ad aumentare la superficie delle celle, passando da 5,76 a 6,5 metri quadrati per unità.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio italiana in Danimarca [2])
Collegamenti
[1] https://www.assocamerestero.it/notizie/%3Ffield_notizia_categoria_tid%3D1122
[2] https://www.assocamerestero.it/ccie/camera-commercio-italiana-danimarca