Notizie mercati esteri

Lunedì 6 Luglio 2026

Dieci anni dopo il referendum: il mercato britannico visto dalla Camera

Il 23 giugno 2016 il voto britannico sull'uscita dall'Unione Europea ha inaugurato un decennio di trasformazione profonda nei rapporti economici tra Italia e Regno Unito. Da Londra, dalla posizione privilegiata di chi accompagna le imprese italiane in questo mercato ogni giorno, il bilancio non è né positivo né negativo in senso assoluto: è complesso, come complesso è diventato il Paese con cui lavoriamo.

La prima discontinuità che abbiamo registrato è stata psicologica prima che doganale. Già nella fase di transizione, molte PMI italiane, soprattutto del food & beverage e del tessile, hanno adottato un atteggiamento attendista, sospendendo o rallentando progetti di espansione che erano già in fase avanzata. Lo confermano studi indipendenti sul periodo: non si registrarono variazioni significative negli scambi delle imprese con l'UE fino all'entrata in vigore del TCA nel 2021, segno che l'incertezza politica, più che un cambiamento normativo già avvenuto, fu il primo vero freno. (CEPR)

Il mercato britannico era improvvisamente percepito come "incerto", anche se le condizioni normative non erano ancora cambiate. Quella perdita di fiducia ha avuto un costo reale, spesso sottovalutato nelle statistiche.

Con l'entrata in vigore del Trade and Cooperation Agreement nel gennaio 2021, la complessità si è materializzata concretamente: regole di origine, barriere sanitarie e fitosanitarie, raddoppio degli adempimenti doganali, frammentazione delle filiere logistiche. Per le grandi imprese strutturate, questi costi sono stati assorbibili spesso con l'apertura di entità legali nel Regno Unito o nell'UE per garantire continuità operativa. Per le PMI, il quadro è stato più duro: alcune hanno abbandonato il mercato britannico, altre hanno ridotto la presenza a operazioni episodiche. La ricerca della London School of Economics basata sui dati doganali HMRC quantifica il fenomeno su scala aggregata: il TCA ha ridotto le esportazioni complessive del Regno Unito del 6,4%, un effetto interamente dovuto al calo dei flussi verso l'UE, mentre le imprese di maggiori dimensioni si sono adattate bene alle nuove barriere. Le stime indicano che circa 16.400 imprese, pari al 14% degli esportatori verso l'UE, hanno smesso del tutto di esportare nell'Unione  un ordine di grandezza che dà concretezza a quanto la Camera osserva ogni giorno tra le PMI italiane in cerca di continuità sul mercato britannico. (LSECEPR)

Eppure il decennio ci ha anche restituito segnali che non ci aspettavamo. Un primo segnale è venuto dalla domanda britannica per il prodotto italiano di fascia alta: il Regno Unito resta uno dei tre mercati di riferimento per il vino italiano in valore, terzo dopo Stati Uniti e Germania con un export stimato attorno agli 850 milioni di euro nel 2024. Va detto con onestà che il 2025 ha mostrato una flessione anche su questo fronte, con un calo del valore delle importazioni britanniche di vino italiano nell'ordine del 5-6%, in linea con un rallentamento della domanda registrato anche in altri mercati storici. La Brexit non ha eroso il valore percepito del made in Italy nei segmenti premium, ma non possiamo più descriverla come una tenuta "indipendente dal ciclo": il 2025 dimostra che anche la fascia alta non è immune da pressioni macroeconomiche e valutarie.

Il secondo segnale riguarda la presenza imprenditoriale italiana nel Regno Unito. Contrariamente a quanto molti prevedevano nel 2016, la comunità imprenditoriale italiana a Londra non si è contratta in modo significativo. I dati del Consolato Generale d'Italia a Londra mostrano oggi una popolazione italiana iscritta all'AIRE che si avvicina alle 490.000 persone nel Regno Unito, di cui circa 366.000 nella sola circoscrizione di Londra, un dato che, lungi dal calare dopo il referendum, è cresciuto sensibilmente proprio negli anni successivi alla Brexit, anche per effetto della cosiddetta "emersione" (la regolarizzazione tardiva di chi già viveva nel Regno Unito da anni e ha avuto bisogno dello status di settled per restare). Si è invece trasformata: meno esportatori puri, più imprese con radicamento locale, più professionisti e consulenti che hanno scelto di strutturarsi come entità britanniche pur mantenendo forti legami con l'ecosistema italiano. Questo è un dato che raramente emerge nei report macro, ma che è molto visibile nel lavoro quotidiano della Camera.

Il terzo elemento, e forse quello che guardiamo con maggiore attenzione nel 2026, è la dinamica dei servizi professionali. Il settore che ha subito la maggiore perdita di accesso al mercato UE è stato quello dei professionisti: avvocati, consulenti finanziari, architetti, ingegneri che operavano in regime di mutuo riconoscimento. Il TCA, a differenza degli accordi UE pre-Brexit, non prevede alcun meccanismo di mutuo riconoscimento delle qualifiche professionali tra Regno Unito e Stati membri: ogni professionista deve oggi negoziare il riconoscimento caso per caso, Paese per Paese, con costi e tempi che in molti casi hanno reso non più sostenibile l'attività transfrontaliera occasionale. Questa frattura ha creato spazio per nuovi modelli di collaborazione Italia-UK che la Camera ha contribuito a sviluppare, costruendo ponti tra studi italiani e britannici che cercano complementarità piuttosto che concorrenza.

Guardando ai prossimi anni, il tema non è più "quanto è costata la Brexit", ma come si ridefinisce la relazione bilaterale in un contesto geopolitico in cui sia l'Italia che il Regno Unito cercano nuovi assi di posizionamento. La Camera sarà al centro di questo lavoro, come lo è stata in questi dieci anni: non come osservatore, ma come operatore che costruisce ponti concreti tra imprese, istituzioni e mercati. In questo scenario il Regno Unito resta un mercato strategico, ma oggi richiede un approccio diverso, più strutturato e meno improvvisato di quanto bastasse prima del 2016: chi continua a trattarlo come un mercato europeo "semplificato" lo fa a proprio rischio. È qui che il ruolo della Camera, come partner che conosce le nuove regole del gioco, diventa un vantaggio competitivo concreto per le imprese italiane.

(Contributo a cura della Italian Chamber of Commerce and Industry for the United Kingdom)

Ultima modifica: Lunedì 6 Luglio 2026
Giovedì 2 Luglio 2026

L’Oscar per una produzione danese non è una casualità

Secondo il Danish Film Institute, dal 2010 la Danimarca è il Paese con più candidature agli Oscar per documentari, dopo gli Stati Uniti. Negli ultimi 15 anni, infatti, la Danimarca è diventata una sorta di "superpotenza" del documentario internazionale.

Questa esplosione è soprattutto il risultato di forti finanziamenti pubblici e incentivi statali nel settore. Con il rinnovo dell’accordo cinematografico 2024-2027, il governo ha aumentato in modo significativo i fondi destinati a film, documentari e serie televisive, con investimenti considerati tra i più elevati degli ultimi vent'anni (circa €70,1 milioni nel 2025).

I risultati di queste politiche sono evidenti: nel 2025 la quota di mercato nazionale è salita al 40%, la più alta mai registrata; 3,7 milioni di biglietti sono stati venduti per film danesi; 32 film danesi sono usciti nelle sale, eguagliando il record storico del 2005 e registrando vendite di biglietti con una crescita del 68% rispetto all'anno precedente.

Inoltre, la Danimarca sta rafforzando il sistema di contributi richiesti alle piattaforme streaminggenerando entrate aggiuntive stimate in circa €13-14 milioni all'anno per film e serie danesi.

Queste misure permettono ai produttori di assumere maggiori rischi artistici rispetto a mercati più orientati esclusivamente al profitto. In particolare, nel 2026, è entrato in vigore un incentivo fiscale nazionale per film e serie che prevede un rimborso fino al 25% delle spese di produzione sostenute in Danimarca, con l'obiettivo di trattenere le produzioni danesi che spesso giravano all'estero e allo stesso tempo incentivare l’investimento di capitali esteri nel settore. A tal proposito, è interessante notare che spesso i film e i documentari sono storie globali, girate fuori dalla Danimarca, ma sviluppate, montate e prodotte attraverso il sistema danese di finanziamento e coproduzione. Oggi, infatti, il modello danese incentiva finanziamenti da diversi enti, quali fondi pubblici, televisioni pubbliche e coproduttori internazionali, e si sta diffondendo in tutta Europa.

Ma è su vari fronti che la Danimarca rimane un modello europeo per il settore cinematografico: Secondo il report CresCine - il programma europeo finanziato da Horizon Europe per la ricerca nel settore cinematografico nell’Unione Europea - sullo stato del settore cinematografico, la Danimarca è considerata il mercato più forte tra i piccoli Paesi europei, grazie alla combinazione di sostegno pubblico, qualità artistica e capacità di esportazione internazionale.

La Danimarca è spesso citata anche come esempio europeo per le politiche di inclusione. Il DFI ha introdotto misure per aumentare la rappresentanza femminile nella regia, sceneggiatura e produzione, collegando alcuni criteri di finanziamento alla diversità nei progetti presentati.

In pratica, il settore cinematografico danese è passato dall'essere un settore principalmente nazionale a un hub internazionale che coordina progetti giornalistici e documentaristici di rilevanza mondiale e influenza gli altri paesi europei.

La vittoria dell’Oscar di “Mr. Nobody Against Putin” non è quindi un episodio isolato, ma il risultato di una strategia di lungo periodo: la Danimarca ha investito nel cinema trasformandolo in un settore competitivo e internazionale, capace di generare sia successo artistico sia ritorni economici concreti.

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio italiana in Danimarca)

Ultima modifica: Giovedì 2 Luglio 2026
Giovedì 2 Luglio 2026

Frederiksen torna alla guida della Danimarca: nasce il governo del quadrifoglio

A seguito di sessantanove giorni di negoziati, il periodo più lungo mai registrato nella storia della Danimarca per la formazione di un governo, la socialdemocratica Mette Frederiksen, 48 anni, sarà per la terza volta consecutiva guida del Paese.

Tutto ha avuto inizio alla fine del mese di marzo, quando Frederiksen ha indetto elezioni anticipate per capitalizzare il consenso guadagnato in occasione della crisi diplomatica legata alla Groenlandia. Questa mossa ha prodotto un effetto positivo, consentendo ai socialdemocratici di confermarsi primo partito. Tuttavia, l’esito ottenuto dalla formazione della prima ministra ha deluso le aspettative, configurandosi come il peggiore della sua carriera: 21,9%, circa otto punti percentuali in meno rispetto alle elezioni del 2022. Successivamente, hanno avuto luogo patteggiamenti particolarmente complessi, protrattisi per un periodo di oltre due mesi prima di giungere alla formazione del nuovo governo.

Dopo il voto, il primo tentativo di Frederiksen di costruire una maggioranza è fallito, così come è naufragato il progetto del centrodestra di dar vita a un governo alternativo. Venute meno ambo le opzioni, si è arrivati alla conclusione che l’unico modo per non tornare alle urne fosse il mantenimento della Frederiksen al centro dei negoziati, avviandosi così a diventare la prima ministra danese più a lungo in carica nella Danimarca del dopoguerra.

Il 1° giugno 2026 Frederiksen ha informato il re di aver raggiunto un’intesa per la formazione di un governo di minoranza, il firkløverregeringil governo del quadrifoglio. La coalizione è composta da Socialdemocratici, Moderati, Sinistra Ecologista e Partito Social-Liberale. Poiché il Parlamento danese dispone di 179 seggi e il nuovo governo ne controlla solamente 82, sarà necessario un appoggio esterno, che secondo i media giungerà principalmente dall’Alleanza Rosso-Verde. Il 2 giugno, invece, sono state rese note le linee programmatiche del nuovo esecutivo, mentre il 3 giugno sono stati annunciati i nominativi dei ministri. Per la prima volta il numero delle donne supera quello degli uomini, undici ministre contro dieci ministri.

Al Ministero degli Esteri è stato confermato Lars Løkke RasmussenPeter Hummelgaard assumerà la guida del Ministero delle Finanze e Pia Olsen Dyhr quella del Ministero dell’Economia.

Il Programma di governo

Il programma del nuovo governo danese si presenta particolarmente ambizioso, con una forte attenzione al welfare e ai servizi pubblici. Tra i punti principali vi sono: dentista gratuito per tutti entro il 2035, pensionamento anticipato per le persone più vulnerabili (dal 2025 l’età di pensionamento è fissa a 70 anni), riduzione dell’IVA fino al 50% sui generi alimentari, trasporto pubblico gratuito per i minori di 22 anni e il piano per l’edilizia popolare più audace degli ultimi decenni.

Si tratta di un’agenda significativamente riformista non solo per la Danimarca, ma per tutti i paesi scandinavi, tanto che la gratuità delle cure odontoiatriche è discussa da diversi anni dalle forze della sinistra nordica e viene considerata un completamento del modello di welfare scandinavo.

Ampio spazio viene riservato anche al tema dell’ambiente, con un focus sul settore dell’allevamento suino. Gli interventi previsti mirano a ridurre l’inquinamento prodotto dal trattamento e dallo smaltimento di liquami e a migliorare le condizioni degli animali.

Per quanto concerne la tassazione, il nuovo governo è orientato verso politiche economiche di stampo più centrista e liberale, annunciando di voler eliminare o ridurre la tassa che grava sui redditi medi, alleggerire l’imposizione sui redditi più elevati e ridurre l’imposta sulle società. Si tratta di una scelta difficile da accettare per la sinistra più radicale, ma che viene, invece, rivendicata dai Moderati di Løkke Rasmussen.

Il governo intende inoltre aumentare la spesa militare e proseguire il lavoro iniziato nel  mandato precedente, mantenendo una delle politiche migratorie più severe d’Europa. L’obiettivo è incrementare i rimpatri di immigrati irregolari o colpevoli di crimini. Nonostante nella pratica politica queste iniziative siano centrali, il tema dell'immigrazione viene riportato in modo poco visibile nel programma ufficiale.

La fermezza di Frederiksen contro le mire trumpiane sulla Groenlandia non ha rappresentato solo uno degli elementi che hanno rafforzato il suo consenso, ma costituisce anche un punto di continuità con il suo nuovo programma. L’esecutivo rimane irremovibile riguardo all’integrità territoriale e al diritto di autodeterminazione delle tre entità del Regno: Danimarca, Groenlandia e Isole Faroe. Viene inoltre confermato il sostegno all’Ucraina.

Frederiksen, dunque, nonostante le difficoltà elettorali degli ultimi mesi, è riuscita a mantenere il suo ruolo centrale nella politica danese, conciliando misure di stampo progressista con politiche più conservatrici in materia di tasse, difesa e immigrazione, ponendosi come obiettivo ultimo quello di servire il proprio Paese ad ogni costo nei prossimi quattro anni.

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio italiana in Danimarca)

Ultima modifica: Giovedì 2 Luglio 2026
Giovedì 2 Luglio 2026

Notizie dai mercati esteri - Repubblica Ceca

L’Aeroporto di Praga ha aumentato l’utile lo scorso anno

L’Aeroporto di Praga ha registrato un aumento dell’utile lo scorso anno. Lo ha comunicato lo scalo della capitale boema.

L’utile netto ha raggiunto lo scorso anno 3,1 miliardi di corone con un rialzo di circa 800 milioni di corone rispetto al 2024. I ricavi dello scalo hanno superato i dieci miliardi di corone con il 70% delle entrate riconducibile al business aereo. “Nei risultati economici si sono riflessi un ulteriore aumento dei passeggeri transitati, la ripresa dei collegamenti aerei e una gestione efficiente dei costi” ha sottolineato il direttore generale dello scalo Jiří Pos.

Lo stato, che è azionista unico dello scalo, si distribuirà un dividendo pari a circa il 20% dell’utile netto, ha indicato la ministro delle finanze Alena Schillerová. Il resto dell’utile potrà essere utilizzato per gli investimenti, che lo scorso anno hanno raggiunto i 3,5 miliardi di corone.

Fonte e fonte fotografia: www.prg.aero

La Repubblica Ceca ha avuto nel 2025 il tasso di disoccupazione più basso nell’UE

La Repubblica Ceca ha avuto nel 2025 il tasso di disoccupazione più basso tra tutti gli stati dell’Unione Europea.

La Repubblica Ceca è stato l’unico paese nell’UE, il cui tasso di disoccupazione non ha superato il tre percento. Il tasso di disoccupazione è stato del 2,8% registrando un leggero incremento di due decimi di punto percentuale. In tutta l’Unione Europea il tasso di disoccupazione è invece diminuito leggermente al sei percento.

Tra i paesi dell’UE la Repubblica Ceca registra anche un differenziale relativamente basso nel tasso di disoccupazione tra le persone con un differente titolo di studio. Tra i laureati il tasso di disoccupazione è stato dell’1,3%, mentre tra i diplomati è salito al 2,2%. Più sfavorite le persone senza diploma, il cui tasso di disoccupazione è al 12%.

La Repubblica Ceca è tra i Paesi UE che hanno ridotto maggiormente le emissioni di gas serra

La Repubblica Ceca è tra i Paesi dell’Unione Europea che hanno registrato la maggiore riduzione delle emissioni di gas serra negli ultimi dieci anni. Lo evidenziano i dati pubblicati da Eurostat.

Tra il 2015 e il 2025, le emissioni di CO₂ e di altri gas serra sono diminuite di circa il 20% nel Paese. Si tratta dell’ottavo miglior risultato a livello dell’UE, dove nello stesso periodo le emissioni complessive sono calate del 17%. Il dato ceco assume particolare rilevanza considerando che, tra il 2015 e il 2025, l’economia nazionale è cresciuta di quasi il 25%. In cima alla classifica figurano Estonia, Finlandia e Germania.

Negli ultimi dieci anni, le politiche pubbliche ceche hanno favorito misure volte a migliorare le prestazioni ambientali dell’economia. Tra queste rientrano i programmi di sostegno per l’efficientamento energetico degli edifici e gli incentivi al rinnovamento tecnologico delle imprese, che spesso consentono anche un utilizzo più efficiente dell’energia. Nello stesso periodo, l’economia ceca ha inoltre proseguito la sua graduale trasformazione verso il settore dei servizi, mentre alcune industrie ad alta intensità di emissioni hanno cessato l’attività, come l’ex acciaieria Liberty di Ostrava.

Sul mercato degli immobili commerciali tornano gli investitori esteri

La Repubblica Ceca è tra i Paesi dell’Unione Europea che hanno registrato la maggiore riduzione delle emissioni di gas serra negli ultimi dieci anni. Lo evidenziano i dati pubblicati da Eurostat.

Tra il 2015 e il 2025, le emissioni di CO₂ e di altri gas serra sono diminuite di circa il 20% nel Paese. Si tratta dell’ottavo miglior risultato a livello dell’UE, dove nello stesso periodo le emissioni complessive sono calate del 17%. Il dato ceco assume particolare rilevanza considerando che, tra il 2015 e il 2025, l’economia nazionale è cresciuta di quasi il 25%. In cima alla classifica figurano Estonia, Finlandia e Germania.

Negli ultimi dieci anni, le politiche pubbliche ceche hanno favorito misure volte a migliorare le prestazioni ambientali dell’economia. Tra queste rientrano i programmi di sostegno per l’efficientamento energetico degli edifici e gli incentivi al rinnovamento tecnologico delle imprese, che spesso consentono anche un utilizzo più efficiente dell’energia. Nello stesso periodo, l’economia ceca ha inoltre proseguito la sua graduale trasformazione verso il settore dei servizi, mentre alcune industrie ad alta intensità di emissioni hanno cessato l’attività, come l’ex acciaieria Liberty di Ostrava.

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio e dell'Industria Italo-Ceca)

 

Ultima modifica: Giovedì 2 Luglio 2026
Giovedì 2 Luglio 2026

Nuove opportunità per aziende innovative: aperto il bando del Parco Scientifico e Tecnologico di Niš

È stata pubblicata la nuova call per l’adesione al Parco Scientifico e Tecnologico di Niš, un’iniziativa rivolta ad aziende tecnologiche e innovative, centri di sviluppo, team di ricerca e sviluppo (R&D) e imprese che intendono avviare o ampliare attività di innovazione e sviluppo tecnologico a Niš e nella regione circostante.

L’iniziativa mira a rafforzare l’ecosistema dell’innovazione locale, favorendo la crescita di imprese ad alto contenuto tecnologico e la collaborazione tra settore privato, ricerca e sviluppo. La selezione delle candidature avverrà fino al raggiungimento della capacità disponibile del Parco.

Il bando è stato pubblicato il 13 maggio 2026. La prima valutazione delle candidature pervenute sarà effettuata il 12 giugno 2026, a cui seguirà una riunione della Commissione incaricata dell’ammissione dei nuovi membri. Qualora, al termine della prima fase di valutazione, non vengano occupati tutti gli spazi disponibili, il bando resterà aperto e ulteriori sessioni di esame e valutazione delle domande saranno organizzate in base alle necessità.

Per maggiori informazioni sui requisiti di partecipazione, le modalità di candidatura e le scadenze, è possibile consultare il bando completo al seguente link: https://ntp.rs/wp-content/uploads/2026/05/public-call-for-stp-nis-membership.pdf 

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italo-Serba)

Ultima modifica: Giovedì 2 Luglio 2026
Giovedì 2 Luglio 2026

La Svezia punta sui data center per rafforzare la propria competitività digitale

La Svezia sta avviando un dibattito sempre più ampio sul ruolo strategico dei data center nello sviluppo economico e tecnologico del Paese. Considerati fino a pochi anni fa semplici infrastrutture di supporto per l'archiviazione e l'elaborazione dei dati, i data center sono oggi al centro della trasformazione digitale globale e rappresentano un elemento essenziale per la competitività delle imprese, l'innovazione tecnologica e lo sviluppo dell'intelligenza artificiale. In questo contesto, diversi attori del settore chiedono l'adozione di una strategia nazionale che consenta alla Svezia di consolidare la propria posizione come uno dei principali hub europei per le infrastrutture digitali.

L'interesse crescente verso i data center è strettamente legato all'espansione delle tecnologie digitali e all'aumento della domanda di capacità di calcolo generata dall'intelligenza artificiale, dai servizi cloud e dall'economia dei dati. La competizione internazionale per attrarre nuovi investimenti è particolarmente intensa e numerosi Paesi europei, tra cui Norvegia, Finlandia e Germania, hanno già adottato politiche specifiche per favorire lo sviluppo del settore. La Svezia dispone di caratteristiche che la rendono particolarmente attrattiva: una produzione di energia elettrica prevalentemente priva di combustibili fossili, elevate competenze tecnologiche, una rete energetica sviluppata e un sistema di teleriscaldamento diffuso che consente di valorizzare il calore prodotto dai centri di elaborazione dati.

Secondo gli operatori del settore, questi elementi potrebbero consentire al Paese di assumere un ruolo di primo piano nella nuova economia digitale europea. I benefici attesi non riguardano soltanto gli investimenti diretti e la crescita delle infrastrutture tecnologiche, ma anche il rafforzamento dell'ecosistema dell'innovazione, il sostegno allo sviluppo dell'intelligenza artificiale e la creazione di nuove opportunità economiche a livello locale e regionale. Inoltre, il recupero del calore di scarto generato dai data center potrebbe contribuire ad aumentare l'efficienza energetica dei sistemi di teleriscaldamento, creando ulteriori vantaggi per le comunità ospitanti.

Parallelamente, emerge la necessità di affrontare alcune sfide legate alla crescente domanda di energia elettrica. La transizione energetica, l'elettrificazione dell'industria e dei trasporti e la rapida espansione delle infrastrutture digitali stanno infatti aumentando la pressione sulla capacità produttiva e sulle reti di distribuzione. Per questo motivo, il dibattito in corso sottolinea l'importanza di una pianificazione coordinata che consenta di sviluppare simultaneamente la capacità energetica e quella digitale, evitando possibili colli di bottiglia e garantendo condizioni favorevoli agli investimenti di lungo periodo.

La proposta di una strategia nazionale per i data center nasce proprio dall'esigenza di fornire maggiore chiarezza e prevedibilità agli operatori economici. Tra gli obiettivi indicati figurano la semplificazione dei processi autorizzativi, una migliore integrazione tra infrastrutture energetiche e digitali, la promozione dell'efficienza energetica e il rafforzamento dell'attrattività della Svezia per gli investimenti legati all'intelligenza artificiale e ai servizi digitali avanzati. L'ambizione è quella di creare un quadro di riferimento stabile che permetta di conciliare crescita economica, sostenibilità ambientale e sicurezza energetica.

Nei prossimi mesi il tema sarà al centro di una serie di confronti tra rappresentanti dell'industria, del settore energetico, delle amministrazioni locali e delle istituzioni nazionali. L'obiettivo è individuare una visione condivisa sul contributo che i data center possono offrire alla competitività del Paese, sul loro ruolo all'interno del sistema energetico e sulle modalità con cui lo sviluppo di queste infrastrutture possa generare benefici diffusi per l'economia e la società. In un contesto in cui la capacità di gestire dati e applicazioni di intelligenza artificiale è destinata a diventare un fattore sempre più determinante per la crescita economica, la Svezia punta a trasformare i propri vantaggi strutturali in una leva strategica per rafforzare la propria posizione nel panorama digitale europeo.

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana per la Svezia)

Ultima modifica: Giovedì 2 Luglio 2026
Giovedì 2 Luglio 2026

Riduzione dell’IVA sui prodotti alimentari in Svezia: panoramica della misura e implicazioni per la Danimarca

L’impegno nel rispondere alle necessità della popolazione ha preso piena attuazione in Svezia, dove il Governo ha adottato misure per ridurre le difficoltà dei consumatori legate al costo del carrello della spesa.

Il 25 febbraio 2026, infatti, il Riksdag, il Parlamento del Regno di Svezia, ha approvato la proposta del Governo di riduzione temporanea dell’aliquota IVA sui generi alimentari dal 12% al 6%.  La riduzione dell’aliquota è stata implementata il 1° aprile 2026 e avrà validità fino al 31 dicembre 2027.

L’iniziativa figura in un ampio piano di misure fiscali, equivalente a 80 miliardi di corone svedesi, attuato in vista delle elezioni di settembre 2026. L’intento è quello di supportare le famiglie in un periodo di rallentamento economico e di prezzi degli alimenti in continua crescita. Il settore risulta infatti indebolito dalla limitata concorrenza e da fattori ambientali, come gli shock legati alla siccità e all’aumento dei costi energetici. Difatti, secondo il Governo svedese, l’abbassamento dell’IVA condurrà a un abbattimento pressoché totale dei prezzi, con effetti diffusi tra i consumatori appartenenti a tutte le fasce di reddito. Il Governo stima che il costo annuale della spesa per un nucleo familiare con due figli beneficerà di un risparmio di 6.500 corone svedesi, ovvero oltre 588 euro.

Per ciò che concerne la Riskbank, la misura favorisce una politica monetaria più accomodante. Il taglio dell’imposta sul valore aggiunto contribuisce all’abbassamento temporaneo dell’inflazione, dal momento che la crescita dei prezzi al consumo rallenta. Parallelamente, un’inflazione più bassa potrebbe attenuare le aspettative inflazionistiche di famiglie e imprese e i lavoratori potrebbero chiedere aumenti salariali più contenuti, rassicurando la Riksbank sul fatto che l’inflazione in atto non stia diventando strutturale.

La variazione alla Legge sull’IVA precisa che:

  • gran parte dei generi alimentari, così come stabiliti dall’articolo 2 del Regolamento alimentare dell’Unione Europea, saranno interessati dall’aliquota IVA del 6%;
  • gli alcolici e l’acqua del rubinetto sono esclusi da questo raggruppamento e mantengono aliquote ordinarie o altre aliquote ridotte;
  • l’acqua in bottiglia sarà soggetta alla medesima aliquota IVA ridotta.

Si stima che questa modifica peserà circa 37,2 miliardi di corone svedesi nel periodo di 21 mesi. Nonostante ciò, le istituzioni ritengono che questo provvedimento temporaneo sia legittimato dal sostegno che esso offre ai cittadini in un momento di crisi economica.

Effetti indiretti per la Danimarca

La riduzione della tassazione sui consumi alimentari ha però generato preoccupazioni nella vicina Danimarca, dove viene imposta un’IVA del 25% su tutti i prodotti. A differenza della Svezia, infatti, nel paese non esiste un’imposta differenziata, per cui determinati beni possono beneficiare di un’aliquota IVA ridotta rispetto ad altri.

Lo shopping transfrontaliero è già un fenomeno comune in Danimarca. I cittadini che risiedono relativamente vicini al confine, infatti, hanno già l’abitudine di recarsi in Germania e Svezia per fare acquisti di beni alimentari e non, con un costo annuo stimato di 1,2 miliardi di euro. Questo abbassamento dell’IVA in Svezia, quindi, potrebbe aumentare, indirettamente, questa tendenza.

Secondo il direttore generale di De Samvirkende Købmænd, principale associazione danese dei supermercati e negozi indipendenti, anche la Danimarca dovrebbe intraprendere iniziative per ridurre l’IVA sulle derrate alimentari. Il costo dei prodotti alimentari in Danimarca è tra i più elevati al mondo, incentivando, dunque, uno spostamento verso il confine svedese per l’acquisto di beni alimentari.

Ciononostante, alcuni esperti del settore sostengono che un taglio dell’IVA sui viveri non sia l’opzione più appropriata per la Danimarca. Infatti, il sistema danese si differenzia da quello svedese in quanto privo di un regime IVA differenziato. La riduzione dell’IVA sui soli generi alimentari richiederebbe un cambiamento anche sul piano gestionale e amministrativo. Inoltre, lo scetticismo deriva dal fatto che un’operazione di questo tipo non solo comporterebbe costi per le aziende, ma non produrrebbe benefici sufficientemente significativi per i consumatori.

Vi sono tre ragioni per cui la riduzione dell’IVA sugli alimenti in Danimarca è considerata poco opportuna:

  1. il desiderio di velocizzare la transizione green può essere perseguito attraverso un sistema di imposte sulle emissioni di gas serra;
  2. il supporto monetario ai cittadini più bisognosi è più efficace se realizzato mediante il sistema fiscale e le misure di sostegno al reddito;
  3. l’IVA differenziata non rappresenta un mezzo efficiente per migliorare la salute collettiva o contenere le emissioni legate ai consumi danesi.

Una soluzione intermedia potrebbe essere la riduzione dell’IVA su frutta e verdura, prima di valutare un’estensione della misura ad altre categorie alimentari.

Nel mentre, nel febbraio 2026, il Parlamento danese ha varato una legge relativa a un voucher alimentare esente da imposte, per aiutare più di due milioni di cittadini ad affrontare l’incremento dei prezzi dei prodotti alimentari che ha caratterizzato il paese negli ultimi anni.

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio italiana in Danimarca)

Ultima modifica: Giovedì 2 Luglio 2026
Giovedì 2 Luglio 2026

L'ecosistema tecnologico spagnolo continua a crescere

L'ecosistema tecnologico spagnolo continua ad accelerare la propria crescita ed entra in una nuova fase di consolidamento e maturità. La Spagna ha chiuso il 2025 con 10.294 aziende tecnologiche attive, rispetto alle 8.580 registrate l'anno precedente, il che rappresenta una crescita del 20% e conferma la sostenuta espansione del tessuto innovativo nazionale.

Secondo ilRapporto Nazionale sulle Imprese Tech e Innovatrici 2026, elaborato da Scoutyn sulla base di dati convalidati con le informazioni del Registro delle Imprese, le aziende tecnologiche spagnole generano già 137.042 posti di lavoro e un impatto economico di 19.442 milioni di euro, con incrementi rispettivamente del 26,9% e del 31,2%, superiori persino alla crescita del numero di aziende.

Il rapporto riflette inoltre un cambiamento strutturale all'interno dell'ecosistema. Sebbene il numero di startup sia in leggero calo, passando da 5.010 a 4.856 aziende, la crescita delle scaleup e delle PMI tecnologiche evidenzia una maggiore maturità imprenditoriale. Le scaleup raggiungono già le 672 aziende e le PMI tecnologiche salgono a 4.605, consolidandosi come il grande motore economico dell'ecosistema spagnolo.

MADRID RIDUCE AL MINIMO IL DISTANZIAMENTO DALLA CATALOGNA

La Catalogna mantiene la leadership nazionale per numero di aziende tecnologiche con 2.632 imprese, anche se Madrid raggiunge già le 2.607 e riduce il distacco a sole 25 aziende. Entrambe le comunità continuano a concentrare gran parte dell'ecosistema tecnologico nazionale e del capitale investito. Inoltre, il comune di Madrid si consolida come la principale città tecnologica della Spagna, con 1.801 aziende tech, 833 startup e 140 scaleup, guidando le tre grandi categorie rispetto a Barcellona.

Da parte sua, l'Andalusia registra uno dei maggiori progressi dell'anno e diventa la comunità autonoma della top 5 nazionale che cresce di più in termini percentuali. La regione passa da 714 a 885 aziende tecnologiche ed è inoltre l'unica tra le principali comunità ad aumentare il numero di startup.

L'INTELLIGENZA ARTIFICIALE GUIDA IL GRANDE SALTO DELL'ECOSISTEMA TECNOLOGICO SPAGNOLO

Uno dei fenomeni più rilevanti che il rapporto riflette è l'esplosione dell'Intelligenza Artificiale all'interno dell'ecosistema tecnologico nazionale. L'IA si posiziona già come il terzo settore verticale con il maggior numero di aziende tecnologiche in Spagna e il settore in maggiore crescita nel 2025.

Attualmente, la Spagna conta 959 aziende specializzate in Intelligenza Artificiale, contro le 309 registrate l'anno precedente, il che rappresenta una crescita superiore al 210% in appena dodici mesi. Il dato conferma l'accelerazione nell'adozione di tecnologie basate sull'IA e il crescente peso strategico di questo settore all'interno del tessuto innovativo spagnolo.

Il boom dell'IA sta inoltre guidando la trasformazione di molteplici settori tecnologici ed economici, dalla sanità, al fintech o all'industria avanzata, fino all'energia, alla mobilità, all'istruzione o all'automazione aziendale. Il rapporto sottolinea che gran parte delle nuove iniziative tecnologiche in Spagna nasce già direttamente legata a modelli basati sull'intelligenza artificiale, consolidando una nuova fase di specializzazione e sofisticazione dell'ecosistema nazionale.

Parallelamenteil SaaS si posiziona come il principale settore tecnologico del paese con 1.387 aziende, seguito dall'eHealth, con 1.000 aziende, e dall'Intelligenza Artificiale, con 959.

Tra i settori con maggiore presenza spiccano anche: Foodtech (568), Energia (526), Biotech (523), Edtech (515) e Fintech (479).

Il rapporto sottolinea inoltre la crescita sostenuta di settori quali Big Data, sostenibilità, mobilità, sicurezza informatica o automazione, riflettendo una crescente specializzazione tecnologica dell'ecosistema spagnolo.

OLTRE 3,21 MILIARDI INVESTITI IN STARTUP SPAGNOLE

Gli investimenti in startup e imprese innovative hanno superato i 3,21 miliardi di euro in 327 operazioni nell'ultimo anno. La Catalogna e Madrid continuano a essere i principali poli di attrazione di capitali e insieme concentrano circa il 77% di tutti gli investimenti nazionali.

Il rapporto sottolinea inoltre che la Spagna ha già accumulato oltre 15,5 miliardi di euro investiti in startup negli ultimi cinque anni e rimane uno dei pochi ecosistemi europei in grado di sostenere cifre elevate di investimento in un contesto internazionale caratterizzato dall'incertezza.

L'ecosistema spagnolo mostra inoltre un crescente consolidamento imprenditoriale e finanziario, caratterizzato dall'aumento delle scaleup, dalla crescita di round di finanziamento medi e grandi e dalla comparsa di aziende in grado di competere a livello internazionale e attrarre capitali globali.

IL DIVARIO DI GENERE NON MIGLIORA

Nonostante la crescita generale dell'ecosistema, il divario di genere continua a essere una delle principali sfide ancora da affrontare. Le donne rappresentano solo il 17% dei fondatori di aziende tecnologiche in Spagna, una cifra che rimane praticamente invariata rispetto all'anno precedente.

Nelle startup fondate da una sola persona, la rappresentanza femminile è del 18%, a testimonianza della persistenza di barriere strutturali all'interno dell'imprenditoria tecnologica.

Si conclude che la Spagna sta entrando in una nuova fase di consolidamento tecnologico, in cui la sfida non è più solo quella di creare startup, ma di far crescere aziende in grado di competere a livello internazionale, attrarre grandi round di investimento e generare un impatto economico sostenuto.

(Contributo editorisle a cura della Camera di Commercio e Industria Italiana per la Spagna)

Ultima modifica: Giovedì 2 Luglio 2026
Giovedì 2 Luglio 2026

L'estate giapponese: quando il calendario diventa economia

In Giappone, l'estate non è solo una stagione meteorologica. È un momento preciso nel calendario economico del paese, strutturato attorno a rituali che si ripetono ogni anno con una cadenza quasi liturgica: i bonus estivi, i grandi saldi, i festival locali, e il movimento di milioni di persone che si spostano per riunirsi con le famiglie durante l'Obon, la ricorrenza buddhista in cui si onorano gli antenati e che ogni agosto trasforma strade, treni e aeroporti in un fiume di umanità in transito. Per chi osserva il Giappone dall'esterno, comprendere questa stagionalità è il primo passo per leggere il mercato con occhi più precisi.

Il meccanismo centrale è quello dei bonus semestrali. A giugno e luglio, la maggior parte delle aziende giapponesi eroga i bonus estivi, una tradizione che può valere anche diversi mesi di stipendio e che produce un effetto immediato sui consumi, spingendo la spesa in settori come il retail e il turismo. Nel 2025, il bonus estivo medio nelle grandi aziende ha superato 990.000 yen, il livello più alto dal 1981, con un aumento del 4,37% rispetto all'anno precedente. Questo picco di liquidità nei portafogli delle famiglie giapponesi coincide con l'avvio dei saldi estivi, che tradizionalmente portano sconti profondi su abbigliamento, elettronica e beni per la casa, e con la stagione dei festival, durante la quale la spesa in cibo, intrattenimento e viaggi accelera visibilmente.

Ma l'estate giapponese del 2026 si inserisce in un contesto economico più complesso rispetto agli anni precedenti. Il settore retail è entrato nell'anno con un momento di minor slancio, dopo un rallentamento delle vendite alla fine del 2025, con i consumatori più cauti a causa del costo della vita elevato e di un'incertezza globale crescente. La domanda interna resta il pilastro dell'economia, ma la sua tenuta dipende da una variabile che si risolverà proprio nelle prossime settimane: se i salari reali, cresciuti nominalmente ma ancora erosi dall'inflazione, torneranno in territorio positivo, i consumi estivi potrebbero riservare una sorpresa al rialzo. In caso contrario, la cautela delle famiglie resterà il tono dominante. 

A rendere questa estate ancora più significativa è il contributo del turismo internazionale, diventato in pochi anni una componente strutturale dell'economia giapponese. Nel 2025, il Giappone ha accolto 42,7 milioni di visitatori stranieri, per la prima volta oltre la soglia dei 40 milioni, con una spesa totale record di 9,5 trilioni di yen. Le categorie che hanno beneficiato di più sono stati l'alloggio, il food & beverage e lo shopping, con quest'ultimo in crescita di oltre il 6% rispetto all'anno precedente. I mesi estivi rappresentano uno dei picchi di questa affluenza, e l'Obon in particolare, con i suoi festival locali, le danze tradizionali, le lanterne sui fiumi e i fuochi d'artificio, è diventato una delle esperienze più ricercate dai viaggiatori internazionali.

Quello che emerge, guardando all'estate giapponese come fenomeno economico, è una doppia pressione sulla domanda: da un lato quella interna, legata ai bonus e alla propensione al consumo dei lavoratori giapponesi; dall'altra quella esterna, alimentata dal flusso di visitatori stranieri attratti da uno yen ancora favorevole e da un paese che sa costruire esperienze difficilmente replicabili altrove. Le due dinamiche si sovrappongono nei centri urbani, nei grandi magazzini, nei mercati locali e nei ristoranti, creando una stagione commerciale che non ha equivalenti per intensità e concentrazione temporale in nessun altro grande mercato asiatico. Capire quando e come questo meccanismo si mette in moto è, per chiunque operi o voglia operare in Giappone, una delle chiavi di lettura più utili del paese.

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana in Giappone)

Ultima modifica: Giovedì 2 Luglio 2026
Venerdì 26 Giugno 2026

Mercati, investimenti e lavoro: l’impatto dell’AI negli Stati Uniti e in Italia

Nell’ultimo decennio, il mondo del tech e dell’intelligenza artificiale ha segnato un grande cambiamento non solo nella nostra quotidianità, ma anche nel settore commerciale.  

Il contesto macroeconomico statunitense resta caratterizzato da incertezza e volatilità dei mercati, in un quadro segnato da crescenti tensioni commerciali e da una competizione sempre più intensa nel campo dell’intelligenza artificiale. Infatti, il ciclo di investimenti nell'AI continua a crescere: l'analisi di Bridgewater Associates afferma che grandi aziende come Alphabet, Amazon, Meta e Microsoft investiranno circa 650 miliardi di dollari nel 2026 per espandere l'infrastruttura AI. Questo è un aumento significativo rispetto ai 410 miliardi di dollari dell'anno precedente. Il boom dell'intelligenza artificiale entra quindi in una fase più complessa e potenzialmente rischiosa, caratterizzata da una forte intensità di capitale e da una domanda continua di capacità computazionale che supera l'offerta, che spinge gli hyperscaler ad accelerare gli investimenti. 

L’area metropolitana di New York City si conferma uno dei principali poli americani di innovazione in intelligenza artificiale nel 2026 grazie ad un ecosistema fortemente sostenuto da iniziative pubbliche e private. Il rapporto annuale di Tech NYC afferma che, nell'ultimo anno, le aziende tecnologiche basate nella città hanno raccolto oltre 28 miliardi di dollari in capitale venture, con più di 2.000 startup AI in attività e più di 40.000 professionisti specializzati nel settore. Il programma NYC AI Nexus, sostenuto dalla New York City Economic Development Corporation (NYCEDC), è una parte importante di questa crescita. Per promuovere l'adozione dell'IA nel tessuto economico urbano e facilitare la collaborazione tra startup e imprese locali, l'iniziativa, che è partita da un piano strategico per fare di New York una capitale globale dell'“Applied AI”, prevede programmi di accelerazione, partnership industriali e percorsi di formazione. Nel complesso, queste azioni, insieme alla presenza di grandi centri di ricerca e all'accesso a capitale e talenti, consolidano New York come un hub dinamico per applicazioni AI orientate all'uso enterprise con forti connessioni tra servizi finanziari, media, salute e altri settori strategici. 

La rapida crescita del mercato dell'intelligenza artificiale offre nuove opportunità anche alle aziende italiane che operano in settori tecnologici e dei servizi avanzati negli Stati Uniti. Con una crescita annuale superiore al 30%, il mercato dell'AI negli Stati Uniti è tra i più dinamici a livello globale, con un valore stimato di circa 74 miliardi di dollari nel 2025, sostiene il report di Statista. Inoltre, gli Stati Uniti sono il centro di investimento globale più importante nel settore: secondo OECD, il mercato statunitense rappresenta circa il 75% del valore globale dei venture capital destinati alle imprese di intelligenza artificiale. Si aprono spazi significativi per collaborazioni tecnologiche, sviluppo di soluzioni specializzate e attività di ricerca e sviluppo in questo contesto, caratterizzato da una forte domanda di innovazione e digitalizzazione in settori come la produzione avanzata e i servizi professionali. Pertanto, le aziende italiane hanno l’esclusiva opportunità di sfruttare la loro competenza in aree come l'automazione industriale, il software e l'integrazione di sistemi digitali, aumentando la loro presenza negli Stati Uniti attraverso partnership industriali, investimenti e progetti congiunti nel campo dell'AI. 

L'AI continua a rimodellare mercati, strategie aziendali e dinamiche lavorative a livello globale. In questo scenario, gli Stati Uniti si confermano uno dei principali poli di sviluppo e investimento del settore, offrendo anche alle aziende italiane nuove opportunità di collaborazione e crescita. La capacità di bilanciare innovazione tecnologica, formazione delle competenze e governance responsabile sarà determinante per cogliere appieno le potenzialità offerte da questo settore. 

(Contributo editoriale a cura della Italy-America Chamber of Commerce)

Ultima modifica: Venerdì 26 Giugno 2026