Notizie mercati esteri

Lunedì 30 Marzo 2026

Le guerre ridisegnano l’economia globale: l’allarme del BOI alle imprese

Le tensioni geopolitiche e i conflitti in diverse aree del mondo stanno contribuendo alla nascita di un nuovo ordine economico globale, con conseguenze dirette per le imprese. È l’avvertimento lanciato dal Thailand Board of Investment (BOI), che invita il settore privato a prepararsi a un contesto internazionale più instabile e costoso. Secondo Narit Therdsteerasukdi, segretario generale del BOI, l’escalation dei conflitti in varie regioni del mondo sta già incidendo sulle attività economiche globali, in particolare attraverso l’aumento dei costi operativi e i rischi per le catene di approvvigionamento.

L’impatto più immediato si registra sui costi di produzione. L’aumento dei prezzi dell’energia, insieme al rincaro dei trasporti e della logistica internazionale, sta rendendo più onerose le operazioni per molte aziende. Parallelamente cresce il rischio di carenze di materie prime o forti aumenti dei prezzi, un fattore che potrebbe influire sulla stabilità delle catene di fornitura globali e sulle strategie di investimento delle imprese.

Secondo il BOI, le tensioni geopolitiche non devono essere considerate eventi temporanei. Al contrario, riflettono dinamiche geoeconomiche e geopolitiche che si stanno consolidando nel tempo, con effetti duraturi sui sistemi economici, commerciali e finanziari globali. Per questo motivo le imprese sono invitate ad adattare le proprie strategie, tenendo conto di un contesto internazionale caratterizzato da maggiore incertezza, costi più elevati e possibili interruzioni delle catene di approvvigionamento.

In questo scenario, la Thailandia punta a rafforzare il proprio ruolo come hub produttivo stabile e sicuro nella regione, attirando investimenti e promuovendo una maggiore resilienza delle catene di fornitura. Il messaggio del BOI è chiaro: in un mondo sempre più segnato da tensioni geopolitiche, anticipare i cambiamenti e adattare le strategie industriali diventa essenziale per mantenere competitività e stabilità economica.

(Contributo editoriale a cura della Thai-Italian Chamber of Commerce)

Ultima modifica: Lunedì 30 Marzo 2026
Lunedì 30 Marzo 2026

La Thailandia punta al 50% di energia pulita entro il 2026

La Thailandia mira a portare la quota di energia pulita nel proprio mix energetico oltre il 50% entro il 2026, nonostante i rallentamenti registrati nel 2025 dovuti al rinvio di alcune politiche di incentivazione per le rinnovabili.
Secondo analisti del settore energetico, il Paese sta preparando una nuova fase di espansione delle energie rinnovabili nell’ambito del Piano di sviluppo energetico 2026-2050, che prevede un significativo aumento della produzione da fonti sostenibili e un rafforzamento delle politiche climatiche nazionali.

Nel 2025 la diffusione delle rinnovabili in Thailandia ha subito un rallentamento a causa del rinvio dei programmi di feed-in tariff, ovvero i meccanismi di incentivo che garantiscono prezzi favorevoli per l’energia prodotta da fonti rinnovabili. L’incertezza sulle tariffe e sulla pianificazione dei nuovi progetti ha frenato temporaneamente l’interesse degli investitori. Il governo punta però a recuperare nel 2026 con nuove misure che dovrebbero rendere più chiaro il quadro normativo e favorire il passaggio da progetti pilota a mercati energetici su scala più ampia. Il nuovo piano energetico prevede una forte espansione delle fonti rinnovabili, tra cui impianti solari galleggianti, oltre allo sviluppo di infrastrutture per sostenere la transizione energetica del Paese.

Parallelamente, la Thailandia sta esplorando anche tecnologie avanzate per ridurre le emissioni, come:

  • Small Modular Reactors (SMR), piccoli reattori nucleari modulari;
  • Carbon Capture and Storage (CCS), sistemi per catturare e immagazzinare l’anidride carbonica.

Queste tecnologie sono ancora in fase di studio e regolamentazione e non saranno operative nel breve periodo, ma rappresentano un elemento importante della strategia energetica a lungo termine.

La transizione energetica della Thailandia si inserisce anche in un più ampio rafforzamento delle politiche climatiche. Il governo ha infatti approvato in linea di principio un Climate Change Act, che introdurrà nuovi strumenti di governance climatica, tra cui:

  • un Comitato nazionale per la politica climatica,
  • un Fondo nazionale per il clima,
  • un database nazionale delle emissioni di gas serra.

La legge prevede inoltre la possibilità di sviluppare strumenti economici come sistemi di scambio delle emissioni, tasse sul carbonio e meccanismi di adeguamento alle frontiere per le emissioni. Nonostante i progressi, la Thailandia deve affrontare alcune sfide strutturali. Il Paese dipende ancora in larga parte dai combustibili fossili e dal gas naturale per la produzione di elettricità, il che rende la transizione energetica complessa e richiede investimenti significativi nelle rinnovabili e nelle infrastrutture energetiche. Con il nuovo piano energetico e un quadro normativo più definito, Bangkok punta quindi a rilanciare lo sviluppo delle energie pulite e accelerare il percorso verso la neutralità climatica nei prossimi decenni.

(Contributo editoriale a cura della Thai-Italian Chamber of Commerce)

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Lunedì 30 Marzo 2026

BIOMED E BIOTECH: i diamanti della Vallonia

Oltre le mura del mondo istituzionale e fiannziario bruxellese, biomedicina e biotecnologie si impongono nel panorama belga e mondiale, spiccando nella Regione vallona per avanguardia, cifre d’affari e risultati. Biowin, ad esempio, é un cluster di 139 unità tra associazioni, stakeholders, finanziatori, ricercatori e personale sanitario, referenza del settore e dedicato al miglioramente del sistema sanitario regionale e belga, che investe in progetti scientificamente innovativi di R&S in biomedicina e biotecnologie.

L’obiettivo del cluster Biowin é quello di accellerare l’innovazione medico scientifica per risolvere con maggiore prontezza le sfide poste dalla salute pubblica, con un focus particolare su terapie avanzate /conservative, medicina nucleare e raccolta di dati sanitari. Focalizzata su internazionalizzazione e interdisciplinarietà, dal 2025 Biowin lavora per il riconoscimento mondiale delle proprie eccellenze in ricerca accademica, clinica e industriale  e per un impatto economico-sociale sostanziale. Con una crescita positiva e incontrastata dal 2013, Biowin tenta di unificare in un’unico ecosistema l’apparato socio sanitario belga ed il rispettivo settore commerciale. Coinvolgendo ospedali, centri di ricerca, poli universitari e industriali, Biowin vuole far fronte alle nuove sfide di salute pubblica, stimolando la crescita economica, la scoperta di nuove conoscenze scientifiche e l’occupazione regionale, rendono la Vallonia una “Silicon Valley” ricca di opportunità per gli investitori esteri e un centro attrattivo, di fiducia, per gli utenti. La Vallonia, regione a sud del Belgio, ospita più di 350 aziende biotech, con una crescita dell’occupazione annua tra il 5 e il 10% annuo, affermandosi come il primo mercato europeo di capitali per un valore aggiunto totale di 5 miliardi di euro.

I principali centri biotecnologici della Vallonia sono Liegi, Charleroi, Mons, Ottignies, Gembloux e Namur e la partnership tra la Direzione generale delle tecnologie, della ricerca e dell'energia (DGTRE), l'Agenzia vallona per le esportazioni (AWEX), l'Ufficio per gli investitori esteri (OFI) sono attori di primo piano sia  a livello economico che per la comprensione del ricco e complesso tessuto industriale che popola questo territorio.

Il Belgio che detiene l’investimento pro capite in R&S in medtech e biotech più alto d’Europa, ha anche un peso specifico industriale pari a 7.8% delle assunzioni, 18.7% dell’export e 19.3% delle spesa in ricerca e sviluppo, che lo posizionano rispettivamente terzo, secondo e primo in Europa. Con un valore aggiunto totale di 5.9 miliardi di euro, il settore é una punta di diamante per la Regione Vallonia e l’Europa intera

Fonti:

https://belgian-research.eu/biowin-growing-a-vibrant-life-sciences-and-health-ecosystem-in-wallonia/?utm_source=chatgpt.com

https://www.cetic.be/Biowin?lang=en

https://www.kickstartbiomanufacturing.be/success-factors/a-buzzing-biotech-scene

https://business.belgium.be/en/investing_in_belgium/key_sectors/biotechnology

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Belgo-Italiana)

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Lunedì 30 Marzo 2026

Fondi pensione: il Role Model Danese

Capitalizzazione: cura all’invecchiamento della popolazione alla Danese

I fondi pensione danesi sono un esempio, a livello europeo, di come un sistema fortemente basato sulla capitalizzazione e sulla privatizzazione della gestione dei contributi porti a un monte pensioni più elevato nonostante un carico fiscale inferiore.

Secondo il report pubblicato dalla Banca Nazionale Danese di settembre 2025, la Commissione Europea ha preso come esempio virtuoso il sistema pensionistico danese per aver condotto una transizione efficace verso un sistema misto negli ultimi decenni.

Attualmente circa l’80% delle risorse provengono da investimenti in veicoli finanziari e si ha solo il 20% sostenuto dalla ripartizione dei contributi correnti.

Da spesa a risorsa, l’alchimia delle pensioni danesi

I risultati parlano chiaro: ad oggi il monte pensioni relativo al PIL danese è il più elevato dei paesi OCSE ed ammonta a quasi il 200% del PIL annuo contro il 10-12% di quello italiano. La spesa pubblica annua dedicata alle pensioni in Italia ammonta al 15-16% del PIL, talmente elevata da essere quindi sostenuta in buona parte tramite l’emissione di debito. In Danimarca si attesta intorno al 7%.

Si tratta di un semplice gioco di contabilità nazionale che scarica sulle aziende la maggior parte del costo delle pensioni?

NO! Al contrario: benché la struttura erariale danese sia fondamentalmente diversa da quella italiana (i.e. le imposte sul reddito personale hanno molta più rilevanza rispetto ai contributi pensionistici), secondo il report dell’OCSE del 2025, la percentuale di total tax wedge danese, ovvero la stima di carico fiscale totale effettivo per il datore di lavoro, si attesta intorno al 36.1% per un lavoratore dal salario medio, mentre in Italia si raggiunge il 47.2%.

Effetti redistributivi del sistema pensionistico misto

Tramite un supplemento di pensione chiamato pensionstillæg, la componente dei contributi pensionistici pubblica a ripartizione viene utilizzata per dare un bonus regressivo legato al reddito per sussidiare i lavoratori con redditi più modesti. Alla redistribuzione contribuiscono anche la proporzionalità con il periodo di residenza (40 anni per ottenere la pensione completa) e altri sussidi familiari.

I risultati?

Secondo uno studio OCSE sui sistemi pensionistici di novembre 2025, la Danimarca mantiene il primato per la quota più bassa di anziani tra i 66 ed i 75 anni di età con una ricchezza sotto la mediana ed ottiene valutazioni estremamente positive in tutti gli indicatori che riguardano le risorse economiche dei pensionati.

Lo stesso studio mostra come il sistema sia particolarmente efficace nella redistribuzione della ricchezza: benché il tasso di sostituzione calcolato sulle ultime retribuzioni per redditi elevati e medi sia simile a quello italiano, il tasso di sostituzione per redditi bassi in Danimarca è quasi il doppio rispetto all’Italia: 115% contro il 70%,

Silver economy e prospetti futuri

Secondo Denmarks Statistik, l’equivalente danese di Istat, al 2050 una persona su 4 avrà 65 anni o più, portando considerevoli cambiamenti alla domanda di servizi e beni rispetto alle condizioni attuali.

Anche il report di Nordic Co-operation sostiene che aumenterà la domanda di tecnologie sanitarie, soluzioni digitali per l’autonomia domestica e servizi personalizzati per una popolazione over-65 sempre più attiva e con buon potere d’acquisto.

Innovazione, città age-friendly e collaborazione pubblico-privata saranno leve strategiche per consolidare la leadership danese in questo settore.

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio italiana in Danimarca)

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Lunedì 30 Marzo 2026

Il ciclo di vita del settore ortofrutticolo in Danimarca

La Danimarca custodisce una storia importante legata alla produzione di frutta e verdura ed al lavoro agricolo. In questi ultimi decenni, però, altri settori del mercato si stanno sviluppando enormemente, soprattutto quelli legati all’innovazione, alle energie rinnovabili e alla ricerca. Il settore ortofrutticolo, al contrario, sta vivendo un periodo di difficoltà.

Negli ultimi vent’anni, infatti, la produzione interna di frutta e verdura ha subito un sostanziale e costante calo, con un mercato che, con il tempo, ha dato la possibilità solo alle grandi aziende di restare competitive, rendendo la filiera del settore più vulnerabile e con una minore varietà di prodotti.

Le ragioni strutturali di questo declino si riscontrano nei costi elevati della manodopera e dell'energia, che hanno permesso alla concorrenza estera di avere successo.

La situazione attuale in Danimarca

Oggi solo il 9% della frutta e il 26% delle verdure consumate in Danimarca sono di origine nazionale. In una generazione si è passati da una sostanziale autosufficienza a una situazione in cui la grande maggioranza di frutta e ortaggi è importata. Si stima che circa il 74% degli ortaggi e l’81% della frutta sul mercato danese provengano dall’estero, in larga parte da altri Paesi UE, in particolare dall’Europa meridionale, come Spagna e Italia.

Questa situazione evidenzia una chiara discrepanza tra ciò che la Danimarca produce in maggiore quantità, principalmente carne, latte e cereali, e ciò che viene raccomandato dalle linee guida per un’alimentazione più equilibrata e sostenibile, che prevede un maggiore consumo di frutta, verdura e legumi. Tale squilibrio non riguarda solo il sistema produttivo, ma si riflette anche nelle abitudini alimentari dei consumatori, che spesso non raggiungono le quantità consigliate di alimenti vegetali. Per esempio, la maggior parte dei giovani sotto i 25 anni non sa indicare quali sono le loro verdure di stagione. Colmare questa distanza, quindi, richiede sia un cambiamento nelle scelte alimentari sia una maggiore valorizzazione e disponibilità di prodotti vegetali, attraverso il rafforzamento dell’educazione alimentare e la promozione della sensibilizzazione sul valore dei prodotti locali e stagionali.

Madkulturen e le 6 raccomandazioni

Nel 2025 Madkulturen – l’organizzazione danese che lavora su cultura alimentare e politiche del cibo, ha riunito 32 rappresentanti della filiera di frutta e verdura in un gruppo di riflessione sul cibo chiamato Madtanken.

L’organizzazione ha valutato il bisogno di partire con un’iniziativa nazional popolare che metta al centro il consumo di frutta e verdura, che aiuti le piccole e microimprese locali a crescere tramite diminuzione di burocrazia, abbassamento delle accise sul diesel, e riallocazione dei sussidi. Soprattutto, Madkulturen chiede di utilizzare i sussidi provenienti dall’Unione Europea per il settore ortofrutticolo, per la creazione di serre efficienti a livello energetico e per investimenti sulla tecnologia in campo agricolo.

Inoltre, Madkulturen sottolinea anche come l’educazione alimentare dovrebbe partire dalla scuola, dai ristoranti e dalle famiglie stesse che devono insegnare ai loro figli come consumare frutta e verdura in modo responsabile e corretto. Secondo l’organizzazione, ci sarebbe bisogno di creare campagne di sensibilizzazione mirate, per insegnare quali sono i prodotti ortofrutticoli di stagione, per approfondire l’importanza dei prodotti a chilometro zero per salute, clima, sicurezza alimentare, e identità culturale e per riavvicinare nuovamente i consumatori alla terra, da cui i prodotti che comprano provengono.

Conclusioni

La forte dipendenza dalle importazioni rappresenta oggi una caratteristica strutturale del sistema alimentare danese. Rafforzare la produzione locale di frutta e verdura, soprattutto attraverso innovazione tecnologica e serre ad alta efficienza energetica, può contribuire a rendere il sistema più resiliente e sostenibile.

Allo stesso tempo, l’importazione continuerà a svolgere un ruolo fondamentale per garantire varietà, continuità di approvvigionamento e competitività dei prezzi. In questo contesto, i Paesi del Sud Europa, e in particolare l’Italia, rappresentano partner naturali per la Danimarca. Grazie a un settore ortofrutticolo altamente sviluppato, agli standard qualitativi elevati e alla posizione di vicinanza, all’interno del mercato unico europeo, i prodotti italiani possono integrare l’offerta locale soprattutto nei periodi in cui la produzione danese è limitata.

Il futuro del settore ortofrutticolo danese potrebbe quindi basarsi su un equilibrio tra rafforzamento della produzione locale e collaborazioni commerciali solide all’interno dell’Unione Europea, dove l’Italia può giocare un ruolo strategico come fornitore affidabile di prodotti di qualità. In questa prospettiva, il mercato danese rappresenta un’interessante opportunità per le imprese italiane del settore agroalimentare che vogliono espandere la propria presenza nel Nord Europa.

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio italiana in Danimarca)

Ultima modifica: Lunedì 30 Marzo 2026
Lunedì 30 Marzo 2026

Notizie dai mercati esteri - Germania

Transizione energetica: traguardi in Europa

Il 2025 si è chiuso con un traguardo storico per la transizione energetica in Europa: per la prima volta, le energie rinnovabili hanno superato i combustibili fossili nella produzione di elettricità. Solare ed eolico hanno generato il 30% dell’energia elettrica complessiva, superando il 29% proveniente dalle fonti fossili. Il fotovoltaico, in particolare, ha vissuto un anno eccezionale, con una crescita del 20% rispetto al 2024 grazie a un’annata particolarmente soleggiata.

In Germania il 2025 ha segnato un record assoluto: la produzione fotovoltaica ha superato per la prima volta quella da metano, rafforzando ulteriormente il ruolo delle rinnovabili. Il sorpasso delle rinnovabili sui combustibili fossili a livello nazionale era già avvenuto nel 2024.

In Italia il punto di svolta non è ancora stato raggiunto, complice il persistente ricorso al metano, ma il trend delle rinnovabili continua a essere positivo. Il solare ha registrato un nuovo massimo storico di 44 TWh, con un picco di 5,7 TWh nel solo mese di giugno (+35,6% rispetto a giugno 2024).

Il salario minimo in Germania

La Germania è tra i Paesi europei con il salario minimo più elevato. All’inizio del 2026 la retribuzione minima oraria ha raggiunto i 13,90 euro lordi, con un aumento di oltre il 60% rispetto all’introduzione della misura nel 2015. Il governo federale ha inoltre annunciato ulteriori rialzi per il 2027.

Ma quanti sono i lavoratori che dipendono dal salario minimo? E in quali settori si concentrano?

Chi percepisce il salario minimo?

Secondo le stime più recenti, circa 6,9 milioni di lavoratori, pari al 17% dei rapporti di lavoro, sono pagati al livello minimo salariale. La maggior parte è impiegata in attività del terziario a bassa remunerazione, in particolare:

  • commercio al dettaglio (retail)
  • ristorazione, hospitality e food service (HoReCa)
  • logistica e distribuzione
  • servizi di pulizia
  • vigilanza e sicurezza

Il fenomeno riguarda soprattutto le donne e i residenti della Germania orientale, aree tradizionalmente caratterizzate da retribuzioni più basse.

Il ruolo dei Minijobs

Parlando di lavoro a basso reddito, in Germania è impossibile ignorare i Minijobs. Si tratta di una forma contrattuale molto diffusa, caratterizzata da un reddito mensile limitato, dal 2026 massimo 603 euro al mese, e da una tassazione ridotta.

I minijobs sono pensati per attività flessibili e di breve durata, spesso svolte da:

  • studenti
  • pensionati
  • lavoratori part-time

Secondo i dati della Minijob-Zentrale, i minijobber attivi erano così suddivisi:

  • 6,7 milioni occupati nel commercio e nei servizi
  • la restante parte impiegata presso abitazioni private

Interessante anche il dato anagrafico: il 63,4% dei minijobber ha meno di 25 anni.

Contratti collettivi: differenze tra Italia e Germania

I contratti collettivi (Tarifverträge) vengono negoziati tra sindacati e datori di lavoro. Regolano aspetti cruciali: livelli salariali, orari di lavoro, ferie e altri diritti.

A differenza dell’Italia, dove i CCNL coprono praticamente tutte le aziende del settore, in Germania l’applicazione dei contratti collettivi non è obbligatoria. Ne consegue una forte differenza nei tassi di copertura:

  • Italia: secondo il CNEL (2025), il 97% dei lavoratori è coperto da 99 CCNL; nel terziario la quota scende all’85%.
  • Germania: solo il 49% dei lavoratori è coperto da un contratto collettivo (42% da un contratto settoriale, 7% da un contratto aziendale).

Il dato tedesco mostra inoltre una progressiva erosione della copertura contrattuale: nel 1998 era del 68% per i contratti settoriali e dell’8% per quelli aziendali (dati: Statistisches Bundesamt).

La copertura contrattuale varia però enormemente da settore a settore:

  • Amministrazione pubblica: 100%
  • Istruzione: 80%
  • Servizi finanziari e assicurativi: 72%
  • Hotellerie: 23%
  • Intrattenimento: 20%

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana per la Germania (ITKAM))

Ultima modifica: Lunedì 30 Marzo 2026
Lunedì 30 Marzo 2026

Turismo 2025: crescita record e nuove dinamiche della domanda

Il settore turistico europeo continua il suo percorso di crescita. Nel 2025, Italia e Germania hanno registrato nuovamente un alto numero di pernottamenti, sottolineando così l’importanza economica del settore per l’occupazione e la creazione di valore regionale.
Allo stesso tempo, la cucina e la gastronomia stanno assumendo un ruolo sempre più rilevante come motivazione di viaggio. Il riconoscimento della cucina italiana come patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO ne rafforza ulteriormente il prestigio internazionale.

Turismo in Italia
Nel 2025 l’Italia ha raggiunto complessivamente 146,3 milioni di arrivi e 479,3 milioni di pernottamenti (+2,3%), registrando il valore più alto in Europa. Oltre il 55% dei visitatori proveniva dall’estero, contribuendo in maniera significativa alla creazione di valore dell’economia turistica per oltre 60 miliardi di euro. I visitatori internazionali restano il principale motore di crescita, con una durata media del soggiorno di circa 3,6 notti (5,03 notti nelle strutture extralberghiere) e una spesa di circa 930 € a persona.
Nell’estate 2025 le presenze straniere sono aumentate dell’8,3%, così che il 54,7% di tutti i pernottamenti estivi è stato generato da ospiti internazionali. L’occupazione rilevata tramite piattaforme online si è attestata al 39,1%, posizionando l’Italia davanti a Spagna, Grecia e Francia nel confronto europeo. Le principali motivazioni di viaggio sono state il mare, seguito dalle regioni montane, i viaggi nelle città d’arte e culturali, nonché i borghi storici e le destinazioni rurali.

Turismo in Germania
La Germania ha registrato nel 2025 complessivamente 497,5 milioni di pernottamenti (+0,3%), raggiungendo così un nuovo livello record. 413,7 milioni di pernottamenti sono stati effettuati da ospiti nazionali (+0,7%), mentre 83,8 milioni da ospiti stranieri (–1,8% rispetto all’anno precedente, influenzato dal Campionato Europeo di calcio). La quota degli ospiti internazionali si è attestata al 16,8%.
Per quanto riguarda le tipologie di alloggio, si è registrata una lieve diminuzione dell’hotellerie (–0,4%), uno sviluppo quasi stabile nelle strutture di vacanza (+0,2%) e una crescita significativa del segmento campeggio (+4,2%).

Cambiamento della domanda e nuove destinazioni
Per il 2026 si delineano nel settore turistico europeo nuovi modelli di domanda. Sostenibilità, benessere e incontri autentici assumono sempre maggiore importanza, mentre i viaggiatori preferiscono destinazioni meno conosciute per evitare consapevolmente l’overtourism. Ciò apre nuove opportunità soprattutto per regioni con una forte identità culturale e culinaria.
La Germania ricopre un ruolo centrale: con 497,5 milioni di pernottamenti è uno dei mercati turistici più grandi d’Europa ed è con il 19,9% il principale mercato di origine dei visitatori stranieri in Italia. Il 45% dei tedeschi considera l’offerta gastronomica nella scelta della destinazione; paesaggi, attrazioni e prodotti enogastronomici regionali rientrano tra le tre esperienze di viaggio più importanti.
Nel complesso, ciò indica un cambiamento strutturale: dal prodotto standardizzato verso formati personalizzati, sostenibili e radicati nel territorio, caratterizzati da un maggiore valore aggiunto.

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana per la Germania (ITKAM))

Ultima modifica: Lunedì 30 Marzo 2026
Lunedì 30 Marzo 2026

Nizza rafforza i suoi legami con l’Italia nel 2026

Nel 2026, l’aeroporto Nice Côte d’Azur propone nuove destinazioni dirette verso l’Italia: Roma, Olbia, Napoli, Milano, Bari, Venezia, Palermo, Cagliari e Firenze. È un dato semplice, ma significativo. Conferma che tra Nizza e l’Italia il legame resta molto concreto. Non dipende soltanto dalla vicinanza geografica, ma si vede anche nella regolarità degli spostamenti e nella continuità dei collegamenti.

Una rete di destinazioni italiane strutturata e diversificata

L’aspetto interessante è che questa rete non si basa solo su una o due grandi città. Certo, Roma resta una direttrice centrale. Ma l’offerta comprende anche collegamenti verso Firenze, Venezia, Napoli, Bari, Palermo, Olbia, Cagliari e Milano Malpensa. Questo dà un’immagine abbastanza chiara del rapporto tra Nizza e l’Italia: non un legame limitato a poche città principali, ma un insieme di connessioni che tocca territori diversi e risponde a esigenze di mobilità altrettanto diverse.

Collegamenti al servizio del turismo e degli scambi

Il programma ufficiale dei voli per l’estate 2026, valido dal 29 marzo al 24 ottobre e aggiornato al 6 marzo 2026, permette di entrare più nel dettaglio. Roma Fiumicino è servita da easyJet, ITA Airways e Wizz Air, per un totale di 38 voli settimanali. Napoli arriva a 10 voli alla settimana. Olbia è proposta tutti i giorni tra il 3 aprile e il 23 ottobre. Al contrario, alcune rotte hanno un profilo più stagionale, come Cagliari, operata dal 23 giugno al 29 agosto, oppure Milano Malpensa, servita dal 24 maggio al 27 settembre. Queste differenze mostrano chiaramente che non tutte le linee rispondono allo stesso bisogno. Alcune sono più legate all’alta stagione, altre accompagnano flussi più regolari.

Una dinamica che si conferma nel tempo

Questa presenza italiana non nasce oggi. Già nell’estate 2025, il Gruppo Aéroports de la Côte d’Azur metteva in evidenza diverse evoluzioni del proprio network, con Firenze, Lamezia Terme e Venezia tra le novità di stagione. In altre parole, il 2026 non rappresenta una svolta improvvisa. Conferma piuttosto una tendenza già avviata, con una presenza dell’Italia sempre più visibile nell’offerta dell’aeroporto di Nizza.

Una piattaforma aeroportuale di primo piano nel Mediterraneo

Bisogna anche collocare questi collegamenti nel quadro più ampio della piattaforma aeroportuale nizzarda. Nel 2025, Nice Côte d’Azur ha registrato 15,23 milioni di passeggeri, contro 14,8 milioni nel 2024. L’aeroporto propone 122 destinazioni dirette, operate da 61 compagnie di linea, verso 45 Paesi. In una rete di queste dimensioni, il ruolo dell’Italia non è affatto secondario. Al contrario, rappresenta una delle connessioni più naturali e più importanti per Nizza.

Destinazioni che riflettono la varietà dei rapporti con l’Italia

Non tutte le città italiane servite da Nizza raccontano la stessa storia. Roma resta una direttrice evidente, sia sul piano istituzionale sia su quello economico e turistico. Firenze e Venezia rimandano più chiaramente a una mobilità culturale e patrimoniale. Napoli, Bari, Palermo, Olbia e Cagliari mostrano invece un’altra realtà, più ampia, più mediterranea e in parte anche più stagionale. Ed è proprio questa varietà a rendere il tema interessante: dimostra che il rapporto tra Nizza e l’Italia non si esaurisce in pochi collegamenti scontati.

Nizza, un punto di collegamento naturale tra la Costa Azzurra e l’Italia

In fondo, questa mappa dei collegamenti aerei conferma una realtà piuttosto semplice. Nel 2026, Nizza resta uno degli accessi più diretti tra la Costa Azzurra e l’Italia. Queste rotte non sono soltanto comode. Mantengono vivi scambi molto concreti tra due territori che continuano a frequentarsi, a lavorare insieme e a dialogare con continuità. Ed è anche per questo che queste nove destinazioni contano: perché dicono qualcosa di stabile e reale sul posto che l’Italia continua ad avere nella vita economica, turistica e umana della Costa Azzurra.

(Contributo editoriale a cura della Chambre de Commerce Italienne Nice, Sophia-Antipolis, Cote d'Azur)

Ultima modifica: Lunedì 30 Marzo 2026
Lunedì 30 Marzo 2026

L’inflazione in Francia torna a salire nel mese di febbraio

Dopo il rallentamento di gennaio, l’inflazione in Francia ha registrato a febbraio un netto rimbalzo, secondo le prime stime dell’INSEE.

Su base annua, i prezzi al consumo sono aumentati dell’1%, contro lo 0,3% di gennaio che era il livello più basso dalla fine del 2020. Su base mensile, l’aumento è stato ancora più marcato: +0,7% rispetto a gennaio, dopo un calo dello 0,3% nel mese precedente.

Secondo l’INSEE, il rimbalzo è dovuto principalmente sia all’effetto base dell’energia, i cui prezzi continuano a diminuire anche se meno rispetto a febbraio dell’anno scorso, che ad aumenti stagionali dovuto alla crescita dei prezzi dei servizi e all’aumento dei prezzi dei prodotti manifatturieri. Anche i prezzi di alimentari, energia e tabacco risultano in un lieve aumento.

Infine, l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCH) -utilizzato per confrontare i Paesi della zona euro e come riferimento per la Banca centrale europea- mostra un andamento simile: +1,1% su base annua a febbraio, contro +0,4% a gennaio.

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana per la Francia di Marsiglia)

Ultima modifica: Lunedì 30 Marzo 2026
Lunedì 30 Marzo 2026

Intelligenza Artificiale: Il Lussemburgo ritiene necessario rivedere l'orientamento professionale e l'apprendimento permanente per preservare l'occupabilità e la competitività industriale

Di fronte alla rapida evoluzione tecnologica, le aziende sono alla ricerca di candidati sempre più qualificati per garantire che i propri dipendenti possiedano le basi accademiche necessarie per adattarsi a nuovi strumenti e processi.

In un mercato del lavoro cupo, le previsioni di assunzioni nel settore industriale in Lussemburgo sono in aumento del 53,65%. Mentre il livello di competenze richieste aumenta, Fedil, la Federazione degli industriali del Lussemburgo, si batte affinché il sistema educativo si allinei alle aspettative delle aziende.

Nell'indagine biennale "Le qualifiche di domani nell'industria" della si evince la  tendenza in termini di intenzione di reclutamento e targeting dei profili più ricercati.

Nei prossimi due anni, si prevede che il settore industriale creerà 3.027 posti di lavoro, con un aumento del 53,65% rispetto alle previsioni del 2024. Di questi, 1.715 sono nuove posizioni (56,66%), mentre 1.312 sono sostituzioni. La maggiore richiesta riguarda ruoli nel settore manifatturiero e dei processi industriali, con 1.518 posizioni. Seguono il settore edile (590 posizioni, di cui 331 nuove), ruoli di supporto IT (394 posizioni) e ruoli nei trasporti (138 posizioni).

In particolare, tra tutte le previsioni di assunzioni e i programmi di formazione desiderati, le lauree triennali sono salite per la prima volta al primo posto con il 34,6%, segnando un aumento significativo rispetto al 2024 (17,5%). Seguono i diplomi di formazione professionale (DAP) con il 28,2% e la formazione tecnica al terzo posto (12,4%). Le qualifiche più elevate – lauree triennali e magistrali/dottorati – sono più richieste nei settori industriale, del supporto amministrativo e del supporto IT.

Di fronte ai rapidi progressi tecnologici, le aziende stanno dando priorità a questo livello di qualificazione per garantire che i dipendenti possiedano le basi accademiche necessarie per adattarsi a nuovi strumenti e processi.

Tra questi nuovi strumenti c'è l'intelligenza artificiale (IA), considerata un importante motore di trasformazione che influenza sia il mercato del lavoro che le esigenze formative.

Secondo Fedil, l’AI ha un impatto sul contesto generale del mercato, tanto quanto sulla situazione economica dell'industria. Per affrontare questa evoluzione, la federazione ritiene che l'attenzione debba essere rivolta allo sviluppo delle competenze durante la formazione iniziale, la formazione continua e la riqualificazione. L'IA non dovrebbe essere trattata in modo isolato, ma piuttosto come una sfida globale che richiede una profonda revisione dell'orientamento professionale e dell'apprendimento permanente per preservare l'occupabilità e la competitività industriale.

Sebbene lo studio costituisca un indicatore chiave della creazione di posti di lavoro, rappresenta anche un campanello d'allarme per il governo. René Winkin, direttore di Fedil, sottolinea la necessità di un orientamento scolastico più preciso per allineare meglio i programmi accademici alle reali esigenze delle imprese. Questo messaggio è stato recepito chiaramente dai tre ministri presenti alla presentazione dello studio mercoledì 11 marzo: Claude Meisch, Ministro dell'Istruzione; Stéphanie Obertin, Ministro dell'Istruzione Superiore; e Marc Spautz, Ministro del Lavoro.

Claude Meisch ha sottolineato l'importanza dell'orientamento professionale precoce, a partire dalla scuola primaria, "mirato a stimolare l'interesse dei giovani per la scienza e le attività manuali", e la necessità di offrire percorsi flessibili, inclusi programmi di formazione condensati e ponti verso l'istruzione superiore, per promuovere le professioni tecniche.

Stéphanie Obertin ha sottolineato la responsabilità collettiva di aziende e istituti scolastici nell'investire nel capitale umano. Di fronte alla transizione ecologica e alla trasformazione digitale, ha ribadito la necessità di formare ingegneri, tecnici e professionisti ibridi in grado di muoversi tra l'industria e l'IT.

Marc Spautz ha auspicato una stretta collaborazione tra gli attori economici per adattare la forza lavoro alle future sfide dell'industria, sottolineando l'imperativo di investire nella formazione continua per colmare il divario tra titoli accademici ed esigenze pratiche. "La nostra strategia deve basarsi su una migliore identificazione dei talenti e sull'implementazione di programmi di transizione professionale più agili".

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italo-Lussemburghese a.s.b.l)

Ultima modifica: Lunedì 30 Marzo 2026