Martedì 2 Giugno 2026
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Seoul un tempo era definita la “mecca delle supercar”, dove il rombo di Ferrari e Lamborghini si sentiva più spesso che a Roma. Nel 2024, le vendite Lamborghini in Corea (487 unità) hanno persino superato quelle dell’Italia, paese d’origine del marchio (479 unità). Il mercato era talmente vivace che negli ultimi tre anni gli amministratori delegati globali di Lamborghini, Rolls-Royce, Bentley, Ferrari e Maserati hanno visitato ripetutamente la Corea per seguire da vicino il mercato locale.
Tuttavia, la corsa apparentemente inarrestabile dei marchi di supercar ha iniziato a rallentare quest’anno. Secondo gli analisti, il mercato starebbe entrando in una fase di stagnazione a causa del protrarsi degli alti tassi di interesse, che hanno aumentato i costi di leasing e finanziamento, e del raffreddamento della “revenge spending” esplosa dopo il Covid-19. Anche la transizione dell’industria automobilistica dai motori endotermici all’elettrificazione ha contribuito a rendere i consumatori più cauti.
Secondo la Korea Imported Automobile Association, tra gennaio e aprile di quest’anno le vendite Lamborghini sono scese a 80 unità, contro le 127 dello stesso periodo dell’anno precedente (-37%). Anche Ferrari è passata da 130 a 75 unità (-42,3%), praticamente dimezzandosi. Rolls-Royce è calata da 65 a 56 unità (-13,8%).
Solo Bentley ha registrato un aumento, passando da 60 a 139 unità grazie al lancio di due nuovi modelli, ma si tratta comunque di circa due terzi rispetto al 2023 (213 unità). Per questi marchi, il cui prezzo per vettura varia tra 400 e 800 milioni di won, anche poche decine di auto in meno significano centinaia di milioni di won di fatturato persi. Anche Porsche, regina delle sportive di lusso, è scesa del 20,7%, passando da 3.515 a 2.786 unità.
La Corea era stata finora uno dei mercati strategici per le supercar di lusso. Nel 2024 Lamborghini ha venduto più auto in Corea che in Italia, mentre nel 2022-2023 la Corea è stata il primo mercato Asia-Pacifico per Bentley. Maserati e Ferrari hanno persino aperto filiali locali per rafforzare la loro presenza. Nel 2018 Lamborghini ha scelto proprio la Corea per la prima mondiale del SUV Urus, dimostrando l’importanza del mercato coreano. Nel 2022 Bentley ha inoltre inaugurato a Dongdaemun, Seoul, la prima “Bentley Tower” al mondo, un edificio showroom di 11 piani inesistente persino nel Regno Unito.
Crescono invece le berline ultra-lusso
Secondo il settore, il principale motivo della crisi delle supercar è l’impatto combinato di alti tassi d’interesse e cambio sfavorevole. La maggior parte delle supercar da centinaia di milioni di won viene acquistata tramite leasing o finanziamenti aziendali. Con il protrarsi degli alti tassi, i costi di leasing sono aumentati sensibilmente. A ciò si è aggiunta la pressione del cambio valutario, che ha reso più prudenti persino i grandi patrimoni.
Anche la fine della domanda legata alla revenge spending post-pandemica ha avuto il suo peso. Un operatore del settore ha dichiarato: “Durante la pandemia, non potendo viaggiare all’estero, molti hanno riversato la domanda repressa sulle auto di lusso. Ora quella bolla si sta sgonfiando”.
Anche la transizione verso l’elettrificazione dell’industria automobilistica viene considerata una delle cause del rallentamento. Molti clienti di fascia alta preferiscono attendere, temendo la svalutazione delle auto endotermiche. Il fatto che i marchi di supercar stiano attraversando difficoltà non solo in Corea ma anche a livello globale rafforza questa interpretazione. Lo scorso anno le vendite Ferrari sono diminuite dello 0,8%, Rolls-Royce dello 0,8% e Bentley del 5%, mentre Maserati ha subito un crollo del 30%.
Mentre le supercar rallentano, il mercato delle berline ultra-lusso continua invece a crescere. Tra gennaio e aprile la BMW Serie 7 ha registrato un aumento del 9,4%, con 2.148 unità vendute. Anche la Mercedes-Benz Classe S è salita del 4%, passando da 1.256 a 1.306 unità. Le vendite Maybach, con prezzi intorno ai 300 milioni di won, sono aumentate del 10,6%.
Secondo un rappresentante del settore, “il mercato coreano dell’auto di lusso si sta spostando dalle supercar alle berline premium orientate a un utilizzo quotidiano”.
(Contributo editoriale a cura della Italian Chamber of Commerce in Korea)
Parte di un più vasto progetto europeo per la connettività marina, il corridoio baltico-adriatico mira alla costruzione di una rete ferroviaria, in grado di collegare i due mari, con una rete attiva in regioni di Italia, Polonia, Repubblica ceca, Slovenia, Slovacchia e Austria. L’iniziativa è volta alla creazione di un sistema di collegamenti intermodali che siano in grado di superare gli svantaggi dei territori con deficit infrastrutturali e al contempo potenziare il trasporto ferroviario delle merci. In un’ottica macroeconomica italiana, il potenziamento delle infrastrutture in polonia, si traduce in opportunità significative per le industrie italiane del settore ingegneristico, rinomate nella regione baltica per la loro competitività.
L’Italia si conferma protagonista attivo dell’iniziativa. Il suo coinvolgimento evidenzia l’importanza strategia degli snodi principali del corridoio, in particolare i porti dell’adriatico di Venezia e Trieste, che ricoprono un ruolo principale nei collegamenti europei.
Asse portante del corridoio – Rail Baltica, il più vasto progetto strategico europeo che consolida la presenza italiana grazie alla partecipazione del gruppo FS e di Italferr. Rail baltica, è volta a creare una rete di collegamenti infrastrutturali per L’Unione Europea. Con un’estensione di 900km, e un valore complessivo di circa 2 miliardi di euro, Rail baltica si snoda attraverso 5 paesi: Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia e Finlandia, collegando i Baltici direttamente con il sistema di ferrovie europeo. Tra gli obiettivi chiave del progetto : incremento della sostenibilità, riduzione significativa dei tempi di percorrenza e armonizzazione degli standard ferroviari europei. La transizione dei vecchi sistemi locali ai parametri comunitari consentirà ai treni di viaggiare senza interruzioni oltre i confini, evitando pause e cambiamenti di equipaggiamento.
Punto cardine della “rail baltica” Italferr, è il più grande progetto di elettrificazione ferroviaria realizzata in Europa. L’accordo per l’elettrificazione di rail baltica e stato formalizzato a Vilnius nel settembre 2025 tra il consorzio COBELEC (gruppo Cobra & Elecnor) e il gruppo italiano Italferr. Il contratto rappresenta un grande successo per L’Italia, in quanto ha sancito la centralità dell’ ingegneria italiana nella realizzazione dell’opera. La linea ha origine nella capitale polacca e si estende fino a Tallinn, raggiungendo Helsinki mediante un corridoio sottomarino.
Il contratto rappresenta uno snodo fondamentale per lo sviluppo infrastrutturale nei baltici e il suo più ampio coinvolgimento nel sistema ferroviario europeo. Inoltre, l’iniziativa genererà grandi benefici in termini economici e commerciali. Oltre a stimolare significativamente lo sviluppo urbano, il progetto avrà un grande impatto in termini di sostenibilità e interoperabilità, senza contare l’ impatto sull’occupazione. Secondo le stime, l’opera genererà più di 10.000 nuovi impieghi.
Protagonista dell’iniziativa, la società ingegneristica del gruppo Fs è l’organo deputato alla supervisione e coordinamento dei sistemi di segnalazione e dei sistemi energetici secondari. Inoltre, il gruppo avrà il compito di monitorare la realizzazione di una nuova linea ad alta velocità in Lettonia. Il progetto di elettrificazione dà il via ad una fase operativa senza precedenti, che trasformerà la mobilitò nella regione baltica, creando un efficiente asse ferroviario al centro dell’Europa.
Guardando la questione da una prospettiva più ampia di integrazione nord-sud europea, tutto ciò si inserisce su un livello superiore nella “three seas initiaive” (3SI) una strategia di carattere politico ed economico, volta ad una migliore integrazione dell’Europa orientale con l’UE occidentale.
In merito a ciò, il recente vertice dell’iniziativa, avvenuto a Dubrovnik gli scorsi 28 e 29 aprile, ha consolidato il ruolo dell’Italia come hub economico nel Mediterraneo e formalizzato la sua adesione come partner strategico. Per comprendere l’ampiezza del progetto, basti sapere che l’iniziativa coinvolge 13 paesi e lavora per la promozione di progetti volti alla connessione infrastrutturale, energetica ed economica.
Tra gli obiettivi strategici dell’iniziativa:
Inoltre, alla luce dei recenti avvenimenti geopolitici e l’invasione russa dell’Ucraina, l’iniziativa assume un ruolo ancora rilevante anche in termini di difesa e sicurezza. Il nuovo sistema ferroviario, infatti, consentirà un rapido spostamento delle truppe e agevolerà la mobilità lungo i corridoi marittimi del Nord-baltico e baltico- Nero -Egeo.
Punti di forza delle industrie italiane:
La crescente rilevanza della regione Baltica come area strategica europea ė il risultato di una combinazione di fattori geopolitici ed economici che stanno ridefinendo gli equilibri del continente. In particolare, si possono individuare tre fattori principali:
All’interno di questo scenario, la Polonia si afferma come snodo strategico del Corridoio Baltico-Adriatico. La sua posizione geografica la rende un punto di connessione naturale tra Europa occidentale, Europa centrale e Paesi baltici, oltre che un ponte verso l’Ucraina.
Oltre alle iniziative promosse nell’ambito della Three Seas Initiative, il Paese è al centro di un ampio programma di sviluppo infrastrutturale. In particolare, l’espansione del porto di Danzica rappresenta uno degli interventi più rilevanti: lo scalo ha registrato una crescita significativa dei volumi di traffico, superando gli 80 milioni di tonnellate annue di merci movimentate, consolidando il proprio ruolo come porta d’accesso per i flussi commerciali verso l’Europa centrale e orientale.
Inoltre, gli investimenti in ampliamento delle infrastrutture portuali stanno rafforzando in modo significativo la competitività dello scalo. In particolare, la realizzazione del terminal container di ultima generazione T3 – parte del Baltic Hub – e il potenziamento dei collegamenti intermodali attraverso il programma europeo Connecting Europe Facility 2, con finanziamenti pari a circa 100 milioni di euro, stanno migliorando l’integrazione del porto con le reti di trasporto europee. Questi interventi consentono a Danzica di attrarre traffici globali, accogliere navi di grandi dimensioni e rafforzare la propria posizione nelle principali rotte marittime internazionali.
Parallelamente, la Polonia sta investendo nello sviluppo del progetto Port Polska (ex Centralny Port Komunikacyjny), un ambizioso hub multimodale situato tra Varsavia e Łódź, destinato a integrare trasporto aereo, ferroviario e rete stradale. Il progetto prevede l’apertura dell’aeroporto entro il 2032, con una capacità iniziale stimata tra 34 e 44 milioni di passeggeri annui, e la realizzazione di una rete ferroviaria ad alta velocità. Inserito nella rete TEN-T e sostenuto anche da finanziamenti europei, Port Polska contribuirà a rafforzare l’integrazione della Polonia nei flussi logistici continentali, consolidando ulteriormente il suo ruolo di piattaforma strategica per la mobilità e gli scambi tra Nord e Sud Europa.
In conclusione, lo sviluppo del Corridoio Baltico-Adriatico e delle infrastrutture ad esso collegate non rappresenta soltanto un avanzamento nella connettività europea, ma si configura come un vero e proprio fattore di trasformazione economica e strategica per l’intero continente. In questo scenario, la crescente centralità della regione baltica e il ruolo della Polonia come hub logistico ed energetico rafforzano l’integrazione tra Nord e Sud Europa, contribuendo a rendere le catene del valore più resilienti ed efficienti.
Per l’Italia, tale evoluzione si traduce in un insieme concreto di opportunità: dalla partecipazione a grandi progetti infrastrutturali, al rafforzamento della presenza industriale nei mercati dell’Europa centro-orientale, fino allo sviluppo di nuove partnership nei settori dell’ingegneria, dell’energia e delle tecnologie per la mobilità. In questo contesto, il sistema produttivo italiano è chiamato a cogliere le potenzialità offerte da un’Europa sempre più interconnessa, consolidando il proprio ruolo all’interno delle dinamiche di crescita e innovazione del continente.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio e dell'Industria Italiana in Polonia)
L’Agenzia per lo Sviluppo della Serbia (RAS) ha pubblicato un bando per la partecipazione al “Programma di fornitura del servizio standardizzato di mentoring ai settori dell’industria manifatturiera nel 2026”, un’iniziativa dedicata al sostegno delle piccole e medie imprese mature attive nel comparto manifatturiero.
Il programma prevede l’erogazione gratuita di un servizio di mentoring standardizzato rivolto alle aziende operanti nei seguenti settori: industria delle macchine e delle attrezzature, produzione di apparecchiature elettriche, industria alimentare, industria del legno e dell’arredamento, nonché industria della gomma e della plastica.
L’attività di mentoring si basa su una metodologia sviluppata dalla RAS dal 2006 in collaborazione con la Japan International Cooperation Agency (JICA). Il percorso prevede il coinvolgimento diretto di un mentor esperto che affiancherà l’impresa beneficiaria per un periodo compreso tra 25 e 75 ore, svolte prevalentemente presso la sede aziendale.
Durante il processo, il mentor e il rappresentante dell’impresa analizzeranno insieme l’andamento dell’attività, individueranno le principali criticità e gli ostacoli allo sviluppo, ma anche le opportunità di crescita e miglioramento. Sulla base dell’analisi effettuata, verrà elaborato un piano di sviluppo personalizzato volto a rafforzare la competitività e la sostenibilità dell’azienda.
La metodologia adottata definisce in modo dettagliato tutte le fasi del mentoring, incluse le attività sul campo, il numero di visite, la preparazione dei piani operativi e la rendicontazione finale, secondo quanto previsto dalla “Guida generale al mentoring”, terza edizione 2026.
Il bando resterà aperto fino all’11 giugno 2026, mentre il termine ultimo per la conclusione delle attività di mentoring è fissato al 20 novembre 2026.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italo-Serba)
Le terre rare e i minerali critici e strategici rappresentano oggi un insieme di risorse centrali nelle dinamiche dell’economia globale e della transizione tecnologica ed energetica. Pur essendo spesso utilizzati in modo intercambiabile, si tratta di categorie distinte che assumono rilevanza diversa a seconda dei contesti nazionali e delle esigenze industriali.
Gli elementi delle terre rare costituiscono un gruppo di 17 elementi chimici della tavola periodica, che comprende 15 lantanidi oltre a scandio e ittrio. Nonostante la denominazione, non si tratta di elementi necessariamente rari in natura, ma di risorse diffuse la cui estrazione risulta complessa per via della dispersione nei giacimenti. Sono utilizzati in applicazioni tecnologiche avanzate, tra cui turbine eoliche, veicoli elettrici, batterie, elettronica e sistemi di difesa.
Accanto a questi, i minerali strategici sono generalmente definiti come risorse considerate essenziali per lo sviluppo economico e industriale dei Paesi, con applicazioni in settori ad alta tecnologia, nella difesa e nei processi legati alla transizione energetica. I minerali critici, invece, sono individuati in base ai rischi legati alla sicurezza dell’approvvigionamento, che possono derivare dalla concentrazione geografica della produzione, dalla dipendenza da forniture esterne, da instabilità geopolitiche o da difficoltà di sostituzione.
La distinzione tra minerali strategici e critici non è univoca a livello globale: ogni Paese definisce le proprie liste in funzione delle priorità industriali e della propria esposizione alle catene di approvvigionamento. Inoltre, tali classificazioni possono evolvere nel tempo in relazione ai cambiamenti tecnologici, alle nuove scoperte geologiche e alle dinamiche della domanda internazionale. In questo quadro, alcuni minerali come litio, cobalto, grafite, nichel e niobio sono frequentemente ricompresi nelle principali liste di riferimento.
Le terre rare possono rientrare, a seconda del contesto, sia tra i minerali critici sia tra quelli strategici, evidenziando una sovrapposizione parziale tra le categorie: tutti gli elementi delle terre rare possono essere considerati strategici, mentre non tutti i minerali strategici rientrano nella categoria delle terre rare.
In questo scenario, il Brasile assume un ruolo significativo nel panorama globale delle risorse minerarie. Secondo i dati del Servizio Geologico Brasiliano (SGB), il Paese dispone della seconda riserva mondiale di elementi delle terre rare, pari a circa 21 milioni di tonnellate, equivalenti a circa il 23% delle riserve globali secondo lo United States Geological Survey (USGS). I principali giacimenti sono localizzati negli stati di Minas Gerais, Goiás, Amazonas, Bahia e Sergipe.
Il Brasile si distingue inoltre per la forte dotazione di altri minerali considerati strategici o critici a livello internazionale. In particolare, detiene le maggiori riserve mondiali di niobio, pari al 94% del totale globale con circa 16 milioni di tonnellate. Il Paese occupa anche la seconda posizione mondiale per le riserve di grafite e la terza per quelle di nichel, confermando un posizionamento rilevante nelle catene globali di approvvigionamento di materie prime critiche.
A livello nazionale, il Brasile ha definito un elenco di minerali strategici per lo sviluppo interno attraverso la Risoluzione n. 2 del 18 giugno 2021 del Ministero delle Miniere e dell’Energia. La classificazione distingue tra minerali da importare, minerali utilizzati in prodotti e processi ad alta tecnologia e minerali con vantaggio comparato e potenziale di generare surplus commerciale.
Nel contesto internazionale, queste risorse assumono crescente rilevanza geopolitica, anche per effetto della concentrazione delle capacità di raffinazione e produzione. In particolare, la Cina risulta tra i principali attori nel settore delle terre rare, mentre altri grandi economie, tra cui Stati Uniti e Unione Europea, stanno orientando le proprie strategie verso la diversificazione delle forniture.
Per il Brasile, questo scenario evidenzia un potenziale rilevante all’interno delle catene globali, ma anche una sfida legata allo sviluppo delle fasi industriali successive all’estrazione, come lavorazione e raffinazione, ancora non pienamente consolidate. Tale aspetto incide sulla capacità del Paese di trattenere maggiore valore lungo la filiera e di ridurre la dipendenza da prodotti a più alto contenuto tecnologico.
Nel complesso, il tema dei minerali critici e strategici si conferma un fattore strutturale nelle trasformazioni dell’economia globale, con impatti diretti sulle dinamiche industriali, energetiche e commerciali.
E-mart ha lanciato la versione retail esclusiva della pizza Margherita de "L'Antica Pizzeria da Michele", una delle pizzerie iconiche di Napoli, ora disponibile nei negozi di tutto il paese al prezzo di 11.980 KRW. Sviluppato in collaborazione con il produttore italiano di pizze surgelate Roncadin, il prodotto replica il gusto autentico di questa istituzione centocinquantennale per il consumo domestico. Questo lancio si inserisce nell'iniziativa strategica di E-mart di espandere i propri progetti globali di "approvvigionamento diretto", con l'obiettivo di portare ai consumatori nazionali i più famosi marchi culinari internazionali attraverso partnership commerciali vantaggiose in termini di costi.
(Contributo editoriale a cura della Italian Chamber of Commerce in Korea)
Le società energetiche europee Eni (Italia) e Repsol (Spagna) prevedono di iniziare l'esportazione di gas naturale dal Venezuela entro la fine del 2031. Questo piano fa seguito a un accordo con le autorità venezuelane per riattivare ed espandere la produzione in un importante giacimento offshore.
Secondo quanto riportato da Bloomberg, l'accordo raggiunto con la presidenza incaricata consentirà alle due compagnie di raddoppiare la produzione nel giacimento situato nel Golfo del Venezuela. Il gas naturale liquefatto (GNL) verrebbe esportato attraverso un terminale galleggiante.
Risarcimento e riserve
Un punto cruciale dell'accordo riguarda le garanzie ricevute da Eni e Repsol sulla compensazione di miliardi di dollari per il gas estratto negli anni passati a beneficio del mercato interno venezuelano, ma per il quale le aziende non avevano mai ricevuto pagamenti.
Colloqui in corso
Un portavoce di Eni ha confermato che l'azienda è in trattative costanti con Repsol e PDVSA per definire le condizioni potenziali e il quadro operativo necessario per l'esportazione. Sebbene le discussioni siano avanzate, si attende la finalizzazione dei dettagli tecnici e commerciali per concretizzare il passaggio del Venezuela da produttore interno a esportatore globale di gas.
Questa iniziativa segna un passo storico per il settore energetico del Paese, puntando a sfruttare il suo vasto potenziale gasifero per il mercato internazionale.
Il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (PNUD) ha stimato che l'economia del Venezuela registrerà una crescita del 7,4% del Prodotto Interno Lordo (PIL) entro la fine del 2026. Secondo il rapporto, questa espansione è determinata dai cambiamenti strutturali nel contesto economico, istituzionale e regolatorio avvenuti a partire dal 3 gennaio scorso.
Il rapporto dettagliato dell'agenzia ONU evidenzia diversi punti focali per l'anno in corso:
Nonostante la crescita positiva, il PNUD avverte che l'inflazione rimane uno dei principali ostacoli strutturali per l'economia venezuelana. Si stima che l'indice dei prezzi chiuderà l'anno intorno al 271,6%, il che limita la capacità di tradurre la crescita macroeconomica in un miglioramento immediato e sostenuto dei consumi e del reddito per la popolazione.
Il documento conclude che la stabilità del nuovo scenario dipenderà dalla capacità di mantenere le riforme istituzionali e di favorire un ambiente favorevole agli investimenti nei settori dell'energia e della produzione nazionale.
Dopo il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, anche il Banco Interamericano di Sviluppo (BID) si è dichiarato pronto a riprendere le proprie attività in Venezuela. Secondo quanto riportato da LatinFinance, questo rappresenta un passo fondamentale per ripristinare l'accesso del Paese al finanziamento multilaterale e sostenere la ripresa della sua economia.
Un portavoce del BID, con sede a Washington, ha confermato che l'istituzione dispone di un protocollo specifico per il riavvio delle attività e agirà non appena tale processo sarà concluso. «Riteniamo che questo sia un passo importante per reinserire il Paese nella comunità internazionale», ha dichiarato il portavoce.
Piani e settori strategici
Già lo scorso mese, il presidente del BID, Ilan Goldfajn, aveva anticipato che il gruppo ha elaborato studi e piani dettagliati su come distribuire le risorse nel Paese. Tali piani includono:
Secondo Goldfajn, l'istituzione attendeva solo il momento opportuno affinché i flussi finanziari potessero ricominciare a scorrere.
Normalizzazione internazionale
Il vicepresidente del settore Economia e Finanze del Venezuela, Calixto Ortega, ha sottolineato sabato scorso che la ripresa delle relazioni con il FMI e altri organismi risponde a una normalizzazione della rappresentanza del Paese dinanzi agli enti multilaterali. Si prevede che questo processo di riapertura prosegua gradualmente con altre istituzioni finanziarie globali.
Questo annuncio consolida la tendenza del Venezuela verso la riabilitazione nel sistema creditizio globale, aprendo nuove opportunità per il finanziamento di infrastrutture e progetti di sviluppo sociale e produttivo.
Le esportazioni venezuelane verso gli Stati Uniti (USA) hanno raggiunto, al 17 aprile, la metà dell'intero volume commercializzato lo scorso anno. Secondo i dati preliminari dell'Energy Information Administration (EIA), le spedizioni accumulate ammontano a 26,3 milioni di barili, il che rappresenta il 52% dei 50,9 milioni di barili esportati in tutto il 2025.
Questo balzo nelle vendite di greggio è il risultato della flessibilizzazione delle sanzioni, delle modifiche legali e degli accordi commerciali supervisionati da Washington a partire dall'inizio dell'anno.
Dati e posizionamento
Sebbene i dati dell'EIA siano settimanali e preliminari (i dati consolidati vengono pubblicati con due mesi di ritardo), essi costituiscono l'unica fonte pubblica per tracciare i flussi di greggio venezuelano verso il mercato statunitense.
Questo incremento non solo riflette una ripresa operativa, ma consolida il Venezuela come un attore chiave per la sicurezza energetica degli Stati Uniti in un contesto di cambiamenti geopolitici e riforme interne.
(Contributo editoriale a cura della Cámara de Comercio Venezolano-Italiana)
Secondo i dati del Ministero dell'Agricoltura e delle Terre, nei primi tre mesi del 2026 il Venezuela ha esportato un totale di quattromila tonnellate di caffè di produzione nazionale verso i mercati internazionali.
L'informazione è stata resa nota dal titolare del dicastero, Julio León Heredia, durante la recente spedizione di 140 tonnellate di caffè verde dal "Puerto Seco" dello stato Lara verso gli Stati Uniti. Il ministro ha indicato che l'Esecutivo Nazionale punta a continuare a dare impulso alla produzione e all'esportazione di questo prodotto.
Al riguardo, León Heredia ha inoltre specificato che, parallelamente alle esportazioni da Lara, sono state inviate circa cento tonnellate di caffè verde prodotto nello stato Portuguesa verso la Cina, distribuite in cinque container.
Tomás Elías Reyes, segretario per lo Sviluppo Economico di Lara, ha sottolineato che durante quest'anno dallo stato Lara sono stati venduti complessivamente 90 container di caffè verde a paesi come gli Stati Uniti, gli Emirati Arabi Uniti e l'Italia, secondo quanto riportato da una nota di VTV.
L'incremento delle esportazioni riflette lo sforzo del settore agricolo venezuelano per posizionare il caffè nazionale in mercati strategici e ad alta domanda.
(Contributo editoriale a cura della Cámara de Comercio Venezolano-Italiana)
Il Venezuela sta iniziando una nuova fase economica caratterizzata dal suo reinserimento nel sistema finanziario internazionale. Questo processo è accelerato dal recente allentamento delle sanzioni e dalla ripresa delle relazioni formali con organismi multilaterali come il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Mondiale.
Secondo l'analisi pubblicata, questo "disgelo" finanziario rappresenta un punto di svolta per l'economia nazionale, che è rimasta isolata dai mercati del credito globali per quasi un decennio. Il ritorno alla banca globale non solo facilita le transazioni commerciali internazionali, ma apre anche la porta a nuovi flussi di investimento straniero diretti a settori strategici.
Punti chiave della nuova tappa economica:
Sfide e prospettive
Sebbene l'ottimismo sia prevalente tra gli investitori, l'articolo sottolinea che il cammino verso la piena ripresa richiede riforme strutturali continue e una gestione trasparente delle risorse. La vicepresidente Delcy Rodríguez ha ribadito che, nonostante il ritorno in questi organismi, il Paese non prevede un programma di indebitamento aggressivo, ma si concentrerà sull'uso di fondi propri e sull'attrazione di capitali produttivi.
Questo ritorno alla "normalità" bancaria è considerato il pilastro fondamentale per sostenere la ripresa economica a medio e lungo termine, permettendo al Venezuela di riconnettersi con le catene di valore globali.
L'azienda energetica spagnola Repsol ha firmato un accordo con il Ministero degli Idrocarburi del Venezuela e con la compagnia statale PDVSA che le consentirà di riprendere il controllo delle operazioni e di incrementare la produzione di petrolio nel progetto Petroquiriquire, garantendo al contempo i meccanismi di pagamento.
Francisco Gea, Direttore Generale di Esplorazione e Produzione di Repsol, ha dichiarato che questo accordo sottolinea l'impegno dell'azienda nel Paese, dove opera ininterrottamente dal 1993. «Abbiamo gli asset e le capacità tecniche, operative e umane sul campo per aumentare la nostra produzione», ha sottolineato.
Obiettivi di produzione
La compagnia spagnola si è detta pronta a:
Attualmente, la produzione di Repsol in Venezuela ammonta a circa 45.000 barili lordi al giorno, concentrati principalmente a Petroquiriquire (una società mista composta per il 60% da PDVSA e per il 40% da Repsol).
Espansione dei campi e gas naturale
L'accordo prevede inoltre l'estensione della durata delle concessioni per il giacimento di Petroquiriquire e l'integrazione dei campi di Tomoporo e La Ceiba. Il progetto sarà sviluppato sotto una leadership condivisa, con Repsol che apporterà la sua esperienza logistica e commerciale.
Inoltre, il mese scorso Repsol e l'italiana Eni hanno firmato un altro accordo strategico con le autorità venezuelane per garantire la sostenibilità della produzione di gas naturale per tutto il 2026 nell'asset Cardón IV, di cui le due compagnie detengono il 50% ciascuna.
Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha previsto che l'economia del Venezuela crescerà del 4% nel 2026 e del 6% nel 2027, segnando un'accelerazione significativa rispetto all'1,5% registrato nel 2025. Questi dati, pubblicati nell'ultimo rapporto sulle Prospettive Economiche Mondiali (WEO), pongono il Paese al di sopra della media regionale.
Secondo l'organismo, l'America Latina e i Caraibi manterranno una crescita moderata, stimata al 2,3% nel 2026 e al 2,7% nel 2027. La performance della regione sarà condizionata da fattori esterni come l'aumento del costo delle materie prime, l'inasprimento delle condizioni finanziarie e la minore domanda globale.
Ripresa delle relazioni formali
Fonti citate da Bloomberg indicano che il FMI sta distribuendo un sondaggio tra i suoi membri in merito alla ripresa delle relazioni con il Venezuela. Questo sondaggio tra i paesi membri è un passaggio fondamentale affinché l'istituzione possa ristabilire legami formali con Caracas per la prima volta dopo decenni. Il documento è stato condiviso la scorsa settimana tra i direttori esecutivi del Fondo per essere trasmesso alle autorità di ciascun paese membro.
Le proiezioni del FMI suggeriscono che, nonostante l'incertezza globale, il Venezuela potrebbe beneficiare della sua posizione come esportatore di materie prime, in un contesto in cui il Fondo sta valutando attivamente il reinserimento del Paese nel sistema finanziario internazionale.
Il settore minerario venezuelano opera a meno del 20% della sua capacità installata, secondo le stime della Camera Mineraria del Venezuela (Camiven). Il presidente dell'associazione, Luis Rojas Machado, ha sottolineato che il settore si trova in una fase di estrema "cautela", con livelli molto bassi rispetto ai massimi storici raggiunti in passato.
Rojas Machado ha indicato due fattori principali come cause della scarsa produzione:
Sfide e competitività
Per rilanciare questa industria è necessaria l'immissione di capitali attraverso l'attrazione di investimenti stranieri, sebbene Rojas Machado abbia avvertito che i risultati sarebbero visibili solo a lungo termine, ovvero in un arco di tempo compreso tra i cinque e i dieci anni.
Per generare fiducia nei potenziali investitori, il presidente di Camiven ritiene che non basti aggiornare le leggi vigenti, ma sia fondamentale offrire garanzie di:
Nelle condizioni attuali, il settore minerario nazionale non risulta competitivo sul mercato internazionale rispetto a paesi della regione con una lunga tradizione, come Cile o Perù, né rispetto a nazioni emergenti come Colombia o Argentina. La riforma strutturale del settore resta dunque una condizione imprescindibile per la sua ripresa.
Il mercato azionario venezuelano ha iniziato il 2026 con una performance insolitamente dinamica. L'Indice Azionario Caracas (IBC) ha registrato un aumento annuo del 303,32% (misurato in dollari) durante il primo trimestre, in un contesto di maggiore attività e di ripresa dell'interesse per gli asset locali.
In termini nominali, l'indicatore è avanzato del 2.647%, attestandosi a 6.118,69 punti, riflettendo sia l'effetto inflazionistico sia il rinnovato movimento all'interno del mercato azionario.
Più operazioni e volumi più elevati
Il rialzo dell'indice è stato accompagnato da un incremento significativo dell'attività. Tra gennaio e marzo, la Borsa Valori di Caracas ha negoziato un totale di 190,8 milioni di dollari, il che rappresenta una crescita del 30,5% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Notevole anche l'espansione del numero di operazioni: si è passati dalle meno di 18.000 transazioni del primo trimestre dello scorso anno alle oltre 110.000 nel 2026.
La spinta della rendita variabile
Il maggior dinamismo si è concentrato nel mercato della rendita variabile (azioni), dove sono stati negoziati 56,5 milioni di dollari, con un salto del 592,82% su base annua. Questo segmento rappresenta già una parte significativa del totale scambiato in azioni durante l'intero anno 2025.
Questo comportamento suggerisce una rinnovata propensione per gli strumenti azionari, in un contesto in cui gli investitori cercano di proteggere il proprio valore a fronte della volatilità macroeconomica.
Nonostante il recupero, il mercato dei capitali venezuelano rimane di dimensioni ridotte rispetto ad altri paesi della regione. Tuttavia, i dati del primo trimestre indicano una riattivazione che, sebbene incipiente, comincia a consolidarsi, recuperando il ruolo della borsa come meccanismo di finanziamento e riserva di valore.
Il nuovo scenario economico del Venezuela, iniziato lo scorso gennaio e sostenuto dall'accordo energetico sottoscritto con gli Stati Uniti per l'estrazione e l'esportazione di petrolio, avrà un impatto su tutti i settori economici del Paese, compresi il commercio e i servizi.
In questo contesto, la Confederazione Nazionale del Commercio e dei Servizi (Consecomercio) prevede che il settore registrerà una crescita superiore al 12%. Tuttavia, il presidente dell'associazione, José Gregorio Rodríguez, ha avvertito che i miglioramenti non saranno immediati, ma diventeranno tangibili a partire dal secondo semestre dell'anno.
L'effetto a catena del petrolio
Rodríguez ha spiegato che il petrolio fungerà da "punta di diamante". L'attivazione di pozzi petroliferi richiede l'uso di impianti di perforazione e l'assunzione di personale che, a sua volta, aumenterà la domanda di beni e servizi:
«Potremmo avere una crescita superiore anche al 15% includendo telecomunicazioni e servizi», ha sottolineato Rodríguez, precisando però che si tratta di un processo graduale e non "magico".
Ostacoli e sfide
Nonostante l'ottimismo, il dirigente ha segnalato alcuni fattori che potrebbero frenare questa espansione:
Infine, Rodríguez ha esortato gli imprenditori a prepararsi attraverso la formazione del personale e il miglioramento dei processi di commercializzazione per essere competitivi di fronte all'arrivo di nuovi attori internazionali.
Secondo i dati sulla bilancia dei pagamenti aggiornati dalla Banca Centrale del Venezuela (BCV), le esportazioni totali hanno chiuso l'anno 2025 a 26,785 miliardi di dollari, il valore più alto dal 2018. Tuttavia, restano ancora lontane dal record storico di oltre 96 miliardi di dollari raggiunto nel 2012.
Record per il settore non petrolifero
Il dato più rilevante riguarda le esportazioni non petrolifere, che si sono attestate a 8,573 miliardi di dollari, registrando un aumento del 28% rispetto al 2024. Si tratta del valore più elevato da quando è iniziata la serie storica aggiornata dal BCV nel 1997, superando anche il picco di 7,261 miliardi di dollari riportato nel 2014.
Il settore petrolifero e le importazioni
Analisi della bilancia commerciale
I dati mostrano una progressiva ma complessa ripresa del commercio estero venezuelano. Nonostante la crescita degli ultimi due anni, le cifre attuali riflettono comunque una riduzione significativa delle dimensioni dell'economia rispetto al decennio scorso, causata da squilibri interni, calo degli investimenti e l'impatto delle sanzioni.
Le aspettative per il 2026 indicano che questi indicatori manterranno una tendenza alla crescita, sebbene permangano incertezze nel medio e lungo periodo.
(Contributo editoriale a cura della Cámara de Comercio Venezolano-Italiana)
L’incaricata d’affari degli Stati Uniti in Venezuela, Laura Dogu, ha riferito di aver incontrato una delegazione di investitori e aziende statunitensi a Caracas. L'obiettivo dell'incontro è stato quello di conoscere in prima persona le grandi opportunità offerte dalla nazione caraibica e di partecipare alla trasformazione economica del Paese.
Attraverso i suoi canali social, la diplomatica ha sottolineato che il settore privato degli Stati Uniti svolgerà un ruolo fondamentale «nella costruzione di un Venezuela stabile e prospero». Ha inoltre ribadito che le autorità statunitensi sono presenti per sostenere la crescita degli investimenti americani in territorio venezuelano.
La presidente incaricata del Venezuela, Delcy Rodríguez, ha confermato di aver tenuto una riunione con imprenditori nazionali e stranieri, dichiarando che la presenza di questa delegazione multinazionale riflette la fiducia nel Paese come luogo sicuro per investire e sviluppare alleanze produttive.
Rodríguez ha ribadito la necessità della cessazione delle sanzioni economiche, riaffermando che la nazione offre stabilità e sicurezza giuridica attraverso un quadro legislativo in costante rafforzamento. Questo impegno mira ad accompagnare gli investimenti in aree strategiche come gli idrocarburi e l'attività mineraria.
Secondo fonti ufficiali, oltre 120 aziende energetiche hanno visitato il Venezuela recentemente manifestando interesse a investire nel Paese, un segnale che evidenzia la nuova fase di apertura economica.
Il presidente della Camera Venezuelana del Commercio Elettronico (Cavecom-e), Richard Ujueta, ha riferito che si è registrata una crescita sostenuta dell’economia digitale nel primo bimestre del 2026.
In tal senso, ha precisato che nel mese di gennaio di quest’anno la crescita è stata del 4%, mentre a febbraio si è attestata al 7%, rispetto ai dati degli stessi mesi del 2025.
Ujueta ha sostenuto che questi risultati evidenziano «un mercato che ha superato la fase di adozione precoce ed è entrato sulla via del consolidamento».
Il presidente di Cavecom-e ha aggiunto che, secondo il rapporto dell'Ecosistema Interconnesso del Venezuela, il mercato digitale venezuelano rappresenta un ecosistema chiuso dell'economia di base, caratterizzato da un'elevata liquidità transazionale, con un flusso mensile vicino ai 10 miliardi di dollari.
Richard Ujueta ha sottolineato inoltre che il mercato digitale del Venezuela è un ecosistema ad alta operatività che funge da pilastro per l'economia reale del Paese.
La Banca Centrale del Venezuela (BCV) ha informato che l’economia venezuelana è cresciuta del 7,07% nel quarto trimestre del 2025 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, segnando così diciannove trimestri consecutivi di espansione per il Paese. L’istituto di emissione ha sottolineato che questo risultato è stato raggiunto in un contesto di sanzioni e restrizioni finanziarie intensificatesi verso la fine dell’anno, il che — secondo il rapporto — esalta la portata dei risultati ottenuti.
L’attività petrolifera è stata uno dei motori del trimestre, con una crescita del 13,41%, mentre il settore non petrolifero è avanzato del 5,30%. Nel bilancio annuale, il PIL ha chiuso il 2025 con una variazione positiva dell’8,66%.
All’interno delle attività non petrolifere, il BCV ha segnalato che l’Edilizia ha registrato l’espansione maggiore, con un 19,27%, seguita da vicino dal settore Minerario, cresciuto del 19,25%. Sono emersi anche i progressi nei servizi di Alloggio e ristorazione (+8,17%) e nel Commercio e riparazione di veicoli (+7,21%).
Il settore dei Trasporti e magazzinaggio è cresciuto del 6,95%, mentre il comparto Manifatturiero è avanzato del 6,05%. Le attività finanziarie e assicurative hanno mostrato un incremento del 5,85%, e i servizi di istruzione, sanità, intrattenimento e altri sono saliti del 5,53%. L’Agricoltura, da parte sua, ha registrato una crescita del 5,10%.
Il rapporto sottolinea che, mentre l’attività petrolifera apporta liquidità, settori come l’Edilizia, la Manifattura, l'Attività Mineraria e l'Agricoltura generano interconnessioni interne che rafforzano le catene del valore e conferiscono sostenibilità alla crescita.
Nonostante l’ambiente avverso, il BCV ha attribuito la continuità del dinamismo economico allo sforzo produttivo, alla capacità di adattamento e alla determinazione dei venezuelani nel sostenere la ripresa, avanzando — secondo il documento — con “fermezza, resilienza e fiducia”.
Il presidente della Camera Automobilistica del Venezuela (Cavenez), Eduardo Cáceres, ha evidenziato che nel mese di febbraio le vendite di veicoli nel Paese hanno registrato una crescita del 71% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.
Secondo i dati forniti, a febbraio 2025 sono state vendute 2.051 automobili, mentre nel secondo mese di quest'anno le vendite si sono attestate su circa 3.520 unità. Cáceres ha spiegato che, sebbene il 2025 sia stato un anno positivo per il settore, i primi due mesi del 2026 hanno raddoppiato il volume delle vendite rispetto al periodo analogo dell'anno scorso.
A gennaio di quest'anno, l'aumento su base annua era stato ancora più marcato, raggiungendo il 158% con 3.453 unità vendute. «La conclusione principale è che la tendenza dei consumi nel settore si mantiene stabile», ha affermato il rappresentante.
L'obiettivo per il 2026 è superare il traguardo delle 38.000 unità vendute lo scorso anno, con una stima di crescita superiore al 50%, puntando a totalizzare oltre 50.000 veicoli immessi sul mercato.
Attualmente, l'associazione riunisce 19 dei 46 marchi presenti nel Paese, con lo scopo di garantire il servizio post-vendita e la disponibilità dei ricambi. «La forza della Camera è obbligare i propri membri a rispettare gli standard di servizio al cliente», ha concluso Cáceres.
(Contributo editoriale a cura della Cámara de Comercio Venezolano-Italiana)
La maggioranza dei cechi non ha percepito nel 2025 un calo del potere d’acquisto. Lo indica un’indagine dell’agenzia pubblica CVVM.
Oltre la metà dei cechi ritiene che con il loro reddito hanno potuto acquistare nel 2025 circa lo stesso volume di beni e servizi come nel 2024. Un miglioramento del potere d’acquisto è stato poi segnalato dal dieci percento dei cechi, mentre il 37% degli intervistati ha dichiarato di poter acquistare meno beni e servizi. Il dato è in netto miglioramento rispetto al 2024, quando ben il 71% dei cechi aveva segnalato un calo del loro potere d’acquisto.
Il governo ceco ha approvato una nuova cessione di competenze a favore del dicastero guidato dal vicepremier Karel Havlíček. Al Ministero dell’Industria e del Commercio passerà l’agenda delle collaborazioni industriali nel settore militare e degli armamenti, che fino ad ora faceva capo al Ministero della Difesa. “Oggi il settore della difesa è tra quelli, che crescono maggiormente in Repubblica Ceca” ha sottolineato Havlíček. Dopo il trasferimento dovrebbe rimanere uno stretto legame tra le aziende del settore e le forze armate.
In marzo secondo la metodologia comunitaria i prezzi dei beni e servizi al consumo sono aumentati in Repubblica Ceca dell’1,5%. Si è trattato del secondo dato il più basso nell’Unione Europea, dove i prezzi sono aumentati in media del 2,8%.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio e dell'Industria Italo-Ceca)