Martedì 30 Giugno 2026
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Nell’ultimo decennio, il mondo del tech e dell’intelligenza artificiale ha segnato un grande cambiamento non solo nella nostra quotidianità, ma anche nel settore commerciale.
Il contesto macroeconomico statunitense resta caratterizzato da incertezza e volatilità dei mercati, in un quadro segnato da crescenti tensioni commerciali e da una competizione sempre più intensa nel campo dell’intelligenza artificiale. Infatti, il ciclo di investimenti nell'AI continua a crescere: l'analisi di Bridgewater Associates afferma che grandi aziende come Alphabet, Amazon, Meta e Microsoft investiranno circa 650 miliardi di dollari nel 2026 per espandere l'infrastruttura AI. Questo è un aumento significativo rispetto ai 410 miliardi di dollari dell'anno precedente. Il boom dell'intelligenza artificiale entra quindi in una fase più complessa e potenzialmente rischiosa, caratterizzata da una forte intensità di capitale e da una domanda continua di capacità computazionale che supera l'offerta, che spinge gli hyperscaler ad accelerare gli investimenti.
L’area metropolitana di New York City si conferma uno dei principali poli americani di innovazione in intelligenza artificiale nel 2026 grazie ad un ecosistema fortemente sostenuto da iniziative pubbliche e private. Il rapporto annuale di Tech NYC afferma che, nell'ultimo anno, le aziende tecnologiche basate nella città hanno raccolto oltre 28 miliardi di dollari in capitale venture, con più di 2.000 startup AI in attività e più di 40.000 professionisti specializzati nel settore. Il programma NYC AI Nexus, sostenuto dalla New York City Economic Development Corporation (NYCEDC), è una parte importante di questa crescita. Per promuovere l'adozione dell'IA nel tessuto economico urbano e facilitare la collaborazione tra startup e imprese locali, l'iniziativa, che è partita da un piano strategico per fare di New York una capitale globale dell'“Applied AI”, prevede programmi di accelerazione, partnership industriali e percorsi di formazione. Nel complesso, queste azioni, insieme alla presenza di grandi centri di ricerca e all'accesso a capitale e talenti, consolidano New York come un hub dinamico per applicazioni AI orientate all'uso enterprise con forti connessioni tra servizi finanziari, media, salute e altri settori strategici.
La rapida crescita del mercato dell'intelligenza artificiale offre nuove opportunità anche alle aziende italiane che operano in settori tecnologici e dei servizi avanzati negli Stati Uniti. Con una crescita annuale superiore al 30%, il mercato dell'AI negli Stati Uniti è tra i più dinamici a livello globale, con un valore stimato di circa 74 miliardi di dollari nel 2025, sostiene il report di Statista. Inoltre, gli Stati Uniti sono il centro di investimento globale più importante nel settore: secondo OECD, il mercato statunitense rappresenta circa il 75% del valore globale dei venture capital destinati alle imprese di intelligenza artificiale. Si aprono spazi significativi per collaborazioni tecnologiche, sviluppo di soluzioni specializzate e attività di ricerca e sviluppo in questo contesto, caratterizzato da una forte domanda di innovazione e digitalizzazione in settori come la produzione avanzata e i servizi professionali. Pertanto, le aziende italiane hanno l’esclusiva opportunità di sfruttare la loro competenza in aree come l'automazione industriale, il software e l'integrazione di sistemi digitali, aumentando la loro presenza negli Stati Uniti attraverso partnership industriali, investimenti e progetti congiunti nel campo dell'AI.
L'AI continua a rimodellare mercati, strategie aziendali e dinamiche lavorative a livello globale. In questo scenario, gli Stati Uniti si confermano uno dei principali poli di sviluppo e investimento del settore, offrendo anche alle aziende italiane nuove opportunità di collaborazione e crescita. La capacità di bilanciare innovazione tecnologica, formazione delle competenze e governance responsabile sarà determinante per cogliere appieno le potenzialità offerte da questo settore.
(Contributo editoriale a cura della Italy-America Chamber of Commerce)
Il mercato polacco del largo consumo sta vivendo una fase di forte evoluzione, nella quale la marca del distributore sta assumendo un ruolo sempre più strategico. Un fenomeno che, fino a pochi anni fa, veniva associato soprattutto alla ricerca del prezzo più conveniente, oggi si sta trasformando in una leva di posizionamento per le principali catene retail, sempre più attente a qualità, innovazione, sostenibilità e capacità di differenziare l’offerta.
Secondo le analisi presentate in occasione di MARCA Poland 2026, il private label rappresenta oggi circa il 23,5% della spesa FMCG delle famiglie polacche, con una crescita del 6,6% su base annua. Il valore del mercato avrebbe raggiunto nel 2025 circa 67 miliardi di zloty, con un incremento di 3,8 punti percentuali rispetto a cinque anni fa. Nonostante questa progressione, la Polonia resta ancora al di sotto della media europea, dove la marca del distributore ha già raggiunto una quota sensibilmente più elevata. Questo divario segnala un potenziale di crescita ancora importante, soprattutto in un mercato retail dinamico, competitivo e caratterizzato da consumatori sempre più selettivi.
La crescita del private label in Polonia non è più legata esclusivamente alla convenienza. Il consumatore polacco continua a prestare grande attenzione al prezzo, ma nelle decisioni di acquisto stanno assumendo un peso crescente anche gusto, qualità, salute, funzionalità del prodotto e rapporto complessivo tra valore percepito e costo. Le catene distributive rispondono a questa evoluzione rafforzando le proprie linee a marchio, non solo nei segmenti base, ma anche in categorie premium, salutistiche, biologiche, ready-to-eat, free from e ad alto contenuto di servizio.
Per le imprese italiane, questo scenario apre prospettive interessanti. L’Italia può infatti inserirsi in questa trasformazione non soltanto attraverso i marchi propri già riconosciuti sul mercato, ma anche come partner produttivo e tecnologico per lo sviluppo di linee private label di qualità. Le opportunità riguardano in particolare le aziende agroalimentari, i produttori di specialità regionali, le imprese attive nel biologico e nel salutistico, il settore delle conserve, dei condimenti, della pasta, dei prodotti da forno, dei piatti pronti e delle soluzioni gourmet accessibili. Allo stesso tempo, il fenomeno interessa anche comparti complementari come packaging, design dell’etichetta, logistica, ingredientistica, certificazioni e servizi di co-manufacturing.
La Polonia è il principale mercato food & beverage dell’Europa centro-orientale e rappresenta una piattaforma sempre più rilevante per testare modelli distributivi scalabili anche verso altri mercati della regione. La crescita della marca del distributore può quindi offrire alle aziende italiane una doppia possibilità: da un lato accedere al mercato polacco attraverso partnership con insegne retail e operatori della distribuzione; dall’altro posizionarsi come fornitori qualificati per prodotti a valore aggiunto, capaci di combinare competitività industriale, qualità percepita e identità italiana.
In questo contesto, il private label non va interpretato come una semplice alternativa economica ai brand tradizionali, ma come uno spazio sempre più evoluto di collaborazione tra industria e distribuzione. Per le filiere italiane, la sfida sarà quella di proporre soluzioni flessibili, affidabili e coerenti con le nuove aspettative del consumatore polacco: prodotti accessibili, ma distintivi; competitivi, ma non standardizzati; convenienti, ma capaci di comunicare qualità, origine e valore.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio e dell'Industria Italiana in Polonia)
Hong Kong consolida il proprio ruolo di protagonista della finanza internazionale, raggiungendo per la prima volta la posizione di principale centro mondiale per la gestione della ricchezza transfrontaliera. Stando al “Global Wealth Report 2026” di Boston Consulting Group (BCG), nel 2025 gli asset gestiti oltre confine nella città hanno raggiunto circa 2,95 trilioni di dollari, registrando una crescita del 10,7% rispetto all’anno precedente. Con questo risultato, Hong Kong ha superato per la prima volta la Svizzera, che nello stesso periodo ha registrato una crescita del 7,6%, portando gli asset transfrontalieri a 2,946 trilioni di dollari. Un sorpasso di misura che consente alla città asiatica di conquistare la leadership mondiale nel wealth management internazionale.
Il risultato riflette la crescente centralità di Hong Kong nei flussi finanziari globali e la sua capacità di attrarre capitali provenienti soprattutto dalla Cina continentale. Oltre il 60% degli asset transfrontalieri gestiti nella città è infatti riconducibile a investitori della Mainland China, confermando il ruolo di Hong Kong come principale porta d’accesso tra il mercato cinese e il sistema finanziario internazionale.
La crescita è stata sostenuta da diversi fattori. Tra questi, il ritorno di un’intensa attività sul mercato delle quotazioni in borsa, il rafforzamento dei mercati azionari e il continuo afflusso di capitali dalla Cina continentale. Secondo gli analisti, questi elementi hanno contribuito a rafforzare l’ecosistema finanziario locale e ad accrescere l’attrattività della città per investitori e grandi patrimoni.
Il rapporto evidenzia inoltre come la geografia della ricchezza globale stia attraversando una fase di profonda trasformazione. In questo contesto, Hong Kong emerge come uno dei principali poli di concentrazione dei flussi finanziari internazionali, beneficiando della rapida crescita della ricchezza in Asia e dell’espansione dei mercati dei capitali regionali.
Gli esperti di BCG sottolineano che la città stia assumendo un ruolo sempre più strategico all’interno della rete globale del wealth management. La combinazione tra connessione con la Cina, infrastrutture finanziarie avanzate e integrazione con i mercati internazionali ha consentito a Hong Kong di rafforzare la propria posizione come piattaforma di riferimento per la gestione patrimoniale internazionale.
Le prospettive restano positive anche per i prossimi anni. Le stime contenute nel rapporto indicano una crescita media annua di circa il 9% della ricchezza transfrontaliera gestita a Hong Kong fino al 2030. Una dinamica che dovrebbe essere sostenuta dal continuo aumento della ricchezza privata in Asia e dalla crescente domanda di servizi finanziari specializzati.
Il traguardo raggiunto rappresenta quindi molto più di un semplice risultato statistico, simboleggia bensí una trasformazione più ampia che vede Hong Kong consolidare il proprio ruolo come uno dei principali centri finanziari del mondo e come punto di riferimento per la gestione dei patrimoni internazionali in un contesto economico sempre più orientato verso l’Asia.
“Hong Kong beats Switzerland in global wealth management, study shows”
“Hong Kong overtakes Switzerland as hub for global offshore wealth”
“Hong Kong surpass Switzerland as the World’s Largest Cross-Border Wealth Hub, Driven by Mainland China Inflows”
https://www.bcg.com/press/27may2026-hong-kong-surpasses-switzerland-largest-cross-border-wealth-hub
“Hong Kong overtakes Switzerland as world's top cross-border wealth hub on China ties, report shows”
‘Hong Kong overtakes Switzerland as hub for global offshore wealth”
https://www.ft.com/content/c030138f-275e-4950-be5e-62abe240057c?syn-25a6b1a6=1
(Contributo editoriale a cura della Italian Chamber of Commerce in Hong Kong and Macao)
Il mercato australiano si conferma una destinazione rilevante per l’export agroalimentare italiano, caratterizzata da un elevato potere d’acquisto e da una domanda consolidata per prodotti di qualità, riconoscibili per origine e tradizione. In questo contesto, l’Italia è il primo esportatore europeo di prodotti agroalimentari verso l’Australia e il quinto partner commerciale a livello globale nel settore. Nel 2024, le esportazioni agroalimentari italiane hanno raggiunto 852,2 milioni di euro, con una crescita del 16,3% rispetto all’anno precedente.
Il mercato si distingue inoltre per una forte apertura ai segmenti premium, alla ristorazione e al retail specializzato, sostenuta dalla diffusione della cucina italiana, dalla presenza di una comunità di origine italiana e da una crescente attenzione dei consumatori verso qualità, tracciabilità e origine dei prodotti.
In questo scenario si inserisce la partecipazione italiana a Fine Food Australia 2026, in programma a Melbourne dal 31 agosto al 3 settembre presso il Melbourne Convention & Exhibition Centre, una delle principali piattaforme B2B del settore foodservice, hospitality e retail del mercato australiano.
All’interno della manifestazione, Agenzia ICE organizzerà un Padiglione nazionale italiano con la partecipazione di 33 aziende. La collettiva si colloca in una strategia di promozione del Made in Italy agroalimentare in un mercato maturo e competitivo, nel quale la presenza qualificata delle imprese assume un ruolo centrale per il consolidamento e lo sviluppo delle relazioni commerciali.
Il Padiglione Italia rappresenterà un punto di incontro con buyer, importatori, distributori, operatori Ho.Re.Ca., retailer specializzati e professionisti della filiera alimentare, offrendo alle imprese partecipanti l’opportunità di rafforzare relazioni commerciali già avviate e di intercettare nuovi canali di accesso al mercato.
Le principali categorie coinvolte includono pasta, prodotti da forno, conserve, pomodori e ortaggi trasformati, vino, formaggi, olio extravergine di oliva, ingredienti premium e specialità regionali. In questi comparti, il Made in Italy beneficia di un posizionamento consolidato, che richiede tuttavia strategie mirate per competere in un contesto distante e altamente regolato, orientato alla qualità del servizio e della distribuzione.
In questo quadro la CCIE di Melbourne svolgerà un ruolo di supporto operativo e di raccordo con il mercato locale, favorendo il collegamento tra imprese italiane, operatori australiani e sistema camerale, nell’ambito delle attività di accompagnamento ai processi di internazionalizzazione.
La presenza del Padiglione Italia a Fine Food Australia 2026 si inserisce quindi in un contesto di rafforzamento delle relazioni commerciali tra Italia e Australia, contribuendo al consolidamento del posizionamento del Made in Italy agroalimentare e all’apertura di nuove opportunità di sviluppo in un mercato ad alto potenziale.
(Contributo editoriale a cura della Italian Chamber of Commerce and Industry in Australia - Victoria and Tasmania)
L’Accordo di libero scambio tra Unione europea e Australia è un’intesa commerciale pensata per rendere più semplici e favorevoli gli scambi tra le due economie. L’obiettivo è ridurre dazi e ostacoli regolatori, facilitare la circolazione di beni e servizi, rafforzare la tutela delle produzioni europee e creare un quadro più prevedibile per imprese, investitori e operatori economici.
I negoziati per l’accordo si sono conclusi il 24 marzo 2026, aprendo una nuova fase nelle relazioni commerciali tra UE e Australia. L’intesa non è ancora entrata in vigore: il testo pubblicato resta provvisorio e dovrà completare le procedure di revisione legale, firma e approvazione previste dalle parti. Tuttavia, i contenuti già resi noti permettono di individuare i principali cambiamenti attesi e le opportunità per le imprese europee, comprese quelle italiane.
Il punto centrale dell’accordo riguarda l’eliminazione progressiva delle barriere tariffarie. Secondo la Commissione europea, l’intesa rimuoverà oltre il 99% dei dazi sulle esportazioni dell’Unione europea verso l’Australia. Si tratta di un passaggio rilevante per le imprese che operano in un mercato distante geograficamente, ma stabile, ad alto potere d’acquisto e caratterizzato da una domanda consolidata per prodotti europei di qualità.
Per il sistema produttivo italiano, gli effetti potranno essere significativi soprattutto nei settori in cui il Made in Italy è già presente sul mercato australiano. Macchinari, componentistica, autoveicoli, prodotti chimici, farmaceutica, tessile, abbigliamento, calzature, arredamento, agroalimentare e vino sono tra i comparti che potranno beneficiare di condizioni di accesso più favorevoli. Per le imprese della meccanica, dell’automazione e delle tecnologie industriali, la riduzione dei dazi potrà migliorare la competitività in settori collegati a infrastrutture, edilizia, energia, agribusiness e trasformazione alimentare.
Anche l’agroalimentare rientra tra gli ambiti più interessati dall’intesa. L’accordo prevede l’eliminazione dei dazi australiani su diversi prodotti europei ad alto volume di esportazione, tra cui vino, cioccolato, prodotti da forno, pasta, preparazioni a base di cereali, conserve e altri prodotti trasformati. Per l’Italia, già riconosciuta in Australia per la qualità della propria offerta alimentare, la riduzione delle barriere tariffarie può rafforzare la presenza nei canali della distribuzione, della ristorazione, dell’import specializzato e del segmento premium.
Un altro elemento rilevante riguarda la tutela delle indicazioni geografiche. L’Australia si è impegnata a proteggere 165 indicazioni geografiche europee relative a prodotti agroalimentari e 231 indicazioni relative a bevande spiritose. L’accordo prevede inoltre la modernizzazione dell’intesa bilaterale sul vino, con il rafforzamento della protezione per numerose denominazioni europee. Per le imprese italiane, questo aspetto è particolarmente importante in un mercato dove il richiamo all’italianità è forte e dove una maggiore tutela può contribuire a valorizzare i prodotti autentici.
L’accordo interviene anche su servizi, commercio digitale e catene di approvvigionamento. Le imprese europee potranno beneficiare di un migliore accesso in ambiti come servizi professionali e alle imprese, trasporto marittimo e servizi finanziari. Sono previste inoltre regole sui flussi di dati e il divieto di obblighi generalizzati di localizzazione dei dati. Sul fronte industriale, l’intesa punta anche a migliorare l’accesso europeo a materie prime critiche come litio, alluminio e manganese, essenziali per batterie, veicoli elettrici, tecnologie digitali ed energie rinnovabili.
L’accordo UE–Australia non rappresenta quindi soltanto una riduzione dei dazi, ma una cornice più ampia per rendere più prevedibili e favorevoli gli scambi tra i due mercati. Per le imprese italiane, le opportunità principali riguardano la maggiore competitività dei prodotti esportati, la tutela del Made in Italy autentico, l’accesso a nuovi spazi nei servizi e il rafforzamento delle filiere industriali legate alla transizione energetica.
Fonti: Commissione Europea; Department of Foreign Affairs and Trade, Australian Government.
(Contributo editoriale a cura della Italian Chamber of Commerce and Industry in Australia - Victoria and Tasmania)
Il governo ha pubblicato un pacchetto di 38 misure per stimolare la crescita economica. Il documento copre aree eterogenee: occupazione, gestione dei rifiuti, energia, partenariati pubblico-privati, incentivi alla ricerca e sviluppo, e modifiche alle regole di ammortamento fiscale. La maggior parte degli interventi è ancora formulata in termini generici, senza un calendario di attuazione preciso.
Tra gli obiettivi indicati figurano anche una maggiore disponibilità di forza lavoro, inclusi lavoratori qualificati provenienti dall’estero, il rafforzamento dello sviluppo regionale e un utilizzo più efficiente delle risorse pubbliche ed europee. Sul fronte energetico, il governo vuole studiare modalità per ridurre il costo dell'elettricità per le grandi aziende, attraverso una riduzione dei prelievi parafiscali, sussidi più alti o forniture dirette da impianti statali. Si tratta di una risposta alle pressioni dell'industria, che lamenta un gap di competitività rispetto ad altri Paesi europei. Tra le misure più concrete figura l'intenzione di accelerare i progetti in PPP (partenariato pubblico-privato) e di creare fondi statali per gli investimenti regionali. Il governo prevede anche di aumentare i contributi pubblici alla ricerca e allo sviluppo, un settore in cui la Slovacchia sconta un ritardo strutturale rispetto alla media UE.
Per le imprese, la misura più apprezzabile riguarda le sanzioni fiscali: le aziende non rischieranno ammende per una prima infrazione alle norme tributarie. Cambiano anche le regole sull'ammortamento delle attività, anche se i dettagli tecnici non sono ancora stati definiti.
Il concorso internazionale di architettura urbana per la riqualificazione del vecchio porto di Bratislava, il porto fluviale sul Danubio a ridosso del quartiere Mlynské Nivy di Bratislava, ha raccolto 123 proposte progettuali da 33 paesi. I risultati del concorso sono attesi per l'autunno di quest’anno, ma sull'iter pesa un'incognita politica di rilievo: il governo sta valutando di ignorare l'esito della competizione per avviare una joint venture con investitori degli Emirati Arabi Uniti. L'area del porto fluviale è considerata uno degli ultimi grandi spazi di sviluppo nel cuore di Bratislava, con accesso diretto al fiume e adiacente al terminal degli autobus di Mlynské Nivy.
La sua trasformazione in un nuovo quartiere misto, con residenze, uffici e spazi pubblici sul lungo Danubio, è discussa da anni. Il concorso internazionale avrebbe dovuto fornire una visione urbanistica condivisa, validata da un processo aperto e trasparente. L'ipotesi di una joint venture con capitali del Golfo introduce però una variabile diversa. Gli investitori emiratini sono stati protagonisti di grandi operazioni immobiliari in varie capitali europee negli ultimi anni, spesso con progetti di grande scala e con accesso a risorse finanziarie che i player locali difficilmente possono eguagliare. Il modello, quando funziona, accelera i tempi di sviluppo; quando crea attriti, genera tensioni sulla qualità architettonica e sull'integrazione con il tessuto urbano esistente. Che il governo voglia riservarsi la possibilità di scavalcare il concorso ha già suscitato polemiche tra urbanisti e associazioni civiche.
La domanda è se Bratislava voglia affidare la trasformazione di uno dei suoi spazi più strategici a un processo partecipato o a una trattativa condotta lontano dalla consultazione pubblica. La risposta arriverà probabilmente nei prossimi mesi, con o senza i risultati del concorso.
La crescita dei salari in Slovacchia continua anche nel 2026. Nel primo trimestre dell’anno la retribuzione media nominale mensile nell’economia slovacca ha raggiunto i 1.611 euro lordi, registrando un aumento del 6,1% rispetto allo stesso periodo del 2025. In termini assoluti, i lavoratori hanno guadagnato mediamente 93 euro in più al mese. Considerando l’inflazione, la crescita reale dei salari si è attestata al 2,3%, segnando il decimo trimestre consecutivo di incremento sia nominale che reale. Secondo i dati diffusi dall’Ufficio di Statistica slovacco, dopo l’adeguamento all’inflazione le retribuzioni reali sono aumentate in 13 dei 19 settori monitorati.
L’incremento più significativo è stato registrato nel settore dell’istruzione, dove i salari reali sono cresciuti del 10,4%. Risultati positivi anche in agricoltura e silvicoltura (+5,4%), mentre nel commercio l’aumento reale si è limitato allo 0,8%. Non tutti i comparti, tuttavia, sono riusciti a compensare l’aumento dei prezzi. Nel settore minerario e dell’estrazione i salari reali sono diminuiti del 3,7%, mentre nel comparto informazione e comunicazione il calo ha raggiunto il 3,4%. Riduzioni reali delle retribuzioni sono state registrate anche nella pubblica amministrazione, nei servizi amministrativi, nel settore immobiliare e nell’energia. Nell’industria, che insieme al commercio impiega oltre un terzo della forza lavoro slovacca, la crescita salariale è rimasta sotto la media nazionale. Nel comparto industriale la retribuzione media lorda ha raggiunto i 1.721 euro, con un aumento reale del 2,2%. Nel commercio la media si è attestata a 1.518 euro, con una crescita reale limitata allo 0,8%.
Le retribuzioni più elevate continuano a essere quelle del settore finanziario e assicurativo, dove gli stipendi medi superano i 3.000 euro mensili. All’estremo opposto restano i servizi di alloggio e ristorazione, unico comparto con salari medi inferiori ai mille euro, pari a 963 euro lordi al mese. Dal punto di vista regionale, solo la regione di Bratislava mantiene una retribuzione superiore alla media nazionale, con 1.984 euro mensili. Negli altri territori gli stipendi medi variano dai 1.306 euro della regione di Prešov ai 1.499 euro della regione di Trenčín. Proprio Prešov ha registrato la crescita più marcata: i salari nominali sono aumentati del 10,8% e quelli reali del 6,8%, pur restando la regione con le retribuzioni più basse del Paese.
La Slovacchia compie un nuovo passo avanti nella preparazione del futuro impianto nucleare destinato a rafforzare la sicurezza energetica del Paese. Il Ministero dell'Economia della Repubblica Slovacca ha organizzato a Bratislava, il 3 e 4 giugno, un workshop internazionale dedicato alla pianificazione e alla realizzazione di grandi progetti nucleari, coinvolgendo rappresentanti delle istituzioni, dell'industria nucleare statunitense, esperti di finanziamento, regolamentazione, gestione dei progetti e catene di fornitura. I lavori si sono concentrati sugli elementi considerati fondamentali per il successo di un nuovo progetto nucleare: governance, finanziamento, gestione dei rischi, procedure autorizzative nell'Unione europea, coordinamento con gli stakeholder e preparazione delle filiere industriali. Il programma ha visto inoltre un confronto con le esperienze maturate in altri Paesi europei impegnati nello sviluppo di nuovi impianti, tra cui Polonia e Bulgaria.
La vicepremier e ministra dell'Economia slovacca Denisa Saková ha definito il nuovo impianto nucleare uno dei progetti strategici più importanti per i prossimi decenni, sottolineando che l'investimento rappresenta una garanzia per la sicurezza energetica nazionale, la stabilità dei prezzi dell'energia, la competitività dell'industria e la prosperità economica del Paese. Secondo Saková, il governo intende sviluppare il progetto in modo trasparente, collaborando con partner internazionali che possiedono una consolidata esperienza nella realizzazione di grandi infrastrutture nucleari. Particolare attenzione viene dedicata anche alla sostenibilità economica e finanziaria dell'iniziativa, affinché la sicurezza energetica sia compatibile con la tutela delle finanze pubbliche. L'obiettivo dichiarato del workshop è stata la creazione di un vero e proprio ecosistema progettuale nazionale, capace di coinvolgere sin dalle prime fasi istituzioni pubbliche, investitori, imprese, organismi regolatori e partner tecnologici.
La Slovacchia figura già oggi tra i Paesi europei con la più elevata quota di produzione elettrica da fonte nucleare. Il nuovo impianto viene considerato dal governo uno degli strumenti principali per garantire nel lungo periodo la sicurezza energetica e la competitività dell'economia nazionale in un contesto di crescente domanda di energia e di transizione verso fonti a basse emissioni di carbonio.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italo-Slovacca)
I salari medi cechi hanno registrato all’inizio di quest’anno una forte crescita e si sono stabilizzati al di sopra della soglia delle 50.000 corone al mese.
Il salario medio ceco aveva già superato la soglia delle 50.000 corone al mese nel quarto trimestre del 2025. Il dato di fine anno è però di solito “gonfiato” dalle tredicesime o da altre forme di bonus e premi. Il salario medio ha superato le 50.000 corone al mese anche all’inizio di quest’anno. In concreto, l’aumento rispetto al primo trimestre del 2025 è stato dell’8,1%, raggiungendo le 50.292 corone lorde al mese. L’incremento è stato il più rapido dal 2021, ha notato l’Ufficio ceco di statistica.
Il dato nazionale nasconde però forti divergenze territoriali. Nessuna regione ceca, ad eccezione di Praga, supera la media nazionale. Nella capitale il salario medio è di quasi 68.000 corone, mentre nelle altre regioni varia da circa 42.400 corone (regione di Karlovy Vary) a 49.200 corone (Boemia Centrale).
Fonte: csu.gov.cz
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio e dell'Industria Italo-Ceca)
La Catalogna continua a consolidare il proprio ruolo di motore economico della Spagna. Nel mese di maggio 2026, la regione ha registrato un nuovo record storico di occupazione, raggiungendo 3.971.167 lavoratori affiliati alla Sicurezza Sociale, superando nuovamente la soglia dei 3,9 milioni di occupati che era stata temporaneamente persa nel mese di aprile. Parallelamente, il numero dei disoccupati registrati è sceso a 307.627 persone, il dato più basso per un mese di maggio dal 2008, confermando il buon andamento del mercato del lavoro catalano.
Secondo i dati pubblicati dall’Istituto Nazionale di Statistica (INE), la disoccupazione è diminuita di 11.892 persone rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, con una riduzione del 3,7% su base annua. Rispetto ad aprile, il calo è stato di 6.900 persone, pari a una diminuzione mensile del 2,2%.
La riduzione della disoccupazione ha interessato in maniera trasversale tutti i gruppi demografici, i settori economici e le province catalane. Su base annua, il numero dei disoccupati è diminuito sia tra gli uomini sia tra le donne, con cali particolarmente significativi nelle province di Girona (-5,9%), Tarragona (-3,8%), Barcellona (-3,5%) e Lleida (-3,4%).
Anche nel confronto mensile la tendenza positiva si è estesa a tutto il territorio regionale, con risultati particolarmente rilevanti tra i giovani sotto i 25 anni, fascia nella quale la disoccupazione è diminuita del 6,5% rispetto al mese precedente. Questo dato evidenzia una crescente capacità del mercato del lavoro catalano di assorbire nuova forza lavoro e di offrire opportunità alle fasce più giovani della popolazione.
Questi risultati rappresentano un segnale particolarmente interessante. La crescita dell’occupazione e il calo della disoccupazione indicano un contesto economico dinamico, sostenuto da una domanda interna solida e da un tessuto imprenditoriale in espansione. Ciò si traduce in maggiori opportunità commerciali, in un mercato dei consumi più robusto e in un ambiente favorevole allo sviluppo di nuove attività, soprattutto nei settori manifatturiero, tecnologico, logistico e dei servizi avanzati. Inoltre, la forte riduzione della disoccupazione giovanile contribuisce ad ampliare la disponibilità di talenti qualificati, elemento strategico per le imprese che intendono rafforzare la propria presenza sul mercato spagnolo.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana - Barcellona)
Il rafforzamento delle relazioni commerciali tra Brasile e Italia si inserisce nel più ampio contesto dei progressi compiuti nell’ambito dell’accordo tra Unione Europea e Mercosur. Tale scenario ha contribuito ad ampliare le prospettive di investimento, innovazione ed espansione aziendale, con particolare riferimento ai settori agroalimentare, tecnologico, della trasformazione industriale e della valorizzazione della produzione.
In questo quadro, lo stato del Mato Grosso si conferma come uno dei principali poli di interesse per investimenti orientati alla modernizzazione industriale e alla trasformazione delle materie prime in prodotti a maggior valore aggiunto, attirando l’attenzione di operatori nazionali e internazionali.
Le prospettive di cooperazione economica e commerciale tra i due Paesi sono state oggetto di confronto tra imprenditori, investitori e rappresentanti istituzionali interessati ad ampliare le opportunità di collaborazione bilaterale. In tale contesto sono state approfondite strategie per incrementare gli investimenti, rafforzare le catene produttive e valorizzare le opportunità derivanti dall’accordo tra i blocchi economici.
Secondo quanto evidenziato da Graziano Messana, presidente di ITALCAM, il nuovo scenario commerciale ha contribuito a rafforzare l’interesse delle imprese italiane verso il mercato brasiliano, ampliando le opportunità in diversi comparti, dall’agroalimentare ai macchinari industriali. Le aziende, infatti, stanno orientando con crescente attenzione le proprie strategie verso questo mercato, individuando possibilità di espansione e consolidamento della presenza locale.
Particolare attenzione è rivolta allo stato del Mato Grosso, che presenta un significativo potenziale di sviluppo legato all’industrializzazione della produzione agricola. Essendo uno dei principali produttori di soia del Brasile, il territorio punta a evolvere oltre la semplice esportazione di materie prime, promuovendo progetti di trasformazione e lavorazione di cereali, frutta e altri prodotti agricoli.
In questo contesto, le imprese italiane specializzate in tecnologie industriali, attrezzature e trasformazione alimentare si inseriscono in un quadro favorevole per lo sviluppo di partnership e collaborazioni strategiche.
A supporto di questo processo, ITALCAM ha rafforzato la propria presenza nel Centro-Ovest del Brasile attraverso l’apertura di una sede a Cuiabá, con l’obiettivo di favorire il collegamento tra investitori italiani e opportunità del settore agroalimentare locale, promuovendo la creazione di joint venture tra imprese dei due Paesi.
Gli osservatori del settore evidenziano come l’accordo tra Unione Europea e Mercosur possa contribuire ad agevolare l’importazione di macchinari, attrezzature e tecnologie finalizzate all’industrializzazione della produzione agricola. L’espansione della cooperazione commerciale è inoltre associata a una maggiore capacità di attrazione di investimenti, alla crescita della competitività e alla generazione di valore aggiunto nei settori strategici dell’economia.
Nel complesso, il rafforzamento delle relazioni tra Brasile e Italia si inserisce in una traiettoria di lungo periodo che va oltre gli scambi commerciali tradizionali, aprendo spazi per innovazione, investimenti e sviluppo industriale in diversi comparti produttivi.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana a San Paolo)
Per molti anni le grandi infrastrutture sono state identificate con autostrade, porti, aeroporti e ferrovie. Oggi, tuttavia, una parte sempre più rilevante della competitività economica si gioca lontano dagli occhi dell’opinione pubblica, nelle profondità degli oceani. È lì che scorrono le informazioni che alimentano l’economia digitale mondiale, attraverso una rete di cavi sottomarini che trasporta quasi il 99% del traffico internazionale di dati del Brasile.
La recente decisione dell’Agenzia Nazionale delle Telecomunicazioni brasiliana (Anatel) di aprire una consultazione pubblica per la revisione del quadro normativo che disciplina queste infrastrutture rappresenta molto più di un aggiornamento tecnico. Si tratta di un passaggio strategico che potrebbe ridisegnare la mappa della competitività digitale del Paese e aprire nuove opportunità a territori finora rimasti ai margini di questa rivoluzione silenziosa.
Il dibattito assume una rilevanza particolare per il Nordest brasiliano. Negli ultimi anni lo Stato del Ceará ha saputo comprendere che la connettività internazionale sarebbe diventata una leva di sviluppo tanto importante quanto un porto commerciale o una rete ferroviaria. Grazie a questa visione, Fortaleza si è trasformata in uno dei principali hub digitali dell’America Latina, concentrando diciassette sistemi di cavi sottomarini e attirando investimenti in data center, servizi cloud, piattaforme digitali e grandi operatori tecnologici globali.
Pernambuco, pur osservando da vicino questa trasformazione, non è riuscito a sviluppare con la stessa rapidità un’infrastruttura equivalente. Diversi gruppi imprenditoriali hanno tentato negli ultimi anni di promuovere l’approdo di un proprio cavo sottomarino, ma i progetti non hanno trovato le condizioni necessarie per concretizzarsi. Il risultato è stato una crescente concentrazione degli investimenti nel vicino Ceará, consolidandone ulteriormente il vantaggio competitivo.
Questa distribuzione geografica, tuttavia, pone anche un problema di sicurezza nazionale. La stessa Anatel riconosce che concentrare la quasi totalità delle connessioni internazionali in pochi punti del territorio rende il sistema più vulnerabile a incidenti operativi, eventi climatici estremi o persino attacchi informatici. In un’economia sempre più dipendente dalla circolazione dei dati, un’interruzione localizzata potrebbe produrre effetti sistemici, mettendo a rischio servizi finanziari, piattaforme digitali, sistemi pubblici e applicazioni di intelligenza artificiale.
La diversificazione dei punti di approdo dei cavi sottomarini diventa quindi una questione di resilienza infrastrutturale e di sovranità digitale. Decentralizzare questa rete significa aumentare la sicurezza del sistema nazionale, ma anche creare le condizioni per la nascita di nuovi poli tecnologici capaci di attrarre investimenti ad alto valore aggiunto.
L’avvento dell’intelligenza artificiale rende questo scenario ancora più urgente. La crescente domanda di capacità computazionale e di archiviazione dei dati sta alimentando una competizione globale per l’installazione di nuovi data center, strutture che richiedono energia affidabile, connessioni internazionali veloci e un quadro regolatorio stabile. Gli Stati che riusciranno a offrire questa combinazione avranno un vantaggio decisivo nell’attrazione di capitali e nello sviluppo di un ecosistema innovativo.
Per Pernambuco, la consultazione pubblica aperta da Anatel fino al 10 luglio rappresenta dunque un’opportunità per riportare al centro dell’agenda politica ed economica un tema che non avrebbe mai dovuto uscirne. Tra gli argomenti in discussione figurano il rafforzamento della sicurezza delle reti, l’espansione dei punti di approdo, il monitoraggio degli incidenti e la creazione di incentivi capaci di favorire nuovi investimenti nell’infrastruttura digitale del Paese.
Nel XXI secolo la competizione tra territori non si misura soltanto in chilometri di autostrade o nella capacità dei porti commerciali. Sempre più spesso si misura nella velocità con cui i dati attraversano gli oceani. E in questa nuova geografia della connettività globale, Pernambuco potrebbe ancora ritagliarsi un ruolo da protagonista.
Fonte: Folha de Pernambuco.
(Contenuto editoriale a cura della Camera Italo-Brasiliana di Commercio e Industria di Rio de Janeiro)