Mercoledì 21 Ottobre 2026
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C’è un mercato extra-UE che più di tutti sta regalando enormi soddisfazioni all'economia italiana, correndo a ritmi che gli analisti non esitano a definire straordinari. Parliamo della Svizzera, una destinazione storicamente vicina ma che nel corso del 2026 si sta trasformando nel vero e proprio motore trainante del nostro commercio estero.
L'incrocio rigoroso operato dall'ufficio stampa della Camera di Commercio Italiana per la Svizzera tra le banche dati della Confederazione Elvetica e i canali di rilevazione ufficiali italiani, delinea un ecosistema manifatturiero, agroalimentare e hi-tech transfrontaliero fortemente integrato. Le statistiche mensili della BAZG (Ufficio federale della dogana) e i decreti della SECO (Segretariato di Stato dell'economia) dialogano in modo chiaro con i dati ICE, le serie Geoateco-ISTAT e i report di Promos Italia e de Il Sole 24 Ore: la produzione Made in Italy piace sempre di più oltreconfine e i numeri lo dimostrano chiaramente.
Se guardiamo alle rilevazioni ufficiali dell'Agenzia ICE su base ISTAT, il primo trimestre del 2026 si è chiuso con un risultato eccezionale. Le esportazioni italiane verso la Confederazione Elvetica hanno toccato quota 11,338 miliardi di euro, mettendo a segno un balzo monstre del +44,1% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, consolidando l'Italia come quarto fornitore della Confederazione con una quota di mercato del 9,5%.
La vera sorpresa, però, arriva guardando l'altro lato della medaglia, ovvero le importazioni dalla Svizzera, che sono rimaste sostanzialmente immobili o in lievissimo calo a 4,182 miliardi di euro (-1,9%). Il risultato di questa forbice? In soli tre mesi l'Italia ha accumulato un avanzo commerciale netto di ben 7,156 miliardi di euro. Una boccata d'ossigeno immensa per la nostra economia complessiva.
La crescita, tra l'altro, non è stata un fuoco di paglia: le analisi estive de Il Sole 24 Ore confermano che anche a metà anno (giugno) l'export verso Berna ha continuato a correre con un solido +10,5% su base annua, posizionando la Svizzera stabilmente sul podio dei mercati più dinamici dell'anno insieme a USA e Cina [L'ITALIA NELL'ECONOMIA INTERNAZIONALE - Agenzia ICE]. Ad agosto, le stime extra-UE hanno confermato un ulteriore incremento congiunturale mensile del +16,1%, trainato dalla domanda manifatturiera.
Andando oltre la superficie dei dati macroeconomici, i registri della BAZG e le tabelle dell'Osservatorio di Complessità Economica (OEC) svelano una stretta interconnessione industriale tra i due Paesi, guidata da quattro macro-comparti:
Accanto all'industria pesante, l'agroalimentare si inserisce stabilmente nella top 3 delle mete di sbocco extra-comunitarie per l'intero continente europeo. Le anomalie climatiche e di mercato degli ultimi mesi dell'anno hanno aperto finestre d'opportunità del tutto inedite per il cibo italiano. A causa della forte siccità tardo-estiva che ha colpito la Confederazione, la SECO ha decretato misure d'urgenza eccezionali, stabilendo il totale azzeramento temporaneo dei dazi doganali (0.00 franchi per 100 kg lordi) su specifiche importazioni zootecniche, come il granoturco fresco e insilato.
Questa flessibilità doganale ha permesso ai consorzi italiani di agganciare commesse d'urgenza, aggirando le barriere protezionistiche elvetiche. Il fenomeno consolida un settore già forte, trainato dall'apprezzamento valutario del Franco e dalla storica tenuta dei prodotti lattiero-caseari ad alto valore aggiunto (come Grana Padano e Parmigiano Reggiano), stabili a un solido +4,3% extra-UE, affiancati dall'ottima performance di conserve e condimenti tipici lavorati.
Ma come fanno le nostre imprese, specialmente le Piccole e Medie Imprese (PMI), a gestire un mercato che applica comunque le rigide regole doganali dei mercati extra-UE? La risposta sta nella pianificazione strategica, nei formati di matching territoriale (come i workshop di filiera a Zurigo e Lugano) e negli strumenti digitali. Le analisi di Promos Italia evidenziano come la Svizzera rimanga la meta d'elezione per le regioni del Nord Italia – in primis la Lombardia, che da sola genera circa un quarto dell'export nazionale ed ha attivamente lanciato bandi strategici come "Export su Misura 2026" per supportare le aziende.
Il report rivela che circa l'18% delle PMI esportatrici fa ormai uso di software basati su Intelligenza Artificiale e piattaforme e-commerce B2B avanzate. Questa digitalizzazione dei cataloghi si rivela oggi cruciale per affrontare la principale novità operativa dell'autunno: il debutto del nuovo sistema informatico delle dogane svizzere "Passar" applicato alle importazioni, destinato a sostituire definitivamente il vecchio portale e-dec.
Le imprese italiane tecnologicamente pronte riescono a dialogare istantaneamente con le nuove piattaforme elvetiche, calcolando dazi sul peso e imposte transfrontaliere in tempo reale. Questo azzera i tempi di fermo ai valichi e permette consegne Just-In-Time (JIT) a magazzino zero per i cantoni manifatturieri ad alta densità (come Zurigo, Argovia e Soletta), trasformando l'adeguamento normativo in un fattore di netta selezione competitiva rispetto ai concorrenti extra-UE meno digitalizzati.
La stabilità e la liquidità del mercato svizzero offrono alle imprese italiane l'opportunità di costituirsi non più come semplici subfornitori, ma come partner stabili di ricerca, sviluppo e fornitura ad altissimo valore aggiunto.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana per la Svizzera)
Sei nuovi network dedicati all’innovazione entreranno progressivamente nell’ecosistema imprenditoriale fiammingo tra il 2026 e il 2027. L’iniziativa, sostenuta da VLAIO, punta a riunire imprese, knowledge institutions e altri attori attorno a settori nei quali la collaborazione può favorire lo sviluppo di nuove tecnologie e opportunità di mercato. I nuovi Innovative Business Networks (IBN) avranno una durata di tre anni e copriranno ambiti che vanno dalla transizione industriale alle tecnologie spaziali, passando per idrogeno, competenze e nuovi materiali.
Dalla transizione industriale ai nuovi materiali
Una parte importante dei nuovi network riguarda sostenibilità e trasformazione dell’industria. CIRE – Clean Industrial Resources Ecosystem sarà dedicato a cleantech, economia circolare e sostenibilità industriale, coinvolgendo aziende e sviluppatori di tecnologie lungo diverse fasi della catena del valore. Sul fronte energetico, Waterstof Industrie Cluster 2.0 lavorerà sull’ecosistema dell’idrogeno, dalla produzione e dallo stoccaggio fino alle applicazioni industriali, alla mobilità e alle infrastrutture energetiche. A questi si aggiungono IBNinKIS, dedicato allo sviluppo di tecnologie per il trattamento di sostanze problematiche come i PFAS, e BioMaterialis, focalizzato sui materiali biobased e sulle loro applicazioni, in particolare nel settore delle costruzioni.
Spazio, tecnologia e competenze
Gli altri due network guardano a settori con un forte contenuto tecnologico. Flanders Space punta a rafforzare le collaborazioni tra il comparto spaziale e altri settori economici, sostenendo lo sviluppo di applicazioni, nuovi progetti e una maggiore presenza internazionale. Tech4Talent si concentrerà invece su EdTech, HRTech e apprendimento permanente, collegando innovazione tecnologica, sviluppo delle competenze e trasformazione digitale delle imprese.
Nuove opportunità di collaborazione per le imprese
Il tratto comune dei sei network è la volontà di creare ecosistemi nei quali aziende e altri attori possano entrare in contatto, sviluppare iniziative comuni e portare più rapidamente nuove soluzioni verso il mercato. Per PMI, startup e imprese attive nei settori coinvolti, i nuovi IBN possono quindi rappresentare uno spazio utile per entrare in relazione con potenziali partner e seguire più da vicino l’evoluzione di alcuni dei principali comparti innovativi delle Fiandre. Le imprese interessate possono rivolgersi direttamente agli organizzatori dei singoli network per ricevere maggiori informazioni sulle modalità di partecipazione.
Fonte: https://www.vlaio.be/nl/nieuws/zes-nieuwe-innovatieve-bedrijfsnetwerken-...
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Belgo-Italiana)
Il mercato dell’usato in Danimarca rappresenta un settore interessante per l’incontro tra attenzione al riuso, infrastrutture locali e un’economia fortemente digitalizzata. Un contesto che può offrire spunti anche alle imprese italiane interessate al mercato danese.
Il riuso in Danimarca: i numeri
Un punto di partenza concreto arriva dalla Danish Environmental Protection Agency (Miljøstyrelsen). Nel 2021, anno dell’ultima rilevazione pubblicata dall’agenzia, in Danimarca sono state riutilizzate circa 91.000 tonnellate di beni e materiali: 46.000 tonnellate di mobili, 27.000 di apparecchiature elettroniche, 13.000 di materiali da costruzione e 5.000 di prodotti tessili.
Il dato va interpretato con cautela: la stessa agenzia precisa che la misurazione del riuso è relativamente recente e che le metodologie europee non sono ancora completamente uniformi. Offre tuttavia un'indicazione significativa della dimensione raggiunta dal fenomeno.
Accanto ai tradizionali negozi e mercatini dell'usato, che sono sempre più diffusi in tutto il Paese, in Danimarca esistono anche infrastrutture pubbliche dedicate alla raccolta dei materiali e, in alcune realtà, spazi nei quali i beni ancora utilizzabili possono essere rimessi in circolazione. A questi canali fisici si affianca un mercato online nel quale piattaforme e marketplace rendono più semplice l'incontro tra domanda e offerta.
Un mercato naturalmente digitale
È proprio la componente digitale a rendere particolarmente interessante il caso danese. La Danimarca presenta infatti uno degli ambienti più digitalizzati d'Europa. La Commissione europea descrive il Paese come caratterizzato da infrastrutture digitali robuste, servizi pubblici digitali avanzati e una solida capacità di ricerca e innovazione. Si pensi, solo a scopo di esempio, che il 98% della popolazione, nel 2025, ha usato siti web o app per accedere alla pubblica amministrazione. Ovviamente, esistono ancora margini di miglioramento, soprattutto nella diffusione delle tecnologie più avanzate tra le PMI, ma proprio questo divario individua uno spazio potenziale per nuove soluzioni e servizi, mentre la certezza che i privati cittadini accolgano innovazioni tecnologiche con fiducia e capacità è già concreta.
Il second hand può inserirsi in questo scenario attraverso marketplace specializzati, sistemi per la gestione degli stock, strumenti per pagamenti e logistica e soluzioni capaci di collegare operatori professionali e consumatori. Realtà danesi come Biophi, dedicata al mercato dei mobili usati, possono essere lette come uno degli esempi di questa evoluzione.
Opportunità per startup e imprese che guardano al futuro
Il punto di interesse per chi guarda alla Danimarca dall'Italia va quindi oltre la semplice vendita di prodotti usati. Il Paese dispone di un ecosistema digitale e innovativo avanzato: il Digital Decade Country Report 2026 della Commissione europea segnala per il 2025 la presenza stimata di 11 startup private con una valutazione di almeno un miliardo di dollari (i cosiddetti ‘unicorni’) e sottolinea al tempo stesso la necessità di trasformare maggiormente ricerca e innovazione in imprese e applicazioni pronte per il mercato.
Per startup e aziende italiane, le opportunità possono quindi trovarsi nell'intersezione tra economia circolare, piattaforme digitali, logistica, servizi B2B e nuove tecnologie. Insomma, la Danimarca è il Paese che può trasformarsi in un laboratorio pratico per sviluppare modelli capaci di rendere il riuso più semplice, efficiente e scalabile.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio italiana in Danimarca)
La Danimarca cresce a un ritmo che, per intensità, l'avvicina più alla Cina che ai suoi vicini europei.
Dopo un aumento del PIL del 3,9% nel 2024 e del 3,5% nel 2025, il Consiglio Economico del Movimento Operaio danese (Arbejderbevægelsens Erhvervsråd, AE) stima per il 2026 un’ulteriore crescita del 4,2%. Un dato che resta, per ora, una previsione e non un risultato acquisito, ma che restituisce comunque la portata dell’attuale momento economico danese. Per confronto, il Fondo Monetario Internazionale prevede per la Cina una crescita del 4,6% nel 2026.
Anche i dati già disponibili per il 2026 confermano un’economia ancora in espansione: Danmarks Statistik registra una crescita reale del PIL dell’1,5% nel primo trimestre rispetto al precedente e dello 0,3% nel secondo.
La questione più interessante, però, non riguarda soltanto quanto cresca il PIL della Danimarca, ma è utile concentrarsi sui protagonisti di questa crescita e sulla quantità di ricchezza prodotta che effettivamente raggiunge le famiglie.
Il mercato del lavoro offre una prima indicazione: nel secondo trimestre del 2026 risultava occupato il 76,7% della popolazione tra i 15 e i 64 anni. In un Paese di circa sei milioni di abitanti, significa che una quota molto ampia della popolazione in età lavorativa partecipa direttamente all’attività economica. Non conta, però, soltanto quante persone lavorano, ma anche quanto valore viene prodotto per ciascuna ora lavorata. Nel 2025 la produttività nei settori di mercato non agricoli è cresciuta del 4,45%. L’economia danese è quindi riuscita a produrre di più a parità di tempo impiegato.
Occupazione e produttività spiegano parte della forza dell’economia, ma un PIL in aumento non implica automaticamente un miglioramento delle condizioni economiche di tutti. Per capire se la crescita abbia avuto effetti più diffusi bisogna guardare anche ai redditi ed al potere d’acquisto.
Nel 2025 il reddito disponibile complessivo delle famiglie è aumentato del 5%, pari a circa 69 miliardi di corone danesi. A sostenere l’incremento sono state soprattutto le remunerazioni dei lavoratori, cresciute di 66,7 miliardi, cioè del 4,5%. Nello stesso anno i prezzi al consumo sono aumentati in media del 2%. Questo non significa che ogni danese sia diventato automaticamente più ricco, ma mostra che, nel complesso, i redditi sono cresciuti più rapidamente dei prezzi. L’inflazione non ha quindi assorbito interamente l’aumento delle risorse economiche a disposizione delle famiglie.
Infine, anche consumi e risparmio aiutano a completare il quadro: nel 2025 il consumo privato reale è aumentato del 2,1%, mentre le famiglie hanno accantonato l’8,8% del proprio reddito disponibile. Nel primo trimestre del 2026 la quota di risparmio è salita ulteriormente al 9,5%.
Risparmiare di più non è, da solo, una prova di maggiore benessere; tuttavia, la crescita contemporanea dei consumi, dei redditi e del risparmio suggerisce che il boom danese non sia rimasto circoscritto alle grandi imprese, ma che almeno una parte di questa crescita abbia raggiunto anche le famiglie.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio italiana in Danimarca)
La Provenza si prepara alla prima grande raccolta commerciale di pistacchi, otto anni dopo la reintroduzione del pistacchio in Francia. Quest’anno si stimano 6-10 tonnellate di produzione su circa 600 ettari coltivati, quantità ancora molto ridotta rispetto alle 10.000 tonnellate di pistacchi importate ogni anno dalla Francia.
Il pistacchio si sta diffondendo soprattutto nel sud del Paese perché resiste bene al caldo e alla siccità, condizioni sempre più frequenti a causa del cambiamento climatico. Originario di Iran, Grecia e Turchia, è già coltivato in California e Spagna e trova condizioni favorevoli anche in Francia, con sperimentazioni in Occitania e Corsica. Tuttavia, per la impollinazione ha bisogno del vento.
Questa caratteristica lo rende interessante per gli agricoltori alla ricerca di colture alternative a produzioni più vulnerabili al clima, come la vite. Secondo Alexis Bertucat, segretario generale del sindacato France Pistache, la pistacchicoltura può offrire una possibilità di adattamento alla crisi climatica e nuove opportunità economiche.
Una coltura costosa e lenta
Sul plateau di Valensole (Alpes-de-Haute-Provence), Olivier Gossar ha investito 55.000 euro per piantare 4 ettari, pari a circa 1.200 alberi. Il pistacchio fiorisce tardi, riducendo il rischio di gelate primaverili: Gossar ricorda infatti che, due anni fa, si sono registrati -5 °C il 27 aprile, una situazione mai osservata prima.
La coltura sta attirando l'interesse di produttori e chef, che cercano prodotti di origine francese. Tuttavia, il pistacchio rimane una coltura difficile: richiede investimenti elevati, perché le piante sono rare e costose, e molta pazienza. Servono in media 12 anni perché un albero raggiunga la piena capacità produttiva.
Jean-Louis Joseph, uno dei pionieri della pistacchicoltura provenzale e produttore di olio d’oliva e tartufi biologici a La Bastidonne (Vaucluse), spiega che molti agricoltori hanno inizialmente piantato solo 1 ettaro per sperimentare. Con l’arrivo delle prime raccolte significative, però, il settore sta entrando in una nuova fase. Nel 2026, per la prima volta, anche le banche hanno iniziato a finanziare maggiormente questi progetti, convinte della capacità del pistacchio di adattarsi al clima e della sua possibile redditività.
L’obiettivo: 2.000 ettari entro il 2030
La filiera punta a raggiungere 2.000 ettari coltivati entro il 2030, ma deve ancora superare diversi ostacoli. Mancano competenze tecniche consolidate, poiché gli agricoltori stanno affrontando per la prima volta molte fasi della coltivazione, e sono insufficienti anche le infrastrutture necessarie alla lavorazione.
Per esempio, per alcune operazioni successive alla raccolta, come l’essiccazione, i produttori francesi devono ancora rivolgersi alla Svizzera, che dispone delle strutture adeguate.
La filiera deve inoltre organizzarsi meglio, definendo varietà, modalità di produzione e prezzi. In Francia la pistacchicoltura dovrebbe comunque rimanere una produzione di nicchia e di fascia premium.
Si sta valutando anche la possibilità di ottenere un'Indicazione Geografica Protetta (IGP) per il pistacchio francese, ma è ancora troppo presto, a causa della scarsa storia produttiva e dei volumi limitati. Intanto, il sindacato France Pistache segnala già i primi casi di pistacchi venduti come «della Provenza» senza una vera tracciabilità, evidenziando la necessità di strutturare e regolamentare il settore.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana per la Francia di Marsiglia)
Madrid continua a rafforzare il proprio ruolo nel panorama logistico europeo. Nei primi sei mesi del 2026, la capitale spagnola ha attirato 483 milioni di euro di investimenti industriali e logistici, posizionandosi tra i mercati più dinamici del continente e seconda solo a Dublino nella classifica elaborata dalla società di consulenza Jones Lang LaSalle (JLL).
Questo andamento conferma la crescente importanza di Madrid nelle strategie di distribuzione e stoccaggio degli operatori internazionali. Fattori quali l’espansione dell’e-commerce nella penisola iberica, la riorganizzazione delle catene di approvvigionamento verso località più vicine e l’interesse dei grandi operatori 3PL stanno stimolando l’attività nel mercato madrileno. A ciò si aggiungono una struttura dei costi competitiva e una rete di infrastrutture multimodali che ne rafforzano l’attrattiva per i capitali stranieri.
La ripresa di Madrid coincide con una ripresa generalizzata degli investimenti logistici in Europa, dove il volume delle transazioni ha raggiunto 18,8 miliardi di euro nel primo semestre, il 15% in più rispetto all’anno precedente. Regno Unito, Francia e Germania continuano a guidare la classifica per paesi, mentre l’Europa meridionale mostra una crescita particolarmente intensa.
Operazioni di rilievo e andamento del mercato
In Spagna, gli investimenti nel settore logistico hanno raggiunto i 903 milioni di euro nel primo semestre, con un aumento del 40% su base annua. Tra le operazioni più rilevanti figurano acquisizioni di portafogli e asset di grandi dimensioni a Madrid e in Catalogna, come i progetti Pine, Apex e ACE, nonché transazioni significative a Villaverde, Valdemoro, Sant Feliu de Buixalleu e Gélida.
Anche il mercato europeo sta registrando un aumento delle operazioni su larga scala, il che ha portato la dimensione media delle transazioni logistiche a 36 milioni di euro, rispetto ai 24 milioni di euro delle singole operazioni.
Domanda ai massimi livelli e offerta limitata
L’attività di occupazione continua a registrare livelli storici. Nella Zona Centro, le contrattazioni nel settore logistico hanno raggiunto 620.778 m², il miglior risultato mai registrato in un primo semestre e il 58% in più rispetto al 2025. Il canone prime si attesta a 7,00 €/m²/mese, con previsioni di crescita alla luce del persistere di una domanda elevata.
Anche la Catalogna mantiene un ritmo solido, con 473.026 m² contrattualizzati e una disponibilità che scende al 2,1%, una delle più basse tra i grandi mercati nazionali. La pressione sull’offerta, specialmente nella prima corona, continua a spingere al rialzo i canoni di locazione, che raggiungono 9,25 €/m²/mese.
La nuova offerta rimane limitata in entrambi i mercati: Madrid conta 340.000 m² in fase di sviluppo entro il 2026 (di cui solo il 24% a scopo speculativo), mentre la Catalogna totalizza 278.000 m² in costruzione. Questa tendenza si ripete in Europa, dove il volume in fase di sviluppo è sceso a 13,9 milioni di m², il livello più basso dal 2020.
Fonte: Moneda Unica
(Contributo editorisle a cura della Camera di Commercio e Industria Italiana per la Spagna)
La trasformazione digitale in Germania non riguarda soltanto la capacità di adottare nuove tecnologie, ma soprattutto di integrarle nei processi aziendali, nella gestione dei dati e nelle relazioni di filiera. Tra le principali tecnologie troviamo intelligenza artificiale e cybersecurity.
L’intelligenza artificiale sta avendo un ruolo sempre piú importante all’interno delle ziende tedesche. La Germania presenta un livello di diffusione elevato: tra il 2025 e il 2026 l’adozione dell’AI nelle aziende è passata dal 17% al 41%. Allo stesso tempo, l’esperienza tedesca dimostra che adottare una tecnologia non significa automaticamente ottenere risultati economici. Solo una parte delle imprese riesce oggi a misurarne pienamente il valore, anche a causa della qualità e della frammentazione dei dati interni. È un aspetto importante anche per l’Italia: la vera sfida non è soltanto introdurre nuovi strumenti, ma costruire le condizioni organizzative per utilizzarli bene.
Anche la cybersecurity è diventata un tema centrale. In Germania, i danni provocati dai cyberattacchi sono stimati in circa 202 miliardi di euro e le PMI rappresentano uno dei principali obiettivi dei ransomware. Questi numeri mostrano come la sicurezza informatica sia ormai una questione di filiera: proteggere una PMI significa spesso proteggere anche i clienti e i partner con cui è connessa.
Nei prossimi anni, la competitività dipenderà anche dalle infrastrutture digitali e dalla trasparenza delle supply chain. La Germania sta rafforzando il ruolo del corridoio Reno-Meno come hub europeo dei data center. Parallelamente, strumenti come il Digital Product Passport, gli agenti AI per il procurement e i digital twin stanno creando nuove opportunità per rendere le filiere più efficienti, trasparenti e resilienti.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana per la Germania (ITKAM))
La nautica si conferma uno dei settori più dinamici dell'economia marittima europea. Mentre i grandi volumi produttivi restano appannaggio dei cantieri asiatici, l'Europa mantiene una posizione di forza nei segmenti a più alto valore aggiunto: yacht e superyacht, unità specializzate, tecnologia marina e cantieristica avanzata. In questo scenario, Italia e Germania emergono come i due principali protagonisti del settore a livello continentale, con specializzazioni complementari che aprono interessanti spazi di collaborazione.
L'Italia, leader mondiale nella nautica di lusso
Il comparto nautico italiano rappresenta una filiera solida e in crescita: nel 2024 ha generato un fatturato complessivo di 8,6 miliardi di euro e conta oltre 31.480 addetti. Sul fronte del commercio estero, l'Italia si è confermata nel 2025 seconda al mondo per quota di esportazioni di imbarcazioni, con il 21,9% del mercato globale — un risultato che si affianca a un export in continua crescita (4,39 miliardi di euro nel 2025) e a un saldo commerciale ampiamente positivo, segno della forte competitività internazionale del comparto.
Alla base di questo successo c'è un modello industriale unico, che combina grandi gruppi di riferimento — Fincantieri, Azimut Benetti, Ferretti Group, Sanlorenzo — con una fitta rete di PMI specializzate in componentistica, allestimenti e servizi. Un ecosistema che ha permesso all'Italia di conquistare una posizione di leadership mondiale, in particolare nel segmento degli yacht e superyacht di fascia alta.
La Germania, prima al mondo nell'export nautico
Anche la Germania ha vissuto una crescita significativa: nel 2025 ha infatti raggiunto una quota delle esportazioni pari al 29,4% della produzione, superando il 18% registrato l’anno precedente e diventando il primo esportatore mondiale del settore. Un risultato che riflette anche la spinta innovativa della cantieristica tedesca: nel 2025 Lürssen ha varato Cosmos, il primo superyacht al mondo con propulsione a celle a combustibile, mentre Abeking & Rasmussen ha consegnato un motoryacht di 118 metri. Segnali concreti di come il segmento lusso tedesco stia investendo su tecnologia e sostenibilità.
La filiera tedesca conta oltre 130 cantieri navali, concentrati soprattutto nel Nord del Paese, ma con una base industriale più ampia di quanto si pensi: quasi la metà del fatturato della componentistica marittima tedesca viene generato in Baviera e Baden-Württemberg, a conferma di una profondità industriale che va oltre le regioni costiere.
Un settore, due modelli complementari
Il confronto tra i due Paesi restituisce un quadro di complementarità più che di competizione: da un lato l'eccellenza italiana nella nautica da diporto e nel superyachting, dall'altro la leadership tedesca nella cantieristica specializzata e nella tecnologia marina. Due ecosistemi produttivi che, uniti, rappresentano un potenziale ancora in gran parte da esplorare per le imprese di entrambi i Paesi.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana per la Germania (ITKAM))
Alle start-up ceche, secondo l’esecutivo, mancano spesso gli investitori nella fase iniziale delle loro attività di sviluppo. “Vogliamo spingere il capitale ceco affinché investa maggiormente sul mercato domestico nelle imprese con un alto potenziale di crescita”, ha detto la ministra delle Finanze Alena Schillerová. La misura faro della nuova legge sulle start-up sarà quindi la possibilità di dedurre dalla base imponibile fino a cinque milioni di corone all’anno di investimenti in start-up. Le start-up dovrebbero poi ottenere regole più flessibili per il riporto delle perdite fiscali.
La nuova legge stabilirà anche i parametri in base ai quali un’azienda sarà considerata una start-up. Tra le condizioni, un’anzianità operativa di massimo otto anni o un giro d’affari non superiore a 250 milioni di corone. Le start-up non dovranno avere collegamenti di capitale con grandi imprese e non potranno essere quotate su mercati regolamentati. “La certificazione verrà garantita dalla nuova agenzia CzechBusiness”, ha indicato il ministro dell’Industria e del Commercio Karel Havlíček.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio e dell'Industria Italo-Ceca)
La produzione dell'edilizia slovacca ha raggiunto, a luglio 2026, quasi 805 milioni di euro, con una crescita reale del 2,3% su base annua al netto dell'inflazione: si tratta però del secondo ritmo di crescita più lento dell'anno in corso e di uno dei mesi di luglio più deboli degli ultimi 14 anni, secondo i dati dell'Istituto statistico slovacco (ŠÚ SR).
Per la prima volta quest'anno il valore dei lavori edili ha superato la soglia degli 800 milioni di euro, traguardo che nel 2025 era stato raggiunto solo negli ultimi mesi dell'anno. A trainare il risultato è stata soprattutto la nuova edilizia sul territorio nazionale, in crescita del 4,9% su base annua per un volume di quasi 510 milioni di euro. Anche i lavori di manutenzione e riparazione hanno segnato un balzo, con oltre 181 milioni di euro, il valore di luglio più alto degli ultimi 14 anni. In controtendenza la produzione realizzata all'estero dalle imprese slovacche, scesa del 13,5% su base annua. Nei primi sette mesi dell'anno la produzione edilizia complessiva ha comunque superato i 4,8 miliardi di euro, con una crescita reale dell'8,2% rispetto allo stesso periodo del 2025.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italo-Slovacca)