Notizie mercati esteri

Mercoledì 24 Giugno 2026

Cresce la spesa per le innovazioni delle aziende ceche

Le aziende ceche hanno aumentato la loro spesa per le attività di innovazione e ricerca. Lo indica l’Ufficio di Statistica Ceco.

Secondo una rilevazione, che fa riferimento all’anno 2024, le aziende ceche hanno speso per le attività di innovazione e ricerca 221 miliardi di corone, circa il dieci percento in più rispetto alla rilevazione precedente del 2022. La quota sui ricavi della spesa per questo tipo di attività è salita dal 2,3% al 2,5%. Circa due terzi della spesa aziendale per le innovazioni fanno capo alle imprese di grandi dimensioni.

Il settore che ha speso più risorse per le innovazioni nel 2024 è stata l’industria con il solo settore automotive, che ha realizzato investimenti di questo tipo per quasi 50 miliardi di corone. La maggiore quota dei fondi è stata destinata a progetti realizzati in house. Circa un terzo delle aziende innovative ha poi usufruito del sostegno pubblico, tra cui sovvenzioni nazionali e comunitarie e crediti d’imposta.

Fonte: csu.gov.cz

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio e dell'Industria Italo-Ceca)

Ultima modifica: Mercoledì 24 Giugno 2026
Mercoledì 24 Giugno 2026

Analisi settore alimentare e delle bevande Croazia

L’industria alimentare e delle bevande rappresenta uno dei pilastri più rilevanti dell’economia croata, sia per il suo contributo al PIL sia per il peso occupazionale all’interno dell’industria manifatturiera. Il settore conferma una forte capacità di tenuta, in un contesto economico caratterizzato da pressioni sui costi, dinamiche dei prezzi ancora sostenute e crescente concorrenza sui mercati internazionali. Nel 2022 la produzione alimentare e delle bevande ha contribuito per il 2,3% al PIL nazionale e per il 18,1% al PIL dell’industria manifatturiera, mentre nel 2024 ha rappresentato il 3,3% dell’occupazione complessiva in Croazia.

Dopo il calo registrato nel 2023, l’attività produttiva dell’industria alimentare ha mostrato nel 2024 un recupero moderato, con una crescita annua dello 0,6%, accompagnata da un aumento dell’occupazione e delle retribuzioni. Nel dicembre 2024 il comparto alimentare impiegava oltre 43 mila lavoratori, confermando il proprio ruolo strategico per la stabilità del mercato del lavoro. Anche l’industria delle bevande ha registrato una crescita della produzione, pari al 2,5% su base annua, sebbene i dati destagionalizzati evidenzino un rallentamento nel quarto trimestre dell’anno.

Il quadro complessivo resta tuttavia caratterizzato da alcune criticità strutturali. La produzione alimentare continua a presentare livelli retributivi inferiori rispetto alla media nazionale e a quella dell’industria manifatturiera, mentre il comparto delle bevande mantiene salari più elevati, pur con un differenziale in progressiva riduzione. Particolare attenzione merita inoltre la bilancia commerciale: tra il 2010 e il 2024 le esportazioni di alimenti, bevande e tabacco sono aumentate in modo significativo, ma le importazioni sono cresciute a un ritmo ancora più sostenuto, riducendo la copertura delle importazioni con le esportazioni.

Il confronto con l’UE-27 mostra che la Croazia segue la tendenza europea di resilienza del settore alimentare e delle bevande rispetto alla manifattura nel suo complesso. Le nuove preferenze dei consumatori, orientate verso prodotti più sostenibili, salutari, innovativi e a maggiore valore aggiunto, rappresentano al tempo stesso una sfida e un’opportunità. Per rafforzare la competitività del settore, sarà fondamentale puntare su innovazione, investimenti, internazionalizzazione e valorizzazione dell’immagine della Croazia come Paese produttore di alimenti e bevande di qualità.

(Contenuto editoriale a cura della Camera di commercio italo croata)

Ultima modifica: Mercoledì 24 Giugno 2026
Giovedì 18 Giugno 2026

Dalla crescita delle imprese ai mercati dei capitali: cosa può imparare l'Italia dal modello svedese

Mentre l'Europa cerca di recuperare terreno rispetto a Stati Uniti e Cina, dalla Svezia arriva un messaggio chiaro

La competitività del continente non dipende soltanto dalla capacità di creare nuove imprese, ma soprattutto dalla possibilità di farle crescere, innovare e competere su scala globale. È questo il tema emerso recentemente nel dibattito promosso dai principali rappresentanti del mondo economico svedese Jacob Wallenberg, Cristina Stenbeck, Niklas Zennström e Per Franzén, che hanno lanciato un appello per rafforzare gli strumenti a sostegno della crescita imprenditoriale e dell'attrattività economica europea.

Il confronto appare particolarmente significativo anche per l'Italia. Pur appartenendo a contesti economici differenti, entrambi i Paesi si confrontano oggi con una sfida comune: trasformare il risparmio, l'innovazione e il capitale umano in crescita economica sostenibile.

Secondo i leader industriali svedesi, il problema principale dell'Europa non è la mancanza di startup. Al contrario, il continente continua a generare nuove imprese innovative e imprenditori di talento. La vera difficoltà consiste nel trasformare queste realtà in grandi aziende capaci di competere a livello internazionale. Per Franzén, amministratore delegato di EQT, ha sintetizzato il problema osservando che negli ultimi cinquant'anni negli Stati Uniti circa 250 aziende hanno raggiunto una capitalizzazione superiore ai 10 miliardi di dollari, mentre in Europa il numero si ferma a poche decine. Il divario evidenzia una differenza strutturale nella capacità di accompagnare le imprese lungo il percorso di crescita. Anche l'Italia si confronta con una dinamica simile. Negli ultimi anni il numero delle startup innovative è aumentato, ma molte imprese faticano a superare la fase iniziale e a trasformarsi in realtà di dimensioni internazionali. La limitata disponibilità di capitali di rischio, la frammentazione dei mercati e una minore propensione all'investimento azionario rappresentano ancora ostacoli significativi.

Proprio su questo punto emerge uno degli aspetti più interessanti del modello svedese. La crescita delle imprese svedesi non è sostenuta esclusivamente dal credito bancario, ma da un ecosistema finanziario che favorisce l'incontro tra risparmio privato, investitori istituzionali e imprese innovative. In questo contesto assume particolare rilevanza il sistema ISK (Investeringssparkonto), il conto di risparmio per investimenti introdotto per semplificare l'accesso ai mercati finanziari da parte dei cittadini. Grazie a una tassazione semplificata basata sul patrimonio investito e non sui singoli guadagni realizzati, l'ISK ha contribuito ad ampliare la partecipazione dei risparmiatori ai mercati dei capitali, favorendo una cultura dell'investimento di lungo periodo. Oggi una quota significativa della popolazione svedese utilizza questo strumento per investire in azioni e fondi. Il risultato è un mercato finanziario particolarmente sviluppato rispetto alle dimensioni del Paese. La Svezia presenta uno dei più alti numeri di società quotate in Europa e un ecosistema capace di sostenere sia le startup sia le aziende in fase di espansione. Il tema è particolarmente rilevante anche per l'Italia. Il Paese possiede uno dei più elevati livelli di risparmio privato dell'Unione Europea, ma gran parte di queste risorse rimane concentrata in depositi bancari o investimenti a basso rischio. Da tempo le istituzioni europee sottolineano la necessità di mobilitare una quota maggiore del risparmio privato verso investimenti produttivi, innovazione e crescita industriale. In questo senso, l'esperienza svedese viene spesso citata come uno dei possibili modelli di riferimento per lo sviluppo dell'Unione dei Mercati dei Capitali promossa dalla Commissione Europea.

Un altro tema centrale emerso nel dibattito svedese riguarda l'accesso ai capitali per le imprese innovative. Niklas Zennström, fondatore di Skype e oggi alla guida del fondo Atomico, ha evidenziato come persino in Svezia esista la necessità di coinvolgere maggiormente i grandi investitori istituzionali nel finanziamento delle aziende tecnologiche in crescita. Secondo molti osservatori, la capacità di trattenere capitale in Europa rappresenta una delle condizioni fondamentali per evitare che le imprese più promettenti si trasferiscano negli Stati Uniti alla ricerca di maggiori opportunità finanziarie. Anche per l'Italia il tema è cruciale. Molte imprese innovative trovano ancora difficoltà nell'accedere a capitali sufficienti per sostenere processi di internazionalizzazione, ricerca e sviluppo o acquisizioni strategiche. Rafforzare il collegamento tra risparmio privato, fondi pensione, investitori professionali e sistema produttivo potrebbe contribuire a ridurre questo divario.

I leader economici svedesi hanno inoltre posto l'attenzione su due ulteriori fattori della competitività: infrastrutture e capitale umano. Jacob Wallenberg ha evidenziato come la crescita economica richieda investimenti infrastrutturali adeguati, citando il progetto del corridoio di sviluppo che collega Oslo, Göteborg, Malmö, Copenaghen e Amburgo. L'obiettivo è creare una delle principali aree economiche integrate del Nord Europa, capace di attrarre imprese, investimenti e competenze. Anche l'Italia è coinvolta in una sfida analoga. Il potenziamento dei collegamenti logistici europei, dei corridoi ferroviari e delle infrastrutture digitali rappresenta una condizione essenziale per rafforzare la competitività del sistema produttivo e migliorare l'integrazione con i principali mercati continentali. Parallelamente, la Svezia punta ad attrarre talenti internazionali attraverso un ambiente favorevole all'innovazione, alla ricerca e all'imprenditorialità. La disponibilità di personale qualificato è considerata un elemento strategico per sostenere la crescita futura delle imprese. Anche in questo caso l'Italia affronta una sfida importante, legata sia alla fuga di giovani professionisti verso l'estero sia alla necessità di rendere il Paese maggiormente attrattivo per lavoratori altamente qualificati provenienti da altri mercati.

La riflessione avviata in Svezia va oltre i confini nazionali. Le preoccupazioni espresse dai principali esponenti del mondo economico svedese riguardano infatti il futuro dell'intera Europa e la sua capacità di mantenere un ruolo competitivo nello scenario globale. L'esperienza svedese mostra come la combinazione tra cultura finanziaria diffusa, mercati dei capitali sviluppati, investimenti infrastrutturali e sostegno all'innovazione possa contribuire a creare un ambiente favorevole alla crescita delle imprese. Allo stesso tempo, evidenzia che nemmeno le economie più avanzate possono considerare acquisita la propria competitività. Per l'Italia, che dispone di un ampio patrimonio di risparmio privato, di un tessuto imprenditoriale dinamico e di eccellenze riconosciute a livello internazionale, il caso svedese offre spunti interessanti su come rafforzare il collegamento tra capitale e sviluppo economico.

In un momento in cui l'Unione Europea è chiamata a rilanciare la propria crescita e a ridurre il divario con le grandi economie mondiali, il dialogo tra esperienze nazionali diverse può rappresentare uno strumento prezioso per individuare nuove strategie di sviluppo. Svezia e Italia, pur partendo da modelli differenti, condividono oggi la stessa sfidatrasformare innovazione, risparmio e competenze in crescita duratura e competitività internazionale.

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana per la Svezia)

Ultima modifica: Giovedì 18 Giugno 2026
Giovedì 18 Giugno 2026

La nuova geografia della competitività brasiliana ridisegna la corsa elettorale del 2026

Nel dibattito che accompagna le elezioni brasiliane del 2026, uno degli elementi più rilevanti per comprendere le diverse realtà del Paese emerge dal nuovo Ranking de Competitividade dos Estados elaborato dal Centro de Liderança Pública (CLP). Lo studio offre una lettura che va oltre le tradizionali classifiche di sviluppo economico, mettendo in evidenza non solo quali Stati presentano oggi le migliori performance, ma soprattutto quali territori stanno accelerando più rapidamente il proprio percorso di crescita.

L’analisi della dimensione economica, costruita su 33 indicatori distribuiti tra capitale umano, infrastrutture, innovazione e potenziale di mercato, mostra un Brasile in trasformazione, nel quale i tradizionali poli economici continuano a esercitare una forte leadership, ma iniziano a convivere con nuove dinamiche regionali. San Paolo e Santa Catarina mantengono posizioni di vertice e confermano la solidità di un modello economico consolidato, sostenuto da elevati livelli di competitività e da un ambiente favorevole agli investimenti. Tuttavia, la fotografia più interessante non riguarda chi è già ai primi posti, bensì chi sta avanzando più velocemente.

Secondo lo studio, Espírito Santo, Paraíba e Sergipe guidano la classifica della crescita recente nella dimensione economica tra il 2023 e il 2025. Il dato evidenzia una tendenza significativa: il Nordest brasiliano non è più soltanto una regione associata a sfide strutturali, ma si sta affermando come uno dei principali motori di trasformazione del Paese. Accanto a questi Stati emergono anche Bahia, Mato Grosso, Rio de Janeiro e Piauí, che mostrano progressi consistenti e contribuiscono a una maggiore diversificazione geografica della crescita economica nazionale.

La lettura delle traiettorie regionali suggerisce inoltre un progressivo avvicinamento tra gli Stati. Pur restando marcate le differenze nei livelli assoluti di competitività, diversi territori stanno recuperando terreno grazie a investimenti in infrastrutture, qualificazione della forza lavoro e miglioramento dell’ambiente economico. È un fenomeno che riduce, almeno parzialmente, la storica concentrazione delle opportunità nelle regioni Sud e Sud-Est.

Particolarmente interessante è il comportamento del pilastro dedicato al capitale umano. In questo ambito si osserva una crescita diffusa in quasi tutte le regioni del Paese, con Mato Grosso, Bahia e Rio de Janeiro tra gli Stati che hanno registrato gli avanzamenti più significativi. Il dato conferma che la competitività contemporanea dipende sempre più dalla capacità di attrarre, formare e trattenere talenti, elemento essenziale per sostenere l’innovazione e la produttività nel lungo periodo.

Anche sul fronte delle infrastrutture emergono segnali incoraggianti. Sergipe e Piauí si distinguono per i progressi più rapidi, evidenziando come gli investimenti logistici e di connettività possano rappresentare un acceleratore decisivo per la crescita regionale. In un Paese dalle dimensioni continentali come il Brasile, la qualità delle infrastrutture continua infatti a essere uno dei principali fattori di competitività territoriale.

Lo studio del CLP mette inoltre in luce una questione centrale per il futuro del Paese: la differenza tra performance attuale e velocità di trasformazione. Alcuni Stati mantengono posizioni elevate grazie alla solidità delle loro strutture economiche, mentre altri, pur partendo da livelli inferiori, mostrano una capacità di evoluzione particolarmente significativa. È proprio in questo spazio che si giocherà una parte importante del dibattito elettorale del 2026, con governatori e candidati chiamati a dimostrare non soltanto risultati raggiunti, ma anche prospettive di sviluppo sostenibile nel medio e lungo termine.

La competitività territoriale sta assumendo un ruolo sempre più strategico nella definizione delle politiche pubbliche. La capacità di generare occupazione qualificata, attrarre investimenti, promuovere innovazione e migliorare la qualità della vita dei cittadini rappresenta oggi uno degli indicatori più concreti dell’efficacia amministrativa. In questo senso, il ranking del CLP non è soltanto una fotografia statistica, ma uno strumento di lettura delle trasformazioni economiche e sociali che stanno ridefinendo il Brasile.

Mentre il Paese si avvicina a una nuova stagione elettorale, la mappa della competitività suggerisce che il futuro della crescita brasiliana potrebbe essere sempre meno concentrato in pochi grandi centri e sempre più distribuito tra territori capaci di innovare, investire e costruire strategie di sviluppo coerenti con le proprie vocazioni. È una dinamica che, se consolidata, potrebbe contribuire a rendere il Brasile non solo più competitivo, ma anche più equilibrato dal punto di vista regionale.

Fonte: Centro de Liderança Pública (CLP), Ranking de Competitividade dos Estados – Eleições 2026.

(Contenuto editoriale a cura della Camera Italo-Brasiliana di Commercio e Industria di Rio de Janeiro)

Ultima modifica: Giovedì 18 Giugno 2026
Giovedì 11 Giugno 2026

Fede cultura e sviluppo economico trainano il nuovo turismo dell’Espírito Santo

Nel panorama del turismo brasiliano, sempre più orientato verso esperienze autentiche e identitarie, lo Stato dell’Espírito Santo sta consolidando un posizionamento strategico in un segmento tanto tradizionale quanto economicamente rilevante: il turismo religioso. In un momento in cui il viaggiatore contemporaneo cerca connessioni emotive, spiritualità e patrimonio culturale, la regione capixaba riesce a trasformare fede, storia e tradizione in un importante motore di sviluppo economico e valorizzazione territoriale.

Secondo i dati riportati da PANROTAS, il turismo religioso in Brasile muove circa 15 miliardi di reais all’anno e genera quasi 200 mila posti di lavoro diretti e indiretti. In questo scenario, l’Espírito Santo emerge come uno dei principali poli nazionali grazie alla capacità di integrare celebrazioni religiose, patrimonio architettonico, cultura locale e paesaggi naturali in una proposta turistica coerente e diversificata. 

Dalle città costiere alle regioni montane, passando per i piccoli centri storici dell’interno, il calendario religioso dello Stato distribuisce flussi turistici durante tutto l’anno, contribuendo alla destagionalizzazione dell’economia locale. Eventi come la Festa da Penha, una delle più grandi manifestazioni religiose del Brasile, attirano migliaia di pellegrini e visitatori, con impatti diretti su hotel, ristorazione, trasporti, commercio e servizi. Una recente ricerca della Secretaria de Turismo do Espírito Santo ha evidenziato livelli altissimi di soddisfazione tra i visitatori dell’edizione 2026 della festa, rafforzando il ruolo del segmento come asset strategico per il turismo regionale. 

Ma il fenomeno va oltre i grandi eventi. L’Espírito Santo ha saputo trasformare il proprio patrimonio religioso in un ecosistema di esperienze permanenti. Il Convento da Penha, a Vila Velha, considerato uno dei monumenti storici e spirituali più importanti del Paese, continua a rappresentare un simbolo identitario dello Stato. Allo stesso tempo, il Mosteiro Zen Morro da Vargem, primo monastero zen dell’America Latina, amplia il concetto di spiritualità turistica, intercettando un pubblico interessato al benessere, alla meditazione e al turismo contemplativo. 

Anche le storiche chiese gesuitiche, come la Igreja dos Reis Magos, testimoniano il valore culturale e architettonico del territorio, inserendo l’Espírito Santo in una narrativa che unisce colonizzazione, immigrazione europea e tradizioni religiose brasiliane. In particolare, le regioni montane di origine italiana e tedesca stanno riscoprendo il turismo di fede come leva di sviluppo sostenibile, combinando gastronomia, patrimonio immateriale e turismo esperienziale. 

Il successo del modello capixaba si inserisce inoltre in una più ampia strategia di riposizionamento turistico dello Stato. Negli ultimi mesi, il governo locale ha intensificato la promozione del territorio attraverso nuovi piani di marketing, fiere specializzate e iniziative di valorizzazione dell’identità culturale. Il turismo religioso, in questo contesto, si presenta come uno dei segmenti più resilienti e meno vulnerabili alle oscillazioni economiche, grazie a una domanda stabile, intergenerazionale e fortemente legata ai valori dell’esperienza autentica. 

Per il mercato internazionale, e in particolare per il pubblico europeo, l’Espírito Santo rappresenta oggi una destinazione ancora poco esplorata ma ricca di potenziale. La combinazione tra spiritualità, natura, accoglienza e patrimonio storico offre infatti un’alternativa sofisticata ai tradizionali circuiti del turismo religioso latinoamericano. Un’opportunità che potrebbe interessare sempre di più operatori turistici, investitori e viaggiatori alla ricerca di nuove rotte culturali in Brasile.

(Contenuto editoriale a cura della Camera Italo-Brasiliana di Commercio e Industria di Rio de Janeiro)

Fonte: PANROTAS

Ultima modifica: Giovedì 11 Giugno 2026
Giovedì 11 Giugno 2026

Crescita dei salari in Serbia nel marzo 2026

Nel marzo 2026, il salario medio lordo per dipendente si è attestato a 167.263 dinari, mentre quello netto, esclusi imposte e contributi, è stato di 121.650 dinari.

Nel primo trimestre del 2026, i salari lordi hanno registrato una crescita dell’11,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente in termini nominali, pari a un aumento reale dell’8,7%. Anche il salario medio netto ha mostrato un andamento positivo, con un incremento dell’11,7% nominale e dell’8,9% reale.

Rispetto a marzo 2025 il salario medio lordo di marzo 2026 è cresciuto del 12,5% nominalmente e del 9,4% in termini reali. Parallelamente, il salario medio netto è aumentato del 12,6% nominale e del 9,5% reale.

La retribuzione netta mediana nel marzo 2026 è stata pari a 92.753 dinari, indicando che la metà dei lavoratori ha percepito uno stipendio uguale o inferiore a questa cifra.

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italo-Serba)

Ultima modifica: Giovedì 11 Giugno 2026
Mercoledì 10 Giugno 2026

Il Brasile potrebbe diventare il prossimo fornitore globale di elementi delle terre rare?

l Paese possiede le seconde riserve più grandi al mondo, ma deve affrontare sfide tecnologiche e industriali nello sfruttamento di questi minerali strategici

Nascoste sotto il suolo brasiliano, milioni di tonnellate di elementi delle terre rare stanno suscitando interesse a livello globale, con gli Stati Uniti in prima linea. Tuttavia, sebbene per alcuni rappresentino il nuovo oro del Brasile, un boom economico sembra ancora lontano.

Essenziali per la produzione di qualsiasi cosa, dalle auto elettriche ai missili, questi 17 elementi sono abbondanti sul suolo, ma la Cina detiene le maggiori riserve e la tecnologia per lavorarli.

Oggi la produzione brasiliana è insignificante, mentre il governo di Luiz Inácio Lula da Silva (PT) cerca di incoraggiarne lo sviluppo e di mantenere il controllo su questa inattesa fonte di reddito.

Il Brasile potrebbe diventare un nuovo fornitore globale di elementi delle terre rare? Ecco alcune risposte chiave.

Secondo le stime dello United States Geological Survey (USGS), il Brasile possiede oltre 20 milioni di tonnellate di elementi delle terre rare. Si tratta della seconda riserva più grande al mondo, dopo la Cina e ben al di sopra della terza, l'India, con 6,9 milioni di tonnellate.

Ma le esportazioni sono marginali. Il paese ha esportato 20 tonnellate nel 2024, una minuscola frazione della produzione globale stimata in 390.000 tonnellate per quell'anno dall'USGS. La Cina rappresenta circa due terzi del totale.

Perché ne produce così poco?

Gli elementi delle terre rare, come il neodimio e il praseodimio, si trovano in sabbie, argille e rocce, insieme a decine di altri composti, e devono essere separati attraverso un processo costoso.

"Nella transizione tra ciò che estraiamo dalla terra e l'ossido (di terre rare), ad esempio, che sarebbe puro al 99,9999%, ci sono almeno 400 processi industriali", ha spiegato Pablo Cesario, presidente dell'Istituto Brasiliano delle Miniere (Ibram), che rappresenta le principali aziende del settore.

"Possiamo farlo su scala di laboratorio. Ciò che non abbiamo, e che quasi nessuno al mondo possiede, è questa tecnologia di elaborazione su scala industriale", ha spiegato Cesario in una conferenza stampa virtuale.

Pertanto, secondo Julio Nery, direttore degli affari minerari di Ibram, sono necessarie "infrastrutture", "ricerca tecnologica" e una fornitura di energia più economica e abbondante.

Chi sta dando la caccia alle terre rare?

Gli Stati Uniti hanno individuato nel Brasile un'opportunità per sfidare la posizione dominante della Cina nel mercato delle terre rare.

"Consideriamo il Brasile un Paese con il potenziale per attrarre miliardi di investimenti dagli Stati Uniti. Siamo già su questa strada, con oltre 600 milioni di dollari investiti (circa 3 miliardi di real brasiliani)", ha dichiarato alla stampa, durante un evento per investitori a marzo, un portavoce dell'ambasciata statunitense, che ha chiesto di rimanere anonimo.

Durante l'incontro, Washington ha firmato un memorandum d'intesa con lo stato di Goiás per incentivare l'estrazione di terre rare.

Ad aprile, la società americana USA Rare Earth ha acquisito Serra Verde, la società che gestisce l'unica miniera attiva in Brasile, situata nello stato di Goiás, per circa 2,8 miliardi di dollari (circa 14 miliardi di real brasiliani).

L'Australia è presente anche in Brasile tramite la società Foxfire Metals, mentre la Cina detiene una partecipazione in un progetto in Amazzonia, secondo Ibram.

Qual è il ruolo del governo?

Il presidente Lula ha espresso la sua disponibilità a "stipulare accordi con tutti i Paesi", ma ha sottolineato che "nessuno, eccetto il Brasile, possiederà la nostra ricchezza".

In questi giorni, Lula ha teso la mano al presidente degli Stati Uniti Donald Trump, invitandolo a "collaborare" con il Brasile nell'esplorazione di elementi delle terre rare, pochi giorni dopo l'incontro con l'americano alla Casa Bianca. Il rapporto tra i due è stato caratterizzato da alti e bassi.

 

Fonte: G1

(Contributo editoriale a cura della  Camera di Commercio Italiana a San Paolo)

Ultima modifica: Mercoledì 10 Giugno 2026
Mercoledì 10 Giugno 2026

Il settore alimentare e delle bevande spagnolo cresce in un contesto globale incerto

L'industria alimentare e delle bevande spagnola ha mantenuto la propria solidità economica nel corso del 2024, nonostante le sfide poste da un contesto internazionale turbolento e dagli effetti ancora presenti dell'inflazione. È quanto emerge dal Rapporto economico annuale redatto dalla Federazione spagnola delle industrie alimentari e delle bevande (FIAB), che offre un'analisi dei principali indicatori del settore nell'esercizio 2024.

Questo documento, che conta sul sostegno del Ministero dell'Agricoltura, della Pesca e dell'Alimentazione (MAPA), mette in evidenza come, nel 2024, il fatturato reale dell’industria alimentare e delle bevande è stata di 162.378 milioni di euro, con un aumento dello 0,7%. La FIAB segnala che questo miglioramento segna un’inversione di tendenza verso la stabilità rispetto alla contrazione registrata nell’esercizio precedente.

Alla base di questo progresso vi sono l’aumento della domanda e l’internazionalizzazione, insieme alla moderazione nella crescita dei prezzi industriali e a un minore impatto degli eventi geopolitici sulle forniture. Questa stabilizzazione ha permesso nel 2024 di aumentare i livelli di attività, consentendo all’industria alimentare e delle bevande di continuare a contribuire alla crescita economica dell’industria nel suo complesso.

Nel 2024, il valore aggiunto lordo ha registrato una crescita del 4,5% raggiungendo i 35.074 milioni di euro e mantiene la sua posizione di settore stabile e solido per l'economia spagnola nel suo complesso. Il peso dell'industria alimentare e delle bevande sul totale dell'economia si è attestato al 2,4%, mentre per l'industria nel suo complesso e per il settore manifatturiero è stato rispettivamente del 15,5% e del 20,6%.

Tuttavia, il settore mette in guardia dal fatto che lo sviluppo dell'industria continua a essere condizionato dal persistere dei conflitti in Ucraina e in Medio Oriente e dal loro impatto sulle catene di approvvigionamento, nonché sui costi energetici, a cui si aggiungono la guerra dei dazi e l'ascesa del protezionismo.

Infatti, nonostante la moderazione a livello nazionale nella crescita dei prezzi, che chiude l'esercizio al 2,8%, i consumi delle famiglie nel periodo gennaio-novembre (ultimi dati disponibili) sono rimasti stabili, con una spesa cumulativa di 75.531 milioni di euro. La spesa pro capite nel 2024 ha superato i 1.609 euro, +1,4%, ma in termini di volume si è registrato un calo di 7,7 kg pro capite. Ancora una volta gli indici di consumo rivelano come gli effetti dell’inflazione, che persiste, continuino a incidere sulle famiglie.

Secondo i dati del Rapporto, l’industria alimentare e delle bevande chiude l’esercizio con una crescita dei costi di produzione dell’1,4%, superiore ai dati registrati dall’industria nel suo complesso e dal settore manifatturiero.

Il settore continua a creare occupazione

Una delle caratteristiche dell’industria alimentare e delle bevande è la sua notevole capacità di generare occupazione e di contribuire alla stabilità e alla sostenibilità sociale della Spagna. Così, nel 2024 il settore ha registrato 10.200 nuovi addetti, raggiungendo le 474.600 unità, il che rappresenta una crescita del 2,3% rispetto all’anno precedente.

Questo ritmo di crescita, superiore a quello dell’industria nel suo complesso e del settore manifatturiero, rende il settore responsabile di un contributo significativo ai dati dell’economia spagnola, confermando la sua identità di industria solida e fonte di occupazione. Inoltre, l’occupazione femminile ha rappresentato il 37% dell’occupazione totale, una percentuale superiore a quella riscontrata nell’insieme del settore manifatturiero.

Radiografia aziendale: il settore prosegue il suo processo di consolidamento

Nel 2024, il settore contava un totale di 27.896 imprese, registrando una riduzione del numero di dipendenti, sebbene tale calo dell’1,2% sia drasticamente inferiore a quello registrato negli esercizi precedenti. In particolare, le strutture più piccole con meno di 10 dipendenti hanno subito in misura maggiore questa riduzione, il che dimostra che, nonostante il miglioramento della produzione e l’internazionalizzazione, le piccole imprese sono molto vulnerabili a contesti instabili di aumento dei costi, insieme a difficoltà di accesso ai finanziamenti in linea con l’economia nel suo complesso.

Tuttavia, questi cali hanno facilitato il loro trasferimento verso fasce di occupazione superiori, in particolare quella immediatamente superiore (da 10 a 49 dipendenti), favorendo il processo di consolidamento aziendale che il settore aveva già avviato. Allo stesso tempo, il settore ha registrato un aumento delle imprese di maggiori dimensioni; infatti, il 60% della crescita registrata nelle aziende manifatturiere di grandi dimensioni si concentra nell’industria alimentare e delle bevande.

Il mercato internazionale cresce sotto la minaccia di una guerra dei dazi

Le esportazioni dell'industria alimentare e delle bevande nel 2024 ammontano a 51.092 milioni di euro e hanno nuovamente raggiunto il dato migliore della loro serie storica. Il settore spagnolo mantiene così la sua tendenza alla crescita, arrivando a raddoppiare il valore delle vendite all'estero negli ultimi 10 anni. L'attività internazionale nel settore alimentare e delle bevande ha registrato una crescita del valore del 7,2% rispetto all'esercizio 2023, una cifra che riporta il settore ai ritmi di crescita precedenti alla pandemia di COVID-19. Inoltre, la FIAB ha sottolineato come, nonostante l'incertezza dei mercati, l'industria abbia ripreso valori positivi in termini di volume con un aumento dell'1,5%, raggiungendo una stabilizzazione dopo alcuni ultimi esercizi caratterizzati da una forte pressione inflazionistica.

Nel 2024, la spinta delle esportazioni ha riportato la bilancia commerciale ai livelli precedenti al 2022, registrando un aumento del 16,9% fino a 16.090 milioni di euro, accumulando così diciassette anni di surplus nella bilancia commerciale.

I prodotti più esportati sono stati carne e prodotti a base di carne; frutta e ortaggi preparati e in conserva; olio d'oliva; pesce, crostacei e molluschi, preparati e in conserva; vino; cacao, cioccolato e prodotti di pasticceria; prodotti lattiero-caseari; prodotti da forno e pasta alimentare.

Tra i principali partner commerciali, la Francia rimane il principale paese di destinazione, con vendite pari a 7.457 milioni di euro e una crescita del 3,5% nel 2024. Segue l'Italia, che ha registrato un forte aumento del 13,9% con vendite pari a 6.290 milioni di euro, mentre il Portogallo si mantiene al terzo posto tra i paesi di destinazione, con un aumento del 3,6%. Gli Stati Uniti salgono al quarto posto con esportazioni pari a 3.365 milioni di euro, superando la Germania. La contrazione dell'economia del paese europeo potrebbe aver influito negativamente sulle vendite di alimenti e bevande spagnole in questo mercato, che hanno registrato un calo del -3,1% attestandosi a 2.896 milioni di euro.

Il Regno Unito rimane al sesto posto con un aumento delle esportazioni del 6,2% (2.281 milioni di euro esportati), anche se è vero che, a cinque anni dalla Brexit, i nuovi requisiti amministrativi e commerciali hanno influito sulle vendite spagnole, facendo retrocedere questo mercato al sesto posto quando tradizionalmente si collocava tra i primi quattro. La Cina, primo paese asiatico nella classifica, rallenta il suo calo e registra una diminuzione del -2,6%. Questo mercato registra cali dal 2020, tra l'altro a causa della diminuzione delle importazioni di suini dopo il superamento nel Paese della situazione congiunturale derivante dalla peste suina, o delle misure protezionistiche con ostacoli all'importazione di alimenti e bevande degli ultimi esercizi.

L'andamento del settore in alcuni mercati extra-comunitari è particolarmente soddisfacente. Oltre a Italia e Stati Uniti, altri paesi hanno registrato una crescita superiore al 10%: Giappone (14,8%), Messico (26%) e Filippine (18,4%).

Il caso degli Stati Uniti

Gli Stati Uniti sono un paese strategico e si posizionano come il primo mercato di destinazione extra-comunitario. Nel 2024, le vendite verso il paese nordamericano sono aumentate in modo straordinario fino al 22,6%, forse come conseguenza diretta dell’effetto di accumulo di scorte di fronte alla minaccia dell’escalation tariffaria da parte del governo degli Stati Uniti. La FIAB ricorda l'importanza di promuovere un contesto di stabilità per poter avere relazioni commerciali libere e prospere e sottolinea che le decisioni adottate dagli Stati Uniti danneggiano le imprese e i consumatori su entrambe le sponde dell'Atlantico.

In questo scenario, la Federazione sottolinea l'opportunità strategica rappresentata dalla diversificazione dei mercati per rispondere all'attuale situazione geopolitica, come la ratifica di accordi con paesi terzi, come quello con il Mercosur, e la promozione di altri attualmente in fase di negoziazione, come Australia, India, Thailandia, Filippine, Singapore o Indonesia.

La FIAB ha sottolineato l'importanza di proteggere le imprese in un contesto così turbolento e di rafforzare quei sistemi che sono fondamentali per evitare di aggiungere ulteriori difficoltà alle industrie. Tra le altre questioni, occorre avanzare verso un sistema strategico autonomo, evitando l'iperregolamentazione e l'eccessiva burocrazia che limitano la capacità di manovra delle imprese e frenano gli investimenti. La Federazione ha sottolineato l’importanza della collaborazione pubblico-privata per ridurre gli squilibri nella competitività delle imprese causati da un clima internazionale teso, evitare nuovi oneri fiscali, garantire l’unità del mercato e salvaguardare il settore dai concorrenti esterni.

(Contributo editorisle a cura della Camera di Commercio e Industria Italiana per la Spagna)

Ultima modifica: Mercoledì 10 Giugno 2026
Mercoledì 10 Giugno 2026

A Nizza, il progetto DIGIPOL rafforza nel 2026 la cooperazione con Torino sul fronte della sicurezza

Nel 2026, a Nizza, la cooperazione con l’Italia prende una forma molto concreta anche sul terreno della sicurezza urbana. Il progetto DIGIPOL, sostenuto dal programma ALCOTRA, riunisce infatti il Comune di Nizza, la Città di Torino e la Fondazione LINKS con un obiettivo preciso: sviluppare strumenti comuni di formazione e addestramento per le polizie locali dei due territori. La pagina ufficiale della città di Nizza, aggiornata il 6 marzo 2026, presenta il progetto in questi termini.

Il lancio ufficiale si è tenuto a Nizza il 10 dicembre 2025, al “Centre Universitaire Méditerranéen”. Alla giornata hanno partecipato rappresentanti delle polizie locali di Nizza, Torino, Xàbia e Sanremo, insieme agli esperti della fondazione torinese. Fin dall’inizio, il progetto è stato impostato in modo molto operativo, con un lavoro centrato su scenari comuni di addestramento, caschi di realtà virtuale e simulatori di intervento.

Il Comune di Nizza indica tra i risultati attesi 10 scenari di addestramento compatibili, più di 130 agenti formati, 15 raccomandazioni e una metodologia destinata anche alla rete europea EFUS. Il progetto prevede quindi strumenti concreti e non soltanto uno scambio tra città vicine.

Anche sul piano finanziario, DIGIPOL ha già un peso reale. Il “Rapport sur les orientations budgétaires 2026” precisa che il Comune di Nizza ha ottenuto nel 2025 un finanziamento pubblico di 645.000 euro su tre anni per questo progetto, con 200.000 euro di prime entrate previste già nel 2026. Il “Rapport de présentation du budget primitif 2026” aggiunge che DIGIPOL prevede formazioni, nuovi equipaggiamenti e scenari immersivi per l’addestramento dei poliziotti di Nizza e Torino.

Vista dalla Costa Azzurra, la cosa più interessante è proprio questa: il rapporto con l’Italia non passa solo da turismo, commercio o mobilità quotidiana. Nel caso di DIGIPOL, prende la forma di un lavoro concreto tra Nizza e Torino, con strumenti condivisi, investimenti già programmati e attività già avviate. Nel 2026, la cooperazione tra le due città si vede quindi anche su un terreno molto pratico come quello della sicurezza urbana.

(Contributo editoriale a cura della Chambre de Commerce Italienne Nice, Sophia-Antipolis, Cote d'Azur)

Ultima modifica: Mercoledì 10 Giugno 2026
Mercoledì 10 Giugno 2026

Notizie dai mercati esteri - Brasile

Il sole del Nordeste accende il futuro dell’idrogeno verde

Il Nordest del Brasile, per decenni associato a fragilità economiche, siccità cicliche e flussi migratori verso il Sud industrializzato del Paese, sta vivendo una trasformazione che potrebbe ridefinire non soltanto il proprio destino, ma anche il ruolo del Brasile nella nuova geopolitica energetica globale. Al centro di questa rivoluzione c’è il Ceará e, più precisamente, il porto di Pecém, destinato a diventare uno dei più importanti hub mondiali per la produzione e l’esportazione di idrogeno verde.

In un momento storico in cui Europa, Asia e Stati Uniti cercano alternative concrete ai combustibili fossili e accelerano la decarbonizzazione delle proprie industrie, il Nordest brasiliano si presenta con un vantaggio competitivo quasi irripetibile: oltre 3.000 ore di sole all’anno, una delle più elevate irradiazioni solari del pianeta, vaste aree disponibili per impianti fotovoltaici ed eolici e una posizione geografica strategica che riduce i tempi di navigazione verso l’Europa e il Nord America. 

La combinazione di energia solare ed eolica consente infatti di produrre elettricità rinnovabile a costi tra i più bassi al mondo, elemento decisivo per abbattere il prezzo dell’idrogeno verde, ancora oggi considerato il principale ostacolo alla sua diffusione su larga scala. È proprio su questo fronte che il Brasile intravede l’opportunità di assumere un ruolo di leadership internazionale. Il progetto sviluppato nell’area industriale e portuale di Pecém prevede investimenti miliardari e una capacità produttiva che potrebbe raggiungere i 5 GW, trasformando il Ceará in una piattaforma energetica globale.

Non si tratta soltanto di una questione energetica. La posta in gioco riguarda l’intera struttura industriale del futuro. L’idrogeno verde viene considerato essenziale per decarbonizzare settori difficili da elettrificare, come siderurgia, chimica pesante, fertilizzanti, trasporto marittimo e aviazione. In Europa, la crescente pressione normativa sul carbon footprint sta accelerando la domanda di combustibili puliti e di materie prime prodotte con energia rinnovabile. In questo scenario, il Brasile potrebbe non limitarsi a esportare commodity tradizionali, ma diventare fornitore strategico di energia verde e derivati come ammoniaca verde e acciaio a basse emissioni. 

L’aspetto più interessante è forse il cambio di paradigma economico che questa transizione può generare. Per decenni il Nordest è stato visto come periferia produttiva del Brasile. Oggi, invece, è proprio questa regione ad avere le condizioni naturali più favorevoli per guidare la nuova economia energetica. La disponibilità di sole e vento non è più soltanto una caratteristica climatica: diventa un asset industriale, geopolitico e finanziario. La transizione energetica globale sta ridefinendo il valore dei territori e, in questo nuovo scenario, il Ceará si ritrova improvvisamente al centro delle rotte strategiche del XXI secolo.

Il porto di Pecém rappresenta il simbolo concreto di questa ambizione. Nato come polo logistico e industriale, oggi evolve verso una dimensione molto più sofisticata, integrando infrastrutture energetiche, capacità di esportazione e progetti di industrializzazione verde. La vicinanza ai terminali marittimi riduce i costi logistici dell’export di idrogeno e derivati, aumentando la competitività internazionale del progetto brasiliano. 

Naturalmente restano sfide significative. La filiera dell’idrogeno verde richiede investimenti elevati, stabilità regolatoria, capacità tecnologica e infrastrutture di trasporto ancora in fase di consolidamento. Inoltre, la competizione internazionale è sempre più intensa: Arabia Saudita, Australia, Marocco e Cile stanno investendo aggressivamente nello stesso mercato. Tuttavia, pochi Paesi possono combinare la disponibilità di risorse rinnovabili, abbondanza territoriale, accesso all’acqua e posizione geografica come il Brasile.

È proprio questa convergenza di fattori che sta attirando multinazionali, fondi infrastrutturali e governi stranieri verso il Nordest brasiliano. In una fase in cui il mondo cerca sicurezza energetica, diversificazione delle fonti e riduzione delle emissioni, il Ceará non appare più come una promessa futura, ma come uno dei laboratori più avanzati della transizione energetica globale.

Per il Brasile, la grande opportunità sarà evitare di ripetere modelli storici basati esclusivamente sull’esportazione di materie prime. Se il Paese riuscirà a costruire una filiera industriale integrata attorno all’idrogeno verde — dalla produzione energetica alla trasformazione industriale — il Nordest potrebbe vivere una delle più profonde rivoluzioni economiche della sua storia contemporanea.

Fonti: Click Petroleo e Gas

Il mare che rilancia Rio

C’è un’immagine che negli ultimi anni è tornata a definire Rio de Janeiro agli occhi del mondo: quella delle grandi navi da crociera che entrano lentamente nella Baia di Guanabara, attraversando uno degli scenari urbani più iconici del pianeta. Non si tratta soltanto di cartoline turistiche. Dietro quella coreografia di arrivi e partenze si muove un’economia sempre più strategica per la città e per l’intero Stato di Rio de Janeiro.

La stagione crocieristica 2025/2026 si è chiusa con numeri che confermano il peso crescente del turismo marittimo nell’economia fluminense. Secondo i dati diffusi dal Pier Mauá, il terminal ha ricevuto 28 navi e registrato 84 attracchi nell’arco della stagione, generando un impatto economico stimato attorno ai 200 milioni di reais. Circa 240 mila persone, tra passeggeri ed equipaggi, hanno transitato dal porto carioca in pochi mesi, consolidando Rio come una delle principali porte d’ingresso del turismo internazionale in Brasile. 

Il dato assume un significato ancora più rilevante se inserito nel contesto della nuova trasformazione economica della città. Rio de Janeiro, storicamente associata al petrolio, all’industria e ai grandi eventi, sta rafforzando progressivamente il proprio posizionamento come hub globale del turismo esperienziale e dei servizi ad alto valore aggiunto. In questo scenario, il traffico crocieristico rappresenta molto più di una semplice attività stagionale: è un acceleratore di consumi, occupazione e visibilità internazionale.

L’effetto economico delle crociere si distribuisce infatti ben oltre il perimetro portuale. Alberghi, ristoranti, trasporti, commercio, musei, servizi turistici e attività culturali beneficiano direttamente della presenza dei visitatori. Ogni attracco genera una catena di consumo immediata che si irradia dai quartieri storici del centro fino alla Zona Sul, alimentando una rete di piccole e medie imprese che trova nel turismo internazionale una leva essenziale di crescita. 

Anche se i numeri della stagione appena conclusa risultano leggermente inferiori rispetto al ciclo precedente — quando erano previste 37 navi, 108 attracchi e oltre 327 mila turisti — il settore mantiene una traiettoria di consolidamento. La diminuzione quantitativa non ha infatti compromesso la capacità del porto di Rio di rimanere centrale nelle rotte marittime dell’Atlantico meridionale. 

A rafforzare questa dinamica contribuisce anche la crescita generale del turismo internazionale nello Stato di Rio de Janeiro. Nel primo trimestre del 2026 il territorio fluminense ha ricevuto oltre 884 mila visitatori stranieri, registrando il miglior risultato del Paese e un incremento vicino al 20% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Quasi un turista internazionale su quattro arrivato in Brasile nei primi mesi dell’anno ha avuto Rio come destinazione o porta d’accesso. 

Per le autorità locali e gli operatori del settore, il messaggio è chiaro: il turismo non è più soltanto un elemento identitario della città, ma una componente strutturale della sua economia contemporanea. In un contesto globale in cui le metropoli competono per attrarre investimenti, eventi e flussi internazionali, Rio punta sempre più sulla combinazione tra bellezza naturale, infrastrutture turistiche e capacità di generare esperienze urbane ad alto impatto emotivo.

Non è un caso che il Pier Mauá stia diventando progressivamente una piattaforma multifunzionale capace di integrare turismo, cultura, gastronomia e intrattenimento. Le crociere rappresentano oggi una forma sofisticata di diplomazia economica: ogni nave che attracca trasporta non soltanto passeggeri, ma opportunità di business, relazioni commerciali e promozione internazionale del territorio.

Rio de Janeiro sembra aver compreso che il proprio futuro economico passa anche dal mare. E mentre le grandi navi lasciano lentamente il porto al termine della stagione, resta l’impressione che la città abbia appena iniziato a riscoprire una delle sue vocazioni più antiche e, allo stesso tempo, più moderne.

Fonte: Diário do Rio

(Contenuto editoriale a cura della Camera Italo-Brasiliana di Commercio e Industria di Rio de Janeiro)

Ultima modifica: Mercoledì 10 Giugno 2026