Martedì 3 Novembre 2026
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La cooperazione tra Italia e Polonia nel settore della difesa entra in una fase potenzialmente nuova. Il 15 settembre 2026, a Varsavia, il Ministro italiano della Difesa Guido Crosetto ha incontrato il Vice Primo Ministro e Ministro della Difesa Nazionale polacco Władysław Kosiniak-Kamysz per discutere sicurezza europea, cooperazione militare e, soprattutto, le prospettive di una maggiore collaborazione tra le industrie della difesa dei due Paesi.
Tra i temi centrali dell'incontro figura SAFE – Security Action for Europe, lo strumento finanziario dell'Unione Europea destinato a sostenere investimenti urgenti nella difesa e ad accelerare gli appalti comuni tra Stati membri.
Il confronto assume particolare rilevanza economica perché Italia e Polonia sono contemporaneamente tra i principali beneficiari dello strumento.
SAFE: 150 miliardi di euro per rafforzare la base industriale europea della difesa
SAFE dispone complessivamente di 150 miliardi di euro di prestiti a lungo termine, finanziati attraverso emissioni dell'Unione Europea sui mercati dei capitali.
Lo strumento è entrato in vigore il 29 maggio 2025 e costituisce uno dei pilastri del programma europeo ReArm Europe/Readiness 2030.
L'obiettivo non è semplicemente aumentare la capacità di spesa militare dei singoli Stati, ma favorire un cambiamento strutturale del mercato europeo della difesa attraverso:
Il meccanismo prevede generalmente che i programmi finanziati coinvolgano almeno due Paesi partecipanti, anche se durante una fase transitoria sono possibili alcuni acquisti nazionali.
L'aspetto industrialmente più significativo riguarda però l'origine delle forniture. Almeno il 65% del costo dei componenti dei prodotti finanziati attraverso SAFE deve provenire dall'Unione Europea, dall'Ucraina o dagli altri Paesi europei ammissibili secondo le regole del programma.
La quota di componenti provenienti da Paesi esterni a questo perimetro non può quindi superare, generalmente, il 35%.
La struttura di SAFE crea così un incentivo molto concreto alla costruzione di consorzi, partnership industriali e supply chain europee.
Polonia primo beneficiario SAFE: 43,7 miliardi di euro
La posizione della Polonia all'interno del programma è particolarmente rilevante.
Varsavia può accedere a un finanziamento massimo di 43,734 miliardi di euro, il valore più elevato tra tutti gli Stati membri beneficiari di SAFE.
Il 29 maggio 2026 la Polonia ha inoltre ricevuto dalla Commissione europea un primo prefinanziamento di circa 6,56 miliardi di euro, corrispondente al 15% della propria allocazione complessiva.
Si tratta di dimensioni finanziarie eccezionali per il mercato europeo della difesa e coerenti con il percorso di forte modernizzazione delle Forze Armate polacche.
La Polonia sta contemporaneamente aumentando la propria capacità produttiva interna. Secondo dati dell'Armaments Agency riportati nel 2026, gli acquisti della difesa polacca presso imprese nazionali e dell'Europa centro-orientale sono quasi quadruplicati dal 2022, raggiungendo circa 30,4 miliardi di PLN.
Varsavia sta quindi cercando di passare progressivamente da una strategia basata prevalentemente sull'acquisto di sistemi dall'estero a un modello che combini procurement internazionale, produzione nazionale, trasferimento tecnologico e sviluppo di una propria capacità industriale.
È proprio in questo contesto che SAFE può diventare particolarmente importante.
Anche l'Italia dispone di 14,9 miliardi di euro
L'Italia può accedere a un finanziamento massimo SAFE pari a 14,9 miliardi di euro.
Italia e Polonia dispongono quindi, complessivamente, di un potenziale di finanziamento superiore a 58,6 miliardi di euro nell'ambito dello stesso strumento europeo.
Questo dato non significa naturalmente che tali risorse saranno automaticamente destinate a progetti bilaterali Italia-Polonia. Rappresenta però una base finanziaria estremamente rilevante per costruire programmi comuni qualora le esigenze operative e industriali dei due Paesi coincidano.
Ed è proprio questa possibilità che è stata esplicitamente discussa durante il vertice di Varsavia.
Secondo il Ministero della Difesa polacco, Italia e Polonia si trovano nella “seconda fase” del meccanismo SAFE e stanno discutendo possibilità di joint procurement, cioè acquisti realizzati congiuntamente.
L'obiettivo potenziale è combinare domanda militare, capacità tecnologiche e produzione industriale all'interno di programmi europei condivisi.
Elicotteri: uno dei primi dossier concreti
Uno dei dossier più avanzati riguarda il settore elicotteristico.
Durante l'incontro con Crosetto, Kosiniak-Kamysz ha confermato che Varsavia sta valutando l'acquisto di nuovi elicotteri destinati alle esigenze delle Forze Armate polacche e che il programma è stato incluso tra quelli collegati a SAFE.
Il Ministro polacco ha inoltre dichiarato che i colloqui stanno entrando nella fase finale e ha indicato chiaramente una delle condizioni considerate strategiche da Varsavia: la produzione dovrà essere localizzata in Polonia.
Per l'Italia questo requisito assume un'importanza particolare perché Leonardo dispone già nel Paese di una delle più significative presenze industriali italiane nella difesa europea: PZL-Świdnik.
Lo stabilimento di Świdnik rappresenta uno dei principali poli elicotteristici polacchi e fa parte del gruppo Leonardo. Già nel 2024 l'azienda indicava circa 3.240 dipendenti, dei quali circa il 20% ingegneri.
Lo stabilimento produce aerostrutture e svolge attività industriali su diversi programmi Leonardo ed è già coinvolto nella produzione dell'AW149 per le Forze Armate polacche.
La presenza industriale esistente rende quindi possibile immaginare modelli di collaborazione che vadano ben oltre la semplice vendita di prodotti italiani alla Polonia.
Il 16 settembre, pochi giorni dopo il vertice ministeriale, PZL-Świdnik ha inoltre presentato a Varsavia la propria proposta basata sull'AW139 per il futuro requisito polacco relativo a elicotteri multiruolo medi.
Secondo quanto comunicato dall'azienda, l'offerta prevede una significativa “polonizzazione” della piattaforma: produzione in Polonia, integrazione di sistemi e armamenti polacchi e progressivo trasferimento di capacità progettuali.
PZL-Świdnik ha indicato la possibilità di arrivare a una capacità produttiva di circa 8-10 elicotteri all'anno entro 24 mesi dalla firma di un eventuale contratto, con un investimento stimato in circa 500 milioni di PLN per avviare la produzione.
Il quadro dimostra concretamente quale potrebbe essere la logica industriale dei programmi SAFE: tecnologia e piattaforme europee combinate con produzione locale, componentistica nazionale e integrazione delle rispettive filiere.
La Polonia ha già iniziato a utilizzare SAFE per programmi multinazionali
Il modello dell'appalto congiunto non è soltanto teorico.
La Polonia ha già avviato programmi SAFE insieme ad altri Paesi europei. Un esempio è la cooperazione con la Spagna per l'acquisto congiunto di velivoli Airbus A330 MRTT, destinati al rifornimento in volo e al trasporto strategico.
Varsavia prevede di acquisire quattro aeromobili attraverso un programma coordinato con Madrid, con consegne previste entro il 2030.
Un altro esempio riguarda i sistemi antiaerei portatili Piorun, prodotti dall'industria polacca. Nell'agosto 2026 Polonia, Norvegia, Lituania e Lettonia hanno definito un framework comune per l'acquisto dei sistemi, in un programma con un valore superiore agli 8 miliardi di PLN.
Questi casi mostrano la direzione che SAFE intende imprimere alla difesa europea: meno programmi esclusivamente nazionali e maggiore aggregazione della domanda tra Paesi.
Per Italia e Polonia, questo significa poter identificare capacità militari comuni e costruire intorno ad esse programmi industriali condivisi.
Non solo elicotteri: le aree individuate da Italia e Polonia
L'incontro di Varsavia ha evidenziato un perimetro di cooperazione molto più ampio.
Il Ministero della Difesa italiano ha indicato tra le aree sulle quali i due Paesi intendono lavorare:
difesa aerea integrata; spazio; intelligenza artificiale; sistemi unmanned e robotici; contrasto alle minacce ibride; mobilità militare; cooperazione industriale; elicotteri; F-35; infrastrutture strategiche NATO.
Si tratta di settori che coincidono in larga misura con le categorie finanziabili attraverso SAFE.
Lo strumento europeo comprende infatti, tra gli altri:
Il potenziale di collaborazione riguarda quindi un ecosistema industriale estremamente ampio.
Mobilità militare e infrastrutture: un'altra area di collaborazione
Un ulteriore tema emerso dal vertice riguarda la mobilità militare.
Italia e Polonia sostengono la necessità di semplificare il movimento di mezzi e personale militare attraverso i confini europei in caso di necessità.
Varsavia sta inoltre promuovendo l'estensione verso la Polonia della rete NATO di oleodotti militari proveniente dall'Europa occidentale e vorrebbe ospitare il quartier generale del relativo programma.
Durante l'incontro del 15 settembre, il Ministro polacco ha dichiarato di aver ricevuto dall'Italia sostegno a questa candidatura.
Anche questo dossier ha un'importante dimensione industriale. Mobilità militare e resilienza infrastrutturale possono infatti generare investimenti in:
infrastrutture ferroviarie e stradali, logistica, depositi, sistemi energetici, pipeline, cybersecurity, sensoristica, telecomunicazioni, sistemi di controllo e protezione delle infrastrutture critiche.
La filiera potenzialmente coinvolta va quindi ben oltre i tradizionali produttori di armamenti.
SAFE può cambiare il modello di collaborazione industriale europeo
La caratteristica più interessante del programma SAFE è probabilmente proprio questa.
La disponibilità di finanziamenti europei è importante, ma il vero obiettivo dello strumento è modificare la struttura industriale della difesa europea.
Il settore rimane infatti caratterizzato da una notevole frammentazione tra programmi nazionali, standard differenti e supply chain parallele.
Attraverso il finanziamento degli appalti comuni, l'UE cerca di aggregare la domanda e creare produzioni più ampie, aumentando le economie di scala e rendendo più integrate le industrie della difesa europee.
Per Italia e Polonia, questa evoluzione crea una complementarità interessante.
L'Italia dispone di una filiera aerospaziale e della difesa consolidata, con grandi gruppi industriali e numerose PMI altamente specializzate.
La Polonia dispone invece di una delle più grandi pipeline europee di nuovi investimenti militari, un mercato interno in forte crescita e una chiara strategia per aumentare il contenuto industriale nazionale.
La combinazione tra queste caratteristiche può trasformare la collaborazione bilaterale da un tradizionale rapporto cliente-fornitore a una relazione industriale molto più integrata.
Le implicazioni per l'Italia e per le imprese italiane della filiera
Per l'Italia, la cooperazione con la Polonia attraverso SAFE può rappresentare un'opportunità industriale di notevole portata.
Il primo elemento riguarda i grandi gruppi. Aziende come Leonardo, Fincantieri, Elettronica, MBDA Italia, Avio Aero, Iveco Defence Vehicles e altri operatori nazionali dispongono di tecnologie che rientrano direttamente nelle categorie prioritarie individuate dal programma europeo: aerospazio, elicotteristica, sensoristica, elettronica, sistemi navali, propulsione, missilistica, veicoli, cybersecurity e sistemi unmanned.
Ma le opportunità non riguardano soltanto i prime contractor.
La struttura stessa dei programmi di difesa coinvolge catene di fornitura molto profonde. Un contratto relativo a un elicottero, un sistema antiaereo o una piattaforma terrestre genera domanda per centinaia di fornitori specializzati.
Le imprese italiane possono quindi trovare spazi in meccanica di precisione, lavorazioni CNC, aerostrutture, materiali compositi, elettronica, ottica, sensoristica, radar, sistemi di comunicazione, software, intelligenza artificiale, cybersecurity, sistemi di controllo, batterie, cablaggi, connettori, attuatori, hydraulic systems, testing, simulazione, manutenzione e formazione.
Il requisito polacco di aumentare la produzione nazionale rende però necessario un approccio diverso rispetto alla semplice esportazione.
Per molte aziende italiane, il modello più efficace potrebbe essere quello della partnership con aziende polacche, attraverso accordi di fornitura, joint venture, trasferimento tecnologico, produzione locale o integrazione all'interno di programmi guidati da prime contractor già presenti nel Paese.
Da questo punto di vista, PZL-Świdnik rappresenta un esempio particolarmente significativo: una società appartenente a un gruppo italiano, ma profondamente inserita nel sistema industriale polacco, capace di diventare un ponte tra le due filiere nazionali.
SAFE introduce inoltre un ulteriore vantaggio competitivo per le aziende europee. Il requisito che almeno il 65% del valore dei componenti provenga dall'area europea ammissibile limita la possibilità di costruire programmi finanziati prevalentemente attraverso componentistica extraeuropea. Le aziende italiane già integrate nella base industriale europea possono quindi beneficiare di una domanda crescente di fornitori qualificati all'interno dell'UE.
Le opportunità possono estendersi anche alle imprese che tradizionalmente non si definiscono “defence companies”. Protezione delle infrastrutture critiche, mobilità militare, AI, cybersecurity, sistemi energetici, logistica, telecomunicazioni e dual-use coinvolgono infatti aziende provenienti da settori civili ad alta tecnologia.
Per il sistema industriale italiano, il punto strategico è dunque quello di osservare SAFE non soltanto come un programma pubblico di finanziamento alla difesa, ma come un possibile acceleratore della formazione di nuove supply chain europee.
Con oltre 43,7 miliardi di euro assegnati alla Polonia e 14,9 miliardi all'Italia, i due Paesi dispongono di una base finanziaria potenziale superiore a 58 miliardi di euro. Non tutte queste risorse confluiranno naturalmente in programmi comuni, ma il confronto politico avviato a Varsavia dimostra che la possibilità di utilizzare SAFE come piattaforma per nuovi progetti Italia-Polonia è ormai entrata concretamente nell'agenda bilaterale.
Per le imprese italiane della difesa, dell'aerospazio e delle tecnologie dual-use, la conseguenza è chiara: la Polonia non rappresenta più soltanto uno dei maggiori mercati europei di procurement militare, ma può diventare un partner industriale, una piattaforma produttiva e un punto di accesso alle nuove catene del valore europee della difesa.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio e Industria Italiana in Polonia)
Il mercato globale dell'abbigliamento maschile vale quasi 470 miliardi di dollari, con una crescita superiore al 6% annuo nella regione Asia-Pacifico. In questo scenario si inserisce Future Threads: Menswear's New Waves Between Italy and Hong Kong, la mostra dedicata ai designer emergenti inaugurata il 2 settembre 2026 a Hong Kong e conclusasi il 13 settembre.
L'iniziativa, ospitata presso il centro commerciale Fashion Walk nel quartiere di Causeway Bay, è nata dalla collaborazione tra l'Hong Kong Design Centre (HKDC) e la Camera Nazionale della Moda Italiana (CNMI), segnando la prima partnership strategica tra le due organizzazioni. La mostra è stata inoltre l'unico appuntamento dell'edizione 2026 dell'Hong Kong Fashion Fest interamente dedicato all'abbigliamento maschile.
Curata da Sara Sozzani Maino, Ambasciatrice Internazionale dei Nuovi Talenti e Brand della CNMI, la mostra ha riunito dieci realtà emergenti, cinque italiane e cinque di Hong Kong, presentando in anteprima le collezioni Primavera/Estate 2027. Il percorso espositivo, sviluppato attorno al tema Inflection, ha messo a confronto differenti identità culturali e sartoriali, con un'attenzione alla sperimentazione e alla sostenibilità.
Per l'Italia hanno partecipato Domenico Orefice, Grossi di Andrea Grossi, Materia di Francesco Saverio Matera, Mtl Studio di Matteo Lamandini e Victor-Hart di Victor Reginald Bob Abbey-Hart. I cinque marchi di Hong Kong coinvolti sono stati Aenrmòus, Ponder.er, Murfi Lau, The World Is Your Oyster e Wilsonkaki.
Le collezioni hanno offerto uno spaccato delle nuove direzioni del menswear, valorizzando il contributo dei designer emergenti e il dialogo tra tradizioni creative differenti. I marchi italiani partecipanti sono sostenuti dalla CNMI nel loro percorso di crescita, anche attraverso il supporto della Camera Moda Fashion Trust.
Nel corso dell'inaugurazione, il Sottosegretario per la Cultura, lo Sport e il Turismo di Hong Kong, Raistlin Lau, ha evidenziato il potenziale del mercato del menswear e il ruolo della città come punto d'incontro tra le industrie creative asiatiche e internazionali.
Il presidente della CNMI, Carlo Capasa, ha sottolineato il valore delle mostre come strumenti per raccontare l'evoluzione della moda e favorire nuove occasioni di dialogo intorno alla creatività e all'innovazione. L'iniziativa si inserisce nelle priorità dell'associazione: promuovere la moda italiana sui mercati internazionali, rafforzare le relazioni con altri ecosistemi creativi e sostenere le nuove generazioni di designer.
La collaborazione tra HKDC e CNMI evidenzia il potenziale dello scambio tra Italia e Hong Kong nel settore della moda maschile, mettendo in relazione talenti emergenti, ricerca stilistica e identità culturali. Per i giovani marchi, il confronto internazionale rappresenta una dimensione importante del percorso di crescita e di apertura verso nuovi contesti creativi e commerciali.
Fonti:
Bastille Post — USCST Highlights Italy-Hong Kong Menswear Collaboration at "Future Threads" Opening
L'Officiel Philippines — Inside 'Future Threads,' the Exhibition Connecting Hong Kong and Italy's New Menswear Wave
Milano Finanza — Cnmi porta il menswear italiano a Hong Kong
https://www.milanofinanza.it/news/cnmi-porta-il-menswear-italiano-a-hong-kong-2716235
Rio AI City punta a trasformare Rio de Janeiro in uno dei principali poli internazionali per le infrastrutture digitali dedicate all’intelligenza artificiale. Il progetto, sviluppato da Elea Data Centers con il sostegno della municipalità, combina investimenti internazionali, disponibilità energetica e sviluppo tecnologico.
L’iniziativa sorgerà nell’area del Parque Olímpico, nella zona occidentale della città, con l’obiettivo di realizzare uno dei più grandi campus di data center per l’intelligenza artificiale al mondo. Il progetto ha acquisito nuovo impulso nel giugno 2026, quando, durante il Web Summit Rio, è stato annunciato un investimento di 550 milioni di dollari nella piattaforma infrastrutturale di Elea, nell’ambito della prima fase del processo di acquisizione della società da parte di I Squared Capital, gestore globale specializzato in investimenti infrastrutturali.
Secondo la municipalità, l'operazione potrebbe aprire la strada a un ciclo di espansione da 10 miliardi di dollari nei prossimi anni, mentre gli investimenti complessivi legati a Rio AI City potrebbero raggiungere circa 65 miliardi di dollari nell'arco del prossimo decennio. Elea indica una capacità iniziale di 1,5 GW, con possibilità di espansione fino a 3,2 GW; la Prefeitura prevede invece una traiettoria verso circa 3 GW entro il 2032.
La disponibilità di energia è uno degli elementi centrali del progetto. La crescente domanda di capacità di calcolo legata all'intelligenza artificiale rende infatti l'accesso a grandi quantità di elettricità un fattore determinante per lo sviluppo dei data center. Secondo la Prefeitura, Rio dispone di circa 3 GW di energia potenzialmente disponibili per nuovi insediamenti. Elea prevede di alimentare il campus con energia rinnovabile certificata.
Il progetto comprende inoltre sistemi di raffreddamento progettati per funzionare senza consumo di acqua e soluzioni architettoniche green skin, in linea con la crescente attenzione all'efficienza delle infrastrutture digitali e alla gestione delle risorse.
Un ulteriore elemento competitivo è rappresentato dalla connettività. Rio AI City punta a sfruttare i collegamenti con gli hub dei cavi sottomarini, le infrastrutture logistiche regionali e la rete elettrica. La posizione del Brasile sulla costa atlantica e il ruolo di Rio de Janeiro come centro economico del Sud America possono favorire l'integrazione della città nelle reti internazionali di trasmissione dei dati.
Il campus è già parzialmente operativo: il data center RJO1 è in funzione, mentre la costruzione di RJO2 rientra nella prima fase di espansione. L'obiettivo è sviluppare progressivamente un'infrastruttura destinata a sostenere carichi di lavoro legati all'intelligenza artificiale e al cloud computing.
La strategia della municipalità punta a collegare il progetto alla ricerca, alla formazione e all'innovazione. Rio AI City si inserisce in un ecosistema che comprende iniziative come Porto Maravalley e IMPA Tech. La Prefeitura ha inoltre siglato memorandum d'intesa con il Ministero della Scienza, Tecnologia e Innovazione, il Ministero dello Sviluppo, Industria, Commercio e Servizi, BNDES, Eletrobras e Finep.
Secondo le stime diffuse da Elea e dalla municipalità, il progetto potrebbe generare oltre 10.000 posti di lavoro qualificati e favorire l'insediamento di imprese tecnologiche e centri di ricerca. Si tratta di previsioni legate alla realizzazione delle diverse fasi del campus, che richiederà capitali, autorizzazioni, infrastrutture di trasmissione, clienti internazionali e continuità nelle politiche pubbliche.
Per il Brasile, Rio AI City rappresenta una scommessa sul ruolo strategico delle infrastrutture digitali nell'economia dell'intelligenza artificiale. La disponibilità di energia rinnovabile, la dimensione del mercato interno e la posizione geografica costituiscono i principali elementi su cui il progetto intende costruire il proprio vantaggio competitivo, con l'obiettivo di attrarre investimenti e sviluppare nuove attività tecnologiche.
(Contributo editoriale a cura della Camera Italo-Brasiliana di Commercio e Industria di Rio de Janeiro)
Lo prevedono le norme di accompagnamento all’introduzione del Registro Elettronico degli Incassi. Per il settore della ristorazione si tratta di un importante cambiamento.
La legge, firmata la scorsa settimana dal Presidente della Repubblica Petr Pavel, prevede l’esenzione dal pagamento dell’imposta sul reddito e dei contributi per le mance ricevute e successivamente incluse nella remunerazione dei dipendenti. Tuttavia, il testo fissa un limite al volume delle mance esentasse, pari al 7% delle entrate mensili dell’esercizio di ristorazione. Le mance eccedenti tale soglia verranno tassate al pari degli altri redditi da lavoro.
La normativa stabilisce che l’agevolazione riguardante le mance possa essere utilizzata esclusivamente dagli esercizi di ristorazione che prevedono abitualmente la consumazione sul posto, limitando di fatto questa possibilità a ristoranti, bar e locali simili. Inoltre, restano escluse dall’esenzione le mance ricevute dai lavoratori autonomi.
Fonte: psp.cz
Le aziende ceche stanno rialzando quest’anno gli stipendi dei loro dipendenti di circa il cinque percento. Lo indica una nuova indagine di Grafton Recruitment.
Le imprese stanno applicando aumenti compresi per lo più tra il quattro e il sei percento. “Le aziende stanno sempre più frequentemente rinunciando a rialzi generalizzati”, nota Grafton Recruitment. I datori di lavoro, quindi, cercano di aumentare le remunerazioni soprattutto dei dipendenti che hanno profili scarsi sul mercato del lavoro o che sono indispensabili all’azienda.
“L’indagine ha registrato una maggiore crescita e una pressione più forte al rialzo tra i profili tecnici e di esercizio in edilizia, produzione e logistica, di cui c’è scarsezza”, nota poi Grafton Recruitment. Permangono forti le differenze regionali, con una maggiore domanda di nuovi dipendenti a Praga, nella Boemia Centrale e nella Moravia Meridionale, con la conseguente spinta al rialzo degli stipendi.
Fonte: www.hrnews.cz
Il Governo ceco per ora non prevede interventi sui prezzi dei carburanti. Lo afferma giovedì 10 settembre il vicepremier Karel Havlíček.
La Repubblica Ceca sta registrando un aumento dei prezzi dei carburanti con un costo medio della benzina di circa 44 corone per litro e di 48 corone per litro nel caso di gasolio. I rialzi sono in grande parte dovuti all’instabilità internazionale e alla volatilità dei mercati. “Stiamo monitorando la situazione” ha assicurato il ministro dell’industria e del commercio Havlíček. L’esecutivo però interverrebbe nel caso che lo facessero i Paesi circostanti e i prezzi dei carburanti in Repubblica Ceca fossero “in maniera significativa più alti” nel confronto degli Stati vicini.
Il Governo aveva adottato delle misure per ridurre i costi dei carburanti nel mese di aprile ma aveva cessato gli interventi a luglio, quando la situazione si era stabilizzata. Tra gli interventi adottati in primavera c’era la riduzione delle accise per il gasolio e un tetto ai prezzi alle stazioni di rifornimento.
Fonte notizia: cesky.radio.cz
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio e dell'Industria Italo-Ceca)
La Thailandia sta avviando una nuova fase di apertura e trasformazione del proprio mercato elettrico, con un ruolo crescente per la generazione distribuita e le energie rinnovabili. Nel 2026 il Governo ha introdotto il nuovo programma Solar Prachachon, che prevede l'acquisto dell'elettricità in eccesso prodotta da impianti fotovoltaici residenziali, fino a una capacità nazionale complessiva di 500 MW, a un prezzo regolato di 2,20 THB/kWh per 10 anni. La misura rappresenta un ulteriore passo verso un modello in cui anche famiglie e imprese possono diventare prosumers, producendo e gestendo direttamente parte dell'energia che consumano.
Parallelamente, il Ministry of Energy sta sviluppando il nuovo Power Development Plan (PDP) 2026, che punta a rafforzare il ruolo delle energie rinnovabili, dello storage e delle reti intelligenti, introducendo anche nuove possibilità attraverso i Direct Power Purchase Agreements (Direct PPA). L'evoluzione normativa apre quindi prospettive interessanti per le aziende attive nei settori del fotovoltaico, batterie e sistemi di accumulo, smart grid, energy management ed efficienza energetica, oltre che per investitori e operatori internazionali interessati alla transizione energetica della Thailandia.
(Contributo editoriale a cura della Thai-Italian Chamber of Commerce)
Il bilancio per il prossimo anno sarà pronto entro la fine dell'anno con un deficit previsto al 2,75%. Il dato è emerso durante l'incontro tra il Ministro delle Finanze in mandato tecnico, Siniša Mali, e la delegazione della Missione del Fondo Monetario Internazionale (FMI) guidata da Annette Kyobe, in Serbia per la quarta revisione dell'attuale accordo non finanziario - lo Strumento di Coordinamento delle Politiche (PCI).
L'accordo PCI, della durata di 36 mesi, copre il periodo da dicembre 2024 a dicembre 2027. La terza revisione si è conclusa nella riunione del Consiglio Esecutivo del FMI il 15 giugno 2026, mentre la quarta sarà completata nell'assemblea dell'11 dicembre 2026.
I colloqui tra Mali e Kyobe si sono concentrati sui principali parametri macroeconomici e sulle sfide economiche della Serbia, condizionate dalle tensioni internazionali. L'aspettativa è raggiungere il deficit obiettivo mantenendo stabile e sotto controllo il debito pubblico.
L'inflazione a luglio si è attestata all'1,9%, un risultato positivo a fronte delle pressioni esterne e dei conflitti globali.
Le previsioni economiche indicano particolare ottimismo per il 2028, prospettando una progressiva stabilizzazione delle tensioni in Ucraina e Medio Oriente e un alleggerimento delle pressioni sul settore energetico mondiale.
Nel 2026, la Repubblica di Serbia evidenzia un andamento positivo del commercio estero. Nei primi sette mesi dell’anno, il volume complessivo degli scambi commerciali con l’estero ha registrato un incremento, delineando prospettive favorevoli per i mesi successivi. Il settore automobilistico, guidato dal gruppo Stellantis, è il vero motore delle esportazioni serbe. I risultati più significativi riguardano i principali partner europei: il deficit commerciale complessivo nei confronti dell'Unione Europea si è dimezzato e la bilancia commerciale registra un surplus non solo con l'Italia, pari a 105 milioni di euro, ma anche con Germania, Gran Bretagna e Grecia.
Lo stabilimento Stellantis di Kragujevac rappresenta uno dei principali poli produttivi del settore automobilistico in Serbia e svolge un ruolo rilevante nelle esportazioni del Paese. Circa il 90% della sua produzione è destinato all’ Unione Europea, in particolare verso l’Italia e la Germania, mentre si registra al contempo un'incoraggiante espansione degli scambi verso il mercato mediorientale.
L’andamento positivo del settore automobilistico potrebbe inoltre favorire, nel medio periodo, un maggiore coinvolgimento dei fornitori nazionali nella catena produttiva, in particolare nei segmenti caratterizzati da un più elevato contenuto tecnologico e nella produzione di batterie. Un rafforzamento della componente nazionale della filiera potrebbe contribuire alla riduzione della dipendenza dalle importazioni, aumentando al contempo il valore aggiunto generato internamente e sostenendo la competitività dell’economia serba.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italo-Serba)
Le ondate di caldo che hanno colpito la Francia hanno aggravato la crisi agricola e stanno avendo conseguenze significative anche sul mercato di Rungis, nel Val-de-Marne, uno dei principali centri di distribuzione alimentare del Paese. Il settore maggiormente colpito è quello della frutta e della verdura, soprattutto per le coltivazioni in campo aperto: la produzione di fagiolini è diminuita del 50%, mentre quella di melanzane e peperoni di circa il 30%. Secondo Stéphane Layani, presidente-direttore generale della Semmaris, si tratta di perdite molto importanti dopo anni di lavoro agricolo.
La difficoltà principale consiste nel mantenere l'equilibrio tra disponibilità dei prodotti, prezzi e tutela dei produttori. La domanda di frutta e verdura da parte di ristoranti e commercianti rimane infatti stabile e a Rungis, nel 2025, sono transitate 1,2 milioni di tonnellate di prodotti. Per evitare carenze, i grossisti, come spiega Christelle Pestat-Padovani di Unigros, dovranno ricorrere maggiormente alle importazioni europee: per esempio, le carote francesi delle Landes potrebbero essere sostituite da quelle portoghesi.
La riduzione dell'offerta rischia però di provocare un aumento dei prezzi. Alcuni prodotti hanno già subito rincari, in particolare zucchine gialle, cetrioli, insalata, fagiolini e carciofi; il prezzo dell'insalata è aumentato del 40%. Tuttavia, i produttori cercano di non trasferire completamente le proprie perdite sui consumatori. È il caso di Benjamin Simonot-De Vos, produttore di fragole e lamponi a Chailly-en-Bière, che ha perso tra il 15% e il 20% del fatturato, ma non ha aumentato i prezzi perché avrebbe dovuto raddoppiarli o triplicarli per compensare le perdite.
La crisi riguarda anche la qualità dei prodotti: la mancanza d'acqua ha causato frutti più piccoli e spesso spaccati. Per questo i grossisti stanno cercando di valorizzare i prodotti fuori calibro, sensibilizzando i professionisti ad accettare anche gli alimenti meno belli esteticamente ma ancora commestibili.
In conclusione, la situazione di Rungis dimostra come il cambiamento climatico stia mettendo sotto pressione l'intera filiera alimentare. La soluzione non può consistere soltanto nell'aumento delle importazioni o dei prezzi: è necessario rendere la produzione agricola più resistente alle condizioni climatiche estreme. Per questo la Semmaris collabora con l'Inrae per studiare nuovi sistemi di adattamento. L'estate 2026 potrebbe quindi rappresentare un punto di svolta e accelerare la ricerca di un modello agricolo più sostenibile e resiliente.
Dopo tre anni di stagnazione a livelli molto bassi, il mercato francese delle abitazioni nuove continua a peggiorare. Nel secondo trimestre 2026, le nuove abitazioni messe in vendita sono diminuite del 17,4% su base annua, a 18.740 unità; nel primo semestre il calo è stato del 12,9%, con 32.483 unità. Le vendite sono invece crollate del 23,6% nel secondo trimestre, a 19.356 abitazioni, contro le 25.333 dello stesso periodo del 2025 e le 42.310 del secondo trimestre 2021.
Secondo la Fédération des promoteurs immobiliers (FPI), il peggioramento è legato soprattutto alle tensioni geopolitiche in Medio Oriente, che aumentano l'incertezza delle famiglie, e al contesto politico francese in vista delle elezioni presidenziali del 2027, che spinge molti potenziali acquirenti ad aspettare. Didier Bellier-Ganière, delegato generale della FPI, sottolinea che le vendite non erano mai state così basse. Pascal Boulanger, presidente dell'organizzazione, parla di una «ricaduta».
Nel primo semestre 2026, le prenotazioni di abitazioni nuove sono diminuite del 18,3%, a 38.932 unità, il livello più basso mai registrato. Particolarmente forte è stato il calo delle vendite in blocco, diminuite del 37%. Le vendite di abitazioni sociali sono rimaste abbastanza stabili, mentre quelle di abitazioni locative intermedie, destinate soprattutto alle classi medie, hanno subito un forte rallentamento. Le vendite ai privati sono scese del 9,7% e quelle ai primo-acquirenti del 16,8%. Al contrario, gli acquisti degli investitori privati sono aumentati del 19,4%, ma restano molto inferiori al passato: 6.573 nei primi sei mesi del 2026 contro 28.097 nel primo semestre 2021.
Anche il dispositivo Jeanbrun, destinato a sostenere l'investimento locativo, ha prodotto risultati inferiori alle aspettative. Pascal Boulanger sperava in 4.000 operazioni al mese, ma attualmente se ne registrano solo 150-200. Inoltre, gli stock di abitazioni nuove rimangono difficili da smaltire: servono mediamente 21,4 mesi in Francia, con punte di 50 mesi a Grenoble, 43,3 mesi a Clermont-Ferrand e 37,8 mesi a Reims. A Besançon, secondo la FPI, il mercato si è praticamente «spento».
Le prospettive restano difficili anche a causa dell'aumento dei costi dei materiali da costruzione e dei tassi dei mutui, che potrebbero far salire ulteriormente i prezzi delle abitazioni nuove, già pari in media a 5.034 €/m², e ridurre il potere d'acquisto delle famiglie. Charles-Emmanuel Khune, direttore generale di Icade Promotion, ritiene che una ripresa non fosse prevista prima del 2028, ma teme che il contesto possa peggiorare ulteriormente.
I promotori immobiliari guardano quindi al bilancio dello Stato per il 2027 e chiedono un rafforzamento del dispositivo Jeanbrun. Chiedono inoltre di mantenere il prêt à taux zéro (PTZ), il prestito a tasso zero destinato alle famiglie con redditi più bassi, che dovrebbe terminare alla fine del 2027. Edward Arkwright, direttore generale di Altarea, chiede di sapere al più presto se il PTZ sarà prorogato, poiché negli ultimi mesi ha contribuito a sostenere gli acquisti dei primo-acquirenti e a rilanciare, seppur debolmente, il mercato delle case nuove.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana per la Francia di Marsiglia)
C’è un mercato extra-UE che più di tutti sta regalando enormi soddisfazioni all'economia italiana, correndo a ritmi che gli analisti non esitano a definire straordinari. Parliamo della Svizzera, una destinazione storicamente vicina ma che nel corso del 2026 si sta trasformando nel vero e proprio motore trainante del nostro commercio estero.
L'incrocio rigoroso operato dall'ufficio stampa della Camera di Commercio Italiana per la Svizzera tra le banche dati della Confederazione Elvetica e i canali di rilevazione ufficiali italiani, delinea un ecosistema manifatturiero, agroalimentare e hi-tech transfrontaliero fortemente integrato. Le statistiche mensili della BAZG (Ufficio federale della dogana) e i decreti della SECO (Segretariato di Stato dell'economia) dialogano in modo chiaro con i dati ICE, le serie Geoateco-ISTAT e i report di Promos Italia e de Il Sole 24 Ore: la produzione Made in Italy piace sempre di più oltreconfine e i numeri lo dimostrano chiaramente.
Se guardiamo alle rilevazioni ufficiali dell'Agenzia ICE su base ISTAT, il primo trimestre del 2026 si è chiuso con un risultato eccezionale. Le esportazioni italiane verso la Confederazione Elvetica hanno toccato quota 11,338 miliardi di euro, mettendo a segno un balzo monstre del +44,1% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, consolidando l'Italia come quarto fornitore della Confederazione con una quota di mercato del 9,5%.
La vera sorpresa, però, arriva guardando l'altro lato della medaglia, ovvero le importazioni dalla Svizzera, che sono rimaste sostanzialmente immobili o in lievissimo calo a 4,182 miliardi di euro (-1,9%). Il risultato di questa forbice? In soli tre mesi l'Italia ha accumulato un avanzo commerciale netto di ben 7,156 miliardi di euro. Una boccata d'ossigeno immensa per la nostra economia complessiva.
La crescita, tra l'altro, non è stata un fuoco di paglia: le analisi estive de Il Sole 24 Ore confermano che anche a metà anno (giugno) l'export verso Berna ha continuato a correre con un solido +10,5% su base annua, posizionando la Svizzera stabilmente sul podio dei mercati più dinamici dell'anno insieme a USA e Cina [L'ITALIA NELL'ECONOMIA INTERNAZIONALE - Agenzia ICE]. Ad agosto, le stime extra-UE hanno confermato un ulteriore incremento congiunturale mensile del +16,1%, trainato dalla domanda manifatturiera.
Andando oltre la superficie dei dati macroeconomici, i registri della BAZG e le tabelle dell'Osservatorio di Complessità Economica (OEC) svelano una stretta interconnessione industriale tra i due Paesi, guidata da quattro macro-comparti:
Accanto all'industria pesante, l'agroalimentare si inserisce stabilmente nella top 3 delle mete di sbocco extra-comunitarie per l'intero continente europeo. Le anomalie climatiche e di mercato degli ultimi mesi dell'anno hanno aperto finestre d'opportunità del tutto inedite per il cibo italiano. A causa della forte siccità tardo-estiva che ha colpito la Confederazione, la SECO ha decretato misure d'urgenza eccezionali, stabilendo il totale azzeramento temporaneo dei dazi doganali (0.00 franchi per 100 kg lordi) su specifiche importazioni zootecniche, come il granoturco fresco e insilato.
Questa flessibilità doganale ha permesso ai consorzi italiani di agganciare commesse d'urgenza, aggirando le barriere protezionistiche elvetiche. Il fenomeno consolida un settore già forte, trainato dall'apprezzamento valutario del Franco e dalla storica tenuta dei prodotti lattiero-caseari ad alto valore aggiunto (come Grana Padano e Parmigiano Reggiano), stabili a un solido +4,3% extra-UE, affiancati dall'ottima performance di conserve e condimenti tipici lavorati.
Ma come fanno le nostre imprese, specialmente le Piccole e Medie Imprese (PMI), a gestire un mercato che applica comunque le rigide regole doganali dei mercati extra-UE? La risposta sta nella pianificazione strategica, nei formati di matching territoriale (come i workshop di filiera a Zurigo e Lugano) e negli strumenti digitali. Le analisi di Promos Italia evidenziano come la Svizzera rimanga la meta d'elezione per le regioni del Nord Italia – in primis la Lombardia, che da sola genera circa un quarto dell'export nazionale ed ha attivamente lanciato bandi strategici come "Export su Misura 2026" per supportare le aziende.
Il report rivela che circa l'18% delle PMI esportatrici fa ormai uso di software basati su Intelligenza Artificiale e piattaforme e-commerce B2B avanzate. Questa digitalizzazione dei cataloghi si rivela oggi cruciale per affrontare la principale novità operativa dell'autunno: il debutto del nuovo sistema informatico delle dogane svizzere "Passar" applicato alle importazioni, destinato a sostituire definitivamente il vecchio portale e-dec.
Le imprese italiane tecnologicamente pronte riescono a dialogare istantaneamente con le nuove piattaforme elvetiche, calcolando dazi sul peso e imposte transfrontaliere in tempo reale. Questo azzera i tempi di fermo ai valichi e permette consegne Just-In-Time (JIT) a magazzino zero per i cantoni manifatturieri ad alta densità (come Zurigo, Argovia e Soletta), trasformando l'adeguamento normativo in un fattore di netta selezione competitiva rispetto ai concorrenti extra-UE meno digitalizzati.
La stabilità e la liquidità del mercato svizzero offrono alle imprese italiane l'opportunità di costituirsi non più come semplici subfornitori, ma come partner stabili di ricerca, sviluppo e fornitura ad altissimo valore aggiunto.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana per la Svizzera)
Sei nuovi network dedicati all’innovazione entreranno progressivamente nell’ecosistema imprenditoriale fiammingo tra il 2026 e il 2027. L’iniziativa, sostenuta da VLAIO, punta a riunire imprese, knowledge institutions e altri attori attorno a settori nei quali la collaborazione può favorire lo sviluppo di nuove tecnologie e opportunità di mercato. I nuovi Innovative Business Networks (IBN) avranno una durata di tre anni e copriranno ambiti che vanno dalla transizione industriale alle tecnologie spaziali, passando per idrogeno, competenze e nuovi materiali.
Dalla transizione industriale ai nuovi materiali
Una parte importante dei nuovi network riguarda sostenibilità e trasformazione dell’industria. CIRE – Clean Industrial Resources Ecosystem sarà dedicato a cleantech, economia circolare e sostenibilità industriale, coinvolgendo aziende e sviluppatori di tecnologie lungo diverse fasi della catena del valore. Sul fronte energetico, Waterstof Industrie Cluster 2.0 lavorerà sull’ecosistema dell’idrogeno, dalla produzione e dallo stoccaggio fino alle applicazioni industriali, alla mobilità e alle infrastrutture energetiche. A questi si aggiungono IBNinKIS, dedicato allo sviluppo di tecnologie per il trattamento di sostanze problematiche come i PFAS, e BioMaterialis, focalizzato sui materiali biobased e sulle loro applicazioni, in particolare nel settore delle costruzioni.
Spazio, tecnologia e competenze
Gli altri due network guardano a settori con un forte contenuto tecnologico. Flanders Space punta a rafforzare le collaborazioni tra il comparto spaziale e altri settori economici, sostenendo lo sviluppo di applicazioni, nuovi progetti e una maggiore presenza internazionale. Tech4Talent si concentrerà invece su EdTech, HRTech e apprendimento permanente, collegando innovazione tecnologica, sviluppo delle competenze e trasformazione digitale delle imprese.
Nuove opportunità di collaborazione per le imprese
Il tratto comune dei sei network è la volontà di creare ecosistemi nei quali aziende e altri attori possano entrare in contatto, sviluppare iniziative comuni e portare più rapidamente nuove soluzioni verso il mercato. Per PMI, startup e imprese attive nei settori coinvolti, i nuovi IBN possono quindi rappresentare uno spazio utile per entrare in relazione con potenziali partner e seguire più da vicino l’evoluzione di alcuni dei principali comparti innovativi delle Fiandre. Le imprese interessate possono rivolgersi direttamente agli organizzatori dei singoli network per ricevere maggiori informazioni sulle modalità di partecipazione.
Fonte: https://www.vlaio.be/nl/nieuws/zes-nieuwe-innovatieve-bedrijfsnetwerken-...
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Belgo-Italiana)
Il mercato dell’usato in Danimarca rappresenta un settore interessante per l’incontro tra attenzione al riuso, infrastrutture locali e un’economia fortemente digitalizzata. Un contesto che può offrire spunti anche alle imprese italiane interessate al mercato danese.
Il riuso in Danimarca: i numeri
Un punto di partenza concreto arriva dalla Danish Environmental Protection Agency (Miljøstyrelsen). Nel 2021, anno dell’ultima rilevazione pubblicata dall’agenzia, in Danimarca sono state riutilizzate circa 91.000 tonnellate di beni e materiali: 46.000 tonnellate di mobili, 27.000 di apparecchiature elettroniche, 13.000 di materiali da costruzione e 5.000 di prodotti tessili.
Il dato va interpretato con cautela: la stessa agenzia precisa che la misurazione del riuso è relativamente recente e che le metodologie europee non sono ancora completamente uniformi. Offre tuttavia un'indicazione significativa della dimensione raggiunta dal fenomeno.
Accanto ai tradizionali negozi e mercatini dell'usato, che sono sempre più diffusi in tutto il Paese, in Danimarca esistono anche infrastrutture pubbliche dedicate alla raccolta dei materiali e, in alcune realtà, spazi nei quali i beni ancora utilizzabili possono essere rimessi in circolazione. A questi canali fisici si affianca un mercato online nel quale piattaforme e marketplace rendono più semplice l'incontro tra domanda e offerta.
Un mercato naturalmente digitale
È proprio la componente digitale a rendere particolarmente interessante il caso danese. La Danimarca presenta infatti uno degli ambienti più digitalizzati d'Europa. La Commissione europea descrive il Paese come caratterizzato da infrastrutture digitali robuste, servizi pubblici digitali avanzati e una solida capacità di ricerca e innovazione. Si pensi, solo a scopo di esempio, che il 98% della popolazione, nel 2025, ha usato siti web o app per accedere alla pubblica amministrazione. Ovviamente, esistono ancora margini di miglioramento, soprattutto nella diffusione delle tecnologie più avanzate tra le PMI, ma proprio questo divario individua uno spazio potenziale per nuove soluzioni e servizi, mentre la certezza che i privati cittadini accolgano innovazioni tecnologiche con fiducia e capacità è già concreta.
Il second hand può inserirsi in questo scenario attraverso marketplace specializzati, sistemi per la gestione degli stock, strumenti per pagamenti e logistica e soluzioni capaci di collegare operatori professionali e consumatori. Realtà danesi come Biophi, dedicata al mercato dei mobili usati, possono essere lette come uno degli esempi di questa evoluzione.
Opportunità per startup e imprese che guardano al futuro
Il punto di interesse per chi guarda alla Danimarca dall'Italia va quindi oltre la semplice vendita di prodotti usati. Il Paese dispone di un ecosistema digitale e innovativo avanzato: il Digital Decade Country Report 2026 della Commissione europea segnala per il 2025 la presenza stimata di 11 startup private con una valutazione di almeno un miliardo di dollari (i cosiddetti ‘unicorni’) e sottolinea al tempo stesso la necessità di trasformare maggiormente ricerca e innovazione in imprese e applicazioni pronte per il mercato.
Per startup e aziende italiane, le opportunità possono quindi trovarsi nell'intersezione tra economia circolare, piattaforme digitali, logistica, servizi B2B e nuove tecnologie. Insomma, la Danimarca è il Paese che può trasformarsi in un laboratorio pratico per sviluppare modelli capaci di rendere il riuso più semplice, efficiente e scalabile.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio italiana in Danimarca)