Martedì 7 Aprile 2026
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La Francia conferma il suo ruolo di prima destinazione turistica mondiale, accogliendo 102 milioni di visitatori internazionali nel 2025, superando i 100 milioni dell’anno precedente e stabilendo un nuovo record. Le entrate turistiche internazionali hanno raggiunto un picco storico di 77,5 miliardi di euro (+9% rispetto all’anno precedente e +37% dal 2019), mentre i ricavi totali sono saliti da 211 a 222 miliardi di euro. Il ministro Serge Papin ha sottolineato l’orgoglio per questo successo, incoraggiando a mantenere la leadership turistica del Paese. L’ottimo risultato segue un 2024 altrettanto favorevole, segnato da grandi eventi come i Giochi Olimpici e Paralimpici di Parigi e la riapertura di Notre-Dame.
Le spese turistiche sono in aumento. Nel 2025 sono stati registrati 743 milioni di pernottamenti in strutture ricettive a pagamento e gratuite (+2% rispetto al 2024), di cui il 76% legati a turisti europei. Negli alloggi a pagamento, i pernottamenti sono cresciuti del 7,5%, raggiungendo 261,2 milioni. Anche la spesa media per turista internazionale è aumentata del 7%, arrivando a 760 euro per soggiorno.
La domanda turistica dagli Stati Uniti è cresciuta molto (+17% di pernottamenti), mentre quella dei viaggiatori asiatici resta ancora al di sotto dei livelli pre-Covid, nonostante si sia verificato un maggiore afflusso di turisti giapponesi. La domanda interna rimane solida, con 835 milioni di pernottamenti in Francia (tra strutture a pagamento e gratuite, seconde case e soggiorni da familiari/amici), rispetto ai 248 milioni di pernottamenti dei francesi all’estero. La Francia conferma così il suo ruolo di destinazione privilegiata per i turisti francesi.
La Francia punta a raggiungere 100 miliardi di euro di entrate turistiche internazionali entro il 2030, per ridurre il divario con la Spagna. Nel 2025, secondo Atout France, la Francia ha registrato 105 miliardi di euro di ricavi internazionali, mentre la Spagna ne dichiara 135. Pur accogliendo più visitatori, la Francia fatica a farli soggiornare più a lungo, a differenza della Spagna che ha investito molto negli ultimi anni modernizzando e ampliando il suo parco alberghiero.
Atout France e il ministero del Turismo hanno individuato diverse leve di sviluppo, tra cui il turismo sostenibile. Secondo Serge Papin, il turismo sostenibile rappresenta più un’opportunità strategica che un vincolo. La frequentazione turistica della Francia è però molto variegata: alcune destinazioni “trainanti” come Parigi, la Costa Azzurra, le Alpi e le coste occidentali registrano buoni flussi, mentre alcune città dell’entroterra non costiere mostrano un’attività ricettiva più debole.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana per la Francia di Marsiglia)
Il conglomerato industriale thailandese WHA Group ha annunciato un piano di investimenti da 16,5 miliardi di baht per il 2026, con l’obiettivo di rafforzare la propria posizione nel contesto di un commercio internazionale sempre più frammentato e di una transizione globale verso tecnologie pulite e digitalizzazione. La strategia annunciata dalla società è stata definita “WHA: Shape the Future for Thailand” e ruota attorno a quattro pilastri principali: l’espansione delle aree industriali, l’adozione di tecnologie digitali e intelligenza artificiale, il rafforzamento delle energie pulite e lo sviluppo di infrastrutture logistiche integrate.
Secondo il CEO Jareeporn Jarukornsakul, questa manovra non è solo una risposta alle tensioni geopolitiche globali e alla necessità dei produttori di diversificare le catene di approvvigionamento lontano dalla Cina, ma rappresenta anche un’opportunità per fare della Thailandia un polo competitivo per investimenti esteri e industria avanzata. Una parte significativa delle risorse — circa 9 miliardi di baht — sarà destinata all’espansione della leadership di WHA nel settore delle aree industriali in Thailandia e in Vietnam, con l’obiettivo di attrarre aziende internazionali che stanno ridefinendo le loro catene di produzione. Oltre alle aree industriali, il piano prevede investimenti in logistica, utilities, energia verde e mobilità, con una quota destinata anche alla crescita di servizi digitali e infrastrutture legate all’intelligenza artificiale.
WHA punta entro il 2026 a superare 20 miliardi di baht di ricavi, beneficiando anche dell’espansione di data center e tecnologie digitali ad alta intensità energetica. Secondo l’azienda, queste iniziative possono offrire un valore competitivo e attrarre flussi di investimenti diretti esteri, in un contesto di crescenti incertezze commerciali globali. Il conglomerato ha inoltre confermato di voler mantenere una struttura finanziaria robusta, contenendo il rapporto tra debito netto e patrimonio netto entro livelli gestibili, nonostante l’elevato impegno di capitale previsto. Con questa mossa strategica, WHA si propone di giocare un ruolo centrale nell’evoluzione dell’economia thailandese, facilitando l’integrazione di tecnologie pulite e avanzate e sostenendo la competitività del paese nella più ampia regione del Sud-Est asiatico.
Le principali piattaforme digitali che operano nel mercato thailandese dell’e-commerce e dei servizi digitali hanno annunciato la formazione della “Thai Digital Platform Trade Association” (TDPA), un’associazione commerciale pensata per promuovere la crescita sostenibile dell’economia digitale nel Paese e favorire un dialogo più equilibrato tra piattaforme, governo e altri stakeholder. L’iniziativa coinvolge alcuni dei maggiori operatori del settore, tra cui Lazada, Shopee, LINE MAN Wongnai e Grab, che riconoscono l’importanza di un quadro regolatorio chiaro e di standard internazionali armonizzati per lo sviluppo del mercato digitale thailandese.
Secondo i promotori, l’e-commerce rappresenta una parte sempre più significativa dell’economia nazionale e richiede ora una struttura istituzionale che possa fungere da ponte tra il settore privato e il governo, supportando l’elaborazione di politiche trasparenti e favorendo la competitività locale. La TDPA punterà anche a sostenere le piccole e medie imprese (PMI), facilitando l’accesso alle piattaforme digitali, aumentando la fiducia dei consumatori e promuovendo pratiche commerciali più eque tra tutti gli attori del mercato.
Questa mossa arriva in un momento di forte crescita del commercio elettronico in Thailandia: recenti analisi indicano che il mercato potrebbe raggiungere un valore di 1,8 trilioni di baht entro il 2030, trainato dall’adozione di tecnologie digitali e dalla crescente fiducia dei consumatori nei canali online. Con l’espansione dell’e-commerce che continua a ritagliarsi un ruolo sempre più rilevante nell’economia thailandese, la creazione della TDPA rappresenta un passo importante verso una crescita più strutturata e sostenibile del settore digitale nel Paese.
(Contributo editoriale a cura della Thai-Italian Chamber of Commerce)
Le esportazioni di riso della Thailandia — un settore tradizionalmente strategico per l’economia e fonte di reddito per gran parte delle comunità rurali — stanno affrontando forti venti contrari nel 2026, con previsioni che vedono il volume delle spedizioni scendere al livello più basso degli ultimi cinque anni. Secondo la Thai Rice Exporters Association, la domanda internazionale per il riso thailandese è messa sotto pressione principalmente dall’apprezzamento del baht, che rende il prodotto locale più costoso rispetto alla concorrenza internazionale. Nel 2026 le esportazioni di riso potrebbero attestarsi intorno a 7 milioni di tonnellate, con un valore annuale stimato di circa 4 miliardi di dollari, rispetto a volumi più alti registrati negli anni precedenti.
L’aumento del valore della valuta thailandese ha fatto salire i prezzi del riso esportato, riducendo la competitività di Bangkok rispetto a grandi esportatori come India e Vietnam, dove i prezzi restano più bassi. Questo fenomeno si verifica in un momento in cui molti paesi produttori stanno ampliando la propria offerta globale, intensificando la concorrenza sui mercati internazionali. Il forte baht è solo uno dei fattori che guidano il calo delle esportazioni: anche dinamiche di mercato globali, come un’offerta abbondante e una domanda più cauta, contribuiscono a comprimere i margini della Thailandia, un tempo al vertice della classifica mondiale degli esportatori di riso.
Questa tendenza ha implicazioni non solo per gli agricoltori e le comunità rurali, ma anche per l’economia nazionale, dove il settore agricolo resta un elemento importante dell’occupazione e delle esportazioni complessive. La combinazione di valute forti, concorrenza internazionale e dinamiche di mercato in evoluzione rappresenta una sfida chiave per la politica commerciale thailandese nel 2026.
(Contributo editoriale a cura della Thai-Italian Chamber of Commerce)
La nuova Licenza 30B, emessa dall'Ufficio per il Controllo dei Beni Stranieri degli Stati Uniti (OFAC), potrebbe generare una significativa riduzione dei costi di trasporto (nolo) verso il Venezuela, stimata tra il 15% e il 25%, secondo quanto spiegato dalla specialista in gestione doganale e commercio estero Marisol Mujica.
Il provvedimento, che sostituisce la precedente Licenza 30A, allenta le restrizioni sulle operazioni legate all'uso di porti e aeroporti venezuelani, diminuendo così il rischio percepito da compagnie di navigazione, compagnie aeree e trasportatori internazionali.
«Questo elimina il timore di operare in Venezuela», ha affermato Mujica, sottolineando come molte aziende evitassero di quotare servizi o richiedessero intermediari per non esporsi al rischio di sanzioni.
Meno intermediari
Fino ad ora, gran parte delle operazioni logistiche richiedeva l'esternalizzazione dei pagamenti o il ricorso a società intermediarie per evitare legami diretti con il Venezuela. Questo processo aumentava i costi finanziari e rendeva più care sia le importazioni che le esportazioni.
Con la Licenza 30B, le compagnie di navigazione possono quotare e operare direttamente, eliminando i vari livelli di intermediazione e aprendo la strada a una maggiore concorrenza. «Alcune compagnie non osavano nemmeno fare un preventivo. Ora la situazione cambia», ha dichiarato Mujica a Unión Radio.
L'esperta stima che questa flessibilizzazione permetterà di abbassare i costi di nolo tra il 15% e il 25%, un impatto che favorirebbe sia le piccole spedizioni sia i carichi containerizzati.
L'economista e presidente di Datanálisis, Luis Vicente León, ha indicato di aver rivisto al rialzo le proiezioni di crescita per l'economia venezuelana nel 2026, stimando un aumento del Prodotto Interno Lordo (PIL) del 13% e una crescita dei consumi vicina al 16%.
Tuttavia, ha chiarito attraverso i suoi canali social che «non sarà una crescita uniforme», bensì una «crescita a forma di K»: alcuni settori decolleranno con forza, mentre altri entreranno in una zona di rischio.
L'energia come motore principale
León ha sostenuto che il "grande motore" sarà l'energia, con il petrolio e il gas a guidare l'espansione, mentre il settore elettrico (con una potenziale privatizzazione) rappresenterà la condizione indispensabile per sostenerla.
L'economista ha affermato che senza stabilità energetica «non c'è crescita possibile»:
«A partire da lì, l'effetto a cascata è chiaro: servizi, commercio, tecnologia, agroindustria, alimentazione, banche, finanza, edilizia e settore immobiliare riceveranno stimoli diretti dal maggiore afflusso di valuta estera e dall'aumento dell'attività economica».
Sfide e competitività
«Non tutti reagiranno alla stessa velocità, ma tutti sentiranno la spinta», ha aggiunto, precisando però che la pressione sarà reale per i settori industriali che non avranno effettuato adeguamenti di competitività.
Allo stesso modo, ha osservato che un'economia petrolifera in espansione «tende a portare a un apprezzamento del cambio e a un maggiore volume di importazioni, e con esse a una maggiore concorrenza».
Inoltre, dovranno affrontare tensioni i settori ad alta intensità di manodopera, in un contesto in cui i costi del lavoro tenderanno a salire significativamente.
L'industria petrolifera venezuelana ha compiuto un passo significativo nel suo processo di rientro nel mercato energetico statunitense. Durante la prima settimana di febbraio 2026, il Paese si è posizionato come il quinto maggiore fornitore di greggio per le raffinerie degli Stati Uniti, raggiungendo la sua migliore posizione da dicembre e segnando un salto notevole rispetto all'ottavo posto registrato la settimana precedente.
Secondo i dati dell'Amministrazione per l'Informazione sull'Energia (EIA), il Venezuela ha esportato una media di 153.000 barili al giorno durante tale periodo. Sebbene questo volume rappresenti un calo del 13% rispetto alla settimana precedente, è stato sufficiente per scalare posizioni nella classifica dei partner energetici di Washington. L'avanzamento riflette la crescente presenza del greggio pesante venezuelano nelle raffinerie statunitensi.
La ministra del Commercio Estero, Coromoto Godoy, ha annunciato che nel mese di marzo diventerà operativo il nuovo Protocollo Unificato per le Esportazioni non Petrolifere, con l'obiettivo di semplificare e standardizzare la commercializzazione dei prodotti venezuelani sui mercati internazionali.
Godoy ha affermato, durante una riunione di lavoro con oltre 70 imprenditori dello stato Táchira e il governatore dell'entità, Freddy Bernal, che quest'anno l'Esecutivo nazionale darà «un impulso senza precedenti alle esportazioni non petrolifere».
Nel corso dell'incontro sono stati esaminati anche i progressi nell'implementazione dello Sportello Unico per il Commercio Estero (Vuce), un progetto sviluppato in collaborazione con la Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD).
A questo proposito, la ministra ha spiegato che attraverso questo progetto:
«In modo unico e centralizzato verranno portate avanti tutte le pratiche legate ai processi di esportazione; tutti gli organismi e gli enti coinvolti avranno il proprio settore, la propria identificazione e le procedure chiaramente specificate, con il relativo costo, dematerializzando così i processi».
Allo stesso modo, il governatore del Táchira ha consegnato formalmente alla ministra Godoy la diagnosi dell'offerta esportabile dello stato, un documento progettato per facilitare l'intelligence commerciale e ottimizzare la ricerca di destinazioni internazionali per i prodotti di alta qualità realizzati nella regione.
I recenti movimenti del rischio paese in America Latina sono stati segnati da episodi politici che hanno ridefinito le aspettative degli investitori. Il Venezuela è diventato il caso più estremo di questo "trade politico", con una correzione accelerata dalla fine del 2025.
Alla chiusura del 2025, l'Emerging Markets Bond Index (EMBI) venezuelano, elaborato da JPMorgan, si attestava a 12.592 punti, uno dei differenziali più alti al mondo. Tuttavia, due giorni dopo l'insediamento di un governo ad interim guidato da Delcy Rodríguez, i titoli di stato (bond sovrani) hanno registrato un rialzo significativo e lo spread è sceso a 7.951 punti al 19 febbraio 2026, segnando una riduzione di 4.591 unità in meno di due mesi.
(Contributo editoriale a cura della Cámara de Comercio Venezolano-Italiana)
Negli ultimi 24 mesi, il numero di posti disponibili verso destinazioni internazionali è raddoppiato, grazie al ritorno di compagnie aeree europee e latinoamericane che avevano abbandonato il Paese quasi un decennio fa.
Una svolta inaspettata
Il panorama della connettività aerea in Venezuela ha subito una svolta importante nei primi mesi del 2026. Dopo un periodo di sospensioni temporanee alla fine del 2025, è iniziato un processo di riattivazione massiccia e il ritorno di compagnie che non operavano nel Paese da anni.
Il ritorno dei voli dagli Stati Uniti
La notizia più rilevante di quest'anno è l'annuncio della revoca delle restrizioni aeree da parte dell'amministrazione statunitense. Il 29 gennaio 2026, il governo degli Stati Uniti ha annunciato la riapertura dello spazio aereo commerciale.
American Airlines ha confermato di essere al lavoro con la Federal Aviation Administration (FAA) e il Dipartimento dei Trasporti degli Stati Uniti (DOT) per ripristinare i voli diretti, principalmente dalla Florida (Miami). Si prevede che gli itinerari ufficiali saranno pubblicati nei prossimi mesi. La riapertura sta avvenendo in modo scaglionato, con un forte focus sui collegamenti con Spagna, Colombia e Brasile.
Banca y Negocios ha discusso di queste novità in esclusiva con Marisela de Loaiza, presidente del Consiglio Superiore del Turismo (Conseturismo) e dell'Associazione delle Linee Aeree in Venezuela (ALAV).
Una vigorosa riattivazione
«Confido in una riattivazione molto importante delle rotte, sebbene sarà graduale», avverte Loaiza. Ad esempio, sono già in fase di rientro Iberia, Plus Ultra e Turkish Airlines. «Spero che ciò si concretizzi nella seconda metà di febbraio».
Loaiza stima che dopo il 16 di questo mese inizieranno gli annunci più concreti sulle destinazioni ad alta domanda. Tuttavia, precisa: «Non è una questione ordinaria, si tratta di una situazione praticamente senza precedenti». Ha inoltre sottolineato l'interesse dell'INAC (Istituto Nazionale di Aeronautica Civile) nel favorire il ritorno dei vettori europei.
Sulla questione American Airlines, Loaiza osserva che, essendo i rapporti interrotti dal 2019, è necessario rivedere gli accordi di reciprocità tra i regolatori (FAA e INAC).
Un incentivo accelerato
Secondo la portavoce, il panorama attuale è di grande speranza: «Quello che vediamo ora è un incentivo accelerato all'apertura dello spazio aereo del Venezuela». Oltre alla riapertura, si prevede il ritorno di quasi tutte le compagnie che già operavano e di quelle che avevano smesso di farlo anni fa.
«È un cambio di rotta totale rispetto alla precedente politica restrittiva, verso una linea d'azione che cerca l'apertura e la dinamizzazione dell'economia venezuelana, in cui la connettività aerea è fondamentale», sottolinea.
Dal punto di vista degli operatori turistici, questo scenario è accolto con ottimismo per le possibilità di business. «Un aspetto cruciale è il ritorno del segmento corporate, fondamentale perché dinamizza i soggiorni alberghieri in città come Caracas, Valencia o Puerto Ordaz. Parliamo di dirigenti in viaggio e del ritorno dei corpi diplomatici — a partire da quello statunitense. Le parole chiave sono apertura e speranza di riprendere opportunità commerciali che erano state soffocate dalle restrizioni precedenti», conclude la fonte.
Il settore manifatturiero privato venezuelano ha chiuso il quarto trimestre del 2025 con una crescita interannuale del 9,5%, spinto da un mese di dicembre particolarmente dinamico che ha registrato un aumento del 17,5% nel volume di produzione.
Sebbene la performance annualizzata si sia attestata su un'espansione del 5,4% (inferiore al 16,1% raggiunto nel 2024), il settore mantiene una tendenza positiva che ne conferma la resilienza e la capacità di adattamento.
Il presidente di Conindustria, Tito López, ha sottolineato che questi risultati «sono la chiara dimostrazione che l'industria venezuelana resta in piedi, investendo, producendo e generando occupazione, anche in mezzo a restrizioni che in qualsiasi altro Paese avrebbero paralizzato l'apparato produttivo».
L'aumento della capacità utilizzata favorisce retribuzioni migliori
L'Utilizzo della Capacità Installata (UCI) ha raggiunto una media del 52,7% nel quarto trimestre. Questo dato riflette una ripresa progressiva e, al contempo, rappresenta un'opportunità strategica per gli investitori, dato che l'industria dispone ancora di oltre il 47% di capacità non utilizzata.
L'incremento dell'attività ha avuto un effetto diretto sui salari. Alla fine del 2025, il reddito medio era così distribuito:
La retribuzione industriale media ha raggiunto i 503 USD, segnando una crescita accumulata del 205% tra il 2021 e il 2025. López ha enfatizzato che «la migliore politica sociale è un'economia produttiva che generi impieghi formali e ben remunerati».
Prospettive per il 2026: gli industriali prevedono una crescita
Per il 2026, il settore manifatturiero proietta uno scenario di maggiore dinamismo. Secondo l'Indagine sulla Congiuntura Industriale (ECI), gli imprenditori stimano che la produzione crescerà del 12,7% quest'anno, spinta da migliori aspettative sugli ordini, stabilità operativa e l'integrazione in nuove catene del valore legate all'espansione petrolifera.
Secondo López, queste aspettative non sono frutto di un ottimismo ingenuo: «Se con tante restrizioni siamo riusciti a crescere del 9,5% nell'ultimo trimestre, è perfettamente ragionevole proiettare una crescita del 12,7% per quest'anno. La manifattura venezuelana ha il potenziale per essere uno dei motori della ripresa economica».
Il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha emesso martedì una licenza generale che autorizza la fornitura di beni, tecnologia, software o servizi statunitensi per l'esplorazione, lo sviluppo o la produzione di petrolio e gas in Venezuela. Si tratta di un permesso atteso da tempo che potrebbe contribuire ad aumentare la produzione nel Paese, secondo quanto riportato dall'agenzia di stampa Reuters.
Washington ha progressivamente allentato le sanzioni sull'industria energetica venezuelana — imposte inizialmente nel 2019 — da quando le forze statunitensi hanno catturato il presidente Nicolás Maduro all'inizio di gennaio. Questo evento ha portato al governo della presidente ad interim Delcy Rodríguez, che poco dopo ha siglato con Washington uno storico accordo di fornitura di petrolio da 2 miliardi di dollari.
Le società di perforazione necessitano dell'autorizzazione statunitense per utilizzare attrezzature specializzate in Venezuela e per importare le piattaforme necessarie ad ampliare la produzione petrolifera del Paese, che attualmente si attesta a quasi 1 milione di barili al giorno (bpd).
Condizioni della licenza
La licenza stabilisce che ogni contratto per le transazioni autorizzate firmato con il governo venezuelano o con l'azienda statale PDVSA debba essere conforme alle leggi statunitensi e che le controversie debbano essere risolte negli Stati Uniti. Inoltre:
I pagamenti verso qualsiasi entità sanzionata devono essere effettuati in un fondo supervisionato dagli Stati Uniti.
Non è autorizzata la "formazione di nuove joint venture o altre entità in Venezuela per l'esplorazione o la produzione di petrolio o gas".
Sono autorizzate le transazioni per il mantenimento delle operazioni, incluse le riparazioni di attrezzature per l'esplorazione o la produzione.
Piano di ricostruzione
I funzionari statunitensi hanno elaborato un ambizioso piano di ricostruzione da 100 miliardi di dollari per l'industria petrolifera venezuelana. Si prevede che ciò favorisca l'espansione dei produttori stranieri e l'ingresso di nuovi attori, inclusi fornitori di servizi petroliferi.
In precedenza, Washington aveva già concesso diverse licenze generali per facilitare le esportazioni, lo stoccaggio e la vendita di petrolio. Molti partner e clienti di PDVSA, tra cui Chevron, Repsol, ENI e la raffineria Reliance Industries, hanno richiesto licenze individuali per espandere la produzione. Secondo le fonti, l'elevato numero di richieste individuali ha rallentato il progresso dei piani per ampliare le esportazioni e accelerare l'arrivo degli investimenti nel Paese.
(Contributo editoriale a cura della Cámara de Comercio Venezolano-Italiana)
Il settore turistico venezuelano affronta il 2026 con aspettative di una crescita moderata, sostenuta da un miglioramento della connettività aerea e da un'offerta di servizi che inizia a mostrare una maggiore stabilità. Lo ha affermato Leudo González, ex presidente di Conseturismo, durante un'intervista a Fedecámaras Radio, dove ha delineato gli elementi che potrebbero supportare un processo di ripresa graduale nel corso dell'anno.
González ha sottolineato che l'industria ha dovuto adattarsi a un contesto economico restrittivo e che tale capacità di adeguamento è diventata un fattore determinante per mantenere l'attività. La strategia del settore si concentra sul rafforzamento del turismo interno e sull'attrarre viaggiatori internazionali interessati a esperienze legate alla natura e all'avventura, segmenti che hanno mostrato resilienza anche in periodi di minore mobilità.
Indicatori che puntano a una maggiore stabilità
González ha affermato che l'occupazione alberghiera potrebbe stabilizzarsi intorno al 45% durante il primo semestre, un livello che, se raggiunto, supererebbe i dati degli anni recenti. Ha inoltre sottolineato l'impatto della maggiore disponibilità di voli, che ha permesso un flusso più costante di passeggeri. Secondo le sue stime, il movimento di turisti nazionali potrebbe crescere di circa il 12% rispetto all'ultimo trimestre.
Sebbene questi numeri siano ancora lontani dagli standard regionali, rappresentano un passo avanti per un settore che ha operato per anni con margini ridotti e una domanda irregolare.
Nella Gazzetta Ufficiale N° 6.978 Straordinaria del 29 gennaio 2026 è stata pubblicata la Legge di Riforma della Legge Organica sugli Idrocarburi. Di seguito sono riportati i 16 punti chiave di questa riforma, basati sull'analisi elaborata da PwC:
1. Risoluzione delle controversie
La mediazione e l'arbitrato sono ammessi per risolvere le controversie derivanti dai contratti delle attività regolate. Le parti conservano comunque la facoltà di ricorrere ai tribunali nazionali.
2. Imprese che svolgono attività primarie
Oltre alle imprese di Stato, alle filiali e alle joint venture (empresas mixtas), le attività primarie potranno essere eseguite da imprese private con sede in Venezuela tramite contratti con società di proprietà esclusiva della Repubblica o loro filiali. L'autorizzazione spetta al Ministero con competenza in materia di idrocarburi.
3. Costituzione di società miste
Viene eliminato l'obbligo di approvazione preventiva dell'Assemblea Nazionale per la costituzione di società miste. La loro creazione e le condizioni operative saranno autorizzate dall'Esecutivo Nazionale e successivamente notificate all'Assemblea Nazionale.
4. Azionista di minoranza nelle società miste
Si ampliano le facoltà concedibili all'azionista di minoranza (previa autorizzazione ministeriale), permettendogli di:
Commercializzare direttamente la totalità o una quota della produzione.
Aprire e gestire conti bancari in qualsiasi valuta e giurisdizione.
Esercitare la gestione tecnica e operativa, direttamente o tramite fornitori specializzati, con criteri di efficienza comparabili a quelli delle aziende statali.
5. Nuovi tipi di contratto
Si introducono norme per contratti tra aziende statali e imprese private domiciliate in Venezuela. L'impresa operatrice assumerà la gestione integrale del progetto a proprio costo e rischio, previa approvazione di un piano aziendale, mantenendo la proprietà statale dei giacimenti.
6. Vantaggi speciali a favore della Repubblica
Possono essere concordati vantaggi quali: compensi economici per l'accesso alle riserve, cessione di tecnologie avanzate, borse di studio, formazione tecnica e rafforzamento di centri di ricerca.
7. Remunerazione delle imprese operatrici
Le imprese possono essere remunerate con: 1) una partecipazione percentuale sui volumi di idrocarburi controllati o 2) altre forme di partecipazione agli utili definite dal Ministero. Può essere concesso l'uso di asset e aree operative in cambio del pagamento di una percentuale del volume di idrocarburi.
8. Royalties dello Stato
Lo Stato mantiene il diritto alle royalties sui volumi estratti (e non reintegrati), con una partecipazione fino al 30%, determinata dall'Esecutivo per ogni singolo progetto.
9. Imposta Integrata sugli Idrocarburi
Viene creata una nuova Imposta Integrata sugli Idrocarburi calcolata sui ricavi lordi mensili, con un'aliquota fino al 15%. Vengono eliminate le precedenti imposte (superficiale, consumo proprio, consumo generale, estrazione, registro esportazione e i contributi speciali per prezzi straordinari/esorbitanti).
10. Esenzione fiscale e parafiscale
Le attività regolate non saranno soggette a tributi statali o municipali, né agli obblighi di responsabilità sociale della Legge sugli Appalti Pubblici. Sono inoltre esenti da:
Imposta sui Grandi Patrimoni.
Contributi per Scienza, Tecnologia e Innovazione (LOCTI), Sport e Droghe.
Contributo per la Protezione delle Pensioni di Sicurezza Sociale.
11. Riduzione delle aliquote
L'Esecutivo Nazionale può ridurre l'aliquota dell'Imposta sul Reddito (ISLR), dell'Imposta Integrata e delle royalties, qualora sia necessario per garantire l'equilibrio economico del progetto.
12. Imprese di Stato come agenti di ritenuta
Le aziende statali o le loro filiali fungeranno da agenti di ritenuta per le royalties e l'imposta integrata relative ai contratti di attività primarie.
13. Ampliamento della commercializzazione diretta
Sebbene la regola generale resti la commercializzazione statale, l'Esecutivo può autorizzare privati o società miste a vendere direttamente la propria produzione, a condizione che i prezzi siano uguali o superiori a quelli ottenuti dalle aziende statali.
14. Contratti di Partecipazione Produttiva
Viene ratificata la validità dei contratti stipulati sotto la Legge Costituzionale Anti-blocco, stabilendo un termine per il loro adeguamento alla nuova normativa senza peggiorare le condizioni concordate.
15. Equilibrio economico-finanziario
Viene garantito il principio di equilibrio economico per tutta la durata del contratto. In caso di modifiche legali o fiscali che impattino negativamente sulla redditività, il Ministero dovrà concordare aggiustamenti immediati (royalties, tariffe o scadenze) per ripristinare la situazione finanziaria originale.
16. Entrata in vigore
La Legge entra in vigore dalla pubblicazione, ad eccezione del regime di royalties e imposte, che scatterà dopo 60 giorni. Entro 180 giorni il Ministero valuterà le società miste preesistenti per l'adeguamento alla nuova norma. Entro 30 giorni verranno emanate le regole per la dichiarazione e il pagamento della nuova Imposta Integrata.
(Contributo editoriale a cura della Cámara de Comercio Venezolano-Italiana)
Finalmente dopo 26 lunghi anni e vicissitudini varie -alcune ancora non risolte- e dopo la rapida ratificazione dell'accordo da parte dei Governi dell'Uruguay e dell'Argentina - a cui a breve dovrebbero seguire quelli di Paraguay e Brasile, l'altro commissario Ursulan Von der Leyen ha annunciato l'applicazione in modalitá provvisionale dell'accordo.
"Council Decision (EU) 2026/183 of 9 January 2026 on the signing and provisional application of the Interim Agreement on Trade between the European Union, of the one part, and the Common Market of the South, the Argentine Republic, the Federative Republic of Brazil, the Republic of Paraguay and the Oriental Republic of Uruguay, of the other part"
Il sistema imprenditoriale italiano operante in Argentina riceve con particolare allegria e speranza la notizia, certi che l'accordo aprirá le porte di un nuovo storico capitolo delle relazioni economiche tra i due blocchi regionali con ricadute positive per l'interscambio commerciali e gli investimenti produttivi.
(Contenuto editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana nella Repubblica Argentina)
Lo indica il progetto di analisi dei dati l’Indice di Prosperità della Cechia.
L’indice ha valutato lo sviluppo delle economie dell’Unione Europea sulla base di dieci indicatori statistici. In questa classifica la Repubblica Ceca occupa l’ottavo posto con un miglioramento rispetto alle edizioni precedenti. In vetta alla classifica ci sono la Svezia e la Danimarca, in fondo ci sono la Grecia e la Polonia.
Lo indicano i dati provvisori dell’agenzia statale CzechTourism.
La spesa dei visitatori italiani per i viaggi in Repubblica Ceca ha raggiunto lo scorso anno secondo CzechTourism i 5,1 miliardi di corone con uno share complessivo del cinque percento. Si tratta del quinto dato più alto dopo la Germania, Regno Unito, Stati Uniti e Polonia. Per quanto riguarda solo il soggiorno nel paese i visitatori italiani hanno speso 2,5 miliardi di corone con uno share del sei percento. Si tratta del quarto dato più alto.
Lo indica l’Ufficio di Statistica Ceco.
In febbraio l’indice di fiducia delle imprese è aumentato rispetto a gennaio di 1,2 punti a 99,8 punti, Particolarmente forte è stata la crescita nell’industria con un aumento dell’indice di 5,5 punti. “Le attese circa l’evoluzione dei ritmi di crescita delle attività produttive sono aumentate notevolmente dopo tre mesi di calo” ha indicato l’ufficio di statistica.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio e dell'Industria Italo-Ceca)
Il futuro del sistema produttivo tedesco si gioca oggi su un terreno nuovo: una trasformazione demografica che costringe a rivedere radicalmente le modalità di incontro tra le necessità delle aziende e il numero calante di lavoratori disponibili. Non si tratta di una semplice carenza di personale, ma di un mutamento strutturale della forza lavoro che incide direttamente sul potenziale di crescita del Paese. È una dinamica emersa con chiarezza dalle analisi del Ministero Federale del Lavoro e degli Affari Sociali (BMAS), secondo cui il calo demografico condizionerà in questi anni la stabilità occupazionale, almeno fino al 2029. Sul lungo periodo lo scenario non appare più disteso: la Fondazione Bertelsmann stima infatti che, senza interventi correttivi, il numero di occupati potenziali scenderà dai 46,4 milioni attuali a circa 41,9 milioni entro il 2040. Ma la pressione si avverte già nel quotidiano delle imprese: nonostante il rallentamento economico possa offrire una tregua temporanea, il dato strutturale resta critico: il rapporto DIHK 2025-2026 segnala infatti che oltre un terzo delle aziende ha difficoltà a coprire le posizioni vacanti, con picchi di criticità che superano il 60% nelle costruzioni e nei servizi sociali.
In questo contesto di erosione interna, l’analisi del DIW Berlin evidenzia come l’occupazione sia ormai sostenuta quasi esclusivamente dall'immigrazione netta. I numeri indicano una necessità precisa: per mantenere la crescita economica in linea con i livelli storici, la Germania avrebbe bisogno di un afflusso annuo di circa 288.000 lavoratori qualificati da qui al 2040. Senza questo innesto, il Paese rischierebbe una fase di stasi produttiva che colpirebbe non solo le regioni più povere dell'Est, ma anche i motori industriali del Sud, come Baviera e Baden-Württemberg, con ripercussioni dirette sulle catene di fornitura. A complicare il quadro è il cosiddetto "paradosso dei lavoratori": mentre la digitalizzazione riduce la necessità di alcune figure tradizionali, cresce la richiesta di nuove competenze tecniche difficili da reperire sul mercato interno. Di conseguenza, la riqualificazione e l'attrazione di talenti esteri diventano priorità strategiche per restare competitivi, imponendo alle aziende una gestione del personale più lungimirante e attenta ai mutamenti del mercato.
Per rispondere a questa urgenza, il sistema punta forte sul suo pilastro storico: le qualifiche professionali duali. Questo modello, che alterna lo studio teorico all’addestramento pratico in azienda, resta il punto di riferimento per garantire abilità certificate e subito operative. Ed è proprio per allineare l'offerta internazionale a questi standard che la Germania ha messo mano al Fachkräfteeinwanderungsgesetz: la nuova legge semplifica il riconoscimento dei titoli esteri e permette a chi arriva da fuori di completare la propria formazione direttamente sul territorio. Tra le novità più rilevanti, oltre alla "Chancenkarte" a punti per chi cerca lavoro, spicca l'aggiornamento della Blaukarte EU. Dal 1° gennaio 2026, i requisiti salariali sono stati adeguati a 48.300 euro lordi annui per le professioni generali e a 45.934 euro per i profili più rari. Inoltre, le aziende hanno ora l’obbligo di fornire ai nuovi assunti da Paesi terzi documentazione specifica sui diritti lavorativi tramite i servizi "Faire Integration", un passo necessario per garantire trasparenza e una reale inclusione professionale.
Guardando al futuro, la stabilità dell'industria tedesca dipenderà sempre di più dalla sua capacità di aprirsi alla manodopera estera, il cui contributo al PIL nazionale supera già i 700 miliardi di euro. Per le imprese, questo significa navigare in un quadro normativo in continua evoluzione, dove la digitalizzazione dei visti e lo snellimento della burocrazia restano obiettivi centrali per non perdere attrattività nel panorama globale. In ultima analisi, la partita della continuità produttiva si vincerà sulla capacità di integrare nuovi profili tecnici di alto livello e di proteggere quel sistema di formazione che, da decenni, è il vero motore dell'innovazione tedesca.
Fonti
(Contenuto editoriale a cura della Camera di Commercio Italo Tedesca - ITALCAM)
Negli ultimi anni la Svezia ha investito ingenti somme per sviluppare una rete di stazioni di ricarica dedicate ai trasporti pesanti, con l’obiettivo di accelerare la transizione verso una logistica a basse emissioni. Tuttavia, il progetto rischia di scontrarsi con una realtà economica difficile: troppe colonnine di ricarica restano inutilizzate, mentre i costi dell’elettricità e le tariffe di potenza rendono l’operazione poco sostenibile per gli operatori.
Dal 2022 l’Agenzia svedese per l’energia ha distribuito circa 2,4 miliardi di corone (circa 225 milioni di euro) per sostenere la costruzione di infrastrutture di ricarica per i camion elettrici. Finora sono state realizzate 146 stazioni pubbliche, 35 destinate alla cosiddetta destinationsladdning (ricarica durante le soste prolungate, ad esempio nei depositi), e 6 stazioni per l’idrogeno. Altre 250 installazioni dovrebbero essere completate entro il 2028, in linea con l’obiettivo nazionale di garantire punti di ricarica ogni dieci chilometri sulle principali arterie stradali.
Nonostante le buone intenzioni, la realtà appare più complessa. Il numero di camion elettrici in circolazione cresce troppo lentamente: secondo le previsioni di Mobility Sweden, solo un mezzo pesante su cinque venduto nel 2030 sarà elettrico, ben al di sotto delle stime iniziali del 2020, che ipotizzavano una quota compresa tra il 30 e il 50 per cento. Il rischio, avvertono gli operatori, è che molti investimenti si trasformino in operazioni in perdita.
Skellefteå Kraft, in collaborazione con OKQ8, è tra le aziende che più lanciano l’allarme. La compagnia, che ha ricevuto circa 200 milioni di corone (18,7 milioni di euro) di contributi pubblici per l’espansione della rete di ricarica e la costruzione di cinque stazioni a idrogeno, denuncia una situazione insostenibile: le stazioni restano vuote, ma i costi fissi continuano a maturare. «Ogni chilowattora che vendiamo oggi lo facciamo praticamente in perdita, perché i costi di potenza superano i ricavi», spiega Robert Andersson, responsabile per l’e-mobility dell’azienda.
Il problema principale è rappresentato dalle cosiddette effektavgifter, le tariffe legate alle potenze di picco richieste alla rete. Per una stazione di ricarica rapida con due colonnine, la bolletta può superare le 600.000 corone all’anno (circa 60 mila euro), indipendentemente dal numero di veicoli serviti. «Con tariffe di questo tipo, la ricarica dei camion rischia di non essere mai redditizia», sottolinea anche Tobias Henmark, responsabile della mobilità elettrica di Preem.
Anche Circle K, altro grande attore del settore, conferma la difficoltà di mantenere un equilibrio economico, soprattutto ora che le nuove gare impongono requisiti di potenza ancora più elevati. Per le aziende più piccole, il rischio di non sopravvivere dopo il periodo minimo di cinque anni di esercizio obbligatorio appare concreto.
Diverse voci nel settore chiedono dunque nuovi incentivi per stimolare la diffusione dei mezzi elettrici pesanti. Secondo Oscar Hyléen, direttore di Sveriges Åkeriföretag, «serve un sostegno concreto per chi sceglie il trasporto elettrico e una revisione delle tariffe energetiche per adattarle alle caratteristiche del settore».
Il governo svedese, dal canto suo, ricorda di aver già rafforzato il bonus ambientale per l’acquisto di camion elettrici e sottolinea di voler rendere più flessibile l’utilizzo dei veicoli, ad esempio permettendo la circolazione notturna dei mezzi elettrici nelle aree urbane. Misure che, seppur positive, difficilmente basteranno da sole a evitare che molte stazioni di ricarica rimangano cattedrali nel deserto.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana per la Svezia)