Martedì 24 Febbraio 2026
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La Linea di credito da 55 milioni di euro, attiva da novembre 2024 e finanziata dalla Cooperazione italiana, rappresenta una opportunità concreta e immediatamente operativa per le PMI tunisine interessate a investire in tecnologie, macchinari e beni strumentali di origine italiana.
Questo strumento si inserisce nel quadro del partenariato economico strutturato tra Italia e Tunisia, che da oltre trent’anni sostiene la modernizzazione del tessuto produttivo tunisino attraverso soluzioni finanziarie mirate e ad alto impatto.
La Linea di credito consente alle imprese tunisine di accedere a finanziamenti agevolati dedicati all’acquisto di macchinari, impianti e attrezzature Made in Italy, riconosciuti a livello internazionale per qualità, affidabilità e contenuto tecnologico. L’obiettivo è accompagnare le imprese in un percorso di upgrade produttivo, miglioramento della competitività e integrazione nelle catene del valore euro-mediterranee.
Attraverso questo meccanismo, le PMI possono:
La Linea di credito da 55 M€ crea un circolo virtuoso tra domanda e offerta industriale: da un lato, le imprese tunisine accedono a tecnologie avanzate con condizioni finanziarie favorevoli; dall’altro, i fornitori italiani beneficiano di un canale strutturato e sicuro di accesso al mercato tunisino, sostenuto dalla Cooperazione italiana.
L’efficacia di questo strumento è già stata ampiamente dimostrata. La precedente edizione della Linea di credito (73 M€) ha contribuito in modo significativo alla crescita delle importazioni strutturali di beni strumentali dall’Italia, portando, nel biennio 2021–2022, l’Italia a posizionarsi come primo partner commerciale e primo fornitore della Tunisia.
La nuova Linea di credito da 55 milioni di euro si conferma quindi come una leva strategica per l’industrializzazione, l’innovazione e la competitività, rafforzando al contempo il ruolo del Made in Italy come riferimento tecnologico per lo sviluppo delle imprese tunisine.
(Contributo editoriale a cura della Camera Tuniso-Italiana di Commercio e Industria)
Negli ultimi anni la Thailandia si sta imponendo come uno dei centri più dinamici al mondo nel settore della bellezza e del wellness — tanto da essere considerata la possibile prossima capital globale del beauty. Secondo Vogue, il settore estetico thailandese è in piena espansione. Con oltre 6.600 cliniche estetiche registrate, il Paese rappresenta oggi il secondo polo più importante in Asia per medicina estetica, subito dopo la Corea del Sud, e si prevede che il mercato raggiungerà un valore di 7,51 miliardi di dollari entro il 2027.
La Thailandia attrae sempre più pazienti internazionali grazie a un connubio di qualità medica elevata, prezzi competitivi e un approccio legato a salute olistica e benessere. Questo mix rende il Paese un hub per chi cerca trattamenti estetici non solo tecnici, ma integrati in un’esperienza complessiva di benessere. Ma la Thailandia non punta solo sulle cliniche: sta emergendo anche come trendsetter culturale. Celebrità e talenti thailandesi, dalla moda ai social media, stanno conquistando sempre più visibilità internazionale, contribuendo a diffondere quello che Vogue chiama il “T-beauty” — un estetica thailandese che predilige pelle luminosa, make-up soft glam e un approccio al beauty più naturale e luminoso. I consumatori più giovani (in particolare la Generazione Z) stanno inoltre sostenendo marchi locali che combinano ingredienti botanici tradizionali con tecnologie moderne, creando prodotti distintivi e riconoscibili.
Un elemento chiave che distingue la Thailandia è il suo heritage culturale legato al benessere. Le tradizioni wellness buddhiste, le erbe locali e i rituali di cura personale informano l’approccio thailandese alla bellezza, basato su equilibrio, prevenzione e cura interna oltre che esterna. Questa filosofia si riflette non solo nei prodotti, ma anche nell’esperienza dei trattamenti: molte cliniche di fascia alta offrono servizi che somigliano più a percorsi di benessere personalizzati che a semplici procedure mediche.
Nonostante la crescita, la T-beauty deve ancora affrontare alcune sfide importanti prima di raggiungere una diffusione globale paragonabile a quella della K-beauty coreana. In particolare, la presenza dei marchi thailandesi nei mercati occidentali è ancora limitata e spesso frenata da difficoltà di distribuzione e normative diverse. Tuttavia, l’interesse globale verso prodotti più leggeri, naturali e orientati al benessere — insieme alla creatività dei brand thailandesi e alla crescente influenza culturale del Paese — suggerisce che la Thailandia potrebbe davvero consolidarsi come uno dei protagonisti principali nel panorama mondiale della bellezza.
In Thailandia, più di 7.000 negozi che vendevano prodotti a base di cannabis hanno cessato l’attività a causa dell’introduzione di normative più rigide che hanno reso difficile e costoso rispettare i requisiti di legge. Questa drastica riduzione dei punti vendita segna una forte inversione di tendenza rispetto alla liberalizzazione della cannabis del 2022, evidenziando le nuove priorità del governo in materia di salute pubblica e controllo del mercato.
Secondo i dati del Ministero della Salute Pubblica, a fine dicembre 2025 erano attivi in tutto il paese 18.433 cannabis shop. Tuttavia, tra questi 8.636 avevano la licenza in scadenza durante lo scorso anno: soltanto 1.339 esercenti (15,5%) hanno rinnovato l’autorizzazione, mentre 7.297 hanno preferito chiudere definitivamente. Ciò significa che oggi rimangono operative poco più di 11.100 attività nel settore.
Il cambio di politica è avvenuto con il nuovo governo guidato dal Pheu Thai, che ha vietato l’uso ricreativo della cannabis e limitato la vendita e il consumo alla sola finalità medico-scientifica. Le nuove direttive ministeriali impongono condizioni molto più stringenti per il rilascio o il rinnovo delle licenze, tra cui l’obbligo per i dispensari di avere un operatore medico o un praticante tradizionale autorizzato in loco.
Questi requisiti, insieme al clima normativo più severo, hanno aumentato i costi di gestione e reso la prosecuzione dell’attività non più sostenibile per molti imprenditori. Alcuni esercenti hanno dichiarato di aver investito centinaia di migliaia di baht per avviare e mantenere il proprio negozio, ma ora non vedono possibilità di recuperare gli investimenti a causa delle nuove regole troppo onerose. Con il passaggio a un modello basato esclusivamente sull’uso medico della cannabis, le modifiche normative includono:
Questi cambiamenti riflettono la volontà delle autorità di arginare l’uso ricreativo e potenziali rischi sociali, dopo un periodo in cui la liberalizzazione aveva portato a una rapida proliferazione di attività legate alla cannabis.
Non si tratta solo di un impatto economico per i piccoli imprenditori. Secondo alcuni esperti di salute pubblica, la liberalizzazione precedente è stata accompagnata da un aumento dei casi di intossicazione, dipendenza e psicosi legate alla cannabis, così come di accessi al pronto soccorso in località turistiche, con oltre 90 casi al mese e una prevalenza di pazienti stranieri. Questo fenomeno ha sollevato preoccupazioni anche nel settore turistico, con effetti negativi sulla reputazione del paese come destinazione sicura.
Le autorità sanitarie sostengono che la nuova normativa aiuterà a contenere i danni alla salute pubblica e a inquadrare la cannabis in un contesto medico più rigoroso, anche se resta da vedere come si evolverà il mercato nei prossimi anni.
(Contributo editoriale a cura della Thai-Italian Chamber of Commerce)
Le ultime previsioni della Banca Centrale d’Irlanda stimano una crescita economica del 10,1% per quest’anno, trainata sia dalle esportazioni sia dal PIL, grazie a un forte aumento delle esportazioni farmaceutiche verso gli Stati Uniti nei primi cinque mesi dell’anno. Nei prossimi due anni è attesa una crescita solida. Sebbene le evoluzioni della politica commerciale e le strategie delle multinazionali continueranno a influenzare l’andamento complessivo, le prospettive economiche di fondo restano positive.
La domanda interna corretta è prevista in crescita del 2,9% nel 2025, per poi moderarsi leggermente nel 2026 e nel 2027. Dopo un calo nel 2024, gli investimenti fissi dovrebbero aumentare del 2,4% quest’anno e del 2,1% nel 2026, con un’accelerazione al 3,2% nel 2027.
Il mercato del lavoro irlandese resta solido. L’occupazione ha raggiunto un nuovo massimo storico nel secondo trimestre del 2025, nonostante una diminuzione della migrazione netta in entrata nell’anno fino ad aprile. Il settore delle costruzioni ha registrato un incremento dell’occupazione del 18,4%, contribuendo per il 46% alla crescita totale dell’occupazione. La disoccupazione rimane bassa, ma è prevista in leggero aumento nel periodo di previsione, arrivando al 4,9% nel 2027.
L’inflazione complessiva è stimata all’1,8% nel 2025, per poi scendere all’1,4% sia nel 2026 sia nel 2027. La prevista riduzione dell’inflazione riflette l’effetto dei prezzi energetici più bassi, l’apprezzamento dell’euro e un rallentamento dell’inflazione nei servizi.
(Contributo editoriale a cura della The Italian Irish Chamber of Commerce CLG)
Il recente andamento del Country risk argentino evidenzia un significativo miglioramento della percezione internazionale, con un consolidamento dell’indice al di sotto dei 500 punti base, su livelli che non si registravano dal 2018. Il Country risk, che misura il livello di affidabilità finanziaria di uno Stato attraverso la differenza di rendimento tra i suoi titoli di debito e quelli considerati più sicuri, come i titoli del Tesoro degli Stati Uniti, rappresenta un parametro fondamentale per valutare la fiducia degli investitori. Questo risultato è sostenuto dal costante incremento delle riserve della Banca Centrale, dal rafforzamento dei titoli sovrani e da una maggiore stabilità del mercato dei cambi. Parallelamente, la credibilità del quadro macroeconomico risulta in crescita, grazie a tassi di interesse reali positivi e a un contesto di minore volatilità finanziaria.
Questo scenario è particolarmente rilevante per l’Italia, in quanto favorisce un contesto più stabile e prevedibile per le imprese italiane interessate a investire, esportare o sviluppare partnership in Argentina. Un Paese con un rischio più contenuto offre maggiori garanzie in termini di pagamenti, accesso al credito e continuità operativa, riducendo l’incertezza per gli operatori esteri. Nel complesso, questi indicatori delineano uno scenario più solido e favorevole, con prospettive positive per la cooperazione economica bilaterale, l’attrazione di investimenti e lo sviluppo di nuove opportunità di business tra Italia e Argentina.
(Contributo editoriale a cura della Cámara de Comercio Italiana de Rosario)

La produzione vinicola ungherese vanta una tradizione secolare che affonda le proprie radici già in epoca romana e che, nel corso dei secoli, ha contribuito a consolidare il ruolo del vino come settore di rilievo dell’economia agricola nazionale. Emblematica in tal senso è la regione del Tokaj Hegyalja, riconosciuta nel 1722 come il primo distretto vitivinicolo ufficiale al mondo.
Oggi l’Ungheria conta 22 regioni vinicole e oltre 10.000 operatori lungo la filiera. La produzione è destinata in parte all’export, che negli anni ha oscillato indicativamente tra 400 e 800 mila ettolitri annui.
Negli ultimi decenni, tuttavia, il settore ha attraversato una fase di ridimensionamento strutturale. Le superfici vitate sono diminuite sensibilmente, passando dai 135 mila ettari del 1995 ai 60 mila ettari del 2024 (Figura 1).

Parallelamente, anche le esportazioni hanno registrato una flessione: dai 803 mila ettolitri dei primi anni duemila si è scesi a circa 544 mila ettolitri nel 2013. Tuttavia, negli ultimi anni, il settore vinicolo ungherese ha nuovamente registrato una nuova fase di crescita, arrivando, nel 2023, a raggiungere 1.266 mila ettolitri esportati (Figura 2).
Per quanto riguarda le importazioni, l’andamento osservato è differente; queste hanno infatti conosciuto un aumento significativo fino a 537 mila ettolitri nel 2011, per poi ridursi e stabilizzarsi su livelli più contenuti, pari a circa 76 mila ettolitri nel 2023 (Figura 2). Il mercato ungherese appare quindi caratterizzato da una progressiva apertura ai prodotti esteri, soprattutto nelle fasce qualitative più elevate.
Un trend analogo riguarda il consumo interno, anch’esso in lieve calo nel tempo, con una netta preferenza per i vini bianchi, coerente con una produzione nazionale maggiormente orientata a questa tipologia rispetto ai rossi.

Nonostante questo quadro, le prospettive di medio periodo risultano positive. Nel 2023, l’Ungheria si è collocata al settimo posto a livello mondiale per valore del mercato vinicolo, e le previsioni indicano una lieve ripresa dei consumi. Dopo tre anni di consumi al di sotto della media, l’Ungheria (2,2 milioni di ettolitri, +7,5% rispetto al 2023) sembra tornata ai livelli di consumo registrati nel 2019 e nel 2020 (Figura 3).
Poiché la produzione vinicola ungherese è concentrata prevalentemente su vini di fascia medio-bassa, per soddisfare la domanda interna di prodotti di fascia medio-alta e premium viene soddisfatta in larga misura attraverso le importazioni.
In tale contesto, l’Italia riveste un ruolo di primo piano. Nel 2023, le importazioni ungheresi di vino hanno superato i 28 milioni di dollari; tra i principali Paesi esportatori, l’Italia si è posizionata al primo posto, superando anche la Francia e la Germania, con esportazioni pari a 11,1 milioni di dollari, valore che nel 2024, ha raggiunto gli 11,77 milioni di dollari.
I vini italiani rappresentano la percentuale maggiore di vini importati in Ungheria, con valori che oscillano dal 40 al 46%.
Il mercato vinicolo ungherese è caratterizzato da una forte prevalenza di vini bianchi, frizzanti e dolci, che rappresentano complessivamente circa il 77% dei consumi (guidati da produttori locali come Törley), mentre i vini secchi si attestano intorno al 23%, anche a causa dell’influenza storica della regione di Tokaj, simbolo della tradizione ungherese dei vini dolci.
Alla luce dello scenario di consumo locale, i vini bianchi italiani aromatici o caratterizzati da maggiore morbidezza, così come alcune tipologie di spumanti, quali Gewürztraminer, Moscati e Malvasie, possono trovare interessanti opportunità di inserimento nel mercato ungherese, nonostante nel primo semestre del 2023 i volumi di vino fermo nei 20 principali mercati internazionali siano calati del -4%; in questo contesto, le prospettive restano favorevoli per gli spumanti, per i quali si prevede un CAGR (tasso di crescita annuale composto) positivo del 1% tra il 2022 e il 2027.
A rafforzare questo trend, l’Italia, il maggior esportatore mondiale di vino per volume, ha invertito la tendenza negativa iniziata nel 2021, registrando una crescita del 3,2% in volume (21,7 milioni di ettolitri) e del 5,6% in valore (8,1 miliardi di euro). Questa performance positiva è stata trainata principalmente dagli spumanti, in particolare il Prosecco, aumentato del 12% in volume e del 9% in valore, mentre anche i vini imbottigliati hanno registrato buoni risultati nel 2024, con +4,1% in volume e +4,8% in valore.
Tuttavia, considerando che il mercato domestico ungherese, un posizionamento focalizzato esclusivamente su tali categorie rischierebbe di inserirsi in segmenti già ampiamente presidiati.
Per questo motivo, una strategia opportuna potrebbe essere quella di puntare su segmenti meno saturi, proponendo vini italiani caratterizzati da profili differenti rispetto alle preferenze tradizionali ungheresi, in particolare vini bianchi secchi, come Chardonnay, Sauvignon Blanc e Pinot Grigio, e vini rossi di qualità con etichette e vitigni quali Barolo, Pinot Nero, Chianti, Sangiovese e Merlot, capaci di offrire un’alternativa distintiva: sebbene in Ungheria il loro consumo sia tradizionalmente inferiore rispetto a quello dei bianchi, essi possono rappresentare una leva strategica soprattutto nei canali Ho.Re.Ca di fascia medio-alta.
Tale approccio consente di valorizzare le denominazioni DOP/IGP e il prestigio del Made in Italy, intercettando una domanda più evoluta, soprattutto tra consumatori più attenti e turisti a Budapest, sempre più interessati a vini premium e a esperienze enologiche di respiro internazionale.
Il mercato ungherese di dimostra perciò essere una realtà dinamica e conveniente per le imprese italiane, capaci di inserirsi e affermarsi con auterovelezza e idee innovative.
Sul territorio magiaro si contano infatti numerose imprese italiane attive nel settore vinicolo, da anni impegnate nella distribuzione di vini italiani.
Il mercato vinicolo ungherese si presenta come un contesto dinamico, caratterizzato da una forte tradizione centenaria di storia e qualità. L’Ungheria vanta le sue eccellenze produttive, dalla celeberrima regione del Tokaj o il Bikaver della contea di Heves, che continuano a confermare il Paese come una voce discretamente autorevole a livello internazionale, capace di tenere testa ai grandi esportatori come Italia e Francia.
Eppure, nonostante il giusto orgoglio per la produzione vinicola, l’Ungheria si dimostra essere anche un mercato attivo a livello internazionale, rappresentando una destinazione degna di nota per i produttori italiani che desiderano espandersi e far conoscere i loro eccellenti prodotti anche nel cuore dell’Europa.
Come numerose realtà attive già testimoniano, le imprese italiane sanno abilmente affermarsi sul territorio ungherese, anche grazie al supporto di numerosi importatori locali.
Il pubblico ungherese, per la sua storia e tradizione vinicola di eccellenza, saprà sicuramente apprezzare l’eccellenza della produzione italiana.
Per queste ragioni, investire nel mercato ungherese significa per i produttori italiani ampliare i propri orizzonti commerciali in modo mirato, rafforzando la propria presenza al cuore del continente e instaurando relazioni di lungo periodo con operatori qualificati.
L’Ungheria è un partner naturale per chi desidera portare il valore, la storia e la passione del vino italiano oltre i confini nazionali.
FONTI
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana per l’Ungheria)
La Federal Reserve ha deciso di mantenere invariato il tasso di interesse di riferimento in un intervallo compreso tra il 3,5% e il 3,75%, interrompendo una recente fase di riduzioni dei tassi. La decisione, in linea con le aspettative dei mercati, segue tre tagli consecutivi da 25 punti base ciascuno.
Nel comunicato diffuso al termine della riunione, la banca centrale ha rivisto al rialzo la valutazione sull’andamento dell’economia statunitense, segnalando che l’attività economica continua a crescere a un ritmo solido. Allo stesso tempo, la Fed ha indicato un rallentamento delle preoccupazioni sul mercato del lavoro: la crescita dell’occupazione resta contenuta e il tasso di disoccupazione mostra segnali di stabilizzazione.
Rimane invece elevata l’attenzione sull’inflazione, che secondo la Federal Reserve si mantiene ancora su livelli superiori all’obiettivo. La decisione riflette quindi un equilibrio tra una crescita economica resiliente e la necessità di monitorare l’evoluzione dei prezzi prima di eventuali nuovi interventi di politica monetaria.
(Contributo editoriale a cura della Italy-America Chamber of Commerce of Texas, Inc.)
La Repubblica Ceca ha ottenuto lo scorso anno dall'Unione Europea pagamenti per circa 146 miliardi di corone. Lo ha indicato il Ministero delle Finanze Ceco.
I versamenti della Repubblica Ceca nel bilancio dell'UE ammontavano lo scorso anno a circa 68 miliardi di corone. Il saldo nei flussi dei pagamenti tra Praga e Bruxelles era quindi positivo per circa 78 miliardi di corone a favore della Repubblica Ceca. Dal 2023, tuttavia, il dato sta registrando un lieve calo, nonostante i pagamenti delle rate del programma NextGenerationEU.
La crescita del prodotto interno lordo ceco è stata nel 2025 al massimo da tre anni. Lo indicano i dati dell'Ufficio di Statistica Ceco.
Nel 2025 l'economia ceca è cresciuta del 2,5%, in linea con quanto atteso dagli analisti. Il dato è al massimo dal 2022, quando il Pil è cresciuto del 2,8% nel quadro della ripresa dopo la pandemia di Covid-19. «La crescita di tutto l'anno è stata supportata dalla domanda domestica», ha indicato l'Ufficio di Statistica Ceco. L'occupazione è aumentata nel 2025 dell'1%.
Le aziende ceche hanno ottenuto lo scorso anno dal programma operativo TAK, dedicato al sostegno del settore aziendale, circa cinque miliardi di corone. Lo indica l'agenzia API, che gestisce il programma.
L'agenzia ha versato lo scorso anno alle aziende 4,9 miliardi di corone di sovvenzioni precedentemente accordate. Nello stesso anno, i gestori del programma hanno emesso circa 2.300 atti, che hanno impegnato quasi 16,7 miliardi di corone di risorse. Il programma TAK è però tra quelli in cui la suddivisione dei fondi procede più a rilento, con il 61% del budget impegnato alla fine dello scorso anno, rispetto al 75% della media di tutti i fondi.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio e dell'Industria Italo-Ceca)
Per il 2050 l’Unione Europea ha fissato un obiettivo climatico ambizioso: il raggiungimento della neutralità climatica. La Germania intende anticipare questo traguardo al 2045 e ridurre del 65% le proprie emissioni di gas serra rispetto ai livelli del 1990 entro il 2030. Ad oggi, le emissioni tedesche si sono ridotte del 48,2% rispetto al 1990.
Dal punto di vista energetico, il 2025 appena concluso rappresenta un anno record per l’uso delle energie rinnovabili in Europa. Infatti, come emerso dal European Electricity Review del think tank energetico Ember, per la prima volta le rinnovabili hanno generato più elettricità delle fonti fossili. A trainare il sorpasso delle rinnovabili è stato il solare, seguito dall’eolico. L’Italia e la Germania sono leader europei per capacità di batterie di grandi dimensioni: la Germania supera i 12 GW di capacità totale (operativa + pipeline), mentre l’Italia si attesta appena sotto, con circa 11–12 GW complessivi. Entrambi i Paesi presentano inoltre livelli operativi già oggi superiori a quelli di qualunque altro Stato dell’UE, confermando il loro primato nello sviluppo delle batterie grid-scale.
Oltre all’utilizzo sempre più massiccio delle energie rinnovabili, l’innovazione ecologica e lo sviluppo di nuovi sistemi di riduzione delle emissioni rappresentano un passaggio fondamentale per il raggiungimento della neutralità climatica.
Carbon Capture Storage and Usage
Tra le innovazioni tecnologiche capaci di limitare le emissioni, evitando che vengano rilasciate nell’atmosfera, rientrano i sistemi di carbon capture storage (CCS) e carbon capture utilisation (CCU). Lo sviluppo di questa tecnologia si articola in tre fasi: la cattura della CO₂ prodotta dalla generazione di energia o dalle attività industriali, il suo trasporto e, infine, lo stoccaggio in profondità nel sottosuolo. Nei sistemi CCU le emissioni vengono poi reintrodotte nei processi produttivi. Ma quanta CO₂ permettono effettivamente di catturare questi sistemi? In Italia, secondo il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) sottoscritto nel 2024, entro il 2030 verranno catturati 4 milioni di tonnellate di CO₂, che dovrebbero raggiungere i 20-40 milioni entro il 2050. Tuttavia, considerando che l’implementazione di questa tecnologia è ancora agli inizi, mancano stime più precise. Se questi dati venissero confermati, l’Italia rappresenterebbe un hub europeo primario per questa tecnologia all’avanguardia.
Anche in Germania l’attenzione verso le tecnologie CCS e CCU sta diventando sempre più rilevante. Ad agosto 2025, il governo tedesco ha adottato un disegno di legge per promuovere la costruzione su larga scala di infrastrutture per lo stoccaggio e il trasporto della CO2, stabilendo che alcuni progetti siano considerati “di interesse pubblico prevalente”, semplificando così pianificazione, autorizzazioni e realizzazione. Secondo lo studio Klimaneutrales Deutschland, co-redatto dall’Istituto di Wuppertal, a partire dal 2030 verranno stoccate 3 megatonnellate di CO₂ all’anno, 15 megatonnellate dal 2035, 31 megatonnellate dal 2040 e 45 megatonnellate dal 2045.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana per la Germania (ITKAM))
Il settore rappresenta il 25% del PIL nazionale e svolge un ruolo significativo come motore dell'attività economica
Il settore agroalimentare è uno dei pilastri principali dell'economia brasiliana. Considerando l'intera filiera produttiva, che comprende la produzione agricola, i fattori di produzione, l'agroindustria, i trasporti e il commercio, il settore rappresenta dal 20% al 25% del PIL del Paese.
"Il settore è attualmente il motore più dinamico dell'economia nazionale, e nessun altro settore registra performance simili", afferma Luiz Honorato Junior, economista e ricercatore presso l'UnB (Università di Brasilia).
Negli ultimi 40 anni, il Brasile è passato dall'essere un importatore di prodotti alimentari a diventare un importante fornitore mondiale. Tra gli indicatori più significativi della recente traiettoria dell'agricoltura brasiliana ci sono i dati sulla produzione e gli indici di produttività delle colture cerealicole (riso, fagioli, mais, soia e grano).
La produzione, che nel 1975 era di 38 milioni di tonnellate, è cresciuta di poco più dell'831% e si prevede che supererà i 354 milioni di tonnellate nel 2026. Nello stesso periodo, la superficie coltivata è aumentata del 200%, raggiungendo gli 84,4 milioni di ettari, che si prevede saranno seminati nella stagione agricola 2025/2026.
Nell'allevamento del bestiame, il numero di bovini è più che raddoppiato negli ultimi quattro decenni, raggiungendo i 238 milioni di capi, garantendo al Paese la più grande mandria commerciale del mondo.
Questo intenso processo di modernizzazione delle filiere produttive ha contribuito alla continua espansione del PIL agricolo, che nel 2025 è cresciuto dell'11,6% nel totale cumulato dei primi tre trimestri dell'anno.
Questa performance ha contribuito a sostenere l'espansione del PIL nazionale del 2,4% nel periodo considerato, secondo i dati dell'IBGE (Istituto Brasiliano di Geografia e Statistica). È comune che la crescita del PIL brasiliano dipenda in larga misura dall'agroindustria, sia direttamente che indirettamente.
I risultati del 2025 si aggiungono ai dati consolidati del 2024, in cui il settore agroalimentare rappresentava il 23,2% dell'economia brasiliana. Nello stesso anno, il PIL del settore è cresciuto dell'1,81% rispetto al 2023, raggiungendo i 2,72 trilioni di R$, secondo i dati del CNA e del Cepea (Centro di Studi Avanzati in Economia Applicata). Di questo totale, 1,9 trilioni di R$ provenivano dal settore agricolo e 819,26 miliardi di R$ dal settore zootecnico.
Senza il contributo del settore agroalimentare, la crescita dell'economia brasiliana sarebbe stata inferiore. Secondo una valutazione della CNA (Confederazione dell'Agricoltura e dell'Allevamento), se il settore avesse registrato una crescita pari a zero nel 2025, la crescita del PIL totale sarebbe stata dell'1,6%, e non del 2,4% osservato.
L'economista dell'UnB sottolinea che, nonostante il settore petrolchimico abbia recentemente registrato una crescita e contribuito alla generazione di valuta estera, non ha ancora la stessa storia, lo stesso grado di solidità o lo stesso livello di competitività internazionale raggiunti dal settore agroalimentare brasiliano.
Mentre l'agricoltura ha registrato una crescita a due cifre, nello stesso periodo altri settori hanno registrato una crescita più moderata. L'industria è cresciuta dell'1,7%, i servizi dell'1,8% e le industrie estrattive hanno registrato un incremento del 7,4%. Tra i settori con le migliori performance, oltre all'agricoltura, si sono distinti anche l'informazione e la comunicazione, con un'espansione del 6,2%.
L'economista ha attribuito la predominanza del settore agroalimentare ai vantaggi comparativi del Brasile, come la sua vasta superficie territoriale, la lunga tradizione nell'attività agricola, la disponibilità di terreni, la possibilità di raccogliere più di un raccolto all'anno, i costi relativamente bassi, l'abbondanza di risorse naturali come l'acqua, la buona incidenza solare e i bassi costi di manodopera. Secondo lui, queste condizioni non si riproducono con la stessa intensità in altri settori dell'economia, il che limita la competitività in altri segmenti.
Esportazioni
Oltre al suo impatto sul PIL, il settore svolge un ruolo centrale nella bilancia commerciale. Nel 2025, il Brasile ha esportato 348,6 miliardi di dollari, secondo i dati Comexstat del MDIC (Ministero dell'Industria, del Commercio e dei Servizi). Di questo totale, 169,2 miliardi di dollari provenivano dall'agroindustria, pari al 48,5% di tutte le esportazioni del Paese, secondo i dati di Agrostat, del Ministero dell'Agricoltura e dell'Allevamento.
Secondo Honorato, queste risorse sostengono la bilancia commerciale e consentono l'importazione di beni e forniture considerati essenziali, come medicinali, attrezzature mediche, automobili, macchinari, servizi e altri prodotti utilizzati dalla popolazione e dall'industria.
Lo scorso anno, la Cina è stata la principale destinazione dei prodotti agricoli brasiliani, rappresentando il 32,68% delle esportazioni, seguita dall'Unione Europea con il 14,9%. Tra i principali prodotti esportati figurano carne, caffè, soia e prodotti del complesso zucchero ed etanolo. "I commercianti non scelgono i loro clienti, quindi se hai un grande acquirente, saranno loro a generare fatturato e a rendere la tua attività redditizia. D'altro canto, esiste una dipendenza economica e geopolitica da questo attore", ha affermato Honorato in relazione alla Cina. Secondo lui, è positivo avere il Paese come acquirente importante, ma, data la sua importanza e perché è un acquirente quasi esclusivo di alcuni prodotti agricoli brasiliani, la forte dipendenza può essere "preoccupante in situazioni di crisi".
Rilevanza
La portata del settore agroalimentare va oltre la generazione di ricchezza. Il settore è fondamentale per l'approvvigionamento del mercato interno e dell'approvvigionamento alimentare globale, il che conferisce al Brasile una rilevanza strategica nel commercio internazionale.
Un altro aspetto rilevante è la creazione di posti di lavoro. Secondo una ricerca condotta da Cepea in collaborazione con CNA, nel settore agricolo lavorano 28,2 milioni di persone.
L'attività agroalimentare ha un forte effetto moltiplicatore: quando le campagne crescono, si verificano ripercussioni dirette in settori quali l'industria alimentare, i trasporti, i servizi finanziari, il commercio, la logistica e la tecnologia.
"I vantaggi che il settore agroalimentare può apportare ad altri settori sono innumerevoli, perché il reddito è destinato al Brasile e ne beneficiano tutti", ha affermato l'economista.
Fonte: CNN Brasil
(Contenuto editoriale a cura della Câmara de Comércio Italiana de São Paulo - ITALCAM)
In un mondo sempre più incerto, in cui le questioni di sicurezza e difesa sono di fondamentale importanza, il Lussemburgo si rinnova lanciando il suo Defence Bond, prodotto unico in Europa, a gennaio 2026, un titolo di Stato che consente a ogni cittadino di investire direttamente nella difesa nazionale.
Questo nuovo strumento finanziario consente a ogni cittadino di contribuire direttamente al rafforzamento delle capacità di difesa del Lussemburgo, beneficiando al contempo di un investimento sicuro e interessante in un contesto internazionale caratterizzato da crescente incertezza.
Consapevole del grave deterioramento della situazione geopolitica e delle crescenti sfide, il Granducato diventa il primo Paese europeo a offrire al pubblico un titolo di Stato dedicato alla difesa.
Per garantire la massima trasparenza, il governo pubblicherà una relazione annuale che descriverà in dettaglio l'utilizzo dei fondi raccolti per progetti di difesa cruciali per la sicurezza nazionale. Gilles Roth, Ministro delle Finanze, ha dichiarato: "Sono lieto di annunciare l'apertura delle sottoscrizioni al Defence Bond. Questo strumento innovativo, destinato al grande pubblico, contribuirà a finanziare i nostri sforzi di difesa, evidenziando al contempo lo spirito innovativo della nostra piazza finanziaria e del Tesoro dello Stato."
"Di fronte al volatile contesto di sicurezza e alla chiara minaccia che grava sull'UE e sulla NATO, dobbiamo investire di più per rafforzare le nostre capacità militari e la nostra strategia di deterrenza e difesa collettiva. Si tratta di uno sforzo congiunto a cui i cittadini lussemburghesi possono ora partecipare direttamente", ha sottolineato il Ministro della Difesa Yuriko Backes.
Il Defence Bond, con scadenza a 3 anni, offre un tasso di interesse fisso e competitivo, garantendo ai sottoscrittori un rendimento stabile. L'investimento è accessibile con incrementi di 1.000 euro, fino a 150.000 euro per persona e per banca. Emesso dallo Stato lussemburghese, il cui rating AAA ne attesta la solidità e la stabilità finanziaria, questo prodotto rappresenta un investimento affidabile, con rimborso del capitale alla scadenza. Il periodo di sottoscrizione inizia il 15 gennaio 2026 e rimarrà aperto fino al 30 gennaio 2026, o fino al raggiungimento dell'obiettivo di 150 milioni di euro.
Secondo fonti recenti del 28 gennaio 2026, Il primo Titolo di Stato per la Difesa emesso dallo Stato lussemburghese è stato interamente sottoscritto in poche ore. Accanto alle dinamiche economiche e politiche profonde, grazie al suo successo, il Defence Bond apre finalmente la strada a potenziali rinnovi, sia per ulteriori investimenti nella Difesa, sia per la transizione energetica, l'edilizia abitativa, le infrastrutture strategiche e altro ancora.
L'esperienza dimostra che uno strumento ben mirato, trasparente e supportato da una solida credibilità istituzionale può mobilitare rapidamente il risparmio nazionale. In questo senso, il Defence Bond trascende il semplice status di strumento finanziario: diventa il riflesso del legame di fiducia tra lo Stato e i suoi cittadini e uno strumento potenzialmente strutturante per le future politiche pubbliche.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italo-Lussemburghese a.s.b.l)