Notizie mercati esteri

Lunedì 19 Ottobre 2026

Il boom danese non si estingue nei numeri del PIL

La Danimarca cresce a un ritmo che, per intensità, l'avvicina più alla Cina che ai suoi vicini europei.

Dopo un aumento del PIL del 3,9% nel 2024 e del 3,5% nel 2025, il Consiglio Economico del Movimento Operaio danese (Arbejderbevægelsens Erhvervsråd, AE) stima per il 2026 un’ulteriore crescita del 4,2%. Un dato che resta, per ora, una previsione e non un risultato acquisito, ma che restituisce comunque la portata dell’attuale momento economico danese. Per confronto, il Fondo Monetario Internazionale prevede per la Cina una crescita del 4,6% nel 2026.

Anche i dati già disponibili per il 2026 confermano un’economia ancora in espansione: Danmarks Statistik registra una crescita reale del PIL dell’1,5% nel primo trimestre rispetto al precedente e dello 0,3% nel secondo.

La questione più interessante, però, non riguarda soltanto quanto cresca il PIL della Danimarca, ma è utile concentrarsi sui protagonisti di questa crescita e sulla quantità di ricchezza prodotta che effettivamente raggiunge le famiglie.

Il mercato del lavoro offre una prima indicazione: nel secondo trimestre del 2026 risultava occupato il 76,7% della popolazione tra i 15 e i 64 anni. In un Paese di circa sei milioni di abitanti, significa che una quota molto ampia della popolazione in età lavorativa partecipa direttamente all’attività economica. Non conta, però, soltanto quante persone lavorano, ma anche quanto valore viene prodotto per ciascuna ora lavorata. Nel 2025 la produttività nei settori di mercato non agricoli è cresciuta del 4,45%. L’economia danese è quindi riuscita a produrre di più a parità di tempo impiegato.

Occupazione e produttività spiegano parte della forza dell’economia, ma un PIL in aumento non implica automaticamente un miglioramento delle condizioni economiche di tutti. Per capire se la crescita abbia avuto effetti più diffusi bisogna guardare anche ai redditi ed al potere d’acquisto.

Nel 2025 il reddito disponibile complessivo delle famiglie è aumentato del 5%, pari a circa 69 miliardi di corone danesi. A sostenere l’incremento sono state soprattutto le remunerazioni dei lavoratori, cresciute di 66,7 miliardi, cioè del 4,5%. Nello stesso anno i prezzi al consumo sono aumentati in media del 2%. Questo non significa che ogni danese sia diventato automaticamente più ricco, ma mostra che, nel complesso, i redditi sono cresciuti più rapidamente dei prezzi. L’inflazione non ha quindi assorbito interamente l’aumento delle risorse economiche a disposizione delle famiglie.

Infine, anche consumi e risparmio aiutano a completare il quadro: nel 2025 il consumo privato reale è aumentato del 2,1%, mentre le famiglie hanno accantonato l’8,8% del proprio reddito disponibile. Nel primo trimestre del 2026 la quota di risparmio è salita ulteriormente al 9,5%.

Risparmiare di più non è, da solo, una prova di maggiore benessere; tuttavia, la crescita contemporanea dei consumi, dei redditi e del risparmio suggerisce che il boom danese non sia rimasto circoscritto alle grandi imprese, ma che almeno una parte di questa crescita abbia raggiunto anche le famiglie.

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio italiana in Danimarca)

Ultima modifica: Lunedì 19 Ottobre 2026
Lunedì 19 Ottobre 2026

“Molti agricoltori hanno piantato un ettaro per vedere”: la raccolta di pistacchi francese, simbolo del cambiamento climatico

La Provenza si prepara alla prima grande raccolta commerciale di pistacchi, otto anni dopo la reintroduzione del pistacchio in Francia. Quest’anno si stimano 6-10 tonnellate di produzione su circa 600 ettari coltivati, quantità ancora molto ridotta rispetto alle 10.000 tonnellate di pistacchi importate ogni anno dalla Francia.

Il pistacchio si sta diffondendo soprattutto nel sud del Paese perché resiste bene al caldo e alla siccità, condizioni sempre più frequenti a causa del cambiamento climatico. Originario di Iran, Grecia e Turchia, è già coltivato in California e Spagna e trova condizioni favorevoli anche in Francia, con sperimentazioni in Occitania e Corsica. Tuttavia, per la impollinazione ha bisogno del vento.

Questa caratteristica lo rende interessante per gli agricoltori alla ricerca di colture alternative a produzioni più vulnerabili al clima, come la vite. Secondo Alexis Bertucat, segretario generale del sindacato France Pistache, la pistacchicoltura può offrire una possibilità di adattamento alla crisi climatica e nuove opportunità economiche.

Una coltura costosa e lenta

Sul plateau di Valensole (Alpes-de-Haute-Provence), Olivier Gossar ha investito 55.000 euro per piantare 4 ettari, pari a circa 1.200 alberi. Il pistacchio fiorisce tardi, riducendo il rischio di gelate primaverili: Gossar ricorda infatti che, due anni fa, si sono registrati -5 °C il 27 aprile, una situazione mai osservata prima.

La coltura sta attirando l'interesse di produttori e chef, che cercano prodotti di origine francese. Tuttavia, il pistacchio rimane una coltura difficile: richiede investimenti elevati, perché le piante sono rare e costose, e molta pazienza. Servono in media 12 anni perché un albero raggiunga la piena capacità produttiva.

Jean-Louis Joseph, uno dei pionieri della pistacchicoltura provenzale e produttore di olio d’oliva e tartufi biologici a La Bastidonne (Vaucluse), spiega che molti agricoltori hanno inizialmente piantato solo 1 ettaro per sperimentare. Con l’arrivo delle prime raccolte significative, però, il settore sta entrando in una nuova fase. Nel 2026, per la prima volta, anche le banche hanno iniziato a finanziare maggiormente questi progetti, convinte della capacità del pistacchio di adattarsi al clima e della sua possibile redditività.

L’obiettivo: 2.000 ettari entro il 2030

La filiera punta a raggiungere 2.000 ettari coltivati entro il 2030, ma deve ancora superare diversi ostacoli. Mancano competenze tecniche consolidate, poiché gli agricoltori stanno affrontando per la prima volta molte fasi della coltivazione, e sono insufficienti anche le infrastrutture necessarie alla lavorazione.

Per esempio, per alcune operazioni successive alla raccolta, come l’essiccazione, i produttori francesi devono ancora rivolgersi alla Svizzera, che dispone delle strutture adeguate.

La filiera deve inoltre organizzarsi meglio, definendo varietà, modalità di produzione e prezzi. In Francia la pistacchicoltura dovrebbe comunque rimanere una produzione di nicchia e di fascia premium.

Si sta valutando anche la possibilità di ottenere un'Indicazione Geografica Protetta (IGP) per il pistacchio francese, ma è ancora troppo presto, a causa della scarsa storia produttiva e dei volumi limitati. Intanto, il sindacato France Pistache segnala già i primi casi di pistacchi venduti come «della Provenza» senza una vera tracciabilità, evidenziando la necessità di strutturare e regolamentare il settore.

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana per la Francia di Marsiglia)

Ultima modifica: Lunedì 19 Ottobre 2026
Lunedì 19 Ottobre 2026

Madrid acquista importanza nel settore degli investimenti logistici europei

Madrid continua a rafforzare il proprio ruolo nel panorama logistico europeo. Nei primi sei mesi del 2026, la capitale spagnola ha attirato 483 milioni di euro di investimenti industriali e logistici, posizionandosi tra i mercati più dinamici del continente e seconda solo a Dublino nella classifica elaborata dalla società di consulenza Jones Lang LaSalle (JLL).

Questo andamento conferma la crescente importanza di Madrid nelle strategie di distribuzione e stoccaggio degli operatori internazionali. Fattori quali l’espansione dell’e-commerce nella penisola iberica, la riorganizzazione delle catene di approvvigionamento verso località più vicine e l’interesse dei grandi operatori 3PL stanno stimolando l’attività nel mercato madrileno. A ciò si aggiungono una struttura dei costi competitiva e una rete di infrastrutture multimodali che ne rafforzano l’attrattiva per i capitali stranieri.

La ripresa di Madrid coincide con una ripresa generalizzata degli investimenti logistici in Europa, dove il volume delle transazioni ha raggiunto 18,8 miliardi di euro nel primo semestre, il 15% in più rispetto all’anno precedente. Regno Unito, Francia e Germania continuano a guidare la classifica per paesi, mentre l’Europa meridionale mostra una crescita particolarmente intensa.

Operazioni di rilievo e andamento del mercato

In Spagna, gli investimenti nel settore logistico hanno raggiunto i 903 milioni di euro nel primo semestre, con un aumento del 40% su base annua. Tra le operazioni più rilevanti figurano acquisizioni di portafogli e asset di grandi dimensioni a Madrid e in Catalogna, come i progetti Pine, Apex e ACE, nonché transazioni significative a Villaverde, Valdemoro, Sant Feliu de Buixalleu e Gélida.

Anche il mercato europeo sta registrando un aumento delle operazioni su larga scala, il che ha portato la dimensione media delle transazioni logistiche a 36 milioni di euro, rispetto ai 24 milioni di euro delle singole operazioni.

Domanda ai massimi livelli e offerta limitata

L’attività di occupazione continua a registrare livelli storici. Nella Zona Centro, le contrattazioni nel settore logistico hanno raggiunto 620.778 m², il miglior risultato mai registrato in un primo semestre e il 58% in più rispetto al 2025. Il canone prime si attesta a 7,00 €/m²/mese, con previsioni di crescita alla luce del persistere di una domanda elevata.

Anche la Catalogna mantiene un ritmo solido, con 473.026 m² contrattualizzati e una disponibilità che scende al 2,1%, una delle più basse tra i grandi mercati nazionali. La pressione sull’offerta, specialmente nella prima corona, continua a spingere al rialzo i canoni di locazione, che raggiungono 9,25 €/m²/mese.

La nuova offerta rimane limitata in entrambi i mercati: Madrid conta 340.000 m² in fase di sviluppo entro il 2026 (di cui solo il 24% a scopo speculativo), mentre la Catalogna totalizza 278.000 m² in costruzione. Questa tendenza si ripete in Europa, dove il volume in fase di sviluppo è sceso a 13,9 milioni di m², il livello più basso dal 2020.

Fonte: Moneda Unica 

(Contributo editorisle a cura della Camera di Commercio e Industria Italiana per la Spagna)

Ultima modifica: Mercoledì 21 Ottobre 2026
Lunedì 19 Ottobre 2026

Digitalizzazione delle imprese: AI e cybersecurity in Germania

La trasformazione digitale in Germania non riguarda soltanto la capacità di adottare nuove tecnologie, ma soprattutto di integrarle nei processi aziendali, nella gestione dei dati e nelle relazioni di filiera. Tra le principali tecnologie troviamo intelligenza artificiale e cybersecurity.

L’intelligenza artificiale sta avendo un ruolo sempre piú importante all’interno delle ziende tedesche. La Germania presenta un livello di diffusione elevato: tra il 2025 e il 2026 l’adozione dell’AI nelle aziende è passata dal 17% al 41%. Allo stesso tempo, l’esperienza tedesca dimostra che adottare una tecnologia non significa automaticamente ottenere risultati economici. Solo una parte delle imprese riesce oggi a misurarne pienamente il valore, anche a causa della qualità e della frammentazione dei dati interni. È un aspetto importante anche per l’Italia: la vera sfida non è soltanto introdurre nuovi strumenti, ma costruire le condizioni organizzative per utilizzarli bene.

Anche la cybersecurity è diventata un tema centrale. In Germania, i danni provocati dai cyberattacchi sono stimati in circa 202 miliardi di euro e le PMI rappresentano uno dei principali obiettivi dei ransomware. Questi numeri mostrano come la sicurezza informatica sia ormai una questione di filiera: proteggere una PMI significa spesso proteggere anche i clienti e i partner con cui è connessa.

Nei prossimi anni, la competitività dipenderà anche dalle infrastrutture digitali e dalla trasparenza delle supply chain. La Germania sta rafforzando il ruolo del corridoio Reno-Meno come hub europeo dei data center. Parallelamente, strumenti come il Digital Product Passport, gli agenti AI per il procurement e i digital twin stanno creando nuove opportunità per rendere le filiere più efficienti, trasparenti e resilienti.

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana per la Germania (ITKAM))

Ultima modifica: Lunedì 19 Ottobre 2026
Lunedì 19 Ottobre 2026

Nautica: Italia e Germania due leader europei a confronto

La nautica si conferma uno dei settori più dinamici dell'economia marittima europea. Mentre i grandi volumi produttivi restano appannaggio dei cantieri asiatici, l'Europa mantiene una posizione di forza nei segmenti a più alto valore aggiunto: yacht e superyacht, unità specializzate, tecnologia marina e cantieristica avanzata. In questo scenario, Italia e Germania emergono come i due principali protagonisti del settore a livello continentale, con specializzazioni complementari che aprono interessanti spazi di collaborazione.

L'Italia, leader mondiale nella nautica di lusso

Il comparto nautico italiano rappresenta una filiera solida e in crescita: nel 2024 ha generato un fatturato complessivo di 8,6 miliardi di euro e conta oltre 31.480 addetti. Sul fronte del commercio estero, l'Italia si è confermata nel 2025 seconda al mondo per quota di esportazioni di imbarcazioni, con il 21,9% del mercato globale — un risultato che si affianca a un export in continua crescita (4,39 miliardi di euro nel 2025) e a un saldo commerciale ampiamente positivo, segno della forte competitività internazionale del comparto.

Alla base di questo successo c'è un modello industriale unico, che combina grandi gruppi di riferimento — Fincantieri, Azimut Benetti, Ferretti Group, Sanlorenzo — con una fitta rete di PMI specializzate in componentistica, allestimenti e servizi. Un ecosistema che ha permesso all'Italia di conquistare una posizione di leadership mondiale, in particolare nel segmento degli yacht e superyacht di fascia alta.

La Germania, prima al mondo nell'export nautico

Anche la Germania ha vissuto una crescita significativa: nel 2025 ha infatti raggiunto una quota delle esportazioni pari al 29,4% della produzione, superando il 18% registrato l’anno precedente e diventando il primo esportatore mondiale del settore. Un risultato che riflette anche la spinta innovativa della cantieristica tedesca: nel 2025 Lürssen ha varato Cosmos, il primo superyacht al mondo con propulsione a celle a combustibile, mentre Abeking & Rasmussen ha consegnato un motoryacht di 118 metri. Segnali concreti di come il segmento lusso tedesco stia investendo su tecnologia e sostenibilità.

La filiera tedesca conta oltre 130 cantieri navali, concentrati soprattutto nel Nord del Paese, ma con una base industriale più ampia di quanto si pensi: quasi la metà del fatturato della componentistica marittima tedesca viene generato in Baviera e Baden-Württemberg, a conferma di una profondità industriale che va oltre le regioni costiere.

Un settore, due modelli complementari

Il confronto tra i due Paesi restituisce un quadro di complementarità più che di competizione: da un lato l'eccellenza italiana nella nautica da diporto e nel superyachting, dall'altro la leadership tedesca nella cantieristica specializzata e nella tecnologia marina. Due ecosistemi produttivi che, uniti, rappresentano un potenziale ancora in gran parte da esplorare per le imprese di entrambi i Paesi.

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana per la Germania (ITKAM))

Ultima modifica: Lunedì 19 Ottobre 2026
Lunedì 19 Ottobre 2026

Il governo vuole rafforzare gli investimenti nelle start-up con misure fiscali

Alle start-up ceche, secondo l’esecutivo, mancano spesso gli investitori nella fase iniziale delle loro attività di sviluppo. “Vogliamo spingere il capitale ceco affinché investa maggiormente sul mercato domestico nelle imprese con un alto potenziale di crescita”, ha detto la ministra delle Finanze Alena Schillerová. La misura faro della nuova legge sulle start-up sarà quindi la possibilità di dedurre dalla base imponibile fino a cinque milioni di corone all’anno di investimenti in start-up. Le start-up dovrebbero poi ottenere regole più flessibili per il riporto delle perdite fiscali.

La nuova legge stabilirà anche i parametri in base ai quali un’azienda sarà considerata una start-up. Tra le condizioni, un’anzianità operativa di massimo otto anni o un giro d’affari non superiore a 250 milioni di corone. Le start-up non dovranno avere collegamenti di capitale con grandi imprese e non potranno essere quotate su mercati regolamentati. “La certificazione verrà garantita dalla nuova agenzia CzechBusiness”, ha indicato il ministro dell’Industria e del Commercio Karel Havlíček.

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio e dell'Industria Italo-Ceca)

Ultima modifica: Lunedì 19 Ottobre 2026
Lunedì 19 Ottobre 2026

Edilizia slovacca, luglio da record ma crescita ai minimi da 14 anni

La produzione dell'edilizia slovacca ha raggiunto, a luglio 2026, quasi 805 milioni di euro, con una crescita reale del 2,3% su base annua al netto dell'inflazione: si tratta però del secondo ritmo di crescita più lento dell'anno in corso e di uno dei mesi di luglio più deboli degli ultimi 14 anni, secondo i dati dell'Istituto statistico slovacco (ŠÚ SR).

Per la prima volta quest'anno il valore dei lavori edili ha superato la soglia degli 800 milioni di euro, traguardo che nel 2025 era stato raggiunto solo negli ultimi mesi dell'anno. A trainare il risultato è stata soprattutto la nuova edilizia sul territorio nazionale, in crescita del 4,9% su base annua per un volume di quasi 510 milioni di euro. Anche i lavori di manutenzione e riparazione hanno segnato un balzo, con oltre 181 milioni di euro, il valore di luglio più alto degli ultimi 14 anni. In controtendenza la produzione realizzata all'estero dalle imprese slovacche, scesa del 13,5% su base annua. Nei primi sette mesi dell'anno la produzione edilizia complessiva ha comunque superato i 4,8 miliardi di euro, con una crescita reale dell'8,2% rispetto allo stesso periodo del 2025.

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italo-Slovacca)

Ultima modifica: Lunedì 19 Ottobre 2026
Lunedì 19 Ottobre 2026

La produzione industriale slovacca sale del 2,4% a luglio, trainata dal settore automotive

La produzione industriale slovacca è cresciuta del 2,4% su base annua a luglio, secondo i dati diffusi dall'Ufficio statistico slovacco (ŠÚ). Il comparto che ha registrato la performance migliore è stato quello automobilistico, con una crescita del 9,2% nello stesso mese, confermando il ruolo centrale che l'industria dell'auto continua a giocare nell'economia slovacca, uno dei Paesi europei con la più alta densità di produzione automobilistica pro capite. Il dato mensile, tuttavia, va letto insieme al quadro più ampio dei primi sette mesi dell'anno, in cui la produzione industriale complessiva risulta ancora inferiore dello 0,4% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.

Gli analisti consultati da Teraz.sk non si attendono un recupero significativo nella seconda metà dell'anno, segnalando che il rimbalzo di luglio riflette in parte una base di confronto più debole rispetto all'anno precedente piuttosto che un cambio di tendenza strutturale. L'andamento altalenante della produzione industriale slovacca negli ultimi dodici mesi, con oscillazioni comprese tra il -10% e il +10% su base annua secondo la serie storica pubblicata dall'ente statistico, riflette la sensibilità dell'economia del Paese alle fluttuazioni della domanda nei principali mercati di esportazione, Germania in testa, e alle tensioni sulle catene di fornitura globali dei componenti elettronici e delle materie prime critiche.

Il peso del comparto automotive nell'industria manifatturiera slovacca resta senza equivalenti in Europa: gli stabilimenti di Volkswagen, Kia, Stellantis e Jaguar Land Rover, insieme all'indotto di componentistica che li circonda, rappresentano da soli una quota significativa del PIL nazionale. Per questo ogni segnale di ripresa o rallentamento nel settore auto si riflette quasi immediatamente sui dati industriali aggregati del Paese, più di quanto avvenga in altre economie europee con una base produttiva più diversificata. Il quadro resta dunque di sostanziale stabilità su livelli modesti, con l'industria automobilistica che continua a fare da traino ma senza riuscire, almeno per ora, a trascinare con sé l'intero comparto manifatturiero verso una crescita più solida.

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italo-Slovacca)

Ultima modifica: Lunedì 19 Ottobre 2026
Lunedì 19 Ottobre 2026

Tra ondate di calore e sradicamenti, la produzione vitivinicola francese 2026 scende ai minimi storici

La produzione viticola francese nel 2026 è stimata a meno di 34 milioni di ettolitri (mhl), precisamente circa 33,9 mhl al 1° settembre, secondo le stime pubblicate lunedì dal ministero dell'Agricoltura francese. Si tratta di un calo del 6% rispetto ai 35,9 mhl del 2025, già caratterizzato da una raccolta molto scarsa.

Se queste stime saranno confermate, il 2026 potrebbe diventare l'anno con la produzione di vino più bassa in Francia dal 1957, oltre a essere una delle raccolte più scarse degli ultimi 30 anni, come sottolinea Agreste, il servizio statistico del ministero dell'Agricoltura.

Rispetto alla media del periodo 2021-2025, la produzione del 2026 è inferiore del 17%. La diminuzione è dovuta a due fattori principali: da una parte la riduzione delle superfici vitate; dall'altra, il calo delle rese, fortemente penalizzate dalla siccità e dalle ondate di calore dell'estate 2026.

Agreste evidenzia tuttavia forti differenze tra le varie regioni francesi, per cui l'impatto delle condizioni climatiche non è stato uniforme sul territorio.

La situazione conferma una tendenza già emersa nel 2025: secondo l'Organizzazione internazionale della vigna e del vino (OIV), organismo che raccoglie le statistiche mondiali sulla produzione e sul consumo di vino, la Francia aveva registrato proprio nel 2025 la produzione più bassa dal 1957. Nel 2026, quindi, il settore rischia di stabilire un nuovo minimo storico consecutivo.

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana per la Francia di Marsiglia)

Ultima modifica: Lunedì 19 Ottobre 2026
Lunedì 19 Ottobre 2026

Eccellenza e Territorio: Le Opportunità dell'Olio EVO IGP Italiano in Canada

Il Canada rappresenta un mercato maturo, altamente competitivo e caratterizzato da una domanda costante di olio extravergine d'oliva. In assenza di una produzione interna significativa, il Paese soddisfa il proprio fabbisogno quasi esclusivamente tramite l'importazione, posizionando l'Italia tra i primissimi fornitori commerciali sia in termini di volume sia di valore. Tuttavia, la sfida principale per i produttori italiani non consiste nel far conoscere l'olio EVO in sé, bensì nel saper differenziare i prodotti ad alta gamma rispetto ai marchi già affermati e alla concorrenza di altri Paesi del bacino mediterraneo.

In questo contesto, le certificazioni di origine come l'IGP (Indicazione Geografica Protetta), unitamente alla garanzia di tracciabilità della filiera, rappresentano un fondamentale elemento di distinzione per i consumatori ed esperti attenti all'autenticità e alla qualità degli ingredienti. Il report evidenzia come i canali della ristorazione (HoReCa), i negozi gastronomici specializzati e il segmento gourmet costituiscano la vetrina più adatta per comunicare il valore del territorio e far apprezzare le specifiche qualità organolettiche dell'olio italiano d'eccellenza.

Tra i principali spunti e le direttrici strategiche per le imprese italiane si segnalano:

  • L'Ontario come rampa di lancio: Con l'area della Greater Toronto (GTA), l'Ontario costituisce il bacino d'ingresso ideale per la promozione collettiva, grazie all'elevata concentrazione di importatori, distributori, una radicata comunità italo-canadese e un dinamico settore della ristorazione.
  • Valorizzazione ed educazione al consumo: Per superare la sola competizione sul prezzo tipica della grande distribuzione convenzionale, la strategia vincente richiede un'attività informativa costante, affiancata da degustazioni guidate ed eventi con chef.
  • Sinergie e networking sul territorio: La partecipazione ad appuntamenti di settore come SIAL Canada e RC Show, unita alle iniziative promozionali dell'ICCO Canada come il gala Pentola d'Oro, offre un canale di contatto diretto con i principali operatori e buyer del mercato locale.

Lo studio completo offre una panoramica approfondita sui dati dell'interscambio bilaterale, sulla struttura competitiva e sulle raccomandazioni operative per le imprese italiane intenzionate a consolidare la propria presenza in Nord America.

(Analisi a cura della Camera di Commercio Italiana dell'Ontario Canada (ICCO Canada)

Ultima modifica: Lunedì 19 Ottobre 2026