Notizie mercati esteri

Giovedì 9 Luglio 2026

Automotive in Ungheria: investimenti, mobilità elettrica e nuove opportunità per la filiera italiana

L'industria automobilistica in Ungheria è un pilastro fondamentale dell'economia nazionale, capace di generare circa il 30% della produzione manifatturiera e oltre il 22% delle esportazioni totali.

Nonostante la contrazione produttiva registrata nel 2024 a causa del rallentamento della domanda nei principali mercati europei, il Paese si conferma un hub strategico integrato nelle catene del valore globali. Questa centralità è sostenuta dalla presenza radicata di grandi costruttori come Audi, Mercedes-Benz, Suzuki e Opel, a cui si aggiunge il nuovo stabilimento BMW di Debrecen, inaugurato a fine 2025 e focalizzato interamente sulla mobilità elettrica. Accanto ai grandi marchi opera un fitto ecosistema di fornitori internazionali e PMI locali fortemente orientati all'esportazione. Il settore sta vivendo una profonda trasformazione strutturale legata alla transizione elettrica e all'attrazione di massicci investimenti asiatici, in particolare nei progetti per la produzione di batterie e veicoli elettrici avviati da colossi come CATL e BYD.

Dal punto di vista normativo e finanziario, l'Ungheria fa leva su un quadro fiscale altamente competitivo, caratterizzato da un'imposta sulle società al 9%, sebbene l'introduzione della Global Minimum Tax dal 2024 ne riduca parzialmente l'impatto per le grandi multinazionali. Tra le principali criticità operative si evidenziano l'IVA al 27%, il rischio di cambio legato al fiorino ungherese e una crescente carenza di manodopera qualificata.

In questo contesto, le relazioni economiche con l'Italia sono solide, con un interscambio che supera i 13 miliardi di euro e un forte stock di investimenti italiani concentrati nella manifattura. La riconversione della filiera verso l'elettrico e l'automazione avanzata offre quindi significative opportunità di inserimento e sviluppo per le imprese italiane specializzate nella componentistica e nei servizi industriali.

Scarica l'analisi completa.

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana per l’Ungheria)

Ultima modifica: Giovedì 9 Luglio 2026
Mercoledì 8 Luglio 2026

Quando la Coppa del Mondo diventa un motore economico per Rio de Janeiro

Nel calcio brasiliano si dice spesso che la Seleção sia una religione civile. Ma nel 2026, per la città di Rio de Janeiro, il cammino della nazionale ai Mondiali nordamericani potrebbe trasformarsi anche in un rilevante fenomeno economico. Pur non essendo una delle città ospitanti della competizione organizzata tra Stati Uniti, Canada e Messico, Rio si prepara infatti a beneficiare di un'ondata di consumi capace di generare quasi 245 milioni di reais di movimentazione economica nel caso in cui il Brasile raggiunga la finale e conquisti il suo sesto titolo mondiale.

Lo scenario emerge da uno studio realizzato dall'Observatório Econômico do Rio, collegato alla Prefeitura do Rio de Janeiro, in collaborazione con Riotur e con la Segreteria Municipale per lo Sviluppo Economico. L'analisi offre una lettura interessante di come i grandi eventi sportivi globali possano produrre effetti economici significativi anche lontano dagli stadi che ospitano le partite. 

Secondo il rapporto, ogni partita disputata dal Brasile durante il torneo potrebbe generare circa 30,6 milioni di reais di attività economica aggiuntiva nella capitale fluminense. I tre incontri della fase a gironi avrebbero già il potenziale di movimentare oltre 91 milioni di reais, mentre l'avanzamento progressivo della squadra nelle fasi a eliminazione diretta farebbe crescere l'impatto fino a raggiungere 244,9 milioni di reais nel caso di una campagna vittoriosa culminata con il titolo mondiale. 

La spiegazione è legata al comportamento dei consumatori. Durante i Mondiali il calcio smette di essere soltanto uno spettacolo sportivo e diventa un grande catalizzatore sociale. Bar, ristoranti, locali pubblici, eventi aziendali, feste private e spazi di aggregazione registrano un forte aumento della domanda. A questo si aggiungono gli acquisti di cibo e bevande per il consumo domestico, i costi di trasporto, l'acquisto di merchandising e articoli tematici, oltre alle spese sostenute per assistere alle partite in ambienti collettivi. 

L'aspetto più interessante dello studio è che fotografa un'economia dell'esperienza sempre più rilevante nelle grandi metropoli contemporanee. Rio de Janeiro, già riconosciuta a livello internazionale per la sua vocazione turistica e per la capacità di trasformare eventi culturali e sportivi in opportunità economiche, dimostra ancora una volta come il valore generato da una manifestazione globale non si esaurisca nei luoghi ufficiali della competizione. La città ha sviluppato negli ultimi anni una crescente competenza nel misurare l'impatto economico di grandi eventi, dal G20 ai grandi concerti internazionali, fino alle competizioni sportive. 

Per il tessuto imprenditoriale carioca la Coppa del Mondo rappresenta quindi una finestra di opportunità che coinvolge settori molto diversi. L'ospitalità, la ristorazione, il commercio al dettaglio, l'intrattenimento, i servizi digitali e la pubblicità possono beneficiare di un aumento significativo della domanda, alimentato da milioni di tifosi pronti a vivere ogni partita della Seleção come un evento collettivo. 

Il dato assume un significato ancora più interessante se inserito nel contesto dell'economia dell'attenzione. In un'epoca in cui la capacità di mobilitare emozioni collettive genera valore economico concreto, il calcio continua a confermarsi uno degli asset immateriali più potenti del Brasile. Ogni vittoria della nazionale non produce soltanto entusiasmo e orgoglio nazionale, ma attiva una filiera economica diffusa che coinvolge imprese, lavoratori e consumatori.

In altre parole, il possibile cammino del Brasile verso il tanto atteso esacampeonato non sarà seguito soltanto dagli appassionati di sport. Anche economisti, imprenditori e amministratori pubblici avranno buoni motivi per osservare con attenzione ogni partita. Per Rio de Janeiro, infatti, ogni gol potrebbe tradursi in crescita, consumi e nuove opportunità di business. 

Fonte: Observatório Econômico do Rio, Riotur e Prefeitura do Rio de Janeiro

(Contenuto editoriale a cura della Camera Italo-Brasiliana di Commercio e Industria di Rio de Janeiro)

 

Ultima modifica: Mercoledì 8 Luglio 2026
Mercoledì 8 Luglio 2026

Tre nuove accademie per rafforzare le competenze digitali e la sovranità tecnologica del Lussemburgo

Il 16 giugno il Digital Learning Hub ha inaugurato a Belval l’apertura di tre accademie dedicate all'intelligenza artificiale, alla sicurezza informatica e al calcolo quantistico.

Creato dal Ministère de l’Éducation nationale, il Digital Learning Hub mira ad affrontare una sfida ricorrente nell'economia lussemburghese: la carenza di competenze in settori considerati strategici per la competitività del Paese. Le tre accademie - Data & AI Academy, Cybersecurity Academy e Quantum Computing Academy - fanno parte dell'iniziativa governativa "Accelerare la sovranità digitale 2030", che mira a rafforzare le capacità nazionali nelle tecnologie critiche.

I programmi delle tre Accademie sono pensati per professionisti che desiderano sviluppare nuove competenze e sono disponibili in due formati, programmi intensivi a tempo pieno e corsi part-time, che consentono uno sviluppo graduale delle competenze.

La Data & AI Academy si concentra sullo sfruttamento dei dati e sulla creazione di valore. I partecipanti hanno l’opportunità di appredenre Python, statistica, matematica applicata, visualizzazione dei dati, machine learning e data science.

La Cybersecurity Academy mira a formare specialisti in grado di proteggere sistemi informativi e infrastrutture digitali. Il programma include l’approfondimento di Linux e Windows, reti, fondamenti di sicurezza informatica e analisi del malware.

Infine, la Quantum Computing Academy si concentra su una tecnologia ancora emergente considerata strategica da molti governi e aziende. I partecipanti studiano qubit, circuiti quantistici, crittografia post-quantistica e diversi casi d'uso, in particolare relativi all'ottimizzazione o alla finanza.

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italo-Lussemburghese a.s.b.l)

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Mercoledì 8 Luglio 2026

Eolico offshore in Polonia: il Baltico come nuova frontiera industriale per la transizione energetica

La Polonia sta entrando in una fase decisiva della propria transizione energetica, con l’eolico offshore destinato ad assumere un ruolo sempre più centrale nel nuovo mix produttivo del Paese. Dopo anni di pianificazione, il mercato polacco del vento sul Baltico sta passando dalla dimensione progettuale a quella industriale, con cantieri, contratti operativi, sviluppo della supply chain locale e nuovi investimenti destinati a ridisegnare il profilo energetico ed economico della costa settentrionale polacca.

Il progetto simbolo di questa trasformazione è Baltic Power, sviluppato da ORLEN e Northland Power, il primo parco eolico offshore in costruzione nelle acque polacche del Mar Baltico. L’impianto avrà una capacità fino a 1,2 GW e, una volta operativo, potrà contribuire in modo significativo alla produzione di energia pulita nel Paese. Nel 2026 il progetto è entrato in una nuova fase, con l’avanzamento delle attività di installazione e la firma dei primi contratti chiave per la futura gestione operativa e manutentiva dell’impianto, che avrà come riferimento una base di servizio a Łeba per un periodo stimato di circa trent’anni.

L’eolico offshore non rappresenta per la Polonia soltanto una leva ambientale, ma anche un progetto industriale di lungo periodo. Il Governo polacco prevede una capacità installata offshore di 5,9 GW entro il 2030 e 18 GW entro il 2040, facendo del Baltico uno dei pilastri della sicurezza energetica nazionale. In parallelo, il Paese sta lavorando alla costruzione di una filiera locale, come dimostra lo sviluppo di Baltic Towers a Danzica, stabilimento dedicato alla produzione di torri per turbine offshore, con una capacità prevista fino a 150 torri l’anno e la creazione di centinaia di posti di lavoro qualificati.

Il tema è particolarmente rilevante anche in chiave europea. La crisi energetica degli ultimi anni, la necessità di ridurre la dipendenza dal carbone e dalle fonti fossili importate, insieme agli obiettivi climatici dell’Unione Europea, stanno spingendo la Polonia a rafforzare le fonti rinnovabili e a diversificare la propria base produttiva. In questo quadro, l’offshore wind consente al Paese di combinare sicurezza energetica, sviluppo industriale, innovazione tecnologica e valorizzazione delle aree portuali e costiere.

Per le imprese italiane, il mercato polacco dell’eolico offshore può aprire spazi interessanti lungo diverse componenti della catena del valore. Le opportunità non riguardano soltanto i grandi operatori energetici, ma anche aziende specializzate in componentistica, carpenteria metallica, cavi e sistemi elettrici, automazione, sensoristica, manutenzione industriale, logistica portuale, ingegneria, sistemi di sicurezza, servizi ambientali e soluzioni per il monitoraggio delle infrastrutture. La filiera italiana dispone infatti di competenze rilevanti in ambiti complementari allo sviluppo offshore: meccanica avanzata, elettrotecnica, cantieristica, impiantistica, materiali, progettazione e servizi tecnici.

Un ulteriore elemento di interesse è rappresentato dalla dimensione ancora in costruzione del mercato polacco. A differenza di altri Paesi europei dove l’eolico offshore è già maturo, la Polonia si trova in una fase in cui la supply chain si sta strutturando e molte relazioni industriali devono ancora consolidarsi. Questo può creare margini di ingresso per fornitori qualificati, partner tecnologici e imprese in grado di offrire soluzioni specialistiche, soprattutto se capaci di collaborare con operatori locali o di inserirsi in reti europee già attive nel settore.

Il Baltico polacco può quindi diventare nei prossimi anni non solo una nuova area di produzione energetica, ma anche un laboratorio industriale per la transizione verde dell’Europa centro-orientale. Per l’Italia, il tema merita attenzione perché intercetta alcune delle competenze più forti del sistema produttivo nazionale e può favorire nuove forme di collaborazione tra imprese, porti, operatori energetici e fornitori tecnologici. La sfida sarà quella di cogliere tempestivamente le opportunità generate da un mercato in espansione, nel quale qualità, affidabilità tecnica e capacità di adattamento saranno fattori decisivi.

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio e dell'Industria Italiana in Polonia)  

Ultima modifica: Mercoledì 8 Luglio 2026
Mercoledì 8 Luglio 2026

A Grasse, nei segreti di Robertet, campione mondiale dei profumi naturali

A Grasse, capitale storica della profumeria francese, Robertet rappresenta oggi uno degli esempi più interessanti di come una società familiare possa trasformarsi in un leader globale senza perdere il controllo delle proprie radici. Fondata nel 1850 e ancora controllata dalla famiglia Maubert, l'azienda è diventata uno dei principali specialisti mondiali degli ingredienti naturali per la profumeria e gli aromi, con un fatturato di quasi 850 milioni di euro nel 2025, realizzato per l'80% fuori dalla Francia.

La forza di Robertet continua a partire dalla materia prima. La raccolta della rosa centifolia, uno dei simboli di Grasse, rimane un'attività estremamente delicata e ancora largamente manuale. I fiori devono essere raccolti nelle prime ore della giornata e lavorati immediatamente per preservarne la qualità olfattiva. Per ottenere un chilogrammo di "concrète", il prodotto intermedio utilizzato per estrarre le essenze, servono circa 350 chilogrammi di rose e quasi due giorni di lavorazione. Questo legame diretto con la filiera agricola rappresenta uno degli elementi distintivi dell'azienda e spiega perché il naturale sia diventato il suo principale vantaggio competitivo.

Il ritorno di interesse verso gli ingredienti naturali sta inoltre favorendo una rinascita dell'intero distretto di Grasse. Dopo decenni in cui la concorrenza internazionale e lo sviluppo delle molecole sintetiche avevano ridimensionato il ruolo della città, oggi si assiste a nuovi investimenti, all'arrivo di giovani coltivatori e al rafforzamento della presenza dei grandi gruppi mondiali della profumeria. In questo contesto Robertet beneficia del fatto di non aver mai abbandonato il territorio, dove mantiene il proprio quartier generale, i centri creativi e importanti siti produttivi.

Tuttavia, la crescita del gruppo non si basa soltanto sul patrimonio storico di Grasse. Da molti anni Robertet ha sviluppato una rete internazionale di approvvigionamento e trasformazione delle materie prime. Dopo la Turchia e la Bulgaria, dove vengono lavorate circa 1.700 tonnellate di petali di rosa damascena, nel 2026 l'azienda ha inaugurato una nuova piattaforma a Taïf, in Arabia Saudita. L'obiettivo è valorizzare una produzione locale ancora poco sfruttata e creare una nuova fonte di approvvigionamento in una regione considerata strategica per il futuro del settore.

La svolta più significativa degli ultimi anni riguarda però l'organizzazione manageriale. Nel 2022 la famiglia Maubert ha nominato Jérôme Bruhat come primo amministratore delegato esterno alla famiglia nella storia dell'azienda. Dopo una lunga esperienza internazionale in L'Oréal, in particolare in Giappone, Bruhat è stato scelto per accompagnare Robertet in una nuova fase di sviluppo globale. La decisione segna un cambiamento importante: pur mantenendo il controllo dell'impresa, la famiglia ha riconosciuto la necessità di dotarsi di competenze manageriali capaci di affrontare mercati sempre più complessi e regolamentati.

Questa evoluzione è stata accelerata anche dalla pressione esercitata dai grandi concorrenti. Tra il 2017 e il 2018 Firmenich e Givaudan, due colossi svizzeri del settore, avevano acquisito partecipazioni nel capitale della società, attratti dal valore strategico degli ingredienti naturali. La famiglia Maubert ha però resistito, rafforzando successivamente il proprio controllo con il sostegno di investitori amici. Oggi controlla circa il 60% dei diritti di voto e continua a considerare l'indipendenza come una condizione essenziale per il futuro dell'azienda.

La strategia definita dal nuovo management punta ora a superare il miliardo di euro di fatturato entro il 2030. Per raggiungere questo obiettivo Robertet intende rafforzarsi soprattutto in Asia, Medio Oriente e America Latina, mercati considerati prioritari per la crescita futura della profumeria e degli ingredienti naturali. Parallelamente continua ad ampliare la propria presenza attraverso acquisizioni mirate e investimenti in nuovi centri di creazione e produzione.

Un altro elemento chiave riguarda l'evoluzione dei consumi. Secondo i profumieri dell'azienda, le nuove generazioni mostrano una forte attrazione per fragranze intense, persistenti e caratterizzate da note molto riconoscibili. Vaniglia, zafferano, cuoio, mela e ciliegia sono tra gli ingredienti che stanno riscuotendo maggiore successo. Per questo Robertet cerca di posizionarsi come partner privilegiato sia delle grandi maison sia dei marchi emergenti che spesso anticipano le nuove tendenze del mercato.

Nel complesso, il caso Robertet dimostra come il settore della profumeria stia attraversando una fase di profonda trasformazione. La valorizzazione del naturale, il controllo delle filiere agricole, la crescita dei mercati asiatici e mediorientali, il consolidamento industriale e la necessità di una gestione sempre più internazionale stanno ridefinendo gli equilibri competitivi. In questo scenario, l'azienda francese punta a mantenere la propria identità familiare pur adottando gli strumenti necessari per competere su scala globale.

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana per la Francia di Marsiglia)

Ultima modifica: Mercoledì 8 Luglio 2026
Mercoledì 8 Luglio 2026

Perché l’enoturismo attrae sempre più giovani viaggiatori

L’enoturismo sta cambiando radicalmente pubblico e modello di consumo: non è più un’esperienza riservata a intenditori, ma sta diventando una forma di turismo sempre più attrattiva per i giovani tra i 25 e i 40 anni, che cercano esperienze autentiche e immersive piuttosto che prodotti da acquistare.

Questa trasformazione spinge le aziende vitivinicole a ripensare completamente la loro offerta. La visita in cantina tradizionale non è più sufficiente: oggi i vigneti diventano spazi esperienziali dove si alternano attività come passeggiate tra le vigne, laboratori di degustazione, picnic e soggiorni insoliti. L’obiettivo è permettere ai visitatori di entrare direttamente nel mondo produttivo del vino e vivere il territorio in modo più profondo.

Parallelamente, cresce la dimensione più ludica e moderna dell’offerta: concerti nei vigneti, eventi afterwork, escape game, percorsi gastronomici e itinerari in bicicletta elettrica. Queste formule contribuiscono a rendere il vino più accessibile e a rinnovarne l’immagine presso le nuove generazioni.

Un ruolo decisivo è giocato anche dal turismo di prossimità, che favorisce brevi soggiorni nelle principali regioni vitivinicole francesi, tra cui Borgogna, Alsazia, Valle della Loira e Provenza. Questo modello permette di valorizzare i territori senza richiedere lunghi spostamenti e allo stesso tempo sostiene l’economia locale.

Infine, i social network rappresentano un acceleratore fondamentale della domanda: piattaforme come Instagram, TikTok e Facebook amplificano la visibilità dei vigneti grazie alla forte componente visiva del paesaggio e delle esperienze gastronomiche. Le aziende che investono nella comunicazione digitale riescono così a intercettare più facilmente un pubblico giovane.

Nel complesso, il settore si sta quindi spostando verso un modello basato su esperienza, accessibilità e immersione, che permette ai vigneti francesi di ampliare la propria clientela ben oltre il pubblico tradizionale e di rafforzare la propria attrattività turistica.

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana per la Francia di Marsiglia)

Ultima modifica: Mercoledì 8 Luglio 2026
Mercoledì 8 Luglio 2026

Municipio argentino avanza verso un governo locale più aperto e partecipativo con il sostegno dell’Unione Europea

La selezione del Municipio di Cañada de Gómez, città della provincia di Santa Fe situata a circa 70 chilometri da Rosario, per integrare il programma “Hacia un Gobierno Participativo” rappresenta una notizia positiva per il territorio e un esempio concreto del contributo dell’Unione Europea alla modernizzazione istituzionale in Argentina.

L’iniziativa prevede l’implementazione di un sistema di bilancio partecipativo digitale, attraverso il quale i cittadini potranno proporre e votare progetti destinati al miglioramento della vita comunitaria. Questo strumento permetterà al municipio di rafforzare il dialogo con i residenti, rendere più accessibili i processi decisionali e promuovere una gestione pubblica più trasparente e vicina alle esigenze locali.

Il programma conta sull’accompagnamento della Fundación País Abierto y Digital, della Escuela de Gobierno dell’Universidad Austral e sul cofinanziamento dell’Unione Europea. Questa collaborazione tra istituzioni locali, società civile, mondo accademico e cooperazione internazionale aggiunge valore al progetto e contribuisce a consolidare metodologie di governo aperto e partecipazione cittadina.

Il ruolo dell’Unione Europea è particolarmente rilevante perché sostiene la diffusione di strumenti orientati alla qualità istituzionale, alla trasparenza amministrativa e all’innovazione pubblica. Attraverso il cofinanziamento e l’accompagnamento tecnico del programma, l’UE favorisce il rafforzamento delle capacità locali e promuove buone pratiche applicabili in diversi municipi argentini.

La notizia conferma il valore della cooperazione internazionale quando si traduce in risultati concreti per le comunità locali. Per Cañada de Gómez, l’ingresso nel programma rappresenta un’opportunità di crescita istituzionale e un passo avanti verso una gestione più moderna, aperta e orientata alla cittadinanza.

In sintesi, si tratta di un’esperienza positiva per la provincia di Santa Fe. Il sostegno dell’Unione Europea contribuisce a rafforzare il governo locale, promuovere la partecipazione democratica e avvicinare le decisioni pubbliche ai cittadini.

(Contributo editoriale a cura della Cámara de Comercio Italiana de Rosario)

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Lunedì 6 Luglio 2026

Dieci anni dopo il referendum: il mercato britannico visto dalla Camera

Il 23 giugno 2016 il voto britannico sull'uscita dall'Unione Europea ha inaugurato un decennio di trasformazione profonda nei rapporti economici tra Italia e Regno Unito. Da Londra, dalla posizione privilegiata di chi accompagna le imprese italiane in questo mercato ogni giorno, il bilancio non è né positivo né negativo in senso assoluto: è complesso, come complesso è diventato il Paese con cui lavoriamo.

La prima discontinuità che abbiamo registrato è stata psicologica prima che doganale. Già nella fase di transizione, molte PMI italiane, soprattutto del food & beverage e del tessile, hanno adottato un atteggiamento attendista, sospendendo o rallentando progetti di espansione che erano già in fase avanzata. Lo confermano studi indipendenti sul periodo: non si registrarono variazioni significative negli scambi delle imprese con l'UE fino all'entrata in vigore del TCA nel 2021, segno che l'incertezza politica, più che un cambiamento normativo già avvenuto, fu il primo vero freno. (CEPR)

Il mercato britannico era improvvisamente percepito come "incerto", anche se le condizioni normative non erano ancora cambiate. Quella perdita di fiducia ha avuto un costo reale, spesso sottovalutato nelle statistiche.

Con l'entrata in vigore del Trade and Cooperation Agreement nel gennaio 2021, la complessità si è materializzata concretamente: regole di origine, barriere sanitarie e fitosanitarie, raddoppio degli adempimenti doganali, frammentazione delle filiere logistiche. Per le grandi imprese strutturate, questi costi sono stati assorbibili spesso con l'apertura di entità legali nel Regno Unito o nell'UE per garantire continuità operativa. Per le PMI, il quadro è stato più duro: alcune hanno abbandonato il mercato britannico, altre hanno ridotto la presenza a operazioni episodiche. La ricerca della London School of Economics basata sui dati doganali HMRC quantifica il fenomeno su scala aggregata: il TCA ha ridotto le esportazioni complessive del Regno Unito del 6,4%, un effetto interamente dovuto al calo dei flussi verso l'UE, mentre le imprese di maggiori dimensioni si sono adattate bene alle nuove barriere. Le stime indicano che circa 16.400 imprese, pari al 14% degli esportatori verso l'UE, hanno smesso del tutto di esportare nell'Unione  un ordine di grandezza che dà concretezza a quanto la Camera osserva ogni giorno tra le PMI italiane in cerca di continuità sul mercato britannico. (LSECEPR)

Eppure il decennio ci ha anche restituito segnali che non ci aspettavamo. Un primo segnale è venuto dalla domanda britannica per il prodotto italiano di fascia alta: il Regno Unito resta uno dei tre mercati di riferimento per il vino italiano in valore, terzo dopo Stati Uniti e Germania con un export stimato attorno agli 850 milioni di euro nel 2024. Va detto con onestà che il 2025 ha mostrato una flessione anche su questo fronte, con un calo del valore delle importazioni britanniche di vino italiano nell'ordine del 5-6%, in linea con un rallentamento della domanda registrato anche in altri mercati storici. La Brexit non ha eroso il valore percepito del made in Italy nei segmenti premium, ma non possiamo più descriverla come una tenuta "indipendente dal ciclo": il 2025 dimostra che anche la fascia alta non è immune da pressioni macroeconomiche e valutarie.

Il secondo segnale riguarda la presenza imprenditoriale italiana nel Regno Unito. Contrariamente a quanto molti prevedevano nel 2016, la comunità imprenditoriale italiana a Londra non si è contratta in modo significativo. I dati del Consolato Generale d'Italia a Londra mostrano oggi una popolazione italiana iscritta all'AIRE che si avvicina alle 490.000 persone nel Regno Unito, di cui circa 366.000 nella sola circoscrizione di Londra, un dato che, lungi dal calare dopo il referendum, è cresciuto sensibilmente proprio negli anni successivi alla Brexit, anche per effetto della cosiddetta "emersione" (la regolarizzazione tardiva di chi già viveva nel Regno Unito da anni e ha avuto bisogno dello status di settled per restare). Si è invece trasformata: meno esportatori puri, più imprese con radicamento locale, più professionisti e consulenti che hanno scelto di strutturarsi come entità britanniche pur mantenendo forti legami con l'ecosistema italiano. Questo è un dato che raramente emerge nei report macro, ma che è molto visibile nel lavoro quotidiano della Camera.

Il terzo elemento, e forse quello che guardiamo con maggiore attenzione nel 2026, è la dinamica dei servizi professionali. Il settore che ha subito la maggiore perdita di accesso al mercato UE è stato quello dei professionisti: avvocati, consulenti finanziari, architetti, ingegneri che operavano in regime di mutuo riconoscimento. Il TCA, a differenza degli accordi UE pre-Brexit, non prevede alcun meccanismo di mutuo riconoscimento delle qualifiche professionali tra Regno Unito e Stati membri: ogni professionista deve oggi negoziare il riconoscimento caso per caso, Paese per Paese, con costi e tempi che in molti casi hanno reso non più sostenibile l'attività transfrontaliera occasionale. Questa frattura ha creato spazio per nuovi modelli di collaborazione Italia-UK che la Camera ha contribuito a sviluppare, costruendo ponti tra studi italiani e britannici che cercano complementarità piuttosto che concorrenza.

Guardando ai prossimi anni, il tema non è più "quanto è costata la Brexit", ma come si ridefinisce la relazione bilaterale in un contesto geopolitico in cui sia l'Italia che il Regno Unito cercano nuovi assi di posizionamento. La Camera sarà al centro di questo lavoro, come lo è stata in questi dieci anni: non come osservatore, ma come operatore che costruisce ponti concreti tra imprese, istituzioni e mercati. In questo scenario il Regno Unito resta un mercato strategico, ma oggi richiede un approccio diverso, più strutturato e meno improvvisato di quanto bastasse prima del 2016: chi continua a trattarlo come un mercato europeo "semplificato" lo fa a proprio rischio. È qui che il ruolo della Camera, come partner che conosce le nuove regole del gioco, diventa un vantaggio competitivo concreto per le imprese italiane.

(Contributo a cura della Italian Chamber of Commerce and Industry for the United Kingdom)

Ultima modifica: Lunedì 6 Luglio 2026
Giovedì 2 Luglio 2026

L’Oscar per una produzione danese non è una casualità

Secondo il Danish Film Institute, dal 2010 la Danimarca è il Paese con più candidature agli Oscar per documentari, dopo gli Stati Uniti. Negli ultimi 15 anni, infatti, la Danimarca è diventata una sorta di "superpotenza" del documentario internazionale.

Questa esplosione è soprattutto il risultato di forti finanziamenti pubblici e incentivi statali nel settore. Con il rinnovo dell’accordo cinematografico 2024-2027, il governo ha aumentato in modo significativo i fondi destinati a film, documentari e serie televisive, con investimenti considerati tra i più elevati degli ultimi vent'anni (circa €70,1 milioni nel 2025).

I risultati di queste politiche sono evidenti: nel 2025 la quota di mercato nazionale è salita al 40%, la più alta mai registrata; 3,7 milioni di biglietti sono stati venduti per film danesi; 32 film danesi sono usciti nelle sale, eguagliando il record storico del 2005 e registrando vendite di biglietti con una crescita del 68% rispetto all'anno precedente.

Inoltre, la Danimarca sta rafforzando il sistema di contributi richiesti alle piattaforme streaminggenerando entrate aggiuntive stimate in circa €13-14 milioni all'anno per film e serie danesi.

Queste misure permettono ai produttori di assumere maggiori rischi artistici rispetto a mercati più orientati esclusivamente al profitto. In particolare, nel 2026, è entrato in vigore un incentivo fiscale nazionale per film e serie che prevede un rimborso fino al 25% delle spese di produzione sostenute in Danimarca, con l'obiettivo di trattenere le produzioni danesi che spesso giravano all'estero e allo stesso tempo incentivare l’investimento di capitali esteri nel settore. A tal proposito, è interessante notare che spesso i film e i documentari sono storie globali, girate fuori dalla Danimarca, ma sviluppate, montate e prodotte attraverso il sistema danese di finanziamento e coproduzione. Oggi, infatti, il modello danese incentiva finanziamenti da diversi enti, quali fondi pubblici, televisioni pubbliche e coproduttori internazionali, e si sta diffondendo in tutta Europa.

Ma è su vari fronti che la Danimarca rimane un modello europeo per il settore cinematografico: Secondo il report CresCine - il programma europeo finanziato da Horizon Europe per la ricerca nel settore cinematografico nell’Unione Europea - sullo stato del settore cinematografico, la Danimarca è considerata il mercato più forte tra i piccoli Paesi europei, grazie alla combinazione di sostegno pubblico, qualità artistica e capacità di esportazione internazionale.

La Danimarca è spesso citata anche come esempio europeo per le politiche di inclusione. Il DFI ha introdotto misure per aumentare la rappresentanza femminile nella regia, sceneggiatura e produzione, collegando alcuni criteri di finanziamento alla diversità nei progetti presentati.

In pratica, il settore cinematografico danese è passato dall'essere un settore principalmente nazionale a un hub internazionale che coordina progetti giornalistici e documentaristici di rilevanza mondiale e influenza gli altri paesi europei.

La vittoria dell’Oscar di “Mr. Nobody Against Putin” non è quindi un episodio isolato, ma il risultato di una strategia di lungo periodo: la Danimarca ha investito nel cinema trasformandolo in un settore competitivo e internazionale, capace di generare sia successo artistico sia ritorni economici concreti.

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio italiana in Danimarca)

Ultima modifica: Giovedì 2 Luglio 2026
Giovedì 2 Luglio 2026

Frederiksen torna alla guida della Danimarca: nasce il governo del quadrifoglio

A seguito di sessantanove giorni di negoziati, il periodo più lungo mai registrato nella storia della Danimarca per la formazione di un governo, la socialdemocratica Mette Frederiksen, 48 anni, sarà per la terza volta consecutiva guida del Paese.

Tutto ha avuto inizio alla fine del mese di marzo, quando Frederiksen ha indetto elezioni anticipate per capitalizzare il consenso guadagnato in occasione della crisi diplomatica legata alla Groenlandia. Questa mossa ha prodotto un effetto positivo, consentendo ai socialdemocratici di confermarsi primo partito. Tuttavia, l’esito ottenuto dalla formazione della prima ministra ha deluso le aspettative, configurandosi come il peggiore della sua carriera: 21,9%, circa otto punti percentuali in meno rispetto alle elezioni del 2022. Successivamente, hanno avuto luogo patteggiamenti particolarmente complessi, protrattisi per un periodo di oltre due mesi prima di giungere alla formazione del nuovo governo.

Dopo il voto, il primo tentativo di Frederiksen di costruire una maggioranza è fallito, così come è naufragato il progetto del centrodestra di dar vita a un governo alternativo. Venute meno ambo le opzioni, si è arrivati alla conclusione che l’unico modo per non tornare alle urne fosse il mantenimento della Frederiksen al centro dei negoziati, avviandosi così a diventare la prima ministra danese più a lungo in carica nella Danimarca del dopoguerra.

Il 1° giugno 2026 Frederiksen ha informato il re di aver raggiunto un’intesa per la formazione di un governo di minoranza, il firkløverregeringil governo del quadrifoglio. La coalizione è composta da Socialdemocratici, Moderati, Sinistra Ecologista e Partito Social-Liberale. Poiché il Parlamento danese dispone di 179 seggi e il nuovo governo ne controlla solamente 82, sarà necessario un appoggio esterno, che secondo i media giungerà principalmente dall’Alleanza Rosso-Verde. Il 2 giugno, invece, sono state rese note le linee programmatiche del nuovo esecutivo, mentre il 3 giugno sono stati annunciati i nominativi dei ministri. Per la prima volta il numero delle donne supera quello degli uomini, undici ministre contro dieci ministri.

Al Ministero degli Esteri è stato confermato Lars Løkke RasmussenPeter Hummelgaard assumerà la guida del Ministero delle Finanze e Pia Olsen Dyhr quella del Ministero dell’Economia.

Il Programma di governo

Il programma del nuovo governo danese si presenta particolarmente ambizioso, con una forte attenzione al welfare e ai servizi pubblici. Tra i punti principali vi sono: dentista gratuito per tutti entro il 2035, pensionamento anticipato per le persone più vulnerabili (dal 2025 l’età di pensionamento è fissa a 70 anni), riduzione dell’IVA fino al 50% sui generi alimentari, trasporto pubblico gratuito per i minori di 22 anni e il piano per l’edilizia popolare più audace degli ultimi decenni.

Si tratta di un’agenda significativamente riformista non solo per la Danimarca, ma per tutti i paesi scandinavi, tanto che la gratuità delle cure odontoiatriche è discussa da diversi anni dalle forze della sinistra nordica e viene considerata un completamento del modello di welfare scandinavo.

Ampio spazio viene riservato anche al tema dell’ambiente, con un focus sul settore dell’allevamento suino. Gli interventi previsti mirano a ridurre l’inquinamento prodotto dal trattamento e dallo smaltimento di liquami e a migliorare le condizioni degli animali.

Per quanto concerne la tassazione, il nuovo governo è orientato verso politiche economiche di stampo più centrista e liberale, annunciando di voler eliminare o ridurre la tassa che grava sui redditi medi, alleggerire l’imposizione sui redditi più elevati e ridurre l’imposta sulle società. Si tratta di una scelta difficile da accettare per la sinistra più radicale, ma che viene, invece, rivendicata dai Moderati di Løkke Rasmussen.

Il governo intende inoltre aumentare la spesa militare e proseguire il lavoro iniziato nel  mandato precedente, mantenendo una delle politiche migratorie più severe d’Europa. L’obiettivo è incrementare i rimpatri di immigrati irregolari o colpevoli di crimini. Nonostante nella pratica politica queste iniziative siano centrali, il tema dell'immigrazione viene riportato in modo poco visibile nel programma ufficiale.

La fermezza di Frederiksen contro le mire trumpiane sulla Groenlandia non ha rappresentato solo uno degli elementi che hanno rafforzato il suo consenso, ma costituisce anche un punto di continuità con il suo nuovo programma. L’esecutivo rimane irremovibile riguardo all’integrità territoriale e al diritto di autodeterminazione delle tre entità del Regno: Danimarca, Groenlandia e Isole Faroe. Viene inoltre confermato il sostegno all’Ucraina.

Frederiksen, dunque, nonostante le difficoltà elettorali degli ultimi mesi, è riuscita a mantenere il suo ruolo centrale nella politica danese, conciliando misure di stampo progressista con politiche più conservatrici in materia di tasse, difesa e immigrazione, ponendosi come obiettivo ultimo quello di servire il proprio Paese ad ogni costo nei prossimi quattro anni.

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio italiana in Danimarca)

Ultima modifica: Giovedì 2 Luglio 2026