Giovedì 11 Giugno 2026
Vai al Contenuto Raggiungi il piè di pagina
Le terre rare e i minerali critici e strategici rappresentano oggi un insieme di risorse centrali nelle dinamiche dell’economia globale e della transizione tecnologica ed energetica. Pur essendo spesso utilizzati in modo intercambiabile, si tratta di categorie distinte che assumono rilevanza diversa a seconda dei contesti nazionali e delle esigenze industriali.
Gli elementi delle terre rare costituiscono un gruppo di 17 elementi chimici della tavola periodica, che comprende 15 lantanidi oltre a scandio e ittrio. Nonostante la denominazione, non si tratta di elementi necessariamente rari in natura, ma di risorse diffuse la cui estrazione risulta complessa per via della dispersione nei giacimenti. Sono utilizzati in applicazioni tecnologiche avanzate, tra cui turbine eoliche, veicoli elettrici, batterie, elettronica e sistemi di difesa.
Accanto a questi, i minerali strategici sono generalmente definiti come risorse considerate essenziali per lo sviluppo economico e industriale dei Paesi, con applicazioni in settori ad alta tecnologia, nella difesa e nei processi legati alla transizione energetica. I minerali critici, invece, sono individuati in base ai rischi legati alla sicurezza dell’approvvigionamento, che possono derivare dalla concentrazione geografica della produzione, dalla dipendenza da forniture esterne, da instabilità geopolitiche o da difficoltà di sostituzione.
La distinzione tra minerali strategici e critici non è univoca a livello globale: ogni Paese definisce le proprie liste in funzione delle priorità industriali e della propria esposizione alle catene di approvvigionamento. Inoltre, tali classificazioni possono evolvere nel tempo in relazione ai cambiamenti tecnologici, alle nuove scoperte geologiche e alle dinamiche della domanda internazionale. In questo quadro, alcuni minerali come litio, cobalto, grafite, nichel e niobio sono frequentemente ricompresi nelle principali liste di riferimento.
Le terre rare possono rientrare, a seconda del contesto, sia tra i minerali critici sia tra quelli strategici, evidenziando una sovrapposizione parziale tra le categorie: tutti gli elementi delle terre rare possono essere considerati strategici, mentre non tutti i minerali strategici rientrano nella categoria delle terre rare.
In questo scenario, il Brasile assume un ruolo significativo nel panorama globale delle risorse minerarie. Secondo i dati del Servizio Geologico Brasiliano (SGB), il Paese dispone della seconda riserva mondiale di elementi delle terre rare, pari a circa 21 milioni di tonnellate, equivalenti a circa il 23% delle riserve globali secondo lo United States Geological Survey (USGS). I principali giacimenti sono localizzati negli stati di Minas Gerais, Goiás, Amazonas, Bahia e Sergipe.
Il Brasile si distingue inoltre per la forte dotazione di altri minerali considerati strategici o critici a livello internazionale. In particolare, detiene le maggiori riserve mondiali di niobio, pari al 94% del totale globale con circa 16 milioni di tonnellate. Il Paese occupa anche la seconda posizione mondiale per le riserve di grafite e la terza per quelle di nichel, confermando un posizionamento rilevante nelle catene globali di approvvigionamento di materie prime critiche.
A livello nazionale, il Brasile ha definito un elenco di minerali strategici per lo sviluppo interno attraverso la Risoluzione n. 2 del 18 giugno 2021 del Ministero delle Miniere e dell’Energia. La classificazione distingue tra minerali da importare, minerali utilizzati in prodotti e processi ad alta tecnologia e minerali con vantaggio comparato e potenziale di generare surplus commerciale.
Nel contesto internazionale, queste risorse assumono crescente rilevanza geopolitica, anche per effetto della concentrazione delle capacità di raffinazione e produzione. In particolare, la Cina risulta tra i principali attori nel settore delle terre rare, mentre altri grandi economie, tra cui Stati Uniti e Unione Europea, stanno orientando le proprie strategie verso la diversificazione delle forniture.
Per il Brasile, questo scenario evidenzia un potenziale rilevante all’interno delle catene globali, ma anche una sfida legata allo sviluppo delle fasi industriali successive all’estrazione, come lavorazione e raffinazione, ancora non pienamente consolidate. Tale aspetto incide sulla capacità del Paese di trattenere maggiore valore lungo la filiera e di ridurre la dipendenza da prodotti a più alto contenuto tecnologico.
Nel complesso, il tema dei minerali critici e strategici si conferma un fattore strutturale nelle trasformazioni dell’economia globale, con impatti diretti sulle dinamiche industriali, energetiche e commerciali.
E-mart ha lanciato la versione retail esclusiva della pizza Margherita de "L'Antica Pizzeria da Michele", una delle pizzerie iconiche di Napoli, ora disponibile nei negozi di tutto il paese al prezzo di 11.980 KRW. Sviluppato in collaborazione con il produttore italiano di pizze surgelate Roncadin, il prodotto replica il gusto autentico di questa istituzione centocinquantennale per il consumo domestico. Questo lancio si inserisce nell'iniziativa strategica di E-mart di espandere i propri progetti globali di "approvvigionamento diretto", con l'obiettivo di portare ai consumatori nazionali i più famosi marchi culinari internazionali attraverso partnership commerciali vantaggiose in termini di costi.
(Contributo editoriale a cura della Italian Chamber of Commerce in Korea)
Le società energetiche europee Eni (Italia) e Repsol (Spagna) prevedono di iniziare l'esportazione di gas naturale dal Venezuela entro la fine del 2031. Questo piano fa seguito a un accordo con le autorità venezuelane per riattivare ed espandere la produzione in un importante giacimento offshore.
Secondo quanto riportato da Bloomberg, l'accordo raggiunto con la presidenza incaricata consentirà alle due compagnie di raddoppiare la produzione nel giacimento situato nel Golfo del Venezuela. Il gas naturale liquefatto (GNL) verrebbe esportato attraverso un terminale galleggiante.
Risarcimento e riserve
Un punto cruciale dell'accordo riguarda le garanzie ricevute da Eni e Repsol sulla compensazione di miliardi di dollari per il gas estratto negli anni passati a beneficio del mercato interno venezuelano, ma per il quale le aziende non avevano mai ricevuto pagamenti.
Colloqui in corso
Un portavoce di Eni ha confermato che l'azienda è in trattative costanti con Repsol e PDVSA per definire le condizioni potenziali e il quadro operativo necessario per l'esportazione. Sebbene le discussioni siano avanzate, si attende la finalizzazione dei dettagli tecnici e commerciali per concretizzare il passaggio del Venezuela da produttore interno a esportatore globale di gas.
Questa iniziativa segna un passo storico per il settore energetico del Paese, puntando a sfruttare il suo vasto potenziale gasifero per il mercato internazionale.
Il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (PNUD) ha stimato che l'economia del Venezuela registrerà una crescita del 7,4% del Prodotto Interno Lordo (PIL) entro la fine del 2026. Secondo il rapporto, questa espansione è determinata dai cambiamenti strutturali nel contesto economico, istituzionale e regolatorio avvenuti a partire dal 3 gennaio scorso.
Il rapporto dettagliato dell'agenzia ONU evidenzia diversi punti focali per l'anno in corso:
Nonostante la crescita positiva, il PNUD avverte che l'inflazione rimane uno dei principali ostacoli strutturali per l'economia venezuelana. Si stima che l'indice dei prezzi chiuderà l'anno intorno al 271,6%, il che limita la capacità di tradurre la crescita macroeconomica in un miglioramento immediato e sostenuto dei consumi e del reddito per la popolazione.
Il documento conclude che la stabilità del nuovo scenario dipenderà dalla capacità di mantenere le riforme istituzionali e di favorire un ambiente favorevole agli investimenti nei settori dell'energia e della produzione nazionale.
Dopo il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, anche il Banco Interamericano di Sviluppo (BID) si è dichiarato pronto a riprendere le proprie attività in Venezuela. Secondo quanto riportato da LatinFinance, questo rappresenta un passo fondamentale per ripristinare l'accesso del Paese al finanziamento multilaterale e sostenere la ripresa della sua economia.
Un portavoce del BID, con sede a Washington, ha confermato che l'istituzione dispone di un protocollo specifico per il riavvio delle attività e agirà non appena tale processo sarà concluso. «Riteniamo che questo sia un passo importante per reinserire il Paese nella comunità internazionale», ha dichiarato il portavoce.
Piani e settori strategici
Già lo scorso mese, il presidente del BID, Ilan Goldfajn, aveva anticipato che il gruppo ha elaborato studi e piani dettagliati su come distribuire le risorse nel Paese. Tali piani includono:
Secondo Goldfajn, l'istituzione attendeva solo il momento opportuno affinché i flussi finanziari potessero ricominciare a scorrere.
Normalizzazione internazionale
Il vicepresidente del settore Economia e Finanze del Venezuela, Calixto Ortega, ha sottolineato sabato scorso che la ripresa delle relazioni con il FMI e altri organismi risponde a una normalizzazione della rappresentanza del Paese dinanzi agli enti multilaterali. Si prevede che questo processo di riapertura prosegua gradualmente con altre istituzioni finanziarie globali.
Questo annuncio consolida la tendenza del Venezuela verso la riabilitazione nel sistema creditizio globale, aprendo nuove opportunità per il finanziamento di infrastrutture e progetti di sviluppo sociale e produttivo.
Le esportazioni venezuelane verso gli Stati Uniti (USA) hanno raggiunto, al 17 aprile, la metà dell'intero volume commercializzato lo scorso anno. Secondo i dati preliminari dell'Energy Information Administration (EIA), le spedizioni accumulate ammontano a 26,3 milioni di barili, il che rappresenta il 52% dei 50,9 milioni di barili esportati in tutto il 2025.
Questo balzo nelle vendite di greggio è il risultato della flessibilizzazione delle sanzioni, delle modifiche legali e degli accordi commerciali supervisionati da Washington a partire dall'inizio dell'anno.
Dati e posizionamento
Sebbene i dati dell'EIA siano settimanali e preliminari (i dati consolidati vengono pubblicati con due mesi di ritardo), essi costituiscono l'unica fonte pubblica per tracciare i flussi di greggio venezuelano verso il mercato statunitense.
Questo incremento non solo riflette una ripresa operativa, ma consolida il Venezuela come un attore chiave per la sicurezza energetica degli Stati Uniti in un contesto di cambiamenti geopolitici e riforme interne.
(Contributo editoriale a cura della Cámara de Comercio Venezolano-Italiana)
Secondo i dati del Ministero dell'Agricoltura e delle Terre, nei primi tre mesi del 2026 il Venezuela ha esportato un totale di quattromila tonnellate di caffè di produzione nazionale verso i mercati internazionali.
L'informazione è stata resa nota dal titolare del dicastero, Julio León Heredia, durante la recente spedizione di 140 tonnellate di caffè verde dal "Puerto Seco" dello stato Lara verso gli Stati Uniti. Il ministro ha indicato che l'Esecutivo Nazionale punta a continuare a dare impulso alla produzione e all'esportazione di questo prodotto.
Al riguardo, León Heredia ha inoltre specificato che, parallelamente alle esportazioni da Lara, sono state inviate circa cento tonnellate di caffè verde prodotto nello stato Portuguesa verso la Cina, distribuite in cinque container.
Tomás Elías Reyes, segretario per lo Sviluppo Economico di Lara, ha sottolineato che durante quest'anno dallo stato Lara sono stati venduti complessivamente 90 container di caffè verde a paesi come gli Stati Uniti, gli Emirati Arabi Uniti e l'Italia, secondo quanto riportato da una nota di VTV.
L'incremento delle esportazioni riflette lo sforzo del settore agricolo venezuelano per posizionare il caffè nazionale in mercati strategici e ad alta domanda.
(Contributo editoriale a cura della Cámara de Comercio Venezolano-Italiana)
Il Venezuela sta iniziando una nuova fase economica caratterizzata dal suo reinserimento nel sistema finanziario internazionale. Questo processo è accelerato dal recente allentamento delle sanzioni e dalla ripresa delle relazioni formali con organismi multilaterali come il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Mondiale.
Secondo l'analisi pubblicata, questo "disgelo" finanziario rappresenta un punto di svolta per l'economia nazionale, che è rimasta isolata dai mercati del credito globali per quasi un decennio. Il ritorno alla banca globale non solo facilita le transazioni commerciali internazionali, ma apre anche la porta a nuovi flussi di investimento straniero diretti a settori strategici.
Punti chiave della nuova tappa economica:
Sfide e prospettive
Sebbene l'ottimismo sia prevalente tra gli investitori, l'articolo sottolinea che il cammino verso la piena ripresa richiede riforme strutturali continue e una gestione trasparente delle risorse. La vicepresidente Delcy Rodríguez ha ribadito che, nonostante il ritorno in questi organismi, il Paese non prevede un programma di indebitamento aggressivo, ma si concentrerà sull'uso di fondi propri e sull'attrazione di capitali produttivi.
Questo ritorno alla "normalità" bancaria è considerato il pilastro fondamentale per sostenere la ripresa economica a medio e lungo termine, permettendo al Venezuela di riconnettersi con le catene di valore globali.
L'azienda energetica spagnola Repsol ha firmato un accordo con il Ministero degli Idrocarburi del Venezuela e con la compagnia statale PDVSA che le consentirà di riprendere il controllo delle operazioni e di incrementare la produzione di petrolio nel progetto Petroquiriquire, garantendo al contempo i meccanismi di pagamento.
Francisco Gea, Direttore Generale di Esplorazione e Produzione di Repsol, ha dichiarato che questo accordo sottolinea l'impegno dell'azienda nel Paese, dove opera ininterrottamente dal 1993. «Abbiamo gli asset e le capacità tecniche, operative e umane sul campo per aumentare la nostra produzione», ha sottolineato.
Obiettivi di produzione
La compagnia spagnola si è detta pronta a:
Attualmente, la produzione di Repsol in Venezuela ammonta a circa 45.000 barili lordi al giorno, concentrati principalmente a Petroquiriquire (una società mista composta per il 60% da PDVSA e per il 40% da Repsol).
Espansione dei campi e gas naturale
L'accordo prevede inoltre l'estensione della durata delle concessioni per il giacimento di Petroquiriquire e l'integrazione dei campi di Tomoporo e La Ceiba. Il progetto sarà sviluppato sotto una leadership condivisa, con Repsol che apporterà la sua esperienza logistica e commerciale.
Inoltre, il mese scorso Repsol e l'italiana Eni hanno firmato un altro accordo strategico con le autorità venezuelane per garantire la sostenibilità della produzione di gas naturale per tutto il 2026 nell'asset Cardón IV, di cui le due compagnie detengono il 50% ciascuna.
Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha previsto che l'economia del Venezuela crescerà del 4% nel 2026 e del 6% nel 2027, segnando un'accelerazione significativa rispetto all'1,5% registrato nel 2025. Questi dati, pubblicati nell'ultimo rapporto sulle Prospettive Economiche Mondiali (WEO), pongono il Paese al di sopra della media regionale.
Secondo l'organismo, l'America Latina e i Caraibi manterranno una crescita moderata, stimata al 2,3% nel 2026 e al 2,7% nel 2027. La performance della regione sarà condizionata da fattori esterni come l'aumento del costo delle materie prime, l'inasprimento delle condizioni finanziarie e la minore domanda globale.
Ripresa delle relazioni formali
Fonti citate da Bloomberg indicano che il FMI sta distribuendo un sondaggio tra i suoi membri in merito alla ripresa delle relazioni con il Venezuela. Questo sondaggio tra i paesi membri è un passaggio fondamentale affinché l'istituzione possa ristabilire legami formali con Caracas per la prima volta dopo decenni. Il documento è stato condiviso la scorsa settimana tra i direttori esecutivi del Fondo per essere trasmesso alle autorità di ciascun paese membro.
Le proiezioni del FMI suggeriscono che, nonostante l'incertezza globale, il Venezuela potrebbe beneficiare della sua posizione come esportatore di materie prime, in un contesto in cui il Fondo sta valutando attivamente il reinserimento del Paese nel sistema finanziario internazionale.
Il settore minerario venezuelano opera a meno del 20% della sua capacità installata, secondo le stime della Camera Mineraria del Venezuela (Camiven). Il presidente dell'associazione, Luis Rojas Machado, ha sottolineato che il settore si trova in una fase di estrema "cautela", con livelli molto bassi rispetto ai massimi storici raggiunti in passato.
Rojas Machado ha indicato due fattori principali come cause della scarsa produzione:
Sfide e competitività
Per rilanciare questa industria è necessaria l'immissione di capitali attraverso l'attrazione di investimenti stranieri, sebbene Rojas Machado abbia avvertito che i risultati sarebbero visibili solo a lungo termine, ovvero in un arco di tempo compreso tra i cinque e i dieci anni.
Per generare fiducia nei potenziali investitori, il presidente di Camiven ritiene che non basti aggiornare le leggi vigenti, ma sia fondamentale offrire garanzie di:
Nelle condizioni attuali, il settore minerario nazionale non risulta competitivo sul mercato internazionale rispetto a paesi della regione con una lunga tradizione, come Cile o Perù, né rispetto a nazioni emergenti come Colombia o Argentina. La riforma strutturale del settore resta dunque una condizione imprescindibile per la sua ripresa.
Il mercato azionario venezuelano ha iniziato il 2026 con una performance insolitamente dinamica. L'Indice Azionario Caracas (IBC) ha registrato un aumento annuo del 303,32% (misurato in dollari) durante il primo trimestre, in un contesto di maggiore attività e di ripresa dell'interesse per gli asset locali.
In termini nominali, l'indicatore è avanzato del 2.647%, attestandosi a 6.118,69 punti, riflettendo sia l'effetto inflazionistico sia il rinnovato movimento all'interno del mercato azionario.
Più operazioni e volumi più elevati
Il rialzo dell'indice è stato accompagnato da un incremento significativo dell'attività. Tra gennaio e marzo, la Borsa Valori di Caracas ha negoziato un totale di 190,8 milioni di dollari, il che rappresenta una crescita del 30,5% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Notevole anche l'espansione del numero di operazioni: si è passati dalle meno di 18.000 transazioni del primo trimestre dello scorso anno alle oltre 110.000 nel 2026.
La spinta della rendita variabile
Il maggior dinamismo si è concentrato nel mercato della rendita variabile (azioni), dove sono stati negoziati 56,5 milioni di dollari, con un salto del 592,82% su base annua. Questo segmento rappresenta già una parte significativa del totale scambiato in azioni durante l'intero anno 2025.
Questo comportamento suggerisce una rinnovata propensione per gli strumenti azionari, in un contesto in cui gli investitori cercano di proteggere il proprio valore a fronte della volatilità macroeconomica.
Nonostante il recupero, il mercato dei capitali venezuelano rimane di dimensioni ridotte rispetto ad altri paesi della regione. Tuttavia, i dati del primo trimestre indicano una riattivazione che, sebbene incipiente, comincia a consolidarsi, recuperando il ruolo della borsa come meccanismo di finanziamento e riserva di valore.
Il nuovo scenario economico del Venezuela, iniziato lo scorso gennaio e sostenuto dall'accordo energetico sottoscritto con gli Stati Uniti per l'estrazione e l'esportazione di petrolio, avrà un impatto su tutti i settori economici del Paese, compresi il commercio e i servizi.
In questo contesto, la Confederazione Nazionale del Commercio e dei Servizi (Consecomercio) prevede che il settore registrerà una crescita superiore al 12%. Tuttavia, il presidente dell'associazione, José Gregorio Rodríguez, ha avvertito che i miglioramenti non saranno immediati, ma diventeranno tangibili a partire dal secondo semestre dell'anno.
L'effetto a catena del petrolio
Rodríguez ha spiegato che il petrolio fungerà da "punta di diamante". L'attivazione di pozzi petroliferi richiede l'uso di impianti di perforazione e l'assunzione di personale che, a sua volta, aumenterà la domanda di beni e servizi:
«Potremmo avere una crescita superiore anche al 15% includendo telecomunicazioni e servizi», ha sottolineato Rodríguez, precisando però che si tratta di un processo graduale e non "magico".
Ostacoli e sfide
Nonostante l'ottimismo, il dirigente ha segnalato alcuni fattori che potrebbero frenare questa espansione:
Infine, Rodríguez ha esortato gli imprenditori a prepararsi attraverso la formazione del personale e il miglioramento dei processi di commercializzazione per essere competitivi di fronte all'arrivo di nuovi attori internazionali.
Secondo i dati sulla bilancia dei pagamenti aggiornati dalla Banca Centrale del Venezuela (BCV), le esportazioni totali hanno chiuso l'anno 2025 a 26,785 miliardi di dollari, il valore più alto dal 2018. Tuttavia, restano ancora lontane dal record storico di oltre 96 miliardi di dollari raggiunto nel 2012.
Record per il settore non petrolifero
Il dato più rilevante riguarda le esportazioni non petrolifere, che si sono attestate a 8,573 miliardi di dollari, registrando un aumento del 28% rispetto al 2024. Si tratta del valore più elevato da quando è iniziata la serie storica aggiornata dal BCV nel 1997, superando anche il picco di 7,261 miliardi di dollari riportato nel 2014.
Il settore petrolifero e le importazioni
Analisi della bilancia commerciale
I dati mostrano una progressiva ma complessa ripresa del commercio estero venezuelano. Nonostante la crescita degli ultimi due anni, le cifre attuali riflettono comunque una riduzione significativa delle dimensioni dell'economia rispetto al decennio scorso, causata da squilibri interni, calo degli investimenti e l'impatto delle sanzioni.
Le aspettative per il 2026 indicano che questi indicatori manterranno una tendenza alla crescita, sebbene permangano incertezze nel medio e lungo periodo.
(Contributo editoriale a cura della Cámara de Comercio Venezolano-Italiana)
L’incaricata d’affari degli Stati Uniti in Venezuela, Laura Dogu, ha riferito di aver incontrato una delegazione di investitori e aziende statunitensi a Caracas. L'obiettivo dell'incontro è stato quello di conoscere in prima persona le grandi opportunità offerte dalla nazione caraibica e di partecipare alla trasformazione economica del Paese.
Attraverso i suoi canali social, la diplomatica ha sottolineato che il settore privato degli Stati Uniti svolgerà un ruolo fondamentale «nella costruzione di un Venezuela stabile e prospero». Ha inoltre ribadito che le autorità statunitensi sono presenti per sostenere la crescita degli investimenti americani in territorio venezuelano.
La presidente incaricata del Venezuela, Delcy Rodríguez, ha confermato di aver tenuto una riunione con imprenditori nazionali e stranieri, dichiarando che la presenza di questa delegazione multinazionale riflette la fiducia nel Paese come luogo sicuro per investire e sviluppare alleanze produttive.
Rodríguez ha ribadito la necessità della cessazione delle sanzioni economiche, riaffermando che la nazione offre stabilità e sicurezza giuridica attraverso un quadro legislativo in costante rafforzamento. Questo impegno mira ad accompagnare gli investimenti in aree strategiche come gli idrocarburi e l'attività mineraria.
Secondo fonti ufficiali, oltre 120 aziende energetiche hanno visitato il Venezuela recentemente manifestando interesse a investire nel Paese, un segnale che evidenzia la nuova fase di apertura economica.
Il presidente della Camera Venezuelana del Commercio Elettronico (Cavecom-e), Richard Ujueta, ha riferito che si è registrata una crescita sostenuta dell’economia digitale nel primo bimestre del 2026.
In tal senso, ha precisato che nel mese di gennaio di quest’anno la crescita è stata del 4%, mentre a febbraio si è attestata al 7%, rispetto ai dati degli stessi mesi del 2025.
Ujueta ha sostenuto che questi risultati evidenziano «un mercato che ha superato la fase di adozione precoce ed è entrato sulla via del consolidamento».
Il presidente di Cavecom-e ha aggiunto che, secondo il rapporto dell'Ecosistema Interconnesso del Venezuela, il mercato digitale venezuelano rappresenta un ecosistema chiuso dell'economia di base, caratterizzato da un'elevata liquidità transazionale, con un flusso mensile vicino ai 10 miliardi di dollari.
Richard Ujueta ha sottolineato inoltre che il mercato digitale del Venezuela è un ecosistema ad alta operatività che funge da pilastro per l'economia reale del Paese.
La Banca Centrale del Venezuela (BCV) ha informato che l’economia venezuelana è cresciuta del 7,07% nel quarto trimestre del 2025 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, segnando così diciannove trimestri consecutivi di espansione per il Paese. L’istituto di emissione ha sottolineato che questo risultato è stato raggiunto in un contesto di sanzioni e restrizioni finanziarie intensificatesi verso la fine dell’anno, il che — secondo il rapporto — esalta la portata dei risultati ottenuti.
L’attività petrolifera è stata uno dei motori del trimestre, con una crescita del 13,41%, mentre il settore non petrolifero è avanzato del 5,30%. Nel bilancio annuale, il PIL ha chiuso il 2025 con una variazione positiva dell’8,66%.
All’interno delle attività non petrolifere, il BCV ha segnalato che l’Edilizia ha registrato l’espansione maggiore, con un 19,27%, seguita da vicino dal settore Minerario, cresciuto del 19,25%. Sono emersi anche i progressi nei servizi di Alloggio e ristorazione (+8,17%) e nel Commercio e riparazione di veicoli (+7,21%).
Il settore dei Trasporti e magazzinaggio è cresciuto del 6,95%, mentre il comparto Manifatturiero è avanzato del 6,05%. Le attività finanziarie e assicurative hanno mostrato un incremento del 5,85%, e i servizi di istruzione, sanità, intrattenimento e altri sono saliti del 5,53%. L’Agricoltura, da parte sua, ha registrato una crescita del 5,10%.
Il rapporto sottolinea che, mentre l’attività petrolifera apporta liquidità, settori come l’Edilizia, la Manifattura, l'Attività Mineraria e l'Agricoltura generano interconnessioni interne che rafforzano le catene del valore e conferiscono sostenibilità alla crescita.
Nonostante l’ambiente avverso, il BCV ha attribuito la continuità del dinamismo economico allo sforzo produttivo, alla capacità di adattamento e alla determinazione dei venezuelani nel sostenere la ripresa, avanzando — secondo il documento — con “fermezza, resilienza e fiducia”.
Il presidente della Camera Automobilistica del Venezuela (Cavenez), Eduardo Cáceres, ha evidenziato che nel mese di febbraio le vendite di veicoli nel Paese hanno registrato una crescita del 71% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.
Secondo i dati forniti, a febbraio 2025 sono state vendute 2.051 automobili, mentre nel secondo mese di quest'anno le vendite si sono attestate su circa 3.520 unità. Cáceres ha spiegato che, sebbene il 2025 sia stato un anno positivo per il settore, i primi due mesi del 2026 hanno raddoppiato il volume delle vendite rispetto al periodo analogo dell'anno scorso.
A gennaio di quest'anno, l'aumento su base annua era stato ancora più marcato, raggiungendo il 158% con 3.453 unità vendute. «La conclusione principale è che la tendenza dei consumi nel settore si mantiene stabile», ha affermato il rappresentante.
L'obiettivo per il 2026 è superare il traguardo delle 38.000 unità vendute lo scorso anno, con una stima di crescita superiore al 50%, puntando a totalizzare oltre 50.000 veicoli immessi sul mercato.
Attualmente, l'associazione riunisce 19 dei 46 marchi presenti nel Paese, con lo scopo di garantire il servizio post-vendita e la disponibilità dei ricambi. «La forza della Camera è obbligare i propri membri a rispettare gli standard di servizio al cliente», ha concluso Cáceres.
(Contributo editoriale a cura della Cámara de Comercio Venezolano-Italiana)
La maggioranza dei cechi non ha percepito nel 2025 un calo del potere d’acquisto. Lo indica un’indagine dell’agenzia pubblica CVVM.
Oltre la metà dei cechi ritiene che con il loro reddito hanno potuto acquistare nel 2025 circa lo stesso volume di beni e servizi come nel 2024. Un miglioramento del potere d’acquisto è stato poi segnalato dal dieci percento dei cechi, mentre il 37% degli intervistati ha dichiarato di poter acquistare meno beni e servizi. Il dato è in netto miglioramento rispetto al 2024, quando ben il 71% dei cechi aveva segnalato un calo del loro potere d’acquisto.
Il governo ceco ha approvato una nuova cessione di competenze a favore del dicastero guidato dal vicepremier Karel Havlíček. Al Ministero dell’Industria e del Commercio passerà l’agenda delle collaborazioni industriali nel settore militare e degli armamenti, che fino ad ora faceva capo al Ministero della Difesa. “Oggi il settore della difesa è tra quelli, che crescono maggiormente in Repubblica Ceca” ha sottolineato Havlíček. Dopo il trasferimento dovrebbe rimanere uno stretto legame tra le aziende del settore e le forze armate.
In marzo secondo la metodologia comunitaria i prezzi dei beni e servizi al consumo sono aumentati in Repubblica Ceca dell’1,5%. Si è trattato del secondo dato il più basso nell’Unione Europea, dove i prezzi sono aumentati in media del 2,8%.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio e dell'Industria Italo-Ceca)
Nel cuore dell’Amazzonia, Belém si è trasformata, con la COP30, in molto più di una capitale temporanea della diplomazia climatica: è diventata un laboratorio vivente di una nuova economia possibile. Una economia che non rinnega la propria vocazione naturale, ma che ambisce a superare il paradigma estrattivo tradizionale per evolvere verso un modello industriale sostenibile, fondato sulla conoscenza, sull’innovazione e sulla valorizzazione delle risorse locali.
Il punto di partenza è chiaro: per decenni, gran parte dell’economia amazzonica si è basata sull’estrazione primaria, spesso con basso valore aggiunto e alta vulnerabilità ambientale. Il lascito più significativo della COP30, tuttavia, non risiede soltanto nelle dichiarazioni politiche o negli accordi multilaterali, ma nella costruzione concreta di un ecosistema capace di trasformare questa logica. L’obiettivo dichiarato dagli attori coinvolti è accelerare la transizione da una bioeconomia estrattiva a una bioeconomia industriale, integrando ricerca, sviluppo e capacità produttiva in loco.
In questo contesto, l’innovazione assume un ruolo centrale. La creazione di hub tecnologici e laboratori-fabbrica rappresenta una delle leve più promettenti: non semplici centri di ricerca, ma infrastrutture operative dove materie prime locali vengono trasformate in prodotti ad alto valore aggiunto. Questo modello consente di trattenere ricchezza sul territorio, generare occupazione qualificata e ridurre la dipendenza da catene globali poco sostenibili.
La COP30 ha inoltre funzionato come catalizzatore di investimenti e collaborazioni tra piccoli produttori, grandi industrie e istituzioni scientifiche. In questa convergenza, la sostenibilità non è più percepita come vincolo, ma come driver competitivo. L’industria, lungi dall’essere antagonista della conservazione, si configura come alleata strategica nella valorizzazione della biodiversità, attraverso processi produttivi più efficienti e meno impattanti.
Il caso di Belém dimostra che la transizione ecologica può diventare anche una transizione industriale. Non si tratta di sostituire un modello con un altro, ma di ripensare l’intera catena del valore: dalla raccolta delle risorse naturali alla loro trasformazione, fino alla distribuzione globale di prodotti sostenibili. In questo senso, la bioeconomia industrializzata rappresenta una nuova frontiera, capace di coniugare crescita economica e tutela ambientale.
Resta, tuttavia, una sfida sistemica. Perché il modello si consolidi, sarà necessario garantire continuità agli investimenti, formazione qualificata e un quadro normativo stabile. Ma soprattutto, sarà fondamentale mantenere il protagonismo delle comunità locali, affinché la trasformazione economica non si traduca in nuove forme di esclusione, ma in un reale sviluppo inclusivo.
Belém, con il suo esperimento in corso, offre una lezione che va oltre i confini brasiliani: nei territori più ricchi di risorse naturali si gioca oggi una partita decisiva per il futuro dell’industria globale. E la vera innovazione, forse, non consiste nel produrre di più, ma nel produrre meglio — trasformando ciò che la natura offre in valore condiviso, senza comprometterne l’equilibrio.
Fonte: Portal da Indústria (CNI)
(Contenuto editoriale a cura della Camera Italo-Brasiliana di Commercio e Industria di Rio de Janeiro)
Il 26 marzo 2026, il governo ha presentato la sua prima strategia industriale per la difesa. Questo documento fondamentale mira a integrare il bilancio militare con una vera e propria politica industriale, con un obiettivo chiaro: diventare un partner credibile e specializzato nelle filiere della difesa europee.
Il Lussemburgo non costruirà navi o aerei da combattimento. La sua forza risiede in nicchie tecnologiche ad alto valore aggiunto, dove detiene già un vantaggio significativo. In un contesto di stagnazione della produttività, la difesa potrebbe diventare uno dei motori dell'ammodernamento industriale. Spazio, cybersicurezza, materiali compositi, logistica, intelligenza artificiale, tecnologie quantistiche, riciclo di materiali critici: sono tutti settori in cui l'ecosistema nazionale è maturo e in cui il trasferimento alle applicazioni per la difesa è diretto. Le 100-150 aziende già attive nel settore ne sono la prova.
Questa specializzazione si struttura attorno a quattro aree di competenza – terrestre, aerea, spaziale e cibernetica – che corrispondono agli impegni delle Forze Armate lussemburghesi nell'ambito della NATO e dell'UE. Il battaglione binazionale con il Belgio, il futuro programma integrato di difesa aerea e missilistica, le comunicazioni satellitari sicure: ognuno di questi progetti genera esigenze industriali specifiche, che le aziende lussemburghesi possono soddisfare se dispongono degli giusti strumenti di accesso al mercato. La strategia mira proprio a creare queste esigenze.
Al centro dell'iniziativa c'è il settore dell'innovazione per la difesa: il governo si affida a un modello già collaudato in Lussemburgo: il campus settoriale. Il Campus della Difesa, come l'Automotive Campus o lo Space Campus, offrirà un ambiente fisico sicuro in cui startup, ricercatori e clienti del settore militare potranno collaborare, testare e stipulare contratti. Il Ministero della Difesa Nazionale svolgerà esplicitamente il ruolo di committente principale, abbassando le barriere all'ingresso per le giovani imprese innovative.
Questa iniziativa sarà finanziata da un fondo per l'innovazione nel settore della difesa e da bandi congiunti con il Fondo Nazionale per la Ricerca, mirati alle tecnologie strategiche individuate nel documento. Un meccanismo di screening sistematico della proprietà intellettuale derivante dalla ricerca pubblica individuerà le innovazioni trasferibili ad applicazioni militari o a duplice uso: un modo intelligente per monetizzare il patrimonio immateriale di università e centri di ricerca senza costi aggiuntivi di ricerca e sviluppo. Infine, il settore della difesa sarà integrato nell'iniziativa nazionale per l'attrazione dei talenti, un segnale essenziale per competere in un mercato globale delle competenze altamente competitivo.
In questo documento strategico, il governo si impegna concretamente, con grande interesse da parte delle aziende attive nel settore della difesa in Lussemburgo e delle imprese straniere che desiderano investire nel Granducato, a riformare la normativa vigente per aprire esplicitamente la legislazione nazionale alla produzione di attrezzature per la difesa. Lo Stato creerà inoltre uno sportello unico, guichet.lu, centralizzando normative, aiuti e procedure.
La strategia governativa è coerente con la struttura dell'economia lussemburghese e con il trend europeo di fondo, e contribuisce a posizionare il Lussemburgo in posizione avanzata: un Paese che fa dell'innovazione nel settore della difesa un settore a tutti gli effetti, integrato nelle proprie politiche industriali, finanziato con risorse proprie e collegato ai programmi europei e dei Paesi alleati.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italo-Lussemburghese a.s.b.l)
La U.S. Customs and Border Protection (CBP) ha recentemente pubblicato il documento intitolato “International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) Duty Refunds”
https://www.cbp.gov/trade/programs-administration/trade-remedies/ieepa-duty-refunds
nonché il messaggio CSMS #68315804
https://content.govdelivery.com/accounts/USDHSCBP/bulletins/4126a9c
entrambi dedicati a illustrare la nuova procedura di rimborso.
A partire dal 20 aprile 2026, la CBP ha attivato il sistema Consolidated Administration and Processing of Entries (CAPE), attualmente nella sola Phase 1, applicabile esclusivamente alle entries non liquidate e a quelle liquidate da non oltre 80 giorni.
La CBP ha inoltre chiarito i requisiti necessari per presentare una richiesta di rimborso. In particolare:
La CAPE Declaration dovrà essere caricata in ACE in formato .CSV. Il relativo modello sarà reso disponibile direttamente all’interno del sistema. Una volta elaborata e validata dalla CBP, il sistema ACE provvederà alla liquidazione o riliquidazione delle entries, rimuovendo i codici HTS IEEPA.
I rimborsi saranno poi accreditati direttamente sul conto bancario dell’IOR registrato in ACE, oppure a un soggetto designato dall’IOR a riceverli per suo conto tramite apposito modulo CBP. Dopo l’accettazione della CAPE Declaration da parte della CBP, i rimborsi dovrebbero essere emessi entro un periodo compreso tra 60 e 90 giorni.
Cosa dovrebbero fare gli importatori
Gli importatori interessati dovrebbero:
Per le richieste di rimborso relative alla Phase I, sarà inoltre necessario preparare una CAPE Declaration in formato .CSV (comma-separated values), contenente esclusivamente i numeri delle entries che soddisfano entrambe le seguenti condizioni:
La CBP ha iniziato ad accettare le richieste di rimborso a partire dal 20 aprile 2026.
(Contributo editoriale a cura della Italy-America Chamber of Commerce Southeast)