Notizie mercati esteri

Lunedì 29 Dicembre 2025

2025: +8,8% di Made in Italy in Belgio. Il successo dell’imprenditoria italiana e il riflesso di un legame culturale profondo

Belgio e Italia si posizionano tra i primi 8 mercati di reciproco interesse.

Nel 2023, il loro interscambio complessivo aveva registrato un andamento record, superando la cifra di 46 miliardi di euro. In quell’anno, le esportazioni italiane verso il Belgio superavano i 19 miliardi di euro, mentre le importazioni i 27. Il saldo della bilancia commerciale italiana pendeva in negativo di circa 7,4 miliardi, ma rivelava implicitamente anche il peso della relazione politico-commerciale dei due paesi.

Il 2025 ha confermato la tendenza incrementale dell’export italiano verso il Belgio, con una crescita attestata all’8,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. L’incremento evidenzia la capacità delle imprese italiane di rispondere ad un mercato esigente e in cerca di qualità quale quello belga, cuore degli scambi europei e dove si è installata una comunità italiana e internazionale prolifica/stimolante/attiva e benestante. Sebbene il PIL del paese rappresenti solo il 3,5% del PIL totale dell'Unione europea, il Belgio si colloca al sesto posto per PIL pro capite con 44 800 euro, ben al di sopra della media dell'UE (38 100 euro). Gli ultimi dati STATBEL - agenzia di statistica belga - mostrano come a giugno 2025 più di un terzo della popolazione belga avesse almeno origini straniere. Su una popolazione di 11.8 milioni, solo 7,57 sono Belgi di origine belga. Nella capitale Bruxelles, 4 abitanti su 10 hanno nazionalità straniera. Secondo il rapporto Migrantes 2024, dei 6 milioni di italiani residenti all’estero e iscritti all’AIRE, il 4,6% ha scelto il Belgio, divenuto l’ottavo paese di destinazione al mondo. Se il numero dei Belgi residenti in Italia è esiguo (0,12% di tutti gli stranieri), la loro presenza in termini turistici è ben più cospicua.

Nel primo semestre 2025 l’export complessivo italiano è aumentato del 2,1%, trainato dalle maggiori vendite di articoli farmaceutici (+38,8%), mezzi di trasporto esclusi autoveicoli (+8,7%), prodotti alimentari e bevande (+5,1%) e metalli di base (+3,4%). Tra i settori in calo si segnalano invece coke e prodotti petroliferi raffinati (-22,9%) e autoveicoli (-10,3%). A giugno 2025 il saldo commerciale italiano si attestava a +5,4 miliardi di euro, in aumento rispetto ai 5,15 miliardi dello stesso mese del 2024. L’avanzo relativo ai prodotti non energetici sale da 8,73 miliardi a 9,33 miliardi, confermando la solidità delle esportazioni italiane ad alto valore aggiunto. Nel secondo trimestre 2025, rispetto al trimestre precedente, l’export ha mostrato una leggera flessione (-2,6%), mentre le importazioni sono diminuite dell’1,7%. Tuttavia, su base annua, l’export italiano cresce del 4,9% in valore e dello 0,8% in volume, con incrementi sia per i mercati Ue (+4,6%) sia per quelli extra-Ue (+5,2%). Ad agosto 2025, il Belgio figura come ottavo paese di destinazione dell’export italiano con 13,3 milioni di euro, pari al 3,1%, dopo Germania in testa con 48,7 milioni di euro pari all’11.5%, USA, Francia, Spagna, Svizzera, Regno Unito e Polonia. Questo posiziona il Belgio tra i mercati più dinamici per le esportazioni italiane, confermando la crescente rilevanza della domanda locale di prodotti di qualità e servizi innovativi. I settori che hanno contribuito maggiormente alla crescita nazionale dell’export includono: articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici (+39,0%), mezzi di trasporto, esclusi autoveicoli (+15,9%), prodotti alimentari, bevande e tabacco (+6%), apparecchi elettrici (+3,5%). I mercati in calo sono invece autoveicoli (-2,9%), computer, apparecchi elettronici e ottici (-2,7%) e articoli in pelle, abbigliamento escluso (-2,2%).

La crescita costante del Made in Italy in Belgio conferma il prestigio di vari settori dell’economia italiana, la capacità del suo mercato di adattarsi alle esigenze di una piazza sofisticata e competitiva nel cuore pulsante d’Europa ma riflette anche la forza dei legami culturali e di interdipendenza tra i due paesi iniziati con un flusso migratorio di 300.000 persone negli anni 70’ e mai veramente arrestatosi.

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Belgo-Italiana)

Ultima modifica: Lunedì 29 Dicembre 2025
Lunedì 29 Dicembre 2025

Belgio: hub strategico confermato per start-up e scale-up

Il Belgio conferma di possedere uno degli ambienti più dinamici e stimolanti per le start up che continuano a sceglierla come luogo di installazione posizionandola 11° in Europa e 23° a livello globale. Il portafoglio belga conta più di 24.000 start up di cui oltre 6.500 hanno ricevuto finanziamenti per un valore complessivo di 56 miliardi di dollari raccolti. Le città di Bruxelles, Gand, Anversa e Leuven emergono come poli di innovazione e sperimentazione grazie al sostegno di una densa rete di università, fondi, investitori, personale altamente qualificato e contatti.

La pubblicazione dello State of Belgian Tech Report 2024 conferma queste tendenze positive: circa 470 milioni di euro raccolti fino ad ottobre 2024, con il 77% destinato a startup early stage e 4 unicorni (aziende non quotate in borsa ma che hanno una valutazione pari o superiore ad 1 miliardo di euro), tra cui il software gestionale Odoo e della piattaforma di data governance Collibra. Dal 2020, i fondi di investimento per startup belghe hanno raccolto oltre 2,1 miliardi di euro, sostenendo la crescita di nuove imprese nei settori AI, biotech, fintech, clean tech e mobilità sostenibile.I settori più attivi nell’ecosistema Belga secondo Tracxn sono: ​​Software & Data, Healthtech e Fintech, seguiti da E-commerce e MobilityTech.

A maggio 2025, con il lancio della nuova strategia “Chose Europe to start and scale” dedicata a startup e scale-up, la Commissione europea mira a rendere il vecchio continente un terreno più fertile dove sviluppare nuove imprese; e il Belgio ne beneficia doppiamente: per la prossimità geografica alle istituzioni e per la presenza di una popolazione internazionale altamente qualificata che rende la circolazione di idee e talenti più rapida. Le startup rappresentano la fase embrionale di un’impresa, il cui obiettivo primario è confermare che il prodotto risolva un problema reale in uno specifico mercato. In questo stadio la sperimentazione è continua, le risorse limitate e il team contenuto. Secondo i parametri di SEP/Mind the Bridge, tali società hanno investimenti o fatturato compresi tra 500mila e 1 milione di dollari. Una volta superata la fase di validazione, la start up diventa scale-up. Pur in assenza di una definizione unanimemente e legalmente riconosciuta, l’OCSE qualifica le scale up come aziende aventi una crescita media annua superiore al 20% per tre anni consecutivi, misurata in fatturato o dipendenti. Sebbene siano una minoranza nel panorama imprenditoriale, le scale up generano un impatto economico sproporzionato, creando posti di lavoro qualificati e contribuendo significativamente alla crescita del PIL, fungendo da potenti motori di innovazione e occupazione. Una volta superata la fase sperimentale in cui il modello di business ha dimostrato la sua efficacia, ora puntano a un’espansione accelerata.

Per Mind the Bridge rientrano in questa categoria le realtà che hanno raccolto o generano tra 1 e 100 milioni di dollari, e per le quali il focus si è spostato dall’innovazione all’esecuzione e all’ottimizzazione dei processi. L’evoluzione finale è rappresentata dagli scaler, imprese che superano i 100 milioni in raccolta o fatturato e che avendo raggiunto dimensioni significative e posizioni consolidate nei rispettivi mercati, sono soggette a nuove linee di business o acquisizioni strategiche. La nuova strategia europea mira proprio a sostenere l’evoluzione di queste società semplificando e uniformando le regole tra i paesi Europei, facilitare l’accesso ai finanziamenti e alle infrastrutture tecnologiche, sostenendo la diffusione di innovazioni e spin-off universitari, con l’intento dichiarato di attrarre talenti da tutta l’Europa e oltre. L’obiettivo è rendere creatività e ricerca il fiore all’occhiello di una nuova economia europea, che generi nuovi posti di lavoro e un impatto concreto sul mercato.

In questo contesto, il Belgio spicca per la capacità di essere ponte tra ecosistemi nazionali diversi, favorendo la partnership con paesi vicini e meno.

Un esempio è rappresentato dalla cooperazione sempre più strutturata e fruttuosa tra Belgio e Italia. Una serie di progetti comuni ha favorito scambi tra startup e scale up appartenenti a Paesi diversi, con particolare attenzione a innovazione, sostenibilità e digitalizzazione. Un esempio virtuoso è costituito dalla partnership strategica tra imec.istart, acceleratore belga per startup tech, e l’italiana Pariter Partners che ha aperto nuove opportunità per le startup deep-tech italiane, supportandole nel processo di internazionalizzazione grazie al network belga. Tale partnership che si concentra su settori ad alto impatto come robotica, MedTech, Life Sciences e tecnologie per l’industria 4.0, offrendo mentoring, accesso a capitali pre-seed e connessione con esperti e investitori internazionali.

Con infrastrutture avanzate, un ecosistema dinamico e politiche pubbliche mirate, il Belgio si conferma un laboratorio europeo innovativo in cui circolano e si sviluppano idee di valore, grazie alla capacità di attrarre capitali, talenti e collaborazioni internazionali. La sua posizione strategica e la concentrazione di startup ad alto valore aggiunto lo rendono un punto di riferimento per chi vuole innovare e crescere nel cuore dell’Europa.

https://euractiv.it/section/economia-e-sociale/news/bruxelles-lancia-la-strategia-per-consentire-la-crescita-di-startup-e-scaleup-nellue/

https://www.startupblink.com/startup-ecosystem/belgium?page=1

https://growthlist.co/belgium-startups/

https://www.eu-startups.com/2025/01/top-10-most-promising-startups-leading-belgiums-innovation-in-2025/

https://cdn.prod.website-files.com/61e07f24caae2dd7476367a3/67051f47f771a943eeeeba68_StateOfBelgiumTechReport-2024.pdf

https://tracxn.com/d/geographies/belgium/__wBl3O5xXBSthEE0SuamyFRqqGETW2LtzbdowHsn39lY

https://italy.representation.ec.europa.eu/notizie-ed-eventi/notizie/la-commissione-lancia-unambiziosa-strategia-fare-delleuropa-una-potenza-di-start-e-scale-2025-05-28_it

Ultima modifica: Lunedì 29 Dicembre 2025
Lunedì 29 Dicembre 2025

Transizione energetica in Italia e Germania: facciamo il punto

Per il 2050 l’Unione Europea ha fissato un obiettivo climatico particolarmente ambizioso: il raggiungimento della neutralità climatica. La Germania intende anticipare questo traguardo al 2045 e ridurre del 65% le proprie emissioni di gas serra rispetto ai livelli del 1990 entro il 2030. Ad oggi, le emissioni tedesche si sono ridotte del 48,2% rispetto al 1990. L’Italia, invece, punta a una riduzione del 43% delle emissioni entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990; negli ultimi trent’anni la diminuzione complessiva è stata pari al 26%.

Nonostante i significativi progressi compiuti da entrambi i Paesi, il raggiungimento di obiettivi così ambiziosi richiede un forte incremento degli investimenti e una decisa inversione di rotta. Secondo un’analisi condotta da AGICI, per essere pronti al 2050 saranno necessari oltre 1.010 miliardi di euro complessivi. In questa prospettiva, le risorse messe a disposizione dal PNRR e dagli strumenti dell’Unione Europea non risultano sufficienti: entro il 2030 serviranno infatti ulteriori 150–180 miliardi di euro per rispettare il percorso verso la neutralità climatica al 2050.

Secondo un’analisi di Agora Energiewende, in Germania saranno necessari investimenti complessivi pari a circa 1.200 miliardi di euro entro il 2045 per sostenere la transizione energetica, equivalenti a oltre 54 miliardi di euro l’anno e a circa l’11% del PIL. Oltre agli investimenti e alla trasformazione del sistema energetico, l’innovazione ecologica e lo sviluppo di nuovi sistemi di riduzione delle emissioni rappresentano un passaggio fondamentale per il raggiungimento della neutralità climatica.

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana per la Germania)

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Lunedì 29 Dicembre 2025

Elezioni amministrative in Danimarca

Le elezioni amministrative in Danimarca si sono svolte martedì 18 novembre 2025. Il voto ha rinnovato tutti i consigli comunali dei 98 comuni e i consigli delle quattro regioni del Paese per il quadriennio 2026 – 2029. In Danimarca le elezioni locali si tengono regolarmente ogni quattro anni, il terzo martedì di novembre.

In questa tornata elettorale avevano diritto di voto circa 4,8 milioni di persone residenti nel Paese, comprendendo sia cittadini danesi sia residenti stranieri in possesso dei requisiti previsti dalla legge, a partire dall’età minima di 18 anni. L’affluenza è stata relativamente elevata per elezioni di livello locale: ha votato il 69,2% degli aventi diritto, un dato in crescita rispetto alle precedenti amministrative del 2021.

I partiti

Alle elezioni hanno partecipato i principali schieramenti politici danesi. Tra questi:

  • Socialdemocratici (Socialdemokratiet): storico partito di centrosinistra, tradizionalmente dominante nella politica locale. A queste elezioni, però, ha subito perdite significative, soprattutto a Copenaghen, dove ha perso il controllo della capitale dopo oltre un secolo.
  • Venstre – Partito Liberale: formazione liberale di centrodestra, forte in molte aree del Paese. È stato capace di conquistare un numero maggiore di sindaci rispetto ai socialdemocratici.
  • Socialistisk Folkeparti (Sinistra Verde): partito ecologista e di sinistra moderata. Si è rivelato essere protagonista, con buoni risultati a livello locale e vittorie chiave, in particolare a Copenaghen.
  • Alleanza Rosso – Verde/ Enhedslisten: coalizione di sinistra radicale presente in numerose municipalità.
  • Partito Popolare Danese (Dansk Folkeparti): formazione di destra populista con una presenza significativa in alcune zone del Paese.
  • Partito Conservatore (Det Konservative Folkeparti) e Democratici della Danimarca (Danmarksdemokraterne): altri attori rilevanti, soprattutto nelle aree rurali e più conservatrici.

Programmi e temi principali

Le proposte politiche si sono concentrate su questioni locali strettamente intrecciate a temi di rilievo nazionale:

  • Costo della vita e servizi pubblici, con particolare attenzione all’emergenza abitativa, alla sostenibilità della spesa pubblica e alla qualità dei servizi locali.
  • Ambiente e sviluppo urbano sostenibile, ambito nel quale i partiti ecologisti hanno promosso politiche su clima, trasporti e tutela del verde urbano.
  • Integrazione e immigrazione, tema che ha inciso in modo significativo soprattutto nei grandi centri urbani.
  • Bilanci municipali e autonomia locale, con il dibattito sulla gestione delle risorse e sugli investimenti pubblici.

I risultati

Le elezioni hanno segnato una svolta politica di rilievo, in particolare nella capitale. Per la prima volta dopo 122 anni, i socialdemocratici hanno perso il controllo del municipio di Copenaghen, subendo una sconfitta simbolica e politica di grande portata. Il voto ha rappresentato una battuta d’arresto significativa per il Partito Socialdemocratico guidato dalla premier Mette Frederiksen, mettendo in luce una frattura crescente tra la leadership nazionale e una parte dell’elettorato urbano e progressista.

A Copenaghen, il primo partito è risultato l’Alleanza Rosso – Verde (Enhedslisten) con il 22,1% dei voti, seguita dal Partito Popolare Socialista (SF), che ha ottenuto il 17,9%, registrando una forte crescita. Grazie a un accordo tra le forze progressiste, la nuova sindaca è Sisse Marie Welling, 39 anni. I socialdemocratici si sono invece fermati al 12,7%, con un netto calo rispetto al 2021.

A livello nazionale, il Partito Socialdemocratico resta la prima forza con il 23,2%, ma perde circa cinque punti e 19 sindaci. Venstre diventa il partito con il maggior numero di primi cittadini, mentre nelle aree rurali cresce l’estrema destra, in particolare i Democratici danesi.

Secondo analisti e commentatori, la sconfitta socialdemocratica è legata alla svolta politica del governo Frederiksen, percepita come securitaria e restrittiva sull’immigrazione, oltre che distante dalle priorità sociali delle grandi città. A incidere sono stati anche fattori economici e sociali, come l’aumento del costo degli alloggi – con affitti cresciuti di circa il 20% a Copenaghen in un anno – il caro vita, il peggioramento dei servizi pubblici e l’incremento delle spese militari.

Nel complesso, le elezioni amministrative hanno inviato un segnale chiaro: nei grandi centri urbani l’elettorato ha premiato una sinistra più radicale ed ecologista, che punta sull’abbassamento del costo della vita, sull’uguaglianza sociale e su un ambiente verde e sostenibile, mentre è stata punita la deriva a destra dei socialdemocratici. Un risultato che, pur non mettendo immediatamente in discussione il governo nazionale, rappresenta un significativo campanello d’allarme in vista delle prossime elezioni politiche.

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio italiana in Danimarca)

 

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Lunedì 29 Dicembre 2025

Argentina: progetto minerario record richiede l’accesso al RIGI

Il Ministero dell’Economia della Repubblica Argentina ha reso noto che le multinazionali BHP e Lundin Mining hanno formalmente presentato la richiesta di adesione al Régimen de Incentivo a las Grandes Inversiones (RIGI) per il loro progetto minerario denominato Vicuña, situato nella provincia di San Juan. L’iniziativa riguarda lo sviluppo dei giacimenti di rame, oro e argento “Josemaría” e “Filo del Sol”, e costituisce un precedente senza eguali nel contesto degli investimenti esteri nel settore minerario argentino.

Secondo quanto comunicato dal Ministro Luis Caputo, la presentazione al RIGI comporta l’impegno di investimenti accelerati per almeno 2.000 milioni di dollari nei primi due anni successivi all’approvazione del regime, con proiezioni che posizionano l’intero progetto tra i più significativi in termini di capitale estero diretto nella storia del Paese.

Il RIGI è un quadro normativo istituito con l’obiettivo di promuovere grandi investimenti nazionali e internazionali, offrendo vantaggi fiscali, cambiari e ad altri incentivi volti a garantire sicurezza giuridica e prevedibilità alle imprese titolari di progetti di rilevanza strategica per l’economia argentina.  L’ingresso di un progetto di tale portata nel regime rappresenta un segnale rilevante di fiducia da parte di importanti operatori globali, sottolineando il potenziale di sviluppo del settore minerario argentino e la volontà del Paese di consolidarsi come destinazione attrattiva per capitali esteri in attività produttive avanzate.

Ulteriori sviluppi sono attesi nelle prossime settimane, con la presentazione di documentazione tecnica e l’avvio dei processi amministrativi necessari per definire formalmente i termini dell’adesione al RIGI e il piano pluriennale di investimento.

(Contributo editoriale a cura della Cámara de Comercio Italiana de Rosario)

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Venerdì 19 Dicembre 2025

Notizie dai mercati esteri - Corea del Sud

Le esportazioni Sud coreane crescono del 17,3% nei primi 10 giorni di dicembre grazie alle forti vendite di chip

Le esportazioni della Corea del Sud sono aumentate del 17,3% su base annua nei primi 10 giorni di dicembre, sostenute dalla forte domanda globale di semiconduttori e dall’aumento dei giorni lavorativi, secondo i dati diffusi giovedì. Le spedizioni verso l’estero hanno raggiunto i 20,58 miliardi di dollari nel periodo 1–10 dicembre, rispetto ai 17,54 miliardi di dollari registrati un anno prima, secondo i dati del Korea Customs Service. Si tratta del valore più elevato mai registrato per un periodo di 10 giorni.

Le esportazioni giornaliere medie sono cresciute del 3,5% su base annua, raggiungendo i 2,42 miliardi di dollari, ha riferito l’ufficio doganale. Il numero di giorni lavorativi nel periodo è stato di 8,5 giorni, rispetto ai 7,5 giorni dell’anno precedente. Le importazioni sono aumentate dell’8% su base annua, attestandosi a 20,65 miliardi di dollari, determinando un deficit commerciale di 70 milioni di dollari. La forte domanda di semiconduttori ha trainato la crescita complessiva delle esportazioni.

Le spedizioni di chip sono balzate del 45,9% rispetto all’anno precedente, raggiungendo i 5,27 miliardi di dollari. Le esportazioni di semiconduttori hanno rappresentato il 25,6% delle esportazioni totali del Paese nel periodo di 10 giorni, in aumento di 5 punti percentuali rispetto a un anno prima.

Le esportazioni di prodotti petrolchimici sono cresciute del 23,1% su base annua, raggiungendo 1,51 miliardi di dollari, mentre quelle di acciaio sono aumentate dell’1,9%, arrivando a 1,19 miliardi di dollari. Al contrario, le esportazioni di automobili sono diminuite del 5,7% su base annua, attestandosi a 1,36 miliardi di dollari, e le spedizioni di navi sono crollate del 47,7%, scendendo a 567 milioni di dollari.

Per destinazione, le esportazioni verso la Cina, principale partner commerciale della Corea del Sud, sono aumentate del 12,9%, raggiungendo i 4,23 miliardi di dollari. Le esportazioni verso gli Stati Uniti, invece, sono diminuite del 3,2% su base annua, fermandosi a 3,57 miliardi di dollari, a causa delle nuove misure tariffarie introdotte da Washington. Le spedizioni verso il Vietnam sono balzate del 35,8%, raggiungendo i 2,13 miliardi di dollari, mentre quelle verso l’Unione Europea sono aumentate del 2,6%, arrivando a 1,59 miliardi di dollari.

Nel mese di novembre, le esportazioni sono cresciute dell’8,4% rispetto all’anno precedente, raggiungendo i 61,04 miliardi di dollari, il livello più alto mai registrato per un mese di novembre, trainate dalla forte domanda di semiconduttori. Le esportazioni cumulative nel periodo gennaio–novembre hanno raggiunto i 640,2 miliardi di dollari, un record per il periodo considerato, alimentando le aspettative che le esportazioni annuali del Paese superino per la prima volta nella storia la soglia dei 700 miliardi di dollari quest’anno.

SK Innovation completa il più grande parco eolico offshore della Corea realizzato con investimenti privati

SK Innovation E&S ha dichiarato di aver completato la costruzione del Jeonnam Offshore Wind Power Plant 1 — il più grande parco eolico offshore della Corea del Sud realizzato con investimenti privati — segnando un traguardo importante nel percorso del Paese verso la neutralità carbonica.

La cerimonia di completamento si è tenuta in giornata presso il Ramada Plaza Hotel nella contea di Sinan, nella provincia di Jeolla del Sud, alla presenza, tra gli altri, del ministro del Clima, dell’Energia e dell’Ambiente Kim Sung-hwan, del governatore della provincia di Jeolla del Sud Kim Young-rok e dell’amministratore delegato di SK Innovation E&S, Lee Jong-soo.

Avviato nel 2020, il progetto da 96 megawatt è una joint venture tra SK Innovation E&S e Copenhagen Infrastructure Partners (CIP), investitore globale nel settore delle energie rinnovabili. L’impianto è composto da dieci turbine da 9,6 megawatt ciascuna e dovrebbe generare circa 300 gigawattora di elettricità all’anno — sufficienti ad alimentare 90.000 abitazioni — riducendo al contempo le emissioni di carbonio di 240.000 tonnellate annue rispetto alla produzione da carbone.

SK Innovation E&S ha sottolineato il modello di finanziamento del progetto come un importante progresso per il settore. Si tratta del primo progetto di energia rinnovabile in Corea ad adottare il project financing non recourse, in cui i prestiti sono garantiti esclusivamente dai flussi di cassa futuri del progetto e dalla sua fattibilità tecnica, senza garanzie da parte degli azionisti. Secondo l’azienda, questo approccio è destinato ad attirare maggiori capitali privati nel settore delle rinnovabili.

Il completamento dell’impianto rappresenta il primo passo concreto di un piano più ampio per sviluppare, entro il 2035, un cluster eolico offshore da 8,2 gigawatt nella regione. L’iniziativa ha ricevuto un ulteriore impulso ad aprile, quando una sezione da 3,2 gigawatt — che include il parco appena completato — è stata designata come “complesso specializzato per l’energia eolica”, beneficiando di procedure autorizzative accelerate e di un maggiore supporto governativo.

«Il completamento del Jeonnam Offshore Wind Power Plant 1 è un trampolino di lancio per portare l’industria eolica offshore coreana alla fase successiva», ha dichiarato Lee Jong-soo, CEO di SK Innovation E&S. «Continueremo a lavorare per rafforzare l’ecosistema industriale, sostenere l’economia locale e contribuire agli obiettivi nazionali in materia di energie rinnovabili».

SK Innovation E&S e CIP prevedono di completare le valutazioni di impatto ambientale per la seconda e la terza fase del progetto entro la prima metà del prossimo anno. L’inizio dei lavori è previsto per la fine del 2027, con l’obiettivo di espandere il cluster fino a 900 megawatt — una capacità approssimativamente equivalente a quella di un reattore nucleare — entro il 2031.

I produttori coreani di batterie ripensano la strategia in Europa mentre la Cina guadagna terreno

Mentre i colossi cinesi delle batterie affrontano un eccesso di offerta sul mercato interno e crescenti pressioni politiche in Nord America, stanno reindirizzando la loro potenza verso l’Europa — il secondo mercato mondiale dei veicoli elettrici e, sempre più, il principale campo di battaglia per la leadership globale nel settore delle batterie. Grazie a politiche di prezzo aggressive e a una scala produttiva enorme, i fornitori cinesi si stanno espandendo rapidamente attraverso le esportazioni, ancora prima che entrino in funzione i loro impianti chiave in Europa, riducendo lo spazio un tempo saldamente occupato da LG Energy Solution, Samsung SDI e SK On della Corea.

Con l’Europa che si prepara a introdurre controlli più stringenti sulle catene di approvvigionamento cinesi — sebbene ancora molto meno severi rispetto alla stretta di Washington — i produttori coreani di batterie puntano sul fatto che la pressione regolatoria, combinata con strategie di prodotto più specifiche per il mercato europeo, possa rallentare l’avanzata della Cina e aiutarli a difendere le proprie quote di mercato.

CATL ha avviato i lavori del suo stabilimento congiunto con Stellantis in Spagna, mentre il suo sito indipendente in Ungheria è destinato ad avviare la produzione di massa il prossimo anno. Insieme alla sua operazione più piccola in Germania, la capacità europea di CATL è destinata a superare i 160 gigawattora — sufficienti ad alimentare oltre 2 milioni di veicoli elettrici.

La spinta cinese arriva proprio mentre Bruxelles si muove per ridurre la dipendenza dalle catene di approvvigionamento cinesi. Il Net Zero Industry Act dell’UE prevede che almeno il 40% delle batterie del blocco sia prodotto localmente entro il 2030, mentre il Carbon Border Adjustment Mechanism introduce dazi legati alle emissioni di carbonio.

Tuttavia, il vantaggio iniziale acquisito dalle aziende coreane con la costruzione di impianti in Ungheria e Polonia si sta rapidamente erodendo. Secondo SNE Research, la loro quota di mercato complessiva in Europa è crollata dal 60,4% nel 2023 a circa il 30% nel 2025, mentre i fornitori cinesi stanno salendo verso il 60%. La traiettoria è particolarmente preoccupante considerando la posizione strategica di CATL in Ungheria, affiancata dai maggiori costruttori automobilistici europei — Mercedes-Benz, BMW, Stellantis e Volkswagen — molti dei quali sono clienti chiave del trio coreano delle batterie.

L’Europa si sta preparando a rafforzare i controlli sugli investimenti esteri e ad avviare indagini antisovvenzioni rivolte alle aziende cinesi di veicoli elettrici e batterie che hanno beneficiato di un forte sostegno statale. Tuttavia, secondo gli addetti ai lavori, l’impatto potrebbe rivelarsi limitato.

Un esperto di regolamentazione UE ha osservato che le ambizioni di Bruxelles sono già state ridimensionate. «Inizialmente l’UE puntava a regole stringenti sulla divulgazione dell’impronta di carbonio, sulla due diligence e sulla rendicontazione tramite il battery passport. Ma i recenti emendamenti omnibus hanno attenuato alcuni requisiti, creando segnali regolatori contrastanti».

Gli interessi economici stanno divergendo in modo ancora più marcato tra i Paesi membri dell’UE. Stati come l’Ungheria continuano ad attirare investimenti cinesi, complicando qualsiasi tentativo di azione unitaria a livello europeo. «Alla fine, che si tratti dell’Ungheria o della Spagna, prevalgono le priorità economiche e nuovi impianti di batterie sono inevitabili», ha affermato l’esperto. «Anche se l’Europa inasprisse le regole, sarebbe necessario un salto regolatorio ben più ampio per limitare in modo significativo un attore come CATL».           

Kim Tae-hwang, professore di commercio internazionale all’Università Myongji, ha aggiunto che la postura geopolitica europea rimane volutamente ambigua. «L’UE si allinea alle preoccupazioni degli Stati Uniti sulla Cina, ma evita una rottura totale, rendendo improbabile una svolta netta in una direzione o nell’altra. Questo significa che la Cina affronta pressioni, ma non sanzioni sul modello statunitense».

Di fronte a un contesto competitivo sempre più difficile, i produttori coreani di batterie stanno diversificando il proprio mix di prodotti — andando oltre le celle premium ad alta autonomia per includere batterie di fascia media e di massa — e accelerando al contempo il passaggio alla tecnologia al litio ferro fosfato (LFP), una chimica a lungo dominata dai fornitori cinesi.

«In Europa, gli automobilisti tendono a percorrere distanze più brevi e fanno maggiore affidamento sulla ricarica rapida, quindi non hanno necessariamente bisogno di celle ad alto contenuto di nichel», ha affermato una fonte del settore. «I fornitori coreani si sposteranno sempre più dall’alto nichel al medio nichel e, in prospettiva, verso l’LFP, che sta migliorando nelle prestazioni fino ad avvicinarsi a quelle del medio nichel».

Il recente contratto di fornitura da 2.000 miliardi di won (1,4 miliardi di dollari) tra LG Energy Solution e Mercedes-Benz sottolinea questo cambiamento. Sebbene i dettagli sulla chimica non siano stati resi pubblici, fonti del settore prevedono che le batterie saranno celle NCM a medio contenuto di nichel, destinate alla gamma di veicoli elettrici di fascia media della casa automobilistica.

La fonte ha inoltre espresso dubbi sulla realistica fattibilità dei 160 gigawattora di capacità produttiva europea pianificati da CATL, osservando che ciò rischia di replicare il problema di sovracapacità già presente in Cina. Anche nel loro picco del 2023, i fornitori coreani hanno spedito complessivamente in Europa solo alcune decine di gigawattora — un netto contrasto con la scala che la Cina ora punta a costruire sul suolo europeo.

(Contributo editoriale a cura della Italian Chamber of Commerce in Korea)

Ultima modifica: Venerdì 19 Dicembre 2025
Venerdì 19 Dicembre 2025

L’Argentina ufficializza la riduzione dei diritti di esportazione per soia, mais e grano

Il Governo argentino ha ufficializzato una riduzione permanente dei diritti di esportazione applicati a soia, mais, grano e ad altri prodotti agricoli strategici. La misura si inserisce in una più ampia strategia economica volta a rafforzare la competitività del settore agroindustriale, uno dei pilastri dell’economia nazionale e principale fonte di entrate in valuta estera.

La decisione punta a migliorare le condizioni di redditività per i produttori e a incentivare le esportazioni, in un contesto in cui l’agroindustria continua a svolgere un ruolo centrale nelle catene del valore globali. Secondo fonti del settore, la riduzione del carico fiscale rappresenta un segnale positivo per la pianificazione della prossima campagna agricola e per il rilancio degli investimenti lungo tutta la filiera, dalla produzione primaria alla trasformazione industriale.

Per i mercati internazionali e per gli operatori stranieri interessati all’Argentina, il provvedimento conferma l’orientamento del Paese a creare condizioni più favorevoli per il commercio estero e l’integrazione nei flussi agroalimentari globali. In particolare, nelle regioni ad alta vocazione produttiva rafforzando il proprio posizionamento come snodo chiave dell’export agricolo, con potenziali ricadute positive su logistica, servizi e occupazione.

(Contributo editoriale a cura della Cámara de Comercio Italiana de Rosario)

Ultima modifica: Venerdì 19 Dicembre 2025
Venerdì 19 Dicembre 2025

Barcellona punta sugli Stati Uniti per attrarre investimenti: missione ufficiale del Ministro Duch a New York

Il Ministro dell’Unione Europea e Azione Esteriore, Jaume Duch, ha guidato una missione istituzionale a New York per partecipare al vertice “Barcellona–New York: la piattaforma di lancio per la tua espansione europea”, organizzato da Barcelona & Partners, l’agenzia di atrazione investimenti di Barcelona Global. L’incontro, ospitato presso la IESE Business School, ha riunito oltre 70 dirigenti e investitori statunitensi interessati alle opportunità offerte dall’ecosistema innovativo catalano.

Durante l’evento, Duch ha presentato Barcellona e la Catalogna come poli europei di riferimento in innovazione, competitività e sostenibilità, evidenziando l’impegno del governo per consolidare la regione come hub leader a livello europeo. Il ministro ha annunciato una nuova strategia di attrazione degli investimenti esteri che punta a mobilitare 6 miliardi di euro e portare 600 nuovi progetti internazionali entro il 2030, oltre a raggiungere l’obiettivo delle 10.000 filiali straniere presenti sul territorio.

L’incontro ha anche messo in luce il ruolo chiave della collaborazione pubblico-privata tra il Governo della Catalogna, il Comune di Barcellona e Barcelona Global, considerata uno dei fattori determinanti nel forte aumento degli investimenti: nel 2024 la Catalogna ha registrato un record storico con oltre 1 miliardo di euro e 8.000 nuovi posti di lavoro, secondo i dati ACCIÓ. La missione si è conclusa con un gesto simbolico: la proiezione di un video promozionale di Barcellona su Times Square, volto a rafforzare l’immagine della città come metropoli aperta al talento e all’innovazione.

La missione negli Stati Uniti conferma la volontà di Barcellona di attrarre imprese internazionali, offrendo un contesto particolarmente favorevole per chi desidera espandersi nel mercato europeo. Per le aziende straniere, questa rappresenta un’opportunità concreta: Barcellona è oggi uno dei principali hub europei nei settori dell’innovazione, dell’intelligenza artificiale, della sostenibilità e dell’industria digitale, ambiti nei quali molte imprese italiane stanno già investendo. La nuova strategia catalana sugli investimenti esteri crea ulteriori possibilità di sviluppo, favorendo la nascita di joint venture, progetti pilota e una maggiore presenza commerciale per chi mira a crescere all’estero.

Allo stesso tempo, la forte partecipazione di investitori statunitensi evidenzia un ecosistema dinamico e competitivo, ideale per aziende italiane in cerca di partnership internazionali o di capitali per scalare. La Catalogna, inoltre, rappresenta un mercato vicino e culturalmente compatibile, dotato di infrastrutture solide e di un ambiente imprenditoriale avanzato, configurandosi come porta d’ingresso naturale verso la Penisola Iberica.

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana - Barcellona)

Ultima modifica: Venerdì 19 Dicembre 2025
Venerdì 19 Dicembre 2025

Leadership francese, risposta italiana: la mappa delle business school in Europa

L’ultimo European Business School Ranking del Financial Times 2025 delinea in modo piuttosto netto la geografia della formazione manageriale in Europa: la Francia presidia stabilmente il vertice, mentre l’Italia si affida a una singola punta d’eccellenza e a una seconda linea ancora in fase di consolidamento. Nella Top 10 europea compaiono infatti cinque business school francesi, un dato che, più che un risultato episodico, descrive un vero ecosistema. Ai primi posti si collocano INSEAD e HEC Paris, rispettivamente al primo e al secondo posto; seguono ESCP Business School al quarto, ESSEC Business School al settimo ed EDHEC Business School al decimo. In pratica, metà delle prime dieci posizioni è occupata da istituzioni francesi, con una densità che nessun altro Paese europeo è in grado di eguagliare.

Il profilo italiano è differente: SDA Bocconi School of Management si posiziona al sesto posto ed è l’unica scuola italiana a giocare stabilmente nel club delle élite continentali. Dietro di lei, Polimi Graduate School of Management del Politecnico di Milano, intorno alla metà classifica europea, Luiss Business School e Bologna Business School presidiano con solidità la Top 100 ma con un peso complessivo molto inferiore rispetto al blocco francese. La fotografia è chiara: da un lato una filiera articolata di grandes écoles de management che esprime massa critica, dall’altro una configurazione italiana polarizzata, con un picco molto alto e un “secondo livello” ancora distante dai benchmark francesi.

Come funziona davvero il ranking FT

Per comprendere il significato di questo divario occorre guardare alle metriche del ranking. Il Financial Times valuta in modo integrato MBA, Executive MBA, Master in Management ed Executive Education, incrociando indicatori come progressione di carriera e retribuzione dei diplomati, intensità di internazionalizzazione, qualità della faculty, capacità di attrarre talenti globali e livello di interazione con il mondo corporate. Emergono in cima le scuole che possiedono un portafoglio completo di programmi, un posizionamento internazionale forte e una relazione strutturale con le imprese.

Da questo punto di vista, le business school francesi si presentano come piattaforme educative multidimensionali: campus in più Paesi, coorti fortemente internazionali, partnership sistemiche con grandi gruppi industriali e finanziari, una cultura dell’executive education altamente sviluppata, soprattutto sui programmi su misura per le aziende.

Il posizionamento italiano: una star e tre inseguitrici

L’Italia si muove su un terreno diverso. SDA Bocconi rappresenta una punta di eccellenza riconosciuta a livello globale, con MBA ed EMBA di riferimento e una tradizione consolidata nella formazione manageriale executive. Tuttavia, la continuità di sistema si interrompe già al secondo gradino: Polimi Graduate School of Management lavora con successo sull’ibridazione tra ingegneria, tecnologia e management, ma su una scala ancora inferiore rispetto alle principali scuole francesi; Luiss Business School sta rafforzando il proprio profilo internazionale sui temi di economia, policy e governance, ma sconta un ritardo in termini di brand globale e dimensione; Bologna Business School è fortemente radicata nel tessuto imprenditoriale emiliano e nella manifattura avanzata, ma rimane maggiormente focalizzata sul mercato nazionale ed europeo, con un raggio d’azione meno esteso rispetto ai grandi player transnazionali.

In sintesi, l’Italia dispone di una “star” allineata ai top player mondiali e di tre inseguitrici credibili, ma prive, nel complesso, della stessa potenza di fuoco del cluster francese.

Le leve strutturali del vantaggio francese

Le ragioni della leadership francese sono innanzitutto strutturali. La prima riguarda la scala dell’ecosistema: la Francia ha costruito nel tempo una rete di grandi scuole di management altamente selettive, distribuite sul territorio e al tempo stesso fortemente collegate tra loro e con il sistema delle imprese. Questa architettura genera un effetto di competizione-cooperazione che spinge tutte le scuole a investire in innovazione pedagogica, internazionalizzazione e servizi di carriera, ampliando costantemente il bacino di studenti, alumni e partner aziendali. In Italia, al contrario, il numero di business school con forte visibilità internazionale è limitato e la logica di sistema è molto meno esplicita.

La seconda leva è il portafoglio integrato di programmi: le business school francesi presidiano l’intera catena del valore formativo, dal Master in Management pre-experience agli MBA, dagli EMBA ai programmi executive open, fino ai percorsi totalmente customizzati per il top management delle imprese. Questo consente di intercettare bisogni diversi lungo tutta la vita professionale dei manager, di sviluppare relazioni profonde con il mondo corporate e, non da ultimo, di accumulare punteggio su tutti i segmenti considerati dal ranking. In Italia, salvo poche eccezioni, la copertura è più frammentata e meno bilanciata.

Una terza componente riguarda l’internazionalizzazione reale, non solo dichiarata.
Campus multipli in città chiave, programmi interamente in inglese, facoltà internazionali, network di alleanze accademiche e corporate su scala globale rendono le scuole francesi piattaforme autenticamente transnazionali. L’Italia ha avviato percorsi analoghi soprattutto con Bocconi e, in misura crescente, con Polimi e Luiss, ma i volumi complessivi e la visibilità all’estero sono ancora inferiori. A questo si aggiunge un tema di capacità di investimento:
il posizionamento premium delle principali scuole francesi consente politiche di tuition più elevate, la mobilitazione di capitali privati e la creazione di infrastrutture di ricerca, innovazione e placement difficilmente replicabili da istituzioni vincolate da logiche prevalentemente pubbliche o da mercati domestici di dimensioni più ridotte.

La partita italiana: dall’eccellenza al sistema

La domanda rilevante, per l’Italia, non è se competere con la Francia sul terreno delle singole eccellenze partita in cui SDA Bocconi è già protagonista ma come trasformare una somma di buone esperienze in un ecosistema riconoscibile. Il salto di qualità passa dal rafforzamento della “seconda linea” portando sistematicamente Polimi, Luiss e Bologna Business School in una fascia di classifica europea più alta, attraverso un mix di internazionalizzazione aggressiva, sviluppo di programmi executive di nuova generazione, investimenti in ricerca applicata e partnership stabili con le imprese.

In parallelo, il Paese potrebbe capitalizzare in modo molto più strategico i propri asset distintivi: moda, design, agroalimentare, turismo, cultura e manifattura avanzata hanno tutte le caratteristiche per diventare veri laboratori manageriali, capaci di generare offerte formative uniche a livello globale, se integrati in centri e piattaforme condivise tra più scuole.

Verso una nuova mappa europea

In questo scenario, la leadership francese non è un destino irreversibile ma il risultato di scelte coerenti nel tempo. La risposta italiana passa da una strategia che smetta di affidarsi alla sola forza di una singola istituzione e inizi a costruire un “sistema Italia” della formazione manageriale, dove più business school riescano a posizionarsi con continuità nello stesso campionato delle grandes écoles francesi. Solo così la mappa europea delle business school potrà, nel medio periodo, mostrare un equilibrio meno sbilanciato, con la Francia ancora protagonista ma con un’Italia finalmente in grado di giocare un ruolo sistemico e non soltanto di nicchia.

(Contributo editoriale a cura della Chambre de Commerce Italienne Nice, Sophia-Antipolis, Cote d'Azur)

Ultima modifica: Venerdì 19 Dicembre 2025
Venerdì 19 Dicembre 2025

Il vino italiano in Giappone: evoluzione e prospettive

Il legame fra l’Italia e il Giappone nel campo dell’enogastronomia è cresciuto costantemente negli ultimi decenni: il vino italiano, con la sua ricchezza di territori, stili e qualità, ha trovato nel Sol Levante un terreno fertile per affermarsi, inizialmente come aggiornamento di nicchia per pochi appassionati, poi come parte integrante della cultura del vino importato.

Il mercato del vino in Giappone ha visto un aumento notevole negli ultimi anni: l’interesse verso vini d’importazione è cresciuto sensibilmente, spinto da una domanda di qualità e da un apprezzamento crescente soprattutto da parte della generazione più giovane e delle donne.
Il rafforzamento della presenza italiana nel paese è anche frutto di un’azione strutturata: enti e istituzioni italiani hanno promosso la partecipazione a fiere, degustazioni e iniziative volte a far conoscere il vino italiano agli operatori e ai consumatori giapponesi.
E’ così che l’Italia è diventata uno dei principali fornitori di vino in Giappone con una reputazione basata su territorio, tradizione e varietà: non più solo prodotti iconici, ma una gamma diversificata che spazia dai rossi strutturati ai bianchi, dai vini frizzanti agli spumanti.

Nel 2024 il mercato giapponese del vino ha registrato una crescita moderata nei consumi e nelle importazioni, pur con un calo del valore medio dovuto alla pressione sui prezzi. L’Italia, tuttavia, ha continuato a rafforzare la propria presenza, distinguendosi non solo nei vini imbottigliati ma anche nei formati alternativi, come bag-in-box e vino sfuso, in forte aumento. Ciò conferma l’evoluzione del consumatore giapponese verso soluzioni più flessibili e con un buon rapporto qualità-prezzo.

Sul piano globale, il 2024 è stato segnato da una riduzione della produzione e da un clima di incertezza, fattori che rendono ancora più decisivi autenticità, sostenibilità e valorizzazione del territorio. In questo scenario, il Giappone si è confermato come il principale mercato asiatico per il vino italiano, ponendo basi solide per le prospettive dell’anno successivo.

Questo quadro, seppur complesso, crea le premesse per comprendere le dinamiche del 2025, anno che ha presentato segnali contrastanti ma anche nuove opportunità per il vino italiano in Giappone.
Infatti da un lato, a livello globale il settore sta attraversando una fase di assestamento: nel primo semestre 2025 il commercio internazionale del vino ha registrato una flessione sia in valore (-2,3%) sia in volume (-3,7%) rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, riflettendo un contesto di incertezza e riduzione dei consumi.
Dall’altro lato, però, il Giappone mostra una dinamica più resiliente rispetto alla media mondiale. Nel primo semestre 2025 le importazioni di vino nel paese sono infatti aumentate in valore (+2,61% rispetto al 2024), pur registrando un leggero calo dei volumi.
Questo andamento suggerisce un mercato che, pur sensibile ai cambiamenti macroeconomici, continua a riconoscere valore ai prodotti importati, tra cui quelli italiani.

Tuttavia, l’instabilità valutaria, l’inflazione e la pressione sui prezzi medi indicano che per l’Italia non sarà sufficiente puntare esclusivamente sui segmenti premium: sarà necessario adattarsi alle nuove preferenze dei consumatori giapponesi, offrendo qualità, varietà e formati più versatili e accessibili. In un contesto globale di riduzione produttiva e di domanda più selettiva, una strategia efficace per l’Italia potrà fondarsi sulla valorizzazione dell’identità territoriale con denominazioni, tipicità, storia e sostenibilità: elementi sempre più determinanti per un consumo consapevole e per distinguersi in un mercato competitivo come quello giapponese.

L’esperienza del vino italiano in Giappone è un esempio di come un amore per la cultura, per il gusto e per la qualità possa superare distanze geografiche e tradizioni differenti. Da prodotto d’importazione di nicchia, il vino italiano è diventato un simbolo di gusto e di eleganza nel contesto giapponese, e oggi affronta una fase di trasformazione non più fatta solo di bottiglie pregiate, ma anche di formati accessibili, adattati a nuovi stili di consumo, con un occhio attento a rapporto qualità-prezzo e praticità.
Il 2026, pur in uno scenario globale complesso, offre all’Italia concrete opportunità di consolidare la propria presenza in Giappone: la chiave sarà saper unire qualità, varietà, identità territoriale e adattamento alle nuove preferenze del consumatore giapponese.
Un bicchiere di vino diventa così un ponte culturale, un dialogo tra territori e un segno di fiducia tra due mondi lontani ma affini.

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana in Giappone)

Ultima modifica: Venerdì 19 Dicembre 2025