Venerdì 21 Agosto 2026
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Il primo semestre del 2026 chiude in flessione per il venture capital elvetico: secondo lo Swiss Venture Capital Report (SVCR), pubblicato martedì da Startupticker.ch e dall'associazione di investitori Seca, il capitale investito nelle startup svizzere si è fermato a 1,25 miliardi di franchi, con un calo del 15,5% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Il dato più significativo, secondo gli analisti, non è tanto la contrazione del volume quanto la tenuta del numero di operazioni concluse: 123, sostanzialmente in linea con l'anno precedente. È un segnale che interrompe una tendenza al ribasso che durava da alcuni anni, e che suggerisce un mercato che si sta assestando più che contraendo strutturalmente. Dopo la ripresa registrata nella prima metà del 2025, gli importi sono tornati sui livelli medi degli anni precedenti.
A livello settoriale il quadro è disomogeneo. L'hardware tecnologico ha vissuto un semestre da record, con oltre 324 milioni di franchi raccolti (+60% su base annua), mentre le biotech non sono riuscite ad attrarre round di rilievo. Anche sul piano geografico emergono differenze marcate: il canton Vaud si conferma tra i poli più dinamici dell'ecosistema, mentre Zurigo registra risultati ai minimi storici.
Nonostante il calo dei volumi, il report segnala un elemento di ottimismo: interpellati sulle prospettive dei prossimi dodici mesi, gli investitori si sono detti più fiduciosi rispetto a un anno fa. Per gli autori dello studio, questa fiducia potrebbe essere il primo indizio di una ripresa del settore nei prossimi mesi.
La notizia che aumenta le opportunità anche per le startup italiane che indendono valutare, attraverso le operazioni della CCIS, l'internazionalizzazione verso la Svizzera e le operazioni di Open Innovation.
Nemmeno l'uscita della nazionale ai quarti dei Mondiali 2026, battuta dall'Argentina, ha scalfito l'umore degli svizzeri: secondo l'ultimo sondaggio realizzato dall'istituto SOTOMO, l'80% degli svizzeri guarda con fiducia ai prossimi dodici mesi, nonostante il clima di incertezza internazionale. L'indagine ha coinvolto quasi 1.900 persone nella Svizzera tedesca e in quella francese.
La fiducia non è un dato astratto: nasce e si consolida dove le persone possono contare su relazioni solide, vicinanza e stabilità economica. Ed è proprio su questo terreno che emergono le differenze più marcate: gli svizzeri di lingua tedesca risultano più ottimisti di quelli romandi, così come gli over 65 (86% di fiducia) rispetto agli under 50 (76%). Il reddito pesa parecchio: tra chi guadagna meno di 4.000 franchi al mese la fiducia scende al 69%, segno che la sicurezza economica resta il fattore decisivo. Tra uomini e donne, invece, non emergono differenze significative.
A sostenere l'ottimismo sono soprattutto le relazioni personali: amicizia, amore, famiglia e salute vengono citate da circa un intervistato su due come principali fonti di fiducia, e l'81% di chi desidera costruire una famiglia ritiene di poterlo fare o l'ha già fatto. Il primo obiettivo di vita resta però invecchiare in buona salute (77%), mentre circa la metà degli intervistati sogna di viaggiare il mondo. Sul fronte delle preoccupazioni, a pesare di più sono proprio la salute nella terza età (45%) e la tenuta del benessere economico (43%).
Il quadro si inserisce in un momento politicamente significativo: a giugno gli elettori svizzeri, soprattutto nella Svizzera romanda e nelle città, hanno respinto un'iniziativa che avrebbe posto un tetto all'immigrazione, confermando un orientamento aperto verso l'esterno. Nell'ultimo Rapporto mondiale sulla felicità la Svizzera occupa comunque solo il decimo posto, alle spalle di Finlandia, Islanda e Danimarca.
Un segnale di stabilità anche per chi guarda alla Svizzera dall'Italia
Per le imprese e le startup italiane che valutano un percorso di internazionalizzazione verso la Svizzera, questi dati raccontano qualcosa di più di un semplice mood collettivo: descrivono un Paese solido, con un tessuto sociale coeso, un orientamento aperto sui temi dell'immigrazione e dei rapporti con l'estero, e una popolazione che continua a fidarsi del futuro anche in un contesto internazionale complesso. Sono le stesse condizioni — stabilità, fiducia, relazioni di lungo periodo — su cui si costruiscono le partnership commerciali più solide: un contesto favorevole per chi cerca in Svizzera non solo un mercato, ma un partner affidabile nel tempo.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana per la Svizzera)
Il Governo thailandese ha ribadito il proprio impegno a fare del 2026 l'"Anno degli Investimenti", nonostante la riduzione della quota di spesa in conto capitale prevista nel bilancio fiscale 2027. Le autorità hanno sottolineato che gli investimenti complessivi del Paese non subiranno una contrazione, grazie alla mobilitazione di centinaia di miliardi di baht attraverso strumenti alternativi di finanziamento, quali partenariati pubblico-privati (PPP), investimenti delle imprese statali, finanziamenti fuori bilancio e investimenti diretti esteri (FDI).
Intervenendo in occasione del 29° anniversario del National Press Council of Thailand, il Vice Primo Ministro e Ministro delle Finanze, Ekniti Nitithanprapas, ha spiegato che la riduzione della quota destinata agli investimenti nel bilancio non deve essere interpretata come una diminuzione degli investimenti nazionali. Al contrario, il Governo intende fare maggiore affidamento su strumenti finanziari alternativi per accelerare lo sviluppo infrastrutturale, mantenendo al contempo la sostenibilità dei conti pubblici.
Il Ministro ha inoltre illustrato le tre priorità che guideranno il ricorso all'indebitamento pubblico:
Ekniti ha evidenziato come la forte dipendenza del Paese dalle importazioni di petrolio e gas naturale renda la transizione energetica una priorità strategica.
Parallelamente, il Governo prevede di immettere nell'economia circa 270 miliardi di baht attraverso gli investimenti delle imprese statali e di ampliare il ricorso al Thailand Future Fund e ai progetti di Partenariato Pubblico-Privato (PPP) per sostenere lo sviluppo delle infrastrutture.
Sul fronte dell'attrazione degli investimenti esteri, in qualità di Presidente del Board of Investment (BOI), il Ministro ha fissato un obiettivo compreso tra 900 miliardi e 1.000 miliardi di baht di investimenti diretti esteri effettivamente realizzati. Tale risultato sarà favorito dal programma Thailand FastPass, volto ad accelerare l'implementazione dei progetti approvati dal BOI. Nell'ambito dell'iniziativa, le imprese beneficiarie degli incentivi BOI dovranno impegnarsi a realizzare almeno il 20% dell'investimento approvato entro l'anno in corso.
Il Governo sta inoltre promuovendo il programma Skill Bridge, finalizzato a favorire il trasferimento tecnologico e a sviluppare le competenze della forza lavoro thailandese, preparandola alle esigenze delle industrie emergenti e dei settori ad alto valore aggiunto.
Infine, rispondendo alle preoccupazioni relative alla diminuzione della quota di spesa in conto capitale nel bilancio 2027, il Ministro ha chiarito che tale riduzione è principalmente il risultato di un miglioramento nella trasparenza della contabilità pubblica. Alcune spese ricorrenti, precedentemente incluse tra gli investimenti, sono state riclassificate in categorie di bilancio più appropriate. Pertanto, sebbene la percentuale destinata agli investimenti appaia inferiore, ciò non significa che la Thailandia investirà meno, bensì che adotterà un modello di finanziamento più diversificato e sostenibile.
In conclusione, il Governo ha ribadito che la strategia economica del Paese continuerà a puntare sullo sviluppo infrastrutturale, sulla transizione energetica, sulla formazione del capitale umano e sull'attrazione di investimenti esteri come principali motori della crescita economica di lungo periodo.
Thanut Suvarnananda, direttore della National Intelligence Agency e recentemente nominato capo negoziatore del Governo thailandese, ha criticato domenica il BRN per aver diffuso un comunicato durante i colloqui trilaterali svoltisi il 4 luglio a Kuala Lumpur, ai quali partecipavano Thailandia, BRN e Malesia in qualità di facilitatore.
Secondo Thanut, la pubblicazione del comunicato ha interferito con il regolare svolgimento dei negoziati e ha evidenziato divergenze all'interno della leadership del BRN.
Nel comunicato, il BRN ha elogiato il ruolo della Malesia quale facilitatore del processo di pace, ha chiesto un maggiore coinvolgimento dei Paesi occidentali nei negoziati e ha sollevato anche questioni legate alla tutela dell'ambiente e alla gestione delle risorse naturali. Secondo il capo negoziatore thailandese, la richiesta di un più ampio coinvolgimento internazionale sembrerebbe finalizzata a esercitare pressioni sulla Thailandia affinché accolga un numero maggiore delle richieste avanzate dal gruppo. Thanut ha tuttavia ribadito che il Governo thailandese non intende rispondere pubblicamente a tali dichiarazioni, ritenendo che il processo di pace debba proseguire esclusivamente attraverso i canali ufficiali.
L'articolo cita inoltre il quotidiano malese New Straits Times, secondo cui il BRN ha riaffermato il proprio impegno a favore del processo di pace, attribuendo la recente escalation delle violenze non a un rifiuto del dialogo, bensì ai lenti progressi dei negoziati.
Parallelamente, il Segretariato per il Dialogo di Pace del BRN ha dichiarato che gli episodi di violenza nella provincia di Pattani sono il risultato della mancanza di progressi nel conflitto, che si protrae da decenni. Il gruppo ha affermato che, dal 2004, la propria lotta armata è stata diretta contro le forze di sicurezza thailandesi, i gruppi sostenuti dal Governo e i progetti ritenuti dannosi per la comunità musulmana malese di Patani, sostenendo al contempo di operare nel rispetto del diritto internazionale umanitario.
Infine, il BRN ha invitato la popolazione civile a evitare le aree interessate dal conflitto, ha espresso apprezzamento nei confronti della Malesia per il ruolo svolto nel facilitare il dialogo e ha sottolineato che un più ampio sostegno da parte della società civile sarà fondamentale per favorire il progresso del processo di pace.
A partire dal 1° luglio, è diventato effettivo il passaggio al pieno controllo di Marsh sulla propria attività in Thailandia. Dal 6 luglio, la società opererà ufficialmente con la denominazione Marsh Risk (Thailand) Company Limited, come confermato dal Chief Executive di Marsh Thailand, Derek Heng.
Secondo Heng, si tratta di un traguardo storico che rende Marsh il primo broker assicurativo interamente controllato da capitale estero a ottenere la piena proprietà della propria società nel mercato thailandese.
In precedenza, l'azienda operava con il nome Marsh PB Company, attraverso una joint venture tra Marsh e soci thailandesi. L'acquisizione segna la conclusione di una collaborazione avviata 48 anni fa dal fondatore Piya Jittalan, al quale Heng ha riconosciuto un ruolo fondamentale nello sviluppo dell'azienda e nel supporto al management nell'affrontare le peculiarità del mercato locale.
Il CEO ha inoltre sottolineato come questa operazione rappresenti una conferma dell'impegno strategico e di lungo periodo del Gruppo Marsh nei confronti della Thailandia.
L'operazione si inserisce in un più ampio contesto di riforme normative volte a favorire gli investimenti esteri. Lo scorso maggio, infatti, il Consiglio dei Ministri thailandese ha approvato in via preliminare una serie di misure che prevedono l'esenzione di nove categorie di attività economiche dall'obbligo di autorizzazione previsto dal Foreign Business Act. L'iniziativa rientra nella strategia del Governo per ridurre gli oneri burocratici e rendere il Paese più attrattivo per gli investitori internazionali.
L'acquisizione del pieno controllo da parte di Marsh rappresenta quindi uno dei primi esempi concreti degli effetti della progressiva liberalizzazione del quadro normativo thailandese, destinata a favorire una maggiore presenza di imprese a capitale estero nel Paese.
Il Board of Investment (BOI) della Thailandia ha approvato un investimento di 23 miliardi di baht da parte di Nestlé per la realizzazione di un nuovo stabilimento produttivo e centro di distribuzione intelligente nella provincia di Samut Prakan, a sud-est di Bangkok.
Il progetto rientra in un più ampio pacchetto di nove investimenti, per un valore complessivo di 66,3 miliardi di baht (circa 2 miliardi di dollari), con cui il Governo thailandese punta ad attrarre produzioni a maggiore valore aggiunto e a rafforzare le filiere manifatturiere ad alto contenuto tecnologico.
L'impianto, la cui entrata in funzione è prevista per il quarto trimestre del 2028, avrà una capacità produttiva annua di 170.000 tonnellate di caffè solubile Nescafé, miscele di caffè e bevande pronte al consumo.
Uno degli elementi distintivi dell'investimento è la forte integrazione con la filiera agricola locale. Nestlé prevede infatti di acquistare ogni anno materie prime e prodotti agricoli thailandesi per un valore di circa 4,3 miliardi di baht, tra cui caffè, zucchero e latte fresco. Parallelamente, l'azienda investirà nello sviluppo del comparto agricolo attraverso programmi di ricerca su varietà di caffè più resistenti ai cambiamenti climatici, la distribuzione di piantine di alta qualità e attività di formazione rivolte agli agricoltori sulle pratiche di coltivazione sostenibile.
Secondo il Segretario Generale del Board of Investment, Narit Therdsteerasukdi, il progetto contribuirà a rafforzare l'intera catena del valore del settore caffeicolo, dalla produzione agricola alla trasformazione industriale, fino alla logistica e all'export.
Il nuovo stabilimento farà inoltre ampio ricorso a tecnologie avanzate e soluzioni basate sull'Intelligenza Artificiale (AI), con l'obiettivo di trasformare la Thailandia nel principale hub regionale di Nestlé per il caffè destinato ai mercati del Sud-Est asiatico.
L'investimento conferma la fiducia di Nestlé nel mercato thailandese, dove il Gruppo è presente da oltre 130 anni, e rappresenta un ulteriore segnale della crescente attrattività della Thailandia quale destinazione per investimenti industriali ad alto contenuto tecnologico e orientati all'innovazione.
(Contributo editoriale a cura della Thai-Italian Chamber of Commerce)
La crisi climatica rende sempre più urgente la diffusione di modelli economici sostenibili. In questo contesto si inserisce il concetto di economia circolare, un sistema basato sulla rigenerazione delle risorse e sulla riduzione degli sprechi, con l'obiettivo di limitare l'inquinamento e il consumo di materie prime. Tra i principi cardine dell'economia circolare figurano l'impiego di fonti rinnovabili, la progettazione modulare dei prodotti per facilitarne la riparazione, la condivisione di beni e servizi, l'estensione del ciclo di vita dei prodotti e il riciclo dei materiali.
Nell'ambito del Green Deal europeo e dell'obiettivo di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, l'Unione europea ha adottato un Piano d'Azione per l'economia circolare. Il piano punta a trasformare il modello produttivo europeo, promuovendo prodotti più durevoli, riparabili, riutilizzabili e riciclabili, così da ridurre la produzione di rifiuti e il consumo di risorse naturali. Prevede inoltre interventi specifici nei settori a maggiore impatto ambientale, tra cui plastica, tessile, elettronica, imballaggi ed edilizia.
All'interno di questa strategia rientrano anche gli obiettivi di riciclo fissati dall'UE: il target prevedeva il raggiungimento del 55% di riciclo dei rifiuti urbani e del 65% degli imballaggi entro il 2025, con un progressivo aumento al 60% e al 70% rispettivamente entro il 2030 e, per i rifiuti urbani, al 65% entro il 2035. In questo scenario, come si posizionano Italia e Germania?
Secondo i dati pubblicati da Eurostat, l'Italia è tra i Paesi europei più virtuosi nell'economia circolare. Nel 2024 il tasso di utilizzo circolare delle risorse ha raggiunto il 21,6%, oltre 9 punti percentuali sopra la media dell'Unione europea, pari al 12,2%. La Germania si colloca invece al nono posto con un tasso del 14,8%, anch'esso superiore alla media europea, come mostrato nel grafico.
Uno degli aspetti in cui l'Italia continua a mostrare criticità è la forte dipendenza dall'importazione di materie prime, accompagnata da una riduzione ancora limitata del consumo complessivo di risorse.
L'Italia si conferma il leader europeo nel riciclo dei rifiuti. Secondo il Rapporto 2026 del Circular Economy Network, l'85,6% dei rifiuti trattati nel Paese (pari a 137 milioni di tonnellate) viene avviato a riciclo, un dato nettamente superiore alla media europea del 41,2%.
Il confronto con la Germania evidenzia un apparente paradosso. Pur riciclando ogni anno circa 163 milioni di tonnellate di rifiuti, il Paese registra un tasso di riciclo del 44,4%, inferiore a quello italiano, a causa dell'enorme quantità complessiva di rifiuti prodotti, circa il doppio rispetto all'Italia.
Se si analizzano le diverse tipologie di rifiuti, emerge però un quadro differente. La Germania è il leader europeo nel riciclo dei rifiuti urbani, con un tasso del 66,9% nel 2024. L'Italia si attesta al 52,3%, in crescita di due punti percentuali rispetto all'anno precedente.
Anche nel riciclo degli imballaggi entrambi i Paesi registrano risultati molto positivi. L'Italia guida la classifica europea con il 75,6% di imballaggi riciclati, mentre la Germania segue con un ottimo 69,4%.
La sfida dei prossimi anni sarà trasformare questi risultati in un uso sempre più efficiente delle risorse, riducendo la dipendenza dalle materie prime e consolidando il percorso verso un'economia sempre piú circolare, in linea con gli obiettivi UE.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana per la Germania (ITKAM))
A cavallo tra giugno e luglio 2026, lo yen giapponese ha raggiunto 162,4 per dollaro, il livello più basso dagli accordi del Plaza del 1985. Il cambio euro-yen si attestava a 185 il 10 luglio, secondo i dati ufficiali della Banca d'Italia. Non è un dato da lasciare agli analisti: per chiunque venda prodotti in Giappone, riceva pagamenti in yen o stia pianificando la propria presenza nel mercato, questo numero cambia la matematica di base.
Il primo effetto è controintuitivo. Uno yen debole rende i prodotti importati più convenienti per i consumatori giapponesi in termini di valuta locale, ma chi esporta riceve meno euro per ogni yen incassato. Il paradosso si vede con precisione nei dati del mercato del vino: nel primo trimestre 2026 il Giappone ha importato 55,8 milioni di litri, il 6,2% in più rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, ma il valore totale delle importazioni è sceso del 4,3% e il prezzo medio per litro è calato del 9,9%, a 5,80 euro. Più bottiglie vendute, meno ricavi. Il vino italiano segue lo stesso andamento: +2,5% in volume, ma -5,3% in valore nel primo trimestre 2026, secondo i dati ISTAT analizzati da Gambero Rosso. Dal 2020 ad oggi lo yen ha perso il 39% del suo valore rispetto all'euro, e questa svalutazione si è scaricata silenziosamente sui prezzi di importazione.
Il meccanismo è semplice. Quando un distributore giapponese acquista prodotti europei, paga in euro o in dollari. Con uno yen così debole, quella stessa spesa gli costa in yen molto di più rispetto a tre o quattro anni fa. Per tenere i prezzi al consumo accessibili, il distributore ha due opzioni: ridurre il proprio margine oppure chiedere al fornitore europeo di abbassare il prezzo in euro. In entrambi i casi, chi vende sente la pressione. I settori più esposti sono quelli dove la concorrenza è alta e il consumatore giapponese è sensibile al prezzo, come food e beverage di fascia media. Nei segmenti premium la logica cambia: un prodotto posizionato come eccellenza mantiene meglio il prezzo anche in contesti di cambio sfavorevole.
Sul versante del turismo la dinamica si ribalta. Uno yen ai minimi storici rende il Giappone straordinariamente conveniente per i viaggiatori europei, e alimenta i flussi record degli ultimi anni. Un'analisi di Ebury stimava a fine giugno che un viaggiatore italiano in Giappone riesca ad acquistare circa il 13% in più rispetto a quanto potrebbe fare spendendo la stessa cifra nell'Eurozona.
Per i consumatori giapponesi, invece, lo scenario è tutt'altro che favorevole. Il Giappone importa la quasi totalità del proprio fabbisogno energetico e una quota significativa delle materie prime alimentari: uno yen debole si traduce in inflazione importata, aumento del costo della vita e compressione del potere d'acquisto delle famiglie. Tokyo ha tentato di difendere la valuta spendendo 11,7 trilioni di yen, equivalenti a circa 63,3 miliardi di euro, tra aprile e maggio 2026, il maggiore sforzo di intervento valutario mai registrato, ma gli effetti si sono esauriti rapidamente. Secondo l'OCSE, lo yen è oggi più sottovalutato rispetto al dollaro di quanto non sia mai stato per qualsiasi valuta del G10 dagli anni Settanta.
A metà giugno la Banca del Giappone ha alzato il tasso di riferimento all'1%, il livello più alto dal 1995, ma il differenziale con i tassi americani, con i Treasury decennali intorno al 4,5% contro circa il 2,6% giapponese, resta ampio e continua ad alimentare la pressione sulla valuta. La prossima decisione della Banca del Giappone è attesa per il 31 luglio: un ulteriore rialzo dei tassi è considerato da molti analisti la mossa più duratura per frenare la caduta dello yen, ma fino ad allora chi opera con il Giappone deve fare i conti con uno scenario in cui vendere di più non garantisce di incassare di più.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana in Giappone)
In occasione della visita di Stato in Italia del Presidente Lee Jae-myung, lo scorso giugno, Ferrari ha partecipato agli incontri con i principali imprenditori coreani, confermando l'importanza strategica del mercato sudcoreano per lo sviluppo delle proprie attività.
Nel corso della Korea-Italy Business Roundtable del 12 giugno, l'Amministratore Delegato di Ferrari, Benedetto Vigna, ha definito la Corea un mercato di continua ispirazione, proponendo una collaborazione nei settori dell'elettrificazione e della digitalizzazione e indicando il Paese come partner tecnologico e industriale.
Negli ultimi mesi Ferrari ha inoltre rafforzato la propria presenza sul mercato coreano attraverso iniziative dedicate. A gennaio ha presentato a Seoul la 12Cilindri Tailor Made, una versione personalizzata della vettura ispirata a elementi della cultura coreana. A giugno, lo spazio pop-up Casa Ferrari, allestito nel quartiere di Seongsu-dong, ha registrato oltre 2.000 richieste di prenotazione in un'ora. Secondo Ferrari, il 40% dei nuovi clienti nel Paese ha meno di 40 anni, confermando la rilevanza della Corea nella strategia di ampliamento della base clienti del marchio.
Sul fronte industriale, Ferrari collabora con Samsung nello sviluppo di tecnologie per i futuri modelli del marchio. Samsung Display ha infatti sottoscritto nel 2023 un memorandum d'intesa per lo sviluppo di soluzioni display destinate alle future vetture Ferrari, mentre Samsung fornisce i display OLED per la nuova Ferrari Luce.
Anche la partnership con il gruppo Hyosung continua a rafforzarsi. Hyosung è il partner di riferimento di Ferrari in Corea attraverso FMK, concessionaria ufficiale del marchio dal 2015, che ha investito nello sviluppo della rete commerciale e dell'esperienza cliente. Tra il 2014 e il 2025 il fatturato di FMK è cresciuto da circa 22 miliardi a circa 216 miliardi di won, mentre nel 2019 la società è stata nominata miglior concessionaria della rete distributiva globale Ferrari.
Nel 2025 Ferrari e Hyosung hanno inoltre costituito la joint venture Ferrari Korea, consolidando ulteriormente la collaborazione sul mercato sudcoreano.
(Contributo editoriale a cura della Italian Chamber of Commerce in Korea)
L'industria tessile serba sta attraversando una fase di profonda trasformazione, caratterizzata da una forte vocazione all'export, dalla necessità di innovare i processi produttivi e dall'adeguamento ai nuovi standard ambientali europei.
Dopo il ridimensionamento registrato negli ultimi decenni a seguito della transizione economica, dei processi di privatizzazione, della chiusura dei grandi complessi industriali e della crescente concorrenza asiatica, il settore conta oggi circa 1.540 imprese, prevalentemente piccole e medie, con oltre 49.800 addetti.
La produzione è fortemente orientata ai mercati esteri, in particolare all'Unione Europea, attraverso la realizzazione di capi di abbigliamento e prodotti tessili destinati ai principali marchi internazionali. I poli produttivi più dinamici si concentrano oggi nelle aree di Novi Pazar e Vranje, mentre tra i maggiori investitori figurano aziende a capitale italiano, tedesco e turco.
A partire dal 2002 il comparto ha beneficiato degli accordi commerciali con l'Unione Europea, degli incentivi pubblici e degli investimenti diretti esteri. Tra il 2019 e il 2023 gli investimenti esteri netti nei settori tessile, pelle e calzature hanno raggiunto 179,4 milioni di euro, con un picco di 61,5 milioni di euro nel 2021.
Permangono tuttavia alcune criticità strutturali. Gran parte della produzione è infatti basata sul modello "lohn" (Outward Processing Trade), che vede le imprese serbe operare come fornitori per committenti esteri, con una conseguente dipendenza dalla domanda internazionale e margini di redditività contenuti.
Tra le principali sfide del settore figurano inoltre la carenza di manodopera qualificata, l'aumento dei costi dell'energia e del lavoro e la crescente pressione competitiva dei produttori asiatici.
Un ulteriore elemento di trasformazione è rappresentato dall'evoluzione della normativa europea in materia di sostenibilità. Poiché l'Unione Europea costituisce il principale mercato di destinazione delle esportazioni serbe, le imprese saranno chiamate ad adeguarsi ai nuovi requisiti previsti dal Regolamento sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti sostenibili (ESPR) e al Passaporto Digitale del Prodotto (Digital Product Passport - DPP), che diventerà obbligatorio per i prodotti tessili dalla fine del 2027.
Secondo le analisi riportate, il rafforzamento della competitività del comparto passerà attraverso investimenti nella digitalizzazione dei processi produttivi, nella formazione del personale, nello sviluppo di modelli produttivi sostenibili e nella valorizzazione di marchi a maggiore valore aggiunto, sostenuti da politiche pubbliche di incentivo agli investimenti e alle esportazioni.
La Serbia prosegue il percorso di sviluppo del proprio programma per l'energia nucleare, con l'obiettivo di completare entro la metà del prossimo anno la prima fase delle attività previste. Lo ha annunciato la ministra delle Miniere e dell'Energia, Dubravka Đedović Handanović, intervenendo all'apertura di un workshop dedicato al ruolo e alle responsabilità dell'Organismo nazionale per l'attuazione del Programma per l'energia nucleare (NEPIO), svoltosi il 13 luglio a Belgrado.
Secondo il cronoprogramma illustrato dalla ministra, entro il 2032 il Paese punta a disporre delle condizioni istituzionali, normative e tecniche necessarie per individuare la tecnologia più adatta, mentre l'avvio della costruzione del primo impianto nucleare è previsto entro il 2035.
Il programma viene sviluppato in modo graduale e in conformità agli standard dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA). A questo scopo, il Governo ha già definito gli incarichi progettuali per la realizzazione degli studi previsti dalla metodologia dell'AIEA e dall'approccio "Milestones" per lo sviluppo delle infrastrutture nucleari.
Sono attualmente in corso gli studi relativi al quadro normativo, alla tutela dell'ambiente, alla formazione del personale specializzato e alle catene di approvvigionamento, con il supporto dell'AIEA e della società francese EDF.
Lo sviluppo dell'energia nucleare rientra inoltre nel programma "Serbia 2035", che prevede investimenti per circa 3 miliardi di euro.
Nel corso dell'incontro, la ministra ha infine ribadito che la formazione di competenze nazionali e lo sviluppo delle infrastrutture dedicate rappresentano elementi essenziali per sostenere il programma nucleare e rafforzare la sicurezza energetica del Paese.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italo-Serba)
La presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodríguez, ha firmato mercoledì 8 luglio 2026 il regolamento della Legge sugli Idrocarburi, con lo scopo di ottimizzare le operazioni, aggiornare il quadro normativo e dinamizzare gli investimenti nel settore petrolifero e del gas del Paese.
Ha inoltre dettagliato che, per la stesura finale di questo testo, sono state valutate analiticamente 1.389 risoluzioni emanate nell'arco di oltre otto decenni, ottenendo un aggiornamento completo che si adatta alle esigenze giuridiche e alle realtà attuali per dare slancio al progresso della nazione.
Ha poi sottolineato che la vivacità dell'industria fornirà le risorse necessarie per il piano di ripresa e ricostruzione nazionale a seguito del doppio evento sismico dello scorso 24 giugno.
La firma di questa normativa rappresenta un punto importante per l'industria petrolifera del Paese, poiché offre regole chiare, una maggiore sicurezza giuridica e un contesto favorevole alla cooperazione tra lo Stato e i capitali nazionali e internazionali.
Tra i punti chiave di questa nuova fase per il settore petrolifero nazionale vi sono la sicurezza giuridica, l'efficienza operativa, la sostenibilità e lo sviluppo.
Con questo regolamento si punta ad aprire una fase di crescita tecnica e operativa per l'industria cardine del Paese, garantendo lo sfruttamento delle risorse in modo che si traduca «in sovranità e benessere per l'intera nazione».
Si prevede che i dettagli del regolamento recentemente firmato dalla mandataria ad interim del Venezuela siano pubblicati a breve sulla Gazzetta Ufficiale (Gaceta Oficial).
Copertura dell'intera catena del valore
Da parte sua, la ministra degli Idrocarburi, Paula Henao, ha evidenziato il meticoloso lavoro di consultazione e progettazione di questo strumento, che ha permesso di coordinare gli sforzi direttamente con tutti i settori produttivi legati all'attività energetica.
La ministra ha espresso che il nuovo testo legale offrirà un quadro di ordine, sicurezza giuridica e controllo ottimizzato che ne garantirà un'applicazione corretta e trasparente.
«Stiamo coprendo l'intera catena del valore degli idrocarburi, dall'upstream fino alla commercializzazione, oltre ad aprire e gettare le basi per la massimizzazione del recupero di tutte le riserve che abbiamo sul territorio», ha precisato.
ING Groep, uno dei principali finanziatori del commercio di materie prime, sta ricevendo «molte» chiamate da parte di clienti che cercano supporto per accordi legati alle risorse naturali venezuelane, mentre il Paese riattiva le proprie esportazioni dopo anni di sanzioni statunitensi, secondo quanto dichiarato dal suo nuovo direttore del finanziamento delle materie prime per le Americhe.
«Stiamo ricevendo molte richieste da parte degli operatori, quindi le stiamo studiando», ha dichiarato Remko Van de Water in un'intervista. Tuttavia, ING non finanzia ancora operazioni con materie prime nel Paese. «Lo stiamo valutando, ma al momento non rientra nel nostro mandato».
Van de Water ha affermato che ING si posiziona probabilmente tra le prime tre banche del Nord America nel finanziamento del commercio internazionale e che ha piani di crescita, in particolare sostenendo i clienti focalizzati nei settori dei metalli e dell'agricoltura.
A Vitol Group e Trafigura Group si sono unite alcune aziende più piccole per esportare il petrolio venezuelano. Nel frattempo, Mercuria Energy Group ha recentemente siglato accordi per l'acquisto di metalli e materie prime sfuse.
I commercianti dipendono dai finanziamenti per acquistare, vendere, stoccare e spedire merci in tutto il mondo. Tuttavia, le banche si sono mostrate caute nel sostenere i flussi provenienti dal Venezuela, il che significa che le imprese devono utilizzare le proprie risorse finanziarie per il trasporto del carico.
Prima di assumere il suo nuovo incarico, Van de Water ha guidato l'attività metalli e miniere di ING nella regione per oltre 15 anni. Il suo predecessore, Cauê Todeschini, è diventato il direttore globale del finanziamento delle materie prime della banca a marzo.
Quest'anno, diversi fattori, dalla guerra con l'Iran al fenomeno meteorologico di El Niño, hanno provocato volatilità nei prezzi del petrolio, del gas, dei metalli e delle materie prime agricole. Questi sono solitamente i mercati in cui gli operatori prosperano, e tutto indica che i guadagni di alcune delle maggiori aziende si stiano avvicinando a livelli record.
Van de Water ha affermato che il 2026 è stato «senza dubbio uno dei migliori anni» per le società commerciali, ma che è ancora troppo presto per sapere se il settore registrerà profitti record pari a quelli del biennio 2022-2023.
Le case commerciali si sono affrettate a ottenere linee di credito aggiuntive dalle banche quando è scoppiata la guerra tra gli Stati Uniti e l'Iran a febbraio. Alcune di queste linee di credito a breve termine scadranno presto.
Van de Water ha riconosciuto che, dato che i prezzi delle materie prime sono ora generalmente più bassi, alcune aziende non vorranno pagare per un eccesso di capacità di cui non hanno bisogno, indica una nota di Bloomberg.
Il presidente della Camera Veneziana del Commercio Elettronico (Cavecom-e), Richard Ujueta, ha riferito che l'associazione ha avviato un piano per fornire strumenti digitali alle attività commerciali colpite dai terremoti del 24 giugno, con l'obiettivo di accelerare il riavvio delle loro operazioni, in particolare negli stati di La Guaira e Aragua.
Durante un'intervista a Venezolana de Televisión (VTV), Ujueta ha spiegato che la camera si è coordinata fin dai primi giorni dell'emergenza con fornitori tecnologici e aziende di telecomunicazioni per mantenere attiva la connettività dei negozi danneggiati. Inoltre, ha annunciato che questo lunedì prenderà il via un'alleanza con l'Ordine degli Psicologi del Distretto Capitale per offrire supporto psicologico a distanza tramite un call center, oltre a giornate di assistenza in presenza nelle zone colpite.
Il leader sindacale ha indicato che Cavecom-e ha anche sviluppato una piattaforma tecnologica per la gestione dei rifugi e il monitoraggio dello stato delle infrastrutture, uno strumento attualmente utilizzato ad Aragua per monitorare in tempo reale le condizioni degli edifici e supportare il processo decisionale durante l'emergenza.
Ha inoltre riferito che, insieme a Fundacite, si sta lavorando alla creazione di un centro tecnologico a La Guaira per assistere le attività commerciali che hanno perso le proprie strutture. Attraverso il programma Kit Digital Venezuela, gli imprenditori potranno accedere a soluzioni di connettività, piattaforme di e-commerce, sistemi di fatturazione, logistica e punti vendita, con sussidi superiori al 40% e agevolazioni di finanziamento per ridurre i costi di ripresa.
Ujueta ha anticipato che questa settimana inizierà un censimento per determinare il numero di attività colpite. Secondo le stime preliminari dell'associazione, oltre il 70% del commercio di base nella zona costiera di La Guaira è scomparso a causa dei sismi. La raccolta delle informazioni consentirà di installare apparecchiature, fornire consulenza tecnica e coordinare le azioni con le banche, le compagnie assicurative e gli organismi pubblici per sostenere il rilancio economico.
(Contributo editoriale a cura della Cámara de Comercio Venezolano-Italiana)
La fine del conflitto in Medio Oriente cambia lo scenario per il Venezuela; tuttavia, quest'anno i ricavi petroliferi potrebbero raggiungere tra i 24 e i 25 miliardi di dollari, secondo le stime dell'analista Elías Matta.
La fine del conflitto armato tra Stati Uniti e Iran e la riapertura dello Stretto di Hormuz hanno generato una reazione immediata. Questo lunedì il prezzo del petrolio Brent è sceso di circa il 5%, attestandosi intorno agli 83 dollari al barile, il livello più basso dall'inizio delle ostilità alla fine di febbraio.
Per il Venezuela, questo prezzo ha un significato preciso: la fine di un premio straordinario che ha sostenuto i suoi ricavi petroliferi al di sopra di quanto sarebbe stato possibile in normali condizioni di mercato.
«Da marzo a oggi, il Venezuela ha beneficiato di un rincaro del greggio che non è stato il risultato della propria gestione, ma di una guerra che ha chiuso il passaggio al 20% del petrolio mondiale. Il Brent è arrivato a superare i 110 dollari al barile al culmine del conflitto», ha dichiarato Elías Matta, esperto di energia ed ex deputato all'Assemblea Nazionale.
«Il greggio venezuelano, che viene esportato con uno sconto strutturale compreso tra gli 8 e i 12 dollari rispetto al marcatore internazionale a causa della sua natura extra-pesante, ha raggiunto prezzi di realizzo tra gli 80 e gli 85 dollari, quando in condizioni normali non avrebbe superato i 62 o 65 dollari», ha precisato l'esperto.
Secondo la sua analisi, durante i circa 105 giorni di conflitto attivo, il Venezuela ha esportato circa 115 milioni di barili, con un premio straordinario di circa 20 dollari al barile rispetto al prezzo che sarebbe corrisposto senza le tensioni geopolitiche.
Ciò si traduce in entrate aggiuntive stimate tra i 2 e i 2,5 miliardi di dollari che il Paese non avrebbe ricevuto in altre circostanze.
E questo è avvenuto in contemporanea con la maggiore ripresa delle esportazioni degli ultimi sette anni: il Venezuela ha superato il milione di barili al giorno di produzione per la prima volta dal 2019, raggiungendo esportazioni fino a 1,25 milioni di barili giornalieri, secondo i dati confermati dalla stessa Ambasciata degli Stati Uniti a Caracas.
Elías Matta prevede un prezzo medio per il marcatore Brent compreso tra i 76 e gli 80 dollari al barile per la seconda metà dell'anno, il che si tradurrebbe in un prezzo di realizzo per il Merey 16 compreso tra i 66 e i 70 dollari.
Un nuovo scenario: il ritorno dell'Iran
«Ora arriva lo scenario che dovevamo aspettarci prima o poi: la normalizzazione. E bisogna essere chiari con i venezuelani su cosa questo significhi», ha avvertito Matta.
E, di conseguenza, ha aggiunto: «L'Iran ha la capacità di immettere sul mercato più di 3 milioni di barili al giorno che sono rimasti bloccati per mesi. Si tratta di un'offerta aggiuntiva che competerà con il Venezuela sui mercati asiatici.
Ma esiste un mercato in cui il Merey venezuelano non ha una reale concorrenza: le raffinerie della Costa del Golfo del Messico. Tali impianti sono stati progettati e configurati per decenni specificamente per lavorare il greggio pesante venezuelano. Non possono sostituirlo facilmente con il greggio iraniano o saudita. Questo è un vantaggio strutturale che la normalizzazione di Hormuz non cancella», puntualizza Matta.
«Il Merey è una miscela tra il greggio extra-pesante della Fascia dell'Orinoco e i diluenti necessari per renderlo trasportabile. È il principale prodotto di esportazione del Venezuela e, nonostante sia il più economico dell'OPEC, è precisamente quello che genera maggior valore nelle raffinerie complesse del Golfo», spiega l'esperto in materia energetica.
«Queste raffinerie investono in unità di conversione profonda che sono redditizie solo se lavorano greggi pesanti come il Merey. Per questo motivo, la domanda non scompare quando il prezzo del Brent scende», aggiunge Matta.
Un paradosso da comprendere
È su questo punto che Matta introduce una chiave di lettura che va controcorrente rispetto alla narrativa politica abituale: «E qui arriva il paradosso che bisogna capire: la stessa tutela che limita la sovranità venezuelana sui suoi ricavi petroliferi è quella che garantisce il mercato».
«Finché le entrate di PDVSA saranno sotto la supervisione del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti e finché Chevron, Vitol e Trafigura rimarranno gli operatori autorizzati, il petrolio venezuelano avrà l'accesso garantito al mercato nordamericano», spiega l'ex parlamentare.
«È una dipendenza che scontenta politicamente, ma che sostiene economicamente la ripresa del settore», conclude.
L'ex deputato prevede un prezzo medio per il marcatore Brent compreso tra i 76 e gli 80 dollari al barile per la seconda metà dell'anno, il che si tradurrebbe in un prezzo di realizzo per il Merey 16 compreso tra i 66 e i 70 dollari.
Per l'analista Elías Matta, il rischio maggiore per il Venezuela risiede nel debito estero.
Le nuove proiezioni
Con esportazioni sostenute intorno a 1,2 milioni di barili al giorno, il Venezuela potrebbe chiudere l'anno con ricavi petroliferi compresi tra i 24 e i 25 miliardi di dollari, al di sopra dei 22 miliardi previsti dalle Nazioni Unite prima dell'accordo di pace, grazie alle entrate straordinarie di risorse già incamerate nel primo semestre e al maggior volume esportato.
Il rischio è nel debito
«Il vero rischio per il Venezuela non è il calo del prezzo dovuto alla riapertura di Hormuz. È il debito estero che supera i 170 miliardi di dollari in attesa di ristrutturazione», sottolinea l'analista ed ex deputato Elías Matta.
E spiega il perché: «Ogni dollaro aggiuntivo che entra dalle esportazioni petrolifere può diventare un obiettivo per i creditori. Il Venezuela sta ricevendo più denaro, sì; ma la libera disponibilità di queste risorse rimane una questione non risolta», ha concluso Matta.
Le autorità di Venezuela e Italia hanno valutato il lancio di una rotta aerea diretta tra i due Paesi a beneficio delle famiglie italo-venezuelane, nonché per aprire il mercato ai turisti internazionali, secondo quanto riferito martedì dal canale statale Venezolana de Televisión (VTV).
I rappresentanti della compagnia aerea italiana ITA Airways, di proprietà dello Stato italiano e della tedesca Lufthansa, si sono riuniti virtualmente con funzionari del governo venezuelano, dopo che le due nazioni hanno rilanciato le proprie relazioni diplomatiche lo scorso aprile a seguito della liberazione di cittadini del Paese europeo in Venezuela.
Il canale statale venezuelano ha indicato che questo avvicinamento strategico mira a sfruttare la posizione geografica privilegiata della nazione in Sudamerica per attrarre nuovi investimenti, dinamizzare il commercio, potenziare il settore alberghiero locale e rafforzare l'economia delle comunas e dei fornitori di servizi turistici.
All'incontro hanno partecipato rappresentanti della compagnia aerea ITA Airways, oltre alla viceministra del Turismo Nazionale, Nadia Mignogna; l'ambasciatrice del Venezuela in Italia, María Elena Uzzo; il viceministro dei Trasporti Aerei, Sergio Silvio Prato; il presidente dell'Istituto Nazionale di Aeronautica Civile (INAC), Edwing José Reyes; e il rappresentante dell'Aeroporto di Maiquetía, Pedro Saavedra.
Il 10 aprile scorso, la sottosegretaria di Stato agli Affari Esteri italiana, Maria Tripodi, ha incontrato a Roma il viceministro per l'Europa e l'America del Nord, Oliver Blanco, per rilanciare la cooperazione bilaterale dopo la liberazione di cittadini italiani in Venezuela.
Tuttavia, la diplomatica italiana ha ribadito la richiesta del suo governo affinché «vengano liberati altri prigionieri politici italiani e si adottino misure umanitarie per i più vulnerabili», stando a un comunicato del Ministero degli Esteri italiano.
Lo scorso gennaio, Caracas ha dichiarato di aver concordato con Roma l'elevazione delle rispettive missioni diplomatiche al rango di ambasciatori, poiché dal 2019 il massimo rappresentante del Paese europeo in Venezuela era stato un incaricato d'affari.
Il Banco Central de Venezuela (BCV) ha informato questo lunedì che le entrate del Paese a titolo di esportazioni petrolifere hanno raggiunto i 5.491 milioni di dollari durante il primo trimestre dell'anno. La cifra rappresenta un incremento del 21% rispetto allo stesso periodo del 2025, quando l'importo si era attestato a 4.518 milioni di dollari.
Il report statistico del massimo ente finanziario descrive in dettaglio l'andamento dell'attività petrolifera, principale motore economico dell'economia nazionale venezuelana. La variazione al rialzo riflette una maggiore entrata di valuta estera grazie alla commercializzazione del greggio sui mercati internazionali durante i primi tre mesi dell'anno in corso.
Questo incremento di 973 milioni di dollari tra i due periodi coincide con gli sforzi del settore per stabilizzare i livelli di produzione e sfruttare la dinamica dei prezzi internazionali del petrolio.
Il rapporto del BCV, pubblicato sul proprio sito web, costituisce il registro ufficiale della bilancia commerciale e dei flussi di valuta che entrano nel tesoro nazionale attraverso l'attività dell'industria degli idrocarburi.
Il doppio terremoto avvenuto in Venezuela lo scorso 24 giugno ha riconfigurato il mercato immobiliare, cambiando le priorità di chi cerca soluzioni abitative in affitto o in vendita.
Gladys Chacín, direttrice dell'agenzia immobiliare Remax, ha confermato che ora i clienti mettono al primo posto il fatto che gli edifici in cui andranno a vivere rispettino le norme di sicurezza sismica nella loro costruzione; inoltre, preferiscono i piani bassi, al di là del lusso o della comodità.
Un altro aspetto importante evidenziato da Chacín è che gli utenti «stanno tornando a considerare le case (indipendenti) come un investimento», un'opzione che in precedenza era stata messa da parte poiché richiedeva maggiori esborsi per riparazioni e forniture, o a causa di problemi di sicurezza e manutenzione legati a questo tipo di immobili.
«Ma in questo momento la sicurezza che offre una casa fisica è inestimabile, e questo sta facendo cambiare il mercato», ha precisato.
Ha inoltre indicato che altre città del Paese, in cui le persone colpite hanno familiari o amici, assumeranno maggiore rilevanza a causa degli spostamenti di chi decide di stabilirsi in quelle località.
«Si tratterà di una ridistribuzione di queste persone verso l'interno del Paese. In questo senso, farei un appello ai sindaci, ai settori produttivi e ai media economici affinché creino offerte di lavoro per consentire a queste famiglie di ricollocarsi; in questo modo si inizieranno a sviluppare poli differenti in Venezuela, cosa necessaria per alleggerire un po' Caracas e la stessa area metropolitana», ha affermato.
I terreni non perdono valore
Fernando Di Gerónimo, presidente della Cámara Inmobiliaria Metropolitana, ha spiegato che nelle zone maggiormente colpite dal doppio sisma, come La Guaira e Caracas, i terreni sui quali sorgevano gli immobili rimasti devastati non perdono il loro valore.
Ha indicato che gli ordini degli ingegneri stanno già effettuando le ispezioni e che «la proprietà mantiene il suo valore. Se l'immobile si può recuperare e rifare, o se si può ristrutturare, non perde valore», aggiungendo che chi possedeva una proprietà o un appartamento «ha ancora dei diritti su quel bene».
Di Gerónimo ha aggiunto che, una volta eseguite le ispezioni e determinato lo stato reale delle infrastrutture, ci saranno proprietà che si potranno ricostruire o nuovi immobili che potranno essere edificati, ma ha sottolineato che in zone come La Guaira quei «famosi edifici di 15 o 20 piani non si potranno più fare. Si arriverà a un massimo di 4 o 5 piani. Questo sarà stabilito dai servizi di costruzione, dalle ispezioni e dagli ingegneri, perché è regolato da una legge sull'ingegneria».
In questo senso, ha spiegato nell'intervista a Circuito Éxitos che nelle aree colpite si sta utilizzando un sistema di etichette per classificare i danni agli edifici: quella verde per i siti sicuri, quella gialla per le riparazioni moderate e quella rossa che indica la demolizione, avvertendo che in quest'ultimo caso “bisogna rifare la struttura da capo”.
Nelle ultime due settimane il mercato dei cambi venezuelano ha registrato un comportamento insolito: mentre il tasso del dollaro parallelo è diminuito — posizionandosi persino al di sotto del tasso ufficiale dell'euro — includendo anche gli USDT su Binance, il tasso di cambio ufficiale continua ad accelerare, accorciando così il divario valutario (brecha cambiaria).
Gli economisti Aarón Olmos e Luis Crespo sottolineano che questa dinamica risponde alla legge della domanda e dell'offerta a seguito dei terremoti del 24 giugno, in quanto al momento si registra una domanda di bolívares superiore a quella di dollari, principalmente per far fronte alla situazione di contingenza.
Rispetto a una media di 800 bolívares per dollaro e per USDT registrata il 24 giugno sul mercato parallelo, il tasso «è sceso a circa 730 e 750 bolívares per dollaro. C'è una chiara disposizione all'uso dei bolívares per gestire l'emergenza, poiché è molto insolito che una persona paghi forniture, cibo, trasporti o spese mediche in USDT o persino in dollari (in contanti o digitali), data l'effettiva impossibilità oggettiva del mercato in questo momento», ha affermato Aarón Olmos.
Ha spiegato che, al di là dell'emergenza, chi possiede valuta estera in contanti cerca di conservarla. «Il che significa che, in un certo senso, la maggior parte dei bolívares disponibili è stata riversata sul mercato per far fronte alle spese e ai costi legati direttamente all'emergenza stessa».
A ciò si aggiunge il fatto che la Banca Centrale del Venezuela (BCV) sembra aver preso la decisione di deprezzare a «grande velocità» il tasso di cambio ufficiale, passato da 587 a 674 bolívares per dollaro tra il 15 giugno e il 7 luglio, il che rappresenta una svalutazione del 14%, secondo Olmos, che è anche docente presso l'Istituto di Studi Superiori di Amministrazione (IESA).
Da parte sua, l'economista Luis Crespo, docente presso la Scuola di Economia dell'Università Centrale del Venezuela (UCV), ha indicato che dopo i terremoti «si riscontrano livelli di alterazione» nel funzionamento del mercato dei cambi.
«L'indagine lampo condotta da Conindustria evidenzia che solo l'80% delle aziende manifatturiere sta lavorando parzialmente, descrivendo una dinamica operativa non normalizzata. Ciò comporta una contrazione della domanda e dell'offerta di valuta estera sul mercato e, naturalmente, tale calo si esprime nei tassi di cambio dei vari mercati: ufficiale, parallelo e digitale (Binance, USDT)», ha spiegato.
A suo avviso, non si tratta di un «riassestamento» strutturale delle politiche del sistema dei cambi, bensì di una questione congiunturale e temporanea dovuta alle conseguenze del disastro naturale.
Crespo avverte che, se la BCV non apporterà correzioni tramite un programma che reindirizzi la politica economica del Paese, «in cui la politica monetaria e la politica fiscale contribuiscano a migliorare l'equilibrio del mercato valutario, assisteremo a un costante rialzo del tasso di cambio di maggiore o minore entità, a seconda delle aspettative degli operatori economici sul comportamento dell'economia e del mercato».
Aspettative sul mercato dei cambi
Interpellati su cosa prevedere per il futuro del mercato valutario (sia per il tasso ufficiale che per quello parallelo), entrambi gli economisti hanno sottolineato che il mercato continuerà a rispondere al comportamento degli operatori economici.
Aarón Olmos ha rimarcato che al momento il tasso di riferimento per i cambi è l'euro (pubblicato dalla BCV), poiché si attesta al di sopra del tasso parallelo o dell'USDT di Binance.
Al 7 luglio, l'euro si posizionava a 770,68 bolívares, mentre il tasso del dollaro ufficiale raggiungeva i 674,93 bolívares e l'USDT i 760 bolívares. Ciò dimostra che «in fin dei conti, chi fissa i prezzi cerca sempre il tasso di cambio più elevato per trarne il maggior vantaggio possibile. Il tasso ufficiale è quindi nelle mani dell'Esecutivo nazionale, il quale sembra aver preso la decisione discrezionale di deprezzare la moneta a gran velocità proprio in questi giorni di emergenza», ha indicato.
Olmos sostiene che il tasso parallelo continuerà a reagire al ribasso finché si manterrà l'elevata richiesta di bolívares dovuta alla contingenza nazionale.
«Ora inizieranno le riparazioni, i lavori sugli edifici, le ispezioni delle infrastrutture e tutto questo verrà pagato in bolívares; si tratta di fondi che non vengono orientati verso l'acquisto speculativo di valuta estera. Per questo continueremo a vedere un tasso di cambio orientato al ribasso», ha affermato Olmos.
Secondo Luis Crespo, gli annunci di interventi sui cambi, le aste valutarie o i meccanismi definiti dalla BCV per offrire valuta sul mercato sono fondamentali per determinare il comportamento degli operatori.
«L'entità delle valute estere immesse sul mercato valutario non è cosa da poco. Alla fine di maggio si aggirava sui 5,4 miliardi di dollari. Se aggiungiamo la chiusura di giugno, pari a circa 1,7 o 1,8 miliardi di dollari, parleremmo di 7,2 miliardi di dollari. Le prospettive per il mese di luglio sono che questo livello di offerta si mantenga tra gli 1,8 e i 2 miliardi di dollari. In altre parole, tra il primo semestre e l'inizio del secondo semestre dell'anno, sul mercato dei cambi venezuelano sono stati offerti circa 9 miliardi di dollari», ha dettagliato l'economista.
A suo giudizio, se si mantengono queste cifre negli interventi di cambio, si finirebbe quasi per raddoppiare l'offerta del 2025 e superare quella del 2024, considerato uno degli anni in cui il mercato valutario è stato più stabile grazie alla strategia di incremento dell'offerta di valuta estera.
Tuttavia, secondo Crespo, «resta evidente la presenza di problemi strutturali che distorcono il mercato dei cambi», motivo per cui suggerisce di implementare un programma economico globale in grado di rispondere alle grandi criticità del Paese, nonostante il disastro naturale.
(Contributo editoriale a cura della Cámara de Comercio Venezolano-Italiana)
La produzione di pesce sciabola (tahalí), specie che vanta un mercato d'esportazione rivolto principalmente al continente asiatico, ha registrato una crescita del 180% nel corso del 2026.
Il settore della pesca e dell'acquacoltura è cresciuto del 15% durante i primi mesi del 2026, secondo quanto riportato in un comunicato stampa del ministero che gestisce le politiche pubbliche di questo comparto.
Il dato è stato reso noto in occasione dell'insediamento del Comitato di Monitoraggio del Pesce Sciabola (Tahalí) dello stato di Miranda nel settore di Carenero, un'attività presieduta dal titolare del Ministero della Pesca, Juan Carlos Loyo.
Inoltre, la produzione di pesce sciabola — specie destinata a un mercato di esportazione orientato principalmente verso il continente asiatico — è aumentata del 180%, totalizzando 371 tonnellate metriche tra gennaio e aprile.
«La pesca e l'acquacoltura a livello nazionale hanno registrato una crescita generale del 15% durante quest'anno. Nel caso specifico del pesce sciabola... la crescita registrata è del 180%», ha precisato Loyo.
Lo stato di Miranda conta più di 1.200 pescatori e acquacoltori. Nell'asse di Barlovento operano sette consigli che raggruppano circa 500 operatori diretti, i quali stanno preparando le proprie imbarcazioni per l'inizio ufficiale della nuova stagione di cattura questo 15 giugno.
L'attivazione di questo comitato settoriale è il risultato di un processo di ricerca e monitoraggio scientifico delle condizioni biologiche marine che si è protratto per un periodo di 15 mesi, secondo quanto riferito in una nota dell'agenzia di stampa ufficiale AVN.
(Contributo editoriale a cura della Cámara de Comercio Venezolano-Italiana)