Lunedì 12 Gennaio 2026
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L’ultimo European Business School Ranking del Financial Times 2025 delinea in modo piuttosto netto la geografia della formazione manageriale in Europa: la Francia presidia stabilmente il vertice, mentre l’Italia si affida a una singola punta d’eccellenza e a una seconda linea ancora in fase di consolidamento. Nella Top 10 europea compaiono infatti cinque business school francesi, un dato che, più che un risultato episodico, descrive un vero ecosistema. Ai primi posti si collocano INSEAD e HEC Paris, rispettivamente al primo e al secondo posto; seguono ESCP Business School al quarto, ESSEC Business School al settimo ed EDHEC Business School al decimo. In pratica, metà delle prime dieci posizioni è occupata da istituzioni francesi, con una densità che nessun altro Paese europeo è in grado di eguagliare.
Il profilo italiano è differente: SDA Bocconi School of Management si posiziona al sesto posto ed è l’unica scuola italiana a giocare stabilmente nel club delle élite continentali. Dietro di lei, Polimi Graduate School of Management del Politecnico di Milano, intorno alla metà classifica europea, Luiss Business School e Bologna Business School presidiano con solidità la Top 100 ma con un peso complessivo molto inferiore rispetto al blocco francese. La fotografia è chiara: da un lato una filiera articolata di grandes écoles de management che esprime massa critica, dall’altro una configurazione italiana polarizzata, con un picco molto alto e un “secondo livello” ancora distante dai benchmark francesi.
Come funziona davvero il ranking FT
Per comprendere il significato di questo divario occorre guardare alle metriche del ranking. Il Financial Times valuta in modo integrato MBA, Executive MBA, Master in Management ed Executive Education, incrociando indicatori come progressione di carriera e retribuzione dei diplomati, intensità di internazionalizzazione, qualità della faculty, capacità di attrarre talenti globali e livello di interazione con il mondo corporate. Emergono in cima le scuole che possiedono un portafoglio completo di programmi, un posizionamento internazionale forte e una relazione strutturale con le imprese.
Da questo punto di vista, le business school francesi si presentano come piattaforme educative multidimensionali: campus in più Paesi, coorti fortemente internazionali, partnership sistemiche con grandi gruppi industriali e finanziari, una cultura dell’executive education altamente sviluppata, soprattutto sui programmi su misura per le aziende.
Il posizionamento italiano: una star e tre inseguitrici
L’Italia si muove su un terreno diverso. SDA Bocconi rappresenta una punta di eccellenza riconosciuta a livello globale, con MBA ed EMBA di riferimento e una tradizione consolidata nella formazione manageriale executive. Tuttavia, la continuità di sistema si interrompe già al secondo gradino: Polimi Graduate School of Management lavora con successo sull’ibridazione tra ingegneria, tecnologia e management, ma su una scala ancora inferiore rispetto alle principali scuole francesi; Luiss Business School sta rafforzando il proprio profilo internazionale sui temi di economia, policy e governance, ma sconta un ritardo in termini di brand globale e dimensione; Bologna Business School è fortemente radicata nel tessuto imprenditoriale emiliano e nella manifattura avanzata, ma rimane maggiormente focalizzata sul mercato nazionale ed europeo, con un raggio d’azione meno esteso rispetto ai grandi player transnazionali.
In sintesi, l’Italia dispone di una “star” allineata ai top player mondiali e di tre inseguitrici credibili, ma prive, nel complesso, della stessa potenza di fuoco del cluster francese.
Le leve strutturali del vantaggio francese
Le ragioni della leadership francese sono innanzitutto strutturali. La prima riguarda la scala dell’ecosistema: la Francia ha costruito nel tempo una rete di grandi scuole di management altamente selettive, distribuite sul territorio e al tempo stesso fortemente collegate tra loro e con il sistema delle imprese. Questa architettura genera un effetto di competizione-cooperazione che spinge tutte le scuole a investire in innovazione pedagogica, internazionalizzazione e servizi di carriera, ampliando costantemente il bacino di studenti, alumni e partner aziendali. In Italia, al contrario, il numero di business school con forte visibilità internazionale è limitato e la logica di sistema è molto meno esplicita.
La seconda leva è il portafoglio integrato di programmi: le business school francesi presidiano l’intera catena del valore formativo, dal Master in Management pre-experience agli MBA, dagli EMBA ai programmi executive open, fino ai percorsi totalmente customizzati per il top management delle imprese. Questo consente di intercettare bisogni diversi lungo tutta la vita professionale dei manager, di sviluppare relazioni profonde con il mondo corporate e, non da ultimo, di accumulare punteggio su tutti i segmenti considerati dal ranking. In Italia, salvo poche eccezioni, la copertura è più frammentata e meno bilanciata.
Una terza componente riguarda l’internazionalizzazione reale, non solo dichiarata.
Campus multipli in città chiave, programmi interamente in inglese, facoltà internazionali, network di alleanze accademiche e corporate su scala globale rendono le scuole francesi piattaforme autenticamente transnazionali. L’Italia ha avviato percorsi analoghi soprattutto con Bocconi e, in misura crescente, con Polimi e Luiss, ma i volumi complessivi e la visibilità all’estero sono ancora inferiori. A questo si aggiunge un tema di capacità di investimento:
il posizionamento premium delle principali scuole francesi consente politiche di tuition più elevate, la mobilitazione di capitali privati e la creazione di infrastrutture di ricerca, innovazione e placement difficilmente replicabili da istituzioni vincolate da logiche prevalentemente pubbliche o da mercati domestici di dimensioni più ridotte.
La partita italiana: dall’eccellenza al sistema
La domanda rilevante, per l’Italia, non è se competere con la Francia sul terreno delle singole eccellenze partita in cui SDA Bocconi è già protagonista ma come trasformare una somma di buone esperienze in un ecosistema riconoscibile. Il salto di qualità passa dal rafforzamento della “seconda linea” portando sistematicamente Polimi, Luiss e Bologna Business School in una fascia di classifica europea più alta, attraverso un mix di internazionalizzazione aggressiva, sviluppo di programmi executive di nuova generazione, investimenti in ricerca applicata e partnership stabili con le imprese.
In parallelo, il Paese potrebbe capitalizzare in modo molto più strategico i propri asset distintivi: moda, design, agroalimentare, turismo, cultura e manifattura avanzata hanno tutte le caratteristiche per diventare veri laboratori manageriali, capaci di generare offerte formative uniche a livello globale, se integrati in centri e piattaforme condivise tra più scuole.
Verso una nuova mappa europea
In questo scenario, la leadership francese non è un destino irreversibile ma il risultato di scelte coerenti nel tempo. La risposta italiana passa da una strategia che smetta di affidarsi alla sola forza di una singola istituzione e inizi a costruire un “sistema Italia” della formazione manageriale, dove più business school riescano a posizionarsi con continuità nello stesso campionato delle grandes écoles francesi. Solo così la mappa europea delle business school potrà, nel medio periodo, mostrare un equilibrio meno sbilanciato, con la Francia ancora protagonista ma con un’Italia finalmente in grado di giocare un ruolo sistemico e non soltanto di nicchia.
(Contributo editoriale a cura della Chambre de Commerce Italienne Nice, Sophia-Antipolis, Cote d'Azur)
Il legame fra l’Italia e il Giappone nel campo dell’enogastronomia è cresciuto costantemente negli ultimi decenni: il vino italiano, con la sua ricchezza di territori, stili e qualità, ha trovato nel Sol Levante un terreno fertile per affermarsi, inizialmente come aggiornamento di nicchia per pochi appassionati, poi come parte integrante della cultura del vino importato.
Il mercato del vino in Giappone ha visto un aumento notevole negli ultimi anni: l’interesse verso vini d’importazione è cresciuto sensibilmente, spinto da una domanda di qualità e da un apprezzamento crescente soprattutto da parte della generazione più giovane e delle donne.
Il rafforzamento della presenza italiana nel paese è anche frutto di un’azione strutturata: enti e istituzioni italiani hanno promosso la partecipazione a fiere, degustazioni e iniziative volte a far conoscere il vino italiano agli operatori e ai consumatori giapponesi.
E’ così che l’Italia è diventata uno dei principali fornitori di vino in Giappone con una reputazione basata su territorio, tradizione e varietà: non più solo prodotti iconici, ma una gamma diversificata che spazia dai rossi strutturati ai bianchi, dai vini frizzanti agli spumanti.
Nel 2024 il mercato giapponese del vino ha registrato una crescita moderata nei consumi e nelle importazioni, pur con un calo del valore medio dovuto alla pressione sui prezzi. L’Italia, tuttavia, ha continuato a rafforzare la propria presenza, distinguendosi non solo nei vini imbottigliati ma anche nei formati alternativi, come bag-in-box e vino sfuso, in forte aumento. Ciò conferma l’evoluzione del consumatore giapponese verso soluzioni più flessibili e con un buon rapporto qualità-prezzo.
Sul piano globale, il 2024 è stato segnato da una riduzione della produzione e da un clima di incertezza, fattori che rendono ancora più decisivi autenticità, sostenibilità e valorizzazione del territorio. In questo scenario, il Giappone si è confermato come il principale mercato asiatico per il vino italiano, ponendo basi solide per le prospettive dell’anno successivo.
Questo quadro, seppur complesso, crea le premesse per comprendere le dinamiche del 2025, anno che ha presentato segnali contrastanti ma anche nuove opportunità per il vino italiano in Giappone.
Infatti da un lato, a livello globale il settore sta attraversando una fase di assestamento: nel primo semestre 2025 il commercio internazionale del vino ha registrato una flessione sia in valore (-2,3%) sia in volume (-3,7%) rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, riflettendo un contesto di incertezza e riduzione dei consumi.
Dall’altro lato, però, il Giappone mostra una dinamica più resiliente rispetto alla media mondiale. Nel primo semestre 2025 le importazioni di vino nel paese sono infatti aumentate in valore (+2,61% rispetto al 2024), pur registrando un leggero calo dei volumi.
Questo andamento suggerisce un mercato che, pur sensibile ai cambiamenti macroeconomici, continua a riconoscere valore ai prodotti importati, tra cui quelli italiani.
Tuttavia, l’instabilità valutaria, l’inflazione e la pressione sui prezzi medi indicano che per l’Italia non sarà sufficiente puntare esclusivamente sui segmenti premium: sarà necessario adattarsi alle nuove preferenze dei consumatori giapponesi, offrendo qualità, varietà e formati più versatili e accessibili. In un contesto globale di riduzione produttiva e di domanda più selettiva, una strategia efficace per l’Italia potrà fondarsi sulla valorizzazione dell’identità territoriale con denominazioni, tipicità, storia e sostenibilità: elementi sempre più determinanti per un consumo consapevole e per distinguersi in un mercato competitivo come quello giapponese.
L’esperienza del vino italiano in Giappone è un esempio di come un amore per la cultura, per il gusto e per la qualità possa superare distanze geografiche e tradizioni differenti. Da prodotto d’importazione di nicchia, il vino italiano è diventato un simbolo di gusto e di eleganza nel contesto giapponese, e oggi affronta una fase di trasformazione non più fatta solo di bottiglie pregiate, ma anche di formati accessibili, adattati a nuovi stili di consumo, con un occhio attento a rapporto qualità-prezzo e praticità.
Il 2026, pur in uno scenario globale complesso, offre all’Italia concrete opportunità di consolidare la propria presenza in Giappone: la chiave sarà saper unire qualità, varietà, identità territoriale e adattamento alle nuove preferenze del consumatore giapponese.
Un bicchiere di vino diventa così un ponte culturale, un dialogo tra territori e un segno di fiducia tra due mondi lontani ma affini.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana in Giappone)
Il Rio de Janeiro sta consolidando una posizione di rilievo sulla mappa industriale del Brasile, grazie a un potenziale di investimenti nel settore della petrochemica e dei fertilizzanti che, secondo la quarta edizione dello studio “Petroquímica e Fertilizantes no Rio de Janeiro 2025” pubblicato dalla Firjan SENAI SESI, potrebbe superare i 25 miliardi di reais entro il 2030. Realizzato con il contributo di istituzioni chiave quali Petrobras, Braskem, BNDES, Porto do Açu, ICONIC, il Ministero dell’Agricoltura e l’Embrapa, il rapporto pone l’accento sul ruolo centrale dello stato come hub per la reindustrializzazione e per la sicurezza energetica e alimentare del paese.
Il principale elemento competitivo, sottolinea l’indagine, è l’espansione dell’uso del gas naturale estratto dal pre-sal, la cui capacità di esporto è stata potenziata dal gasdotto Rota 3 e dall’Unità di Processo di Gas Naturale (UPGN) nel Complesso di Energie Boaventura a Itaboraí. Questo approvvigionamento energetico robusto non solo rafforza la base della petrochemica esistente, ma motiva nuovi progetti di fertilizzanti integrati alla catena produttiva. Tra i progetti di maggiore impatto figura Trasforma Rio di Braskem, un investimento di circa R$ 4,3 miliardi per la costruzione di un nuovo “cracker” per l’etano e l’espansione della produzione di polietilene a Duque de Caxias, con un aumento di capacità di 230 mila tonnellate all’anno e la creazione di migliaia di posti di lavoro nella fase di costruzione.
Petrobras, nel medesimo contesto, conferma un ruolo significativo con un piano di investimenti di 15,8 miliardi di dollari nel segmento raffinazione, trasporto e commercializzazione per il quinquennio 2026–2030, mantenendo una quota rilevante delle risorse totali destinate allo stato del Rio de Janeiro. Ulteriori investimenti tecnologici in progetti come il Craqueamento Catalítico Fluido (FCC) dimostrano l’impegno della compagnia petrolifera nell’innovazione e nella decarbonizzazione nei processi industriali.
La dimensione dei fertilizzanti emerge come un capitolo cruciale della transizione verso maggiore autonomia produttiva nazionale. Il rapporto evidenzia la forte dipendenza del Brasile dalle importazioni, con oltre l’85% della domanda soddisfatta dall’estero e la totale importazione di ureia, esponendo il settore agricolo a rischi geopolitici e alla volatilità dei cambi. Il Piano Nazionale dei Fertilizzanti mira a ridurre tale dipendenza al 45–50% entro il 2050, e il Rio de Janeiro si propone come nodo strategico con iniziative logistiche e produttive come l’unità di fertilizzanti nitrogenati al Porto do Açu, con capacità produttiva prevista di oltre un milione di tonnellate annue di ureia e ammoniaca, e la prospettiva di un’ulteriore fabbrica a Macaé.
Accanto alle produzioni tradizionali, prendono forma progetti orientati alla sostenibilità, tra cui la produzione di fertilizzanti a basso tenore di carbonio come l’ammoniaca verde, ottenuta tramite elettrolisi dell’acqua, e l’istituzione di un Centro di Eccellenza in Fertilizzanti e Nutrizione delle Piante presso il Parco Tecnologico dell’Università Federale di Rio de Janeiro, destinato a fungere da ponte tra ricerca, industria e agricoltura.
Infine, per la prima volta lo studio include l’analisi del mercato dei lubrificanti, in crescita nel 2025 e rilevante per la transizione energetica, oltre a evidenziare il ruolo delle linee di finanziamento del BNDES per sostenere progetti di decarbonizzazione e innovazione tecnologica nel settore.
Fonte: Firjan
(Contenuto editoriale a cura della Camera Italo-Brasiliana di Commercio e Industria di Rio de Janeiro)
Sulla mappa del cinema mondiale, la Costa Azzurra fa pensare subito a Cannes, al tappeto rosso e alle salite delle scale. Eppure, quando si parla di cinema italiano, è Nizza a prendersi il primo piano. Ogni primavera la città si trasforma in un vero hub franco-italiano grazie alle Giornate del Cinema Italiano organizzate all’”Espace Magnan”. Un appuntamento discreto nella forma ma densissimo nei contenuti, che nel tempo ha imposto Nizza come capitale del cinema italiano sulla Costa Azzurra.
Un festival radicato nel quotidiano nizzardo
Le Giornate del Cinema Italiano non sono più il “piccolo evento culturale” che si scopre per caso. Fanno ormai parte del paesaggio. Da oltre trent’anni l’Espace Magnan dedica una quindicina di giorni a una programmazione interamente centrata sul cinema proveniente dalla penisola. In questo periodo la sala si mette all’ora di Roma, Napoli, Torino o Palermo: fiction sociali, commedie amare, opere prime, documentari, film passati da Venezia o Berlino ma ancora inediti in Francia.
La linea editoriale è chiara: offrire al pubblico della Costa Azzurra un panorama esigente del cinema italiano contemporaneo, spesso in anteprima, con un’attenzione particolare ai nuovi autori e ai temi sociali. Siamo lontani dalla cartolina immobile della Dolce Vita. Sullo schermo l’Italia appare come un Paese attraversato da tensioni attualissime: ricomposizione delle famiglie, fratture Nord/Sud, precarietà giovanile, trasformazioni del lavoro, questioni di genere.
Nizza quindi non si limita ad “ospitare film italiani”. La città diventa piattaforma di lancio verso il pubblico francese del litorale, da Marsiglia al confine, con uno zoccolo duro di spettatori che segue il festival di edizione in edizione.
Un ponte educativo franco-italiano
Una parte essenziale del dispositivo si gioca al mattino, con le proiezioni scolastiche. L’Académie de Nice si appoggia al festival per proporre a classi di scuole medie e licei un’immersione nel cinema italiano in versione originale sottotitolata. I film sono scelti in funzione dei livelli, i dossier pedagogici circolano in anticipo e le proiezioni proseguono con momenti di confronto in sala.
Per i docenti di italiano queste sessioni sono uno strumento molto concreto: gli studenti ascoltano la lingua, percepiscono gli accenti, il ritmo reale dei dialoghi. Per gli insegnanti di storia-geografia, scienze sociali o lettere, questi film diventano casi di studio sull’Europa del Sud, sulle dinamiche sociali italiane, sulle migrazioni o sulle trasformazioni urbane. Si passa da un’Italia astratta nei manuali a un’Italia filmata, discussa, talvolta anche messa in discussione.
Al di là della scuola, il festival guarda anche alle famiglie. Alcune proiezioni sono pensate per i più giovani, con film d’animazione o fiction accessibili, e questo permette di introdurre molto presto un contatto naturale con la lingua e la cultura italiane.
Una diplomazia culturale a misura d’uomo
Le Giornate del Cinema Italiano funzionano anche come un vero e proprio motore di diplomazia culturale. Le istituzioni italiane presenti in Francia, in particolare il consolato generale e le reti culturali, trovano in questo festival un canale efficace per valorizzare la produzione contemporanea, ben oltre i grandi classici già noti al pubblico francese.
Dal lato nizzardo, gli attori culturali dispongono di uno strumento solido per affermare l’identità mediterranea ed europea del territorio. La vicinanza storica con l’Italia non resta uno slogan: si traduce in una programmazione mirata, in incontri con registi, in dibattiti con le troupe, in serate dove si incrociano professionisti italiani, programmatori francesi, associazioni franco-italiane e cinefili.
Anno dopo anno, questo lavoro costruisce un ecosistema franco-italiano stabile: registi e registe italiani vengono a presentare le proprie opere, i programmatori individuano nuovi titoli per altre sale, gli insegnanti mettono in piedi progetti didattici ricorrenti attorno al festival. L’amicizia franco-italiana, spesso evocata a livello dei capi di Stato, qui prende forma in modo molto semplice: in una sala, davanti a uno schermo, lasciando risuonare la lingua italiana a Nizza.
Nizza, palcoscenico principale del cinema italiano sulla Costa Azzurra
Per la sua lunga storia, la coerenza della programmazione, il lavoro con il pubblico giovane e la rete di partner, il festival nizzardo si è imposto come riferimento sulla Costa Azzurra per il cinema italiano. Lungo il litorale non esiste un altro appuntamento che concentri un numero simile di film, ospiti e incontri dedicati alla creazione italiana contemporanea.
Parlare di «Nizza, capitale del cinema italiano sulla Costa Azzurra» non è quindi un semplice effetto retorico. È lo specchio di una realtà: un evento ben identificato nell’agenda culturale locale, un supporto di lavoro per gli istituti scolastici, un legame vivo tra due Paesi che condividono un tratto di Mediterraneo, ma anche un immaginario comune e, ormai, storie di cinema vissute insieme.
(Contributo editoriale a cura della Chambre de Commerce Italienne Nice, Sophia-Antipolis, Cote d'Azur)
In un paese dove il 29,3% della popolazione ha superato i 65 anni, il termine "anziano" ha assunto un significato completamente diverso. Il Giappone non sta solo invecchiando, sta ridefinendo cosa significa essere senior nel XXI secolo, trasformando quella che molti considerano una crisi demografica in un'opportunità economica da 100 trilioni di yen all'anno. Benvenuti nel "silver market", il mercato più dinamico e sorprendente del Giappone contemporaneo.
I numeri parlano chiaro: le famiglie giapponesi non lavoratrici di anziani spendono in media 254.453 yen al mese, con un aumento dell'1,1% su base annua. Ma ciò che rende davvero speciale questo mercato non è solo il potere d'acquisto, è l'atteggiamento. Secondo tre decenni di ricerca dell'Hakuhodo Institute of Life and Living, gli individui tra i 60 e i 74 anni sono più energici, avventurosi e attivi che mai. Nonostante un'età media di 67 anni, si sentono come se ne avessero 53. Questa percezione non è solo psicologica: si traduce in scelte di consumo, viaggi, hobby e una volontà di spendere che contrasta nettamente con le generazioni più giovani, più caute e risparmiatrici.
Le aziende giapponesi hanno colto questa opportunità con creatività sorprendente. La catena Aeon, per esempio, ha già oltre una dozzina di centri commerciali che aprono alle sette del mattino, completi di palestre, librerie, caffè e corsi di ginnastica. L'obiettivo è chiaro: creare spazi dove gli anziani possano socializzare, fare esercizio e, naturalmente, fare acquisti. Il centro commerciale Aeon Kasaï a Tokyo ha persino installato una pista da passeggiata di 180 metri al coperto, permettendo agli anziani di camminare anche quando piove o nevica. I risultati? Un aumento del 10% del traffico pedonale rispetto all'anno precedente, trainato principalmente dai senior. Il grande magazzino Keio ha completamente ridisegnato i suoi spazi per clienti sopra i 50 anni, che rappresentano il 70% delle vendite, riorganizzando i reparti abbigliamento per articolo invece che per marca, facilitando la scelta per prezzo, taglia e colore.
Ma la vera rivoluzione è digitale. Contrariamente agli stereotipi, molti senior giapponesi sono tecnologicamente alfabetizzati. La piattaforma Rakuma di Rakuten ha visto un'espansione di trenta volte tra gli utenti dai 60 ai 90 anni tra il 2016 e il 2018. Oltre la metà delle persone sui sessant'anni possiede uno smartphone, e il 30% dei settantenni. Il governo e le aziende private stanno investendo massicciamente per colmare il divario digitale: il distretto di Shibuya a Tokyo ha fornito gratuitamente 3.000 smartphone agli anziani, coprendo anche i costi delle chiamate e dei dati. Fujitsu ha sviluppato il modello RakuRaku con schermi più grandi, pulsanti più chiari e operazioni semplificate. L'obiettivo non è solo tecnologico, è sociale: combattere l'isolamento, una piaga silenziosa che in Giappone ha persino un nome, kodokushi (morte solitaria).
Il settore fitness ha seguito l'esempio: il 40% dei membri di Central Sports ha oltre sessant'anni, con Renaissance al 32,5%. Gli anziani giapponesi spendono più di qualsiasi altra fascia d'età per accedere alle strutture sportive. Catene come Curves e Renaissance offrono classi specifiche focalizzate sui movimenti funzionali, palestre trasformate in centri sociali dove gli anziani trascorrono ore non solo allenandosi, ma socializzando. Persino i prodotti alimentari si sono adattati: supermercati come quelli di Aeon offrono pasti preparati meno salati e grassi, con porzioni adeguate. Il concetto di "toromi" (morbidezza) ha portato DuPont e altre aziende a sviluppare additivi per rendere i cibi più facili da deglutire, prevenendo l'aspirazione accidentale.
Il Giappone sta dimostrando che invecchiare non significa ritirarsi dall'economia, ma ridefinirla. Con una popolazione senior destinata a rappresentare un terzo del totale entro il 2035, il silver market non è un fenomeno temporaneo: è il futuro. E il mondo, che sta invecchiando rapidamente, osserva con attenzione.
oncede molta autonomia ai singoli negozi". Ma non sono solo i turisti a riempire i carrelli di Donki: sempre più giapponesi frequentano i discount per risparmiare su shampoo, prodotti elettronici e beni di prima necessità.
Il panorama retail giapponese sta assistendo a una rivoluzione silenziosa. Trial Holdings, fino a poco tempo fa un discount regionale del Kyushu, ha acquisito Seiyu (ex Walmart Japan) per 380 miliardi di yen nel marzo 2025, creando un colosso con vendite annuali di 1,2 trilioni di yen e 585 negozi. Questa mossa ha mandato un segnale chiaro: l'era del discount low-cost è appena iniziata. Anche catene tradizionali come Aeon stanno riposizionandosi, offrendo prodotti meno salati e grassi a prezzi competitivi per attrarre consumatori sempre più attenti al portafoglio.
Eppure c'è un paradosso in questa storia: i lavoratori giapponesi hanno ottenuto nel 2025 l'aumento salariale più alto degli ultimi 34 anni, con una crescita media del 5,25%. Il salario minimo nazionale è salito a 1.118 yen l'ora, con aumenti record di 63 yen, e per la prima volta tutte le 47 prefetture superano i 1.000 yen l'ora. Tokyo ha raggiunto i 1.226 yen, segnando un momento storico. Ma questi aumenti salariali, pur significativi sulla carta, non riescono a tenere il passo con l'inflazione reale percepita dalle famiglie.
Le spese delle famiglie sono aumentate dell'1,8% a settembre 2025 rispetto all'anno precedente, ma la spesa reale aggiustata per l'inflazione è diminuita dello 0,4%. Gli economisti osservano che la spesa privata sta crescendo lentamente nel 2025, mentre l'inflazione sta polarizzando le abitudini: i giapponesi si concedono occasionalmente articoli di lusso, ma sono sempre più parsimoniosi sugli acquisti quotidiani. Questo comportamento "aggressivo e difensivo" insieme, come lo definisce Yuka Kondo del Hakuhodo Institute of Life and Living, sta ridefinendo il retail giapponese. Viaggi e risparmi rimangono le priorità principali, mentre per tutto il resto si va da Don Quijote.
Dopo trent'anni di deflazione, il Giappone sta imparando a convivere con l'inflazione. E la lezione principale è questa: quando i prezzi salgono, il consumatore giapponese non smette di comprare, ma compra in modo più intelligente. Benvenuti nell'era del low-cost giapponese.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana in Giappone)
Lo Stato di Santa Catarina si distingue nel panorama economico brasiliano per gli eccellenti indici di crescita, soprattutto nei settori dell’industria, dell’agribusiness, della tecnologia, del commercio e dei servizi, oltre che nella costruzione civile.
L’industria è un punto di riferimento nel comparto della trasformazione e rappresenta circa il 27% del PIL di Santa Catarina, con particolare rilievo nei segmenti di metallurgia e plastica, ceramica e costruzioni, tessile ed abbigliamento.
Agribusiness - Santa Catarina è attualmente il maggiore produttore di carne suina del Brasile, oltre a essere un importante produttore di pollo, soia e latte. Le principali aziende brasiliane del settore alimentare e della trasformazione, Sadia e Perdigão, hanno le loro basi produttive nello Stato.
Tecnologia ed innovazione – Il settore tecnologico genera numerosi posti di lavoro qualificati e movimenta oltre 20 miliardi di reais all’anno. La città di Florianópolis è riconosciuta come la “Silicon Valley brasiliana” e ospita aziende di software e startup. Anche altre città del territorio, come Joinville, Blumenau e Chapecó, si consolidano come importanti poli di innovazione.
Energia rinnovabile – Si tratta di un settore in forte espansione nello Stato, che registra un significativo aumento degli investimenti in energia solare ed eolica, oltre all’installazione di impianti fotovoltaici residenziali e industriali.
Nelle regioni metropolitane e nelle città costiere, si osserva inoltre una crescita del settore delle costruzioni e del mercato immobiliare, aumentato di circa il 7%, spinto dal miglioramento della redditività media e dall’interesse per nuovi complessi residenziali e commerciali.
Considerando il dinamismo economico di Santa Catarina, le previsioni per il 2026 indicano che il PIL continuerà a mantenersi al di sopra della media brasiliana.
Questo contesto posiziona Santa Catarina come un punto di riferimento in materia di innovazione, qualità della vita e sostenibilità, rappresentando quindi un ambiente molto favorevole per gli investimenti delle PMI italiane in una molteplicità di settori.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio e Industria Italiana di Santa Catarina)
Negli ultimi decenni la Polonia si è affermata come una delle economie più dinamiche e solide d’Europa. Tra il 1990 e il 2019 ha registrato la crescita più alta dell’intera area OCSE e oggi è la sesta economia dell’Unione Europea in termini di PIL. Con un bacino annuale di quasi 300.000 laureati, un livello molto alto di conoscenza della lingua inglese e una posizione geografica che la colloca al crocevia tra Est e Ovest, il Paese è diventato un hub strategico per gli investimenti internazionali.
La sua attrattività non si limita al business: la Polonia vanta 17 siti UNESCO, città riconosciute a livello globale come Wrocław, Cracovia e Danzica, ed è segnalata da Lonely Planet tra le dieci mete da visitare. Varsavia figura nella Top 20 delle città più vegan-friendly al mondo e, secondo fDi Intelligence, è quarta tra le “European Cities of the Future 2024” per vivacità e competitività economica.
Un settore aerospaziale con oltre un secolo di storia
L’aerospazio polacco è un settore strategico con più di 100 anni di tradizione e 80 anni di produzione aeronautica. Le imprese locali sono specializzate nella progettazione e manutenzione di velivoli sportivi, agricoli e da addestramento, elicotteri, alianti e componentistica aeronautica.
Dal 2014 è attiva la Polish Space Agency (POLSA), che collega ricerca e industria e supporta l’accesso ai fondi dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA). Solo nel comparto spaziale, oggi operano oltre 450 aziende e istituti di ricerca, con 15.000 addetti. Sul versante aeronautico, la sola Aviation Valley di Rzeszów riunisce 193 imprese e 35.000 dipendenti, concentrando il 90% della produzione nazionale.
Le esportazioni confermano la solidità del comparto: nel 2023 la Polonia ha superato 1,7 miliardi di euro di export in “aeromobili, veicoli spaziali e parti”, con una proiezione che tocca 1,85 miliardi di euro nel 2024.
Innovazione e grandi programmi internazionali
Le aziende polacche sono ormai parte attiva delle principali commesse europee: oltre la metà delle circa 300 imprese del settore partecipa ai bandi ESA, consolidando la reputazione internazionale del Paese.
Tra i progetti più significativi troviamo la missione JUICE dell’ESA (lanciata nell’aprile 2023, con arrivo previsto su Giove nel 2031), alla quale contribuiscono diversi attori polacchi, e IGNIS, la prima missione tecnologico-scientifica polacca verso la ISS, prevista per il 2025, che condurrà esperimenti in microgravità su salute degli astronauti, microbioma, nuovi materiali e intelligenza artificiale.
Sul fronte difesa, la storica PZL Mielec ha consegnato nel marzo 2023 le prime due strutture per l’F-16 Block 70/72, rafforzando la posizione della Polonia come player centrale nelle filiere europee e regionali della sicurezza.
Ecosistema e supporto istituzionale
La competitività del settore è sostenuta da quattro cluster aerospaziali principali, che favoriscono cooperazione, innovazione e accesso a fondi UE:
Al fianco delle imprese operano istituzioni di rilievo: la già citata POLSA, la Polish Air Navigation Services Agency e il Centro di Ricerca Spaziale dell’Accademia Polacca delle Scienze (CBK PAN), attivo in fisica e geodinamica. Inoltre, l’Istituto di Aviazione della Rete Łukasiewicz, operativo dal 1926 e partner di Boeing, GE, Airbus e Pratt & Whitney, rappresenta una delle infrastrutture di ricerca più moderne d’Europa.
Quali opportunità per le imprese italiane?
Il quadro che emerge è chiaro: la Polonia si posiziona come nuovo polo europeo dell’aerospazio, con una filiera strutturata e proiettata sui mercati internazionali. Per le aziende italiane, ciò significa la possibilità di:
Un punto di incontro strategico: Italian-Polish Aerospace Forum
Accanto alla crescita del settore, negli ultimi anni la Polonia ha visto consolidarsi anche un’importante piattaforma dedicata al dialogo internazionale: l’Italian-Polish Aerospace Forum (https://forumaerospace.com/). L’evento è promosso dall’Ambasciata d’Italia a Varsavia ed è organizzato congiuntamente dall’Italian Trade Agency (ITA) – Ufficio di Varsavia e dalla Camera di Commercio e Industria Italiana in Polonia (CCIIP), con il sostegno dei principali attori industriali del settore, tra cui Leonardo in qualità di strategic partner.
Nel 2025 si è tenuta la quinta edizione, che ha riunito imprese, istituzioni, cluster tecnologici e centri di ricerca da tutta Europa, registrando una partecipazione record e un numero significativo di incontri B2B mirati. La sesta edizione, già in programma per il 2026, offrirà un format ampliato, con sessioni tecniche su AI, materiali avanzati e applicazioni satellitari, oltre a tavoli di lavoro tematici con buyer e prime contractor internazionali e uno spazio dedicato alle startup deep-tech.
Per le imprese italiane rappresenta una piattaforma concreta per presentare tecnologie, inserirsi nelle supply chain polacche già coinvolte nei programmi ESA e NATO, avviare partnership industriali e accedere a nuove opportunità nell’Europa centro-orientale. Un contesto altamente specializzato e orientato alla collaborazione, ideale per chi vuole rafforzare la propria presenza nel settore aerospaziale europeo.
Conclusioni
La Polonia si conferma un partner di primo piano per lo sviluppo dell’aerospazio europeo. La combinazione di stabilità macroeconomica, infrastrutture moderne, talenti qualificati e forte connessione con i programmi ESA e NATO crea uno scenario ideale per la cooperazione internazionale.
Per le aziende italiane della filiera aerospaziale, il Paese rappresenta non solo un mercato in espansione, ma soprattutto un hub strategico con cui costruire alleanze tecnologiche e industriali, rafforzare la competitività e accedere a nuove opportunità in Europa e oltre.
Fonte: Polish Investment & Trade Agency
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio e dell'Industria Italiana in Polonia)
In Svezia, le piccole e medie imprese rappresentano la colonna vertebrale dell’economia, sostenendo occupazione, innovazione e sviluppo regionale. Nonostante questo, l’imprenditorialità femminile rimane un potenziale ampiamente sottoutilizzato. È quanto sottolinea Shoka Åhrman, economista del risparmio e stratega presso SPP (uno dei principali fondi pensione e gruppi finanziari svedesi), che invita a una strategia moderna in grado di integrare pienamente le imprese femminili nella politica di crescita nazionale.
Secondo stime dell’OECD, colmare il divario di genere nell’imprenditorialità potrebbe incrementare il PIL tra il 6% e il 12%. Un dato significativo per una nazione come la Svezia, caratterizzata da una popolazione in rapido invecchiamento e dal bisogno di ampliare la base imprenditoriale per sostenere crescita e gettito fiscale.
Tuttavia, il potenziale femminile stenta a esprimersi pienamente. Meno dell’1% del capitale di rischio svedese viene destinato a imprese fondate da donne, nonostante diversi studi dimostrino come le aziende con leadership femminile ottengano ottime performance in termini di redditività, innovazione e sostenibilità. A ciò si aggiunge il fatto che gran parte dell’ecosistema svedese dell’innovazione resta orientato verso tecnologie e industria, mentre molte imprenditrici operano nei servizi, nella sanità e nell’educazione: settori chiave per la transizione economica, ma storicamente meno supportati.
Un’indagine di Novus, commissionata da SPP, evidenzia inoltre come le differenze emergano molto presto: solo il 14% delle donne che non sono imprenditrici ha considerato l’idea di avviare un’attività, contro il 29% degli uomini. Un segnale della quantità di talento imprenditoriale femminile che rischia di non concretizzarsi.
Il rapido sviluppo dell’intelligenza artificiale accentua ulteriormente la necessità di ampliare la partecipazione femminile all’imprenditorialità. Molte attività soggette a automazione coinvolgono settori con una forte presenza femminile, mentre le industrie più avanzate nell’uso dell’IA restano a prevalenza maschile. Poiché sono soprattutto le PMI a implementare l’IA nei processi produttivi, l’assenza di competenze e investimenti dedicati alle imprese guidate da donne rischia di creare nuove disuguaglianze tecnologiche.
In vista delle elezioni svedesi del prossimo anno, emerge con forza la necessità di politiche che rafforzino l’intero ecosistema delle PMI e, in modo mirato, l’imprenditorialità femminile. Tra le misure indicate: strumenti di finanziamento più accessibili alle micro e piccole imprese dei servizi; iniziative di crescita e internazionalizzazione nei settori dove la presenza femminile è più elevata; una riforma degli appalti pubblici che favorisca la partecipazione delle realtà più piccole; strategie di formazione che incoraggino una maggiore presenza femminile nei settori tecnologici e innovativi; reti e strutture di supporto più solide su tutto il territorio nazionale.
Un’economia realmente inclusiva non genera solo più imprese, ma produce una crescita più diversificata, resiliente e capace di creare valore nel lungo periodo. Per la Svezia e, più in generale, per i Paesi che puntano su innovazione e competitività, favorire l’imprenditorialità femminile non è soltanto una scelta strategica: è una necessità economica.
FONTI:
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana per la Svezia)
Quando in Giappone si dice "ima dake" (今だけ – "solo adesso"), non è un semplice avvertimento: è un mantra culturale che muove milioni di consumatori. Dicembre rappresenta il momento perfetto per osservare questa ossessione nazionale al suo apice, con tre occasioni simultanee che scatenano una tempesta di prodotti in edizione limitata: il Natale occidentale, il Capodanno tradizionale e l'imminente Anno del Cavallo nello zodiaco cinese.
Dal 2 al 7 dicembre, KFC Japan ha aperto a Roppongi Hills il suo primo ristorante temporaneo a tema natalizio, trasformando il classico pollo fritto in piatti gourmet come il pollo affumicato con chips di ciliegio e pasta al pepe nero. Un'esperienza che durerà appena sei giorni, ma che riflette una tradizione ormai radicata: il Natale giapponese è sinonimo di KFC, con 3,6 milioni di famiglie che ordinano il loro "Party Barrel" natalizio, rendendo il 24 dicembre il giorno più affollato dell'anno per la catena. Questa peculiare tradizione nacque negli anni '70, quando il manager Takeshi Okawara sentì alcuni stranieri lamentarsi della mancanza di tacchino a Natale e lanciò la campagna "Kentucky for Christmas", convincendo i giapponesi che il pollo fritto fosse il piatto natalizio americano per eccellenza.
Starbucks Japan non è da meno: già da novembre ha lanciato la sua collezione "Joyful Medley", con Frappuccino alla fragola e tè invernale, seguiti a fine novembre dalla linea S'mores al cioccolato. Ma l'elemento più sorprendente sono i merchandise: tumbler decorati con strass da 19.500 yen, tazze termiche natalizie, e persino candele profumate alle miscele di caffè. La catena americana ha fatto della stagionalità il suo marchio distintivo in Giappone, con collezioni che cambiano ogni poche settimane: dalle bevande sakura primaverili ai frappuccino alla patata dolce autunnali. Prodotti che scompaiono rapidamente dagli scaffali, alimentando quella FOMO (fear of missing out) che le aziende giapponesi hanno trasformato in arte.
E mentre le vetrine brillano di decorazioni natalizie, i grandi magazzini stanno già vendendo le fukubukuro (borse della fortuna) per il Capodanno 2026, tutte a tema cavallo. Non si tratta solo di gadget: il grande magazzino Tobu offre borse da 5.000 yen che includono 30 minuti di equitazione e un calendario con foto del proprio cavallo, mentre Takashimaya propone un'esperienza annuale da "proprietario di cavallo da corsa" per 20.260 yen, completa di tour in un ranch di Hokkaido e accesso alle tribune riservate ai proprietari durante le corse. L'uso del gioco di parole è onnipresente: "uma" significa cavallo, ma anche "umai" (delizioso) e "umaku-iku" (portafortuna), così i negozi riempiono le loro borse con cibi prelibati e prodotti scaramantici. Disney Store Japan ha lanciato il 2 dicembre la sua collezione zodiacale con Mickey, Minnie e Stitch vestiti da cavalli, completi di cappucci equini, grembiuli con motivi giapponesi tradizionali e campanellini dorati.
Ma perché il Giappone è ossessionato da queste edizioni limitate? La risposta affonda le radici nella cultura del mono no aware, l'apprezzamento della bellezza effimera. Questo concetto estetico, risalente al periodo Heian (794-1185) e popolarizzato dal filosofo Motoori Norinaga nel XVIII secolo, esprime una consapevolezza dell'impermanenza e un'apprezzamento malinconico per le cose fugaci. In un paese con quattro stagioni distintissime, tutto è progettato per essere temporaneo: le fragole a gennaio-marzo, il sakura ad aprile, le patate dolci e castagne in autunno. Questa filosofia si estende al consumismo: circa il 75% dei giapponesi ha acquistato prodotti in edizione limitata, e il 48,8% lo fa specificamente per "vivere la stagione". L'impermanenza non è vista come una perdita, ma come ciò che rende le cose preziose.
Il risultato? Un ciclo infinito di lancio, acquisto frenetico e nostalgia, dove il valore non sta solo nel prodotto ma nell'esperienza di averlo vissuto "nel momento giusto". Le aziende lo sanno bene: Kit Kat ha creato oltre 300 gusti limitati in Giappone, con quattro milioni di pezzi venduti ogni giorno. Dicembre è la perfetta dimostrazione di come il Giappone abbia trasformato l'impermanenza in strategia commerciale, facendo del "solo adesso" la più potente chiamata all'azione. Che si tratti di un bucket di KFC consumato la vigilia di Natale, un tumbler Starbucks scintillante o una fukubukuro contenente esperienze equestri, il messaggio è sempre lo stesso: questo momento non tornerà più, quindi vivilo intensamente.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana in Giappone)
Le esportazioni e le importazioni raggiungono nuovi record nel mese scorso
Le esportazioni e le importazioni brasiliane hanno raggiunto nuovi record nel mese di novembre, secondo i dati pubblicati giovedì 4 dicembre dalla Segreteria per il Commercio Estero del Ministero dello Sviluppo, dell'Industria, del Commercio e dei Servizi (Secex/MDIC). Nello stesso mese, le esportazioni hanno totalizzato 28,5 miliardi di dollari e le importazioni 22,7 miliardi di dollari, con un surplus di 5,8 miliardi di dollari e un flusso commerciale di 51,2 miliardi di dollari.
Dall'inizio dell'anno, le esportazioni hanno raggiunto i 317,8 miliardi di dollari USA e le importazioni i 260 miliardi di dollari USA, con un saldo positivo di 57,8 miliardi di dollari USA e un flusso commerciale annuo di 577,8 miliardi di dollari USA.
Confrontando novembre 2025 (28,51 miliardi di dollari) con novembre 2024 (27,86 miliardi di dollari), le esportazioni sono aumentate del 2,4%. Le importazioni sono cresciute del 7,4% tra novembre 2025 (22,67 miliardi di dollari) e lo stesso mese del 2024 (21,11 miliardi di dollari). Di conseguenza, il flusso commerciale mensile è stato pari a 51,19 miliardi di dollari, con un'espansione del 4,5% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.
Tra gennaio e novembre, le esportazioni sono aumentate dell'1,8% rispetto al 2025 (317,82 miliardi di dollari) e al 2024 (312,17 miliardi di dollari). Le importazioni sono cresciute del 7,2% nello stesso periodo, passando da 242,62 miliardi di dollari a 259,98 miliardi di dollari. Il flusso commerciale cumulato ha raggiunto i 577,8 miliardi di dollari, con un aumento del 4,1%.
Nell'andamento settoriale delle esportazioni a novembre 2025, rispetto a novembre 2024, si è registrato un aumento di 1,16 miliardi di dollari (25,8%) nell'agricoltura e di 0,57 miliardi di dollari (3,7%) nel settore manifatturiero, oltre a una diminuzione di 1,06 miliardi di dollari (14%) nelle industrie estrattive. Nell'anno cumulato, l'agricoltura è cresciuta di 3,45 miliardi di dollari (5%) e il settore manifatturiero di 5,3 miliardi di dollari (3,2%), mentre le industrie estrattive sono diminuite di 3,26 miliardi di dollari (4,3%).
Nelle importazioni del mese, si è registrato un aumento di 1,79 miliardi di dollari (9,3%) nei beni manifatturieri, una diminuzione di 0,02 miliardi di dollari (5,4%) nei prodotti agricoli e una diminuzione di 0,21 miliardi di dollari (18,1%) nelle industrie estrattive. Nei dati annuali, l'agricoltura ha registrato un aumento di 0,36 miliardi di dollari (7%) e il settore manifatturiero di 20,52 miliardi di dollari (9,3%), mentre le industrie estrattive sono diminuite di 3,49 miliardi di dollari (22,6%).
Fonte: Agrolink
(Contributo editoriale a cura della Câmara de Comércio Italiana de São Paulo - ITALCAM)