Notizie mercati esteri

Lunedì 11 Maggio 2026

Stipendio medio e mediano in Serbia a gennaio 2026 -crescita

Il salario netto medio in Serbia a gennaio di quest’anno è stato di 118.429 RSD (circa  € 1.000,00) , mentre il salario lordo ha raggiunto i 163.385 RSD (€ 1.400,00), ha reso noto ieri l’Istituto Nazionale della Statistica.

Il salario netto mediano è risultato di 92.671 RSD (€ 790,00), il che significa che il 50% dei lavoratori ha percepito un salario fino a tale importo.

Rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, il salario lordo medio è aumentato nominalmente del 10,1% e in termini reali del 7,5%, mentre il salario netto medio è cresciuto nominalmente del 10,2% e del 7,6% in termini reali.

Rispetto a dicembre 2025, il salario lordo medio per gennaio 2026 è diminuito nominalmente del 3,8% e in termini reali del 4,1%, mentre il salario netto medio è diminuito nominalmente del 4,6% e del 4,9% in termini reali.

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italo-Serba)

Ultima modifica: Lunedì 11 Maggio 2026
Lunedì 11 Maggio 2026

Il Benelux, un laboratorio per l'innovazione e un modello per l’Europa

A seguito del Vertice di Gäichel del 23 marzo, i due primi ministri del Belgio e del Lussemburgo, Bart De Wever e Luc Frieden, hanno sottoscritto due dichiarazioni d'intenti, una sulla cooperazione in materia di sicurezza e difesa e l'altra sulla cooperazione relativa al satellite GovSat-2. Sul fronte diplomatico, la 13ª edizione del Vertice di Gäichel è stata un'occasione per riaffermare l'amicizia tra i due Paesi e la volontà di intensificare ulteriormente la cooperazione: De Wever e Frieden hanno espresso la loro volontà di fare dell'Unione Belgio-Lussemburgo, e più in generale della regione del Benelux, un "laboratorio di idee per l'integrazione europea", al fine di accelerare la transizione verso un vero e proprio mercato unico.

In tal senso, e seguendo quanto disciplinato dall'articolo 350 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea, che consente ai paesi del Benelux di integrare le proprie economie più rapidamente rispetto al resto dell'Unione, i due leader europei intendono istituire una task force che avrà il compito di individuare ed eliminare gli ostacoli persistenti alla libera circolazione di persone, merci e servizi.

Tra le questioni che la task force dovrà affrontare vi è il miglioramento delle condizioni dei lavoratori transfrontalieri. Un'impresa di vasta portata che comprende la risoluzione dei problemi fiscali e amministrativi legati al telelavoro, il riconoscimento dei titoli di studio tra i paesi membri e la creazione di un passaporto digitale del Benelux per i fornitori di servizi. La mobilità è un elemento chiave nella vita dei pendolari transfrontalieri e il progetto per un collegamento ferroviario "veloce" tra le due capitali rimane una priorità strategica per rafforzare i legami bilaterali. I due Paesi intendono, inoltre, posizionare il Benelux come laboratorio di innovazione, in particolare nei settori dell’automated driving, della cyber security, dell’intelligenza artificiale e del quantum technologies. "Inoltre, i progetti attuali e futuri nell'ambito di EuroQCI, Benelux-QCI, così come le potenziali collaborazioni future attorno al computer quantistico MeluXina-Q, dimostrano l'emergere di un asse belga-lussemburghese in grado di contribuire direttamente all'autonomia strategica e tecnologica dell'Unione europea", affermano i due leader di governo.

Anche in termini di collaborazione scientifica, Lussemburgo e Belgio, insieme ai Paesi Bassi e alla Renania Settentrionale-Vestfalia, ribadiscono il loro sostegno alla candidatura dell'Euregio Mosa-Reno per ospitare il Telescopio Einstein.

In materia di difesa, i due Paesi hanno firmato una dichiarazione d'intenti sulla cooperazione economica, industriale e tecnologica in materia di sicurezza e difesa. Tale dichiarazione sottolinea l'importanza che entrambi i Paesi attribuiscono alle ricadute economiche e sociali delle attività legate alla difesa. Una seconda dichiarazione d'intenti riguarda la cooperazione sul futuro satellite GovSat-2. Il Belgio potrà quindi sfruttare le capacità del nuovo satellite GovSat-2, ampliando così la cooperazione militare tra i due Paesi nel settore spaziale.

Questi impegni comuni prevedono anche un rafforzamento della cooperazione nella lotta contro le frodi sociali e il dumping sociale, con la firma del trattato il 9 marzo 2026 scorso. I due leader invitano la Commissione europea a presentare, entro la fine del 2026, iniziative volte a rimuovere gli ostacoli rimanenti al mercato interno dei servizi, a semplificare e consolidare le norme esistenti e ad accelerare la digitalizzazione delle procedure amministrative. In tale contesto, i due paesi ricordano la richiesta dei partner dell'Unione Benelux di risolvere il problema delle restrizioni territoriali ingiustificate all'offerta (RST) attraverso una regolamentazione europea mirata.

Nel campo della sicurezza interna, verrà intensificata la cooperazione nella lotta alla criminalità organizzata e nella protezione civile. Tale cooperazione si estenderà anche all'assistenza consolare. Questa solidarietà è stata recentemente dimostrata con il rimpatrio di cittadini di entrambi i Paesi bloccati in Medio Oriente. "Considerate le molteplici minacce e crisi, questa cooperazione è destinata a svilupparsi ulteriormente".

In materia di energia, Lussemburgo e Bruxelles intendono intensificare la cooperazione. "La nostra cooperazione si basa su punti di forza complementari: da un lato, l'esperienza del Belgio nella sicurezza dell'approvvigionamento di gas naturale e nelle energie rinnovabili offshore, dall'altro, l'esperienza del Lussemburgo nelle soluzioni di finanziamento innovative. I due Paesi collaborano anche su tecnologie emergenti come l'idrogeno e la cattura del carbonio. Nei prossimi mesi, la cooperazione all'interno del Benelux continuerà a svolgere un ruolo importante nella generazione di soluzioni sui prezzi dell'energia e sulla sicurezza dell'approvvigionamento a livello europeo", ha concluso il leader belga, Bart De Wever.

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italo-Lussemburghese a.s.b.l)

Ultima modifica: Lunedì 11 Maggio 2026
Lunedì 11 Maggio 2026

Export Danese di suini: un primato a rischio?

L’Export in numeri

Secondo l’Observatory of Economic Complexity, la Danimarca è, in valori assoluti, il più grande esportatore di maiali al mondo, scambiando più di un terzo dei maiali esportati globalmente.

Una produzione di quasi 2 milioni di tonnellate di carne di maiale all’anno.

I principali importatori sono Polonia e Germania, con rispettivamente 755 e 708 milioni di dollari di acquisti e in terzo posto si colloca l’Italia con 62.9 milioni di dollari di importazioni.

Le esportazioni ammontano a circa il 90-95% della destinazione della produzione di maiali vivi e carne di maiali, con una considerevole percentuale di maialini appena svezzati e scrofe incinte.

Basandosi sui dati di Danmarks Statistik e sulle stime di mortalità, nonché sulle percentuali di export di maiali esportati sotto l’anno di vita, la popolazione suina annuale è di circa 40 milioni di capi. Tuttavia, compiere un’analisi accurata è difficile: i porcellini nati ogni anno dovrebbero essere oltre ai 27 milioni, di cui più del 50% di quelli che sopravvivono fino allo svezzamento viene esportato nei paesi indicati.

Le critiche al mercato

La presenza di nitrati e pesticidi nelle falde acquifere e nei siti di raccolta di acqua potabile è diventata una importante tematica di dibattito per i danesi, preoccupati dalle esternalità negative della coltivazione dei mangimi destinati all’allevamento industriale di suini.

Sono inoltre l’alta concentrazione negli allevamenti, l’elevata mortalità e pratiche come il tail-docking, che consiste nel taglio della coda dei porcellini nati da meno di 7 giorni, quasi sempre condotto senza anestesia, a preoccupare l’opinione pubblica.

Tanto che, citando Politiken, una delle principali testate giornalistiche danesi: “I partiti politici stanno superandosi a vicenda nella corsa a promettere le migliori condizioni per milioni di suini danesi”.

È in particolare il tail-docking a causare scandalo: circa il 95% dei maiali viene sottoposto alla procedura, nonostante essa sia considerata tecnicamente illegale ed in contrasto con gli standard di salute minimi che dovrebbero essere concessi agli animali da allevamento.

Le criticità in numeri

La Società Danese per la Conservazione della Natura ha precedentemente documentato che nel 2019 residui di pesticidi sono stati trovati in circa il 25% dei pozzi degli acquedotti.

Inoltre, si stima che la mortalità dei porcellini prima dello svezzamento sia circa al 24%, ben al di sopra della media globale di 15-20% soprattutto a causa delle condizioni di stress e sovraffollamento imposte negli allevamenti.

Escludendo le morti delle scrofe, stimate sul 15% in media, ma con picchi fino al 50% per le giornate più calde, alcune testate giornalistiche riportano 25.000 maialini morti al giorno.

Scenari futuri

Il sostegno popolare sulla tematica viene confermato da una petizione che ha raccolto più di 80.000 fime dopo la messa in onda di un documentario sulla qualità di vita dei maiali negli allevamenti.

Gli osservatori e analisti sono tuttavia scettici sulle probabilità effettive che le cose cambino: il partito Social Democratico che, fino al 24 marzo 2026, seppur con coalizioni diverse, ha governato il paese ininterrottamente dal 2019, di fatto non ha mai preso provvedimenti concreti per modificare lo status quo, nonostante più volte in passato si fosse dichiarato interessato a risolvere la questione.

A ritardare l’azione governativa vi è forse il timore di danneggiare uno dei mercati più importanti dell’economia danese o, come sostengono altri partiti, per evitare che “si inizi a importare carne di maiale polacca trasportata su camion a diesel”, dice Inger Støjberg, leader dei Democratici Danesi.

Ciononostante, sono state portate diverse proposte volte a limitare i ricavi dalle esportazioni di maialini appena svezzati: un esempio è la riduzione delle ore di trasporto consentite da 24 a 8.

Invece, per risolvere il problema dell’inquinamento delle acque, sono attualmente in fase di valutazione alcuni provvedimenti, soprattutto per garantire l’effettiva implementazione delle zone protette (dove per ora i limiti vengono rispettati solo sul 1.5% delle zone dichiarate protette nel 1998).

Secondo la National Pig Association, uno degli scenari più probabili è che l’Unione Europea introduca requisiti legali per uniformare il settore tra gli Stati membri, imponendo l’uso di celle più spaziose, sul modello della Germania. Anche se questa direttiva non risolverebbe il problema alla radice, obbligherebbe molti produttori danesi ad aumentare la superficie delle celle, passando da 5,76 a 6,5 metri quadrati per unità.

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio italiana in Danimarca)

Ultima modifica: Lunedì 11 Maggio 2026
Lunedì 4 Maggio 2026

Andamento del commercio estero spagnolo nel 2025 e interscambio con l'Italia

Il settore estero spagnolo ha mantenuto un andamento solido nel corso del 2025, con esportazioni di merci che hanno raggiunto i 387.092 milioni di euro, registrando il secondo miglior risultato della serie storica. Tuttavia, questo dinamismo è andato di pari passo con un notevole deterioramento della bilancia commerciale, il cui deficit è aumentato del 41,6%, raggiungendo i 57.054 milioni di euro, in un contesto caratterizzato da squilibri con alcuni dei principali partner commerciali, in particolare Cina e Stati Uniti.

Composizione settoriale delle esportazioni

La crescita delle esportazioni spagnole si è basata fondamentalmente su tre grandi settori: beni strumentali, alimentari, bevande e tabacco, e prodotti chimici, che nel loro insieme hanno superato il 55% del totale esportato.

I beni strumentali hanno rappresentato il 19,4% del totale, con un ruolo di primo piano svolto dai macchinari industriali e dalle apparecchiature elettriche. Da parte sua, il settore degli alimenti, delle bevande e del tabacco ha raggiunto il 19,3%, trainato da prodotti agroalimentari quali frutta, ortaggi e carni. I prodotti chimici, con circa il 17%, hanno completato i principali motori del settore estero.

In termini di saldo commerciale, si sono distinti i surplus registrati nei settori alimentari, delle bevande e del tabacco, nonché in altre merci, nei semilavorati non chimici, nel settore automobilistico e nelle materie prime.

Diversificazione geografica e destinazioni

La diversificazione dei mercati ha continuato a essere un asse strategico per le imprese spagnole. Le esportazioni sono cresciute verso l’Africa (+6%), l’Asia (+3%) e le destinazioni extracomunitarie (+5%), mentre le spedizioni verso gli Stati Uniti hanno registrato un calo dell’8%, in un contesto di nuove barriere tariffarie.

L’Unione Europea è rimasta la principale destinazione delle esportazioni, concentrando il 62% del totale. In questo ambito, i surplus maggiori sono stati registrati con Portogallo, Francia e Regno Unito. Si è osservata inoltre un’evoluzione positiva nei paesi con accordi commerciali con l’UE, come Canada, Turchia, Cile, Corea del Sud o Vietnam.

Andamento delle importazioni e saldo commerciale

L’aumento della domanda interna e l’aumento dei prezzi di determinati prodotti hanno stimolato le importazioni, che sono cresciute del 4,6% fino a raggiungere i 444.146 milioni di euro, a fronte di una crescita più moderata delle esportazioni (+0,7%).

Sebbene il deficit energetico si sia leggermente ridotto, il deficit non energetico ha registrato un forte aumento, triplicandosi rispetto all’anno precedente. Tra i prodotti che hanno maggiormente contribuito a questo aumento spiccano i macchinari industriali, le apparecchiature per le telecomunicazioni, i mezzi di trasporto, i prodotti alimentari e farmaceutici.

Dal punto di vista geografico, i maggiori squilibri commerciali si sono concentrati in Cina, Stati Uniti e Germania, riflettendo sia fattori strutturali che cambiamenti nei flussi commerciali internazionali.

Scambi commerciali tra Spagna e Italia

Nel 2025, l’Italia si è consolidata come uno dei principali partner commerciali della Spagna all’interno dell’Unione Europea, mantenendosi come terza destinazione delle esportazioni spagnole e quarto paese di origine delle importazioni. Il volume totale degli scambi bilaterali è rimasto elevato, superando i 70 miliardi di euro all’anno e stabilendo un nuovo record.

Sebbene le esportazioni spagnole verso l’Italia (32,9 miliardi di euro) abbiano registrato un andamento annuale negativo (-4,2% rispetto al 2024), le esportazioni italiane verso la Spagna (39,9 miliardi di euro) hanno registrato una crescita più marcata, pari al 10,6%, riflettendo il dinamismo delle relazioni commerciali.

Dal punto di vista settoriale, gli scambi sono caratterizzati da un’elevata diversificazione. La Spagna esporta principalmente in Italia beni strumentali, automobili e componenti, prodotti chimici e agroalimentari, mentre le importazioni provenienti dall’Italia si concentrano su prodotti chimici, macchinari, mezzi di trasporto, prodotti industriali manifatturieri e beni di consumo. Questo andamento riflette la forte integrazione tra le due economie.

Base esportatrice e prospettive

Il numero di imprese esportatrici regolari ha continuato a crescere, raggiungendo le 46.230 nel 2025, a testimonianza del consolidamento del tessuto imprenditoriale sui mercati internazionali. Questo dinamismo è accompagnato da una crescente diversificazione delle destinazioni, con particolare attenzione alle economie emergenti come l’India, dove la riduzione delle barriere commerciali sta generando nuove opportunità.

 

Fonti:
Ministerio de Industria, Comercio y Turismo – Informes de comercio exteriorICEX España Exportación e Inversiones; monedaunica.net

 

(Contributo editorisle a cura della Camera di Commercio e Industria Italiana per la Spagna)

Ultima modifica: Lunedì 4 Maggio 2026
Lunedì 4 Maggio 2026

Notizie dai mercati esteri - Thailandia

Boom degli ospedali thailandesi destinato a crescere nonostante il conflitto

Il settore ospedaliero thailandese continua a mostrare una resilienza strutturale significativa, confermando un trend di crescita che appare destinato a proseguire anche in presenza di tensioni geopolitiche e incertezze macroeconomiche. Secondo quanto riportato dal Bangkok Post, il comparto sanitario privato del Paese beneficia di fondamentali solidi che ne sostengono l’espansione, in particolare grazie a dinamiche demografiche e alla crescente domanda internazionale di servizi medicali.

Uno dei principali driver di crescita è rappresentato dall’invecchiamento della popolazione. Le proiezioni indicano che entro il 2030 circa il 21% dei cittadini thailandesi sarà anziano, un dato che sta già orientando investimenti verso strutture di long-term care, residenze assistite e soluzioni di “smart living” per la terza età. Questo cambiamento demografico implica una domanda crescente e strutturalmente stabile di servizi sanitari, con un conseguente aumento della spesa sanitaria sia privata sia pubblica.

Parallelamente, la Thailandia continua a rafforzare il proprio posizionamento come hub regionale per il turismo medico. La qualità delle strutture ospedaliere, unite a costi competitivi rispetto ai Paesi occidentali, consente agli operatori locali di attrarre un flusso costante di pazienti internazionali, mitigando eventuali flessioni della domanda domestica. In questo senso, il settore beneficia di una diversificazione geografica della clientela che ne aumenta la resilienza complessiva.

Il contesto geopolitico, inclusi i conflitti in Medio Oriente, non sembra aver inciso in modo significativo sulle prospettive del comparto. Al contrario, alcuni operatori segnalano che l’instabilità internazionale può persino rafforzare la posizione della Thailandia come destinazione sanitaria sicura e affidabile all’interno della regione asiatica. Tuttavia, permangono alcune criticità legate ai costi operativi e all’inflazione medica, che continua a crescere a ritmi sostenuti e che potrebbe comprimere i margini nel medio termine.

Dal punto di vista degli investimenti, il settore rimane attrattivo, soprattutto per operatori con forte esposizione ai pazienti internazionali o con strategie di integrazione verticale nei servizi sanitari e di wellness. La crescente domanda di servizi ad alto valore aggiunto – come check-up avanzati, trattamenti specialistici e programmi di prevenzione – sta infatti spingendo gli ospedali a evolvere verso modelli più integrati, in linea con le tendenze globali della sanità.

In prospettiva, il boom ospedaliero thailandese appare dunque sostenuto da fattori strutturali difficilmente reversibili: demografia, turismo medico e sviluppo economico. Nonostante un contesto internazionale complesso, il settore sanitario si configura come uno dei pilastri più solidi dell’economia del Paese, con margini di crescita ancora significativi e un ruolo sempre più centrale nella strategia di posizionamento della Thailandia come hub regionale dei servizi ad alto valore.

Jet privati: aumenta la domanda in ASEAN e Thailandia

La domanda di business jet in Asia sta registrando un’accelerazione significativa, sostenuta da una combinazione di fattori congiunturali e strutturali che stanno ridefinendo le dinamiche del trasporto aereo premium nella regione. Secondo quanto riportato dal Bangkok Post, l’utilizzo di jet privati è in forte crescita in Thailandia e nel Sud-Est asiatico, anche a seguito delle recenti interruzioni dei voli commerciali legate alle tensioni geopolitiche in Medio Oriente.

Il contesto internazionale ha infatti evidenziato i limiti della connettività aerea tradizionale, spingendo una clientela ad alto valore – composta da dirigenti, imprenditori e individui ad alto patrimonio – verso soluzioni più flessibili e affidabili. In questo scenario, l’aviazione d’affari si configura non più come un lusso marginale, bensì come uno strumento strategico per garantire continuità operativa e rapidità decisionale, soprattutto in un’area geografica caratterizzata da infrastrutture ancora disomogenee.

Dal punto di vista economico, la crescita è sostenuta anche dall’emergere di nuova ricchezza nella regione Asia-Pacifico. Paesi come Thailandia, Vietnam e Indonesia stanno beneficiando di flussi di investimento estero e di una progressiva industrializzazione, elementi che generano una domanda crescente di mobilità ad alta efficienza per il management internazionale. In parallelo, la ridistribuzione geografica della ricchezza asiatica – con un rallentamento relativo della Cina e una maggiore dinamicità nel Sud-Est asiatico e in India – sta contribuendo a spostare il baricentro della domanda di business aviation.

Un ulteriore elemento chiave è rappresentato dalla difficoltà delle compagnie aeree tradizionali nel coprire in modo capillare tutte le rotte richieste dal traffico business, in particolare verso destinazioni secondarie o meno servite. In questo contesto, il jet privato offre un vantaggio competitivo in termini di accessibilità e personalizzazione del servizio, riducendo tempi di transito e aumentando la produttività dei viaggiatori. Dal lato dell’offerta, operatori e costruttori stanno rafforzando la loro presenza nella regione per intercettare questa domanda crescente. La Thailandia, in particolare, si sta affermando come hub emergente per l’aviazione privata nel Sud-Est asiatico, grazie alla sua posizione geografica strategica e allo sviluppo di servizi dedicati, tra cui charter, gestione flotte e infrastrutture aeroportuali specializzate.

Nel medio-lungo periodo, le prospettive del settore appaiono positive. L’Asia-Pacifico rappresenta ancora una quota relativamente limitata della flotta globale di business jet, ma mostra tassi di crescita superiori alla media mondiale. Questo gap suggerisce un ampio potenziale di espansione, sostenuto da trend strutturali quali l’aumento dei patrimoni privati, l’integrazione delle catene globali del valore e la crescente esigenza di mobilità premium.

(Contributo editoriale a cura della Thai-Italian Chamber of Commerce)

Ultima modifica: Lunedì 4 Maggio 2026
Lunedì 4 Maggio 2026

AGECOTEL 2026 a Nizza: un appuntamento ormai ben presente nel panorama professionale cittadino

Dal 1° al 3 febbraio 2026, il Palais des Expositions di Nizza ha ospitato la 32ª edizione di AGECOTEL, il salone biennale dedicato ai professionisti dei CHR e dei mestieri della ristorazione e dell’alimentazione. Da tempo questo appuntamento occupa un posto riconoscibile nel calendario professionale cittadino e richiama operatori dell’hôtellerie, della ristorazione, della panificazione, della pasticceria, della macelleria, della salumeria e del catering.

Un salone pensato per esigenze concrete

Uno dei motivi per cui AGECOTEL continua a mantenere il suo spazio è abbastanza semplice: resta un salone utile. I professionisti ci vanno per vedere attrezzature, prodotti, servizi, soluzioni pratiche e novità che possono servire davvero nel lavoro di tutti i giorni. Il sito ufficiale insiste proprio su questo aspetto, presentando il salone come un luogo dove trovare strumenti concreti per l’attività quotidiana, in un formato a misura d’uomo.

Un’edizione 2026 con una presenza italiana chiara

L’edizione 2026 ha avuto anche un elemento che merita di essere sottolineato. Tra i concorsi ufficiali figurava infatti il 2° concorso “Talents Made in Italy”, in programma lunedì 2 febbraio dalle 15.00 alle 18.00, sotto l’egida dell’Associazione Cuochi Italiani e coordinato da Agostino Coppola, presidente di ACI France. Il tema scelto era un piatto a base di carré d’agnello accompagnato da verdure di stagione. È un elemento concreto, che mostra chiaramente come, all’interno di un salone professionale radicato a Nizza, il saper fare italiano in cucina trovi uno spazio vero e ben identificato.

Concorsi, dimostrazioni e trasmissione del mestiere

AGECOTEL non si è fermato alla sola parte espositiva. La programmazione 2026 comprendeva anche altri concorsi come il Challenge Jeunes Talents, il Trophée Masse – Sélection Grand Sud, il Trophée Wine Up e il Trophée Cacao Criollo. Questo dà al salone un profilo più completo, perché accanto ai prodotti e alle attrezzature mette al centro anche la formazione, il passaggio di competenze e la valorizzazione del mestiere. È proprio questo equilibrio tra parte commerciale e dimensione professionale a renderlo più interessante di una semplice fiera di settore.

Una vetrina anche per il territorio della Costa Azzurra

Un altro punto importante dell’edizione 2026 è stata la presenza di Côte d’Azur France Tourisme, in partenariato con la CCI Nice Côte d’Azur. L’obiettivo dichiarato era promuovere la collezione di prodotti Côte d’Azur France, valorizzare le produzioni locali e sostenere i professionisti del territorio. Anche questo dà al salone una dimensione più ampia: AGECOTEL non è soltanto un luogo d’incontro tra espositori e operatori, ma anche uno spazio in cui la Costa Azzurra mette in valore la propria identità gastronomica e professionale.

Nizza, punto d’incontro tra savoir-faire locali e cultura gastronomica italiana

Forse è proprio qui che AGECOTEL 2026 trova il suo interesse maggiore. A Nizza, un appuntamento del genere si inserisce naturalmente in un territorio dove turismo, ospitalità, prodotti e cucina hanno un peso reale. La presenza del concorso Talents Made in Italy non cambia la natura del salone, ma rende più visibile un aspetto già presente nella realtà locale: il fatto che, sulla Costa Azzurra, la gastronomia resti uno dei terreni più immediati di contatto tra il tessuto locale e la presenza italiana.

(Contributo editoriale a cura della Chambre de Commerce Italienne Nice, Sophia-Antipolis, Cote d'Azur)

Ultima modifica: Lunedì 4 Maggio 2026
Lunedì 4 Maggio 2026

Notizie dai mercati esteri - Repubblica Ceca

Škoda Group ha consegnato il nuovo tram a Bergamo

La società Škoda Group ha consegnato alla città di Bergamo il primo dei dieci tram che verranno utilizzati dalla società comunale TEB.

I dieci convogli verranno utilizzati sulla nuova linea T2. L’azienda ceca fornirà a Bergamo una versione modificata e modernizzata del suo modello ForCity Classic. “Škoda Group sa fornire ai partner italiani soluzioni moderne, sicure e affidabili per il trasporto cittadino” ha dichiarato il presidente del CdA dell’azienda ceca Zdeněk Sváta. Secondo il presidente della TEB Filippo Simonetti il progetto “unisce la tradizione industriale di Bergamo con una delle più importanti aziende del settore ferroviario”.

Il mercato italiano ha una grande importanza per Škoda Group con commesse per un valore da 250 milioni di euro. L’azienda ceca collabora alla fornitura di nuovi treni notte per Trenitalia e alla costruzione di filobus per la città di Genova.

I cechi sempre più interessati all’origine dell’energia che consumano

I cechi sono sempre più interessati all’origine dell’energia, che consumano. Lo nota la società statale OTE.

Lo scorso anno è più che raddoppiato il numero degli attestati d’origine di energia emessi dall’OTE. La certificazione riguarda soprattutto l’energia elettrica con quasi 13 milioni di certificati emessi  per un volume di oltre otto milioni di megawattora di energia. Ha quindi un’origine certificata poco meno di  un quinto di energia consumata in Repubblica Ceca.

La fiducia nell’economia ceca cresce nonostante la crisi in Medio Oriente

Lo Stato ceco ha sostenuto lo scorso anno l’installazione di nuove fonti fotovoltaiche con una cifra pari a circa 24 miliardi di corone. Lo ha detto il ministro dell’ambiente Petr Hladík.

Lo scorso anno, i sussidi pubblici hanno sostenuto l’installazione di circa 71.000 nuove centrali fotovoltaiche per una potenza complessiva di 2,27 gigawatt. I sussidi statali per le fonti fotovoltaiche sono in evidente aumento. Nel 2022, lo Stato ha erogato circa 14 miliardi di corone per 50.000 nuovi fonti fotovoltaiche.

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio e dell'Industria Italo-Ceca)

Ultima modifica: Lunedì 4 Maggio 2026
Mercoledì 29 Aprile 2026

Fusione Nucleare: Startup coreana vince un appalto da 45 milioni di euro in Italia

Enabel Fusion, una startup coreana nel campo della fusione nucleare, ha ottenuto un contratto da 26 milioni di euro (circa 45 miliardi di KRW) per la fornitura di un vessel a vuoto per il progetto italiano Divertor Tokamak Test (DTT).

Il vessel a vuoto è un componente critico che deve resistere a condizioni estreme di vuoto, temperature criogeniche e alti livelli di radiazione. Costituendo un consorzio con i produttori nazionali Samhong Machinery e Haneul Engineering, e collaborando con il Korea Institute of Fusion Energy, l’azienda è riuscita a valorizzare la propria esperienza maturata nei progetti KSTAR e ITER per aggiudicarsi questo accordo di fornitura della durata di tre anni.

(Contributo editoriale a cura della Italian Chamber of Commerce in Korea)

Ultima modifica: Mercoledì 29 Aprile 2026
Mercoledì 29 Aprile 2026

Diritto, Lavoro e Fisco in Polonia: Regole, Strategie e Differenze Chiave con l’Italia

La Polonia è oggi uno dei principali mercati di sbocco per l’export italiano e una destinazione stabile degli investimenti diretti delle imprese italiane, con un valore degli IDE pari a circa 7,6 miliardi di euro secondo i dati della Banca Centrale Polacca.
Per molti gruppi italiani, la Polonia rappresenta una piattaforma produttiva e logistica per il mercato europeo, sostenuta da un quadro di incentivi agli investimenti e da fondi UE che rendono competitivo il costo d’insediamento rispetto ad altri Paesi membri.

1. Fisco societario: CIT polacca e confronto sintetico con il sistema italiano

1.1. CIT in Polonia e IRES in Italia

In Polonia, l’imposta sul reddito delle società (CIT) è attualmente applicata con un’aliquota ordinaria del 19% e un’aliquota ridotta del 9% per i piccoli contribuenti e per alcune categorie di imprese che rispettano determinati requisiti.
Il sistema si caratterizza per una struttura relativamente semplice, con imposta unica a livello statale e senza un’imposta regionale aggiuntiva paragonabile all’IRAP italiana.

In Italia, l’IRES colpisce il reddito delle società con un’aliquota ordinaria del 24%; per il periodo d’imposta 2025 è stata inoltre prevista un’aliquota agevolata al 20% (“IRES premiale”) per imprese che reinvestono gli utili in determinate tipologie di beni tecnologici e produttivi.

Differenze chiave per un gruppo italiano:

  • Aliquota base: Polonia 19% (9% per i piccoli contribuenti) vs Italia 24% (20% solo in casi particolari e temporanei).
  • Stratificazione regionale: la Polonia non ha un’imposta regionale sul valore della produzione assimilabile all’IRAP, riducendo la complessità del carico complessivo rispetto al mix IRES+IRAP italiano.
  • Semplicità della struttura: il sistema polacco, pur con norme anti‑abuso e regole specifiche, si presenta più lineare sul piano delle aliquote rispetto all’Italia, dove le agevolazioni e i regimi speciali sono numerosi e articolati.

1.2. Zone di investimento e incentivi fiscali: PSI vs incentivi italiani

In Polonia opera la “Polska Strefa Inwestycji” (PSI – Zona Polacca degli Investimenti), che consente di ottenere un’esenzione parziale dalla CIT/PIT per un periodo fino a 10–15 anni, applicabile su tutto il territorio nazionale, con intensità dell’aiuto dipendente dalla regione e dalla dimensione dell’impresa.
Il meccanismo si basa su una decisione di sostegno rilasciata per uno specifico progetto di investimento (nuova fabbrica, ampliamento, centro servizi), con soglie minime di spesa e criteri qualitativi (innovazione, creazione di posti di lavoro, sviluppo regionale).

Differenze con il quadro italiano:
In Italia coesistono diversi regimi agevolativi (es. crediti d’imposta per investimenti nel Mezzogiorno o in beni 4.0, agevolazioni per beni tecnologici che beneficiano dell’IRES premiale, ecc.), con una forte frammentazione normativa.
In Polonia la PSI funge da “sportello unico fiscale” per la maggior parte degli investimenti produttivi di dimensione significativa, rendendo più leggibile il quadro degli incentivi per un gruppo straniero, pur richiedendo una strutturata istruttoria amministrativa.

2. Convenzione Italia–Polonia contro le doppie imposizioni: applicazione pratica

Tra Italia e Polonia è in vigore una Convenzione contro le doppie imposizioni in materia di imposte sul reddito, che disciplina il trattamento fiscale di dividendi, interessi e royalties tra i due Paesi.
Per i gruppi italiani con filiali in Polonia ciò consente, in presenza dei requisiti di sostanza economica e della corretta documentazione, di ridurre l’aliquota della ritenuta alla fonte (withholding tax) su dividendi e altri flussi transfrontalieri.

Punti operativi per le strutture Italia–Polonia:
Coordinare l’applicazione della Convenzione con le norme interne polacche in materia di WHT e beneficial ownership, verificando per tempo certificati di residenza fiscale, accordi infragruppo e documentazione di transfer pricing.

3. Avere dipendenti in Polonia: quadro attuale e differenze chiave con l'Italia

3.1. Struttura del costo del lavoro e salario minimo

In Polonia esiste un salario minimo legale nazionale: dal 1° gennaio 2026 l'importo minimo mensile per un lavoratore a tempo pieno pari a 4.806 PLN lordi (circa 1.125 EUR), con una soglia minima oraria di 31,40 PLN lordi (circa 7,35 EUR) per i contratti a orario.
Per il datore di lavoro, considerando contributi e oneri, il costo complessivo di un dipendente al salario minimo si aggira intorno a 5.790 PLN al mese, secondo le stime basate sul nuovo livello di retribuzione minima.

I dati Eurostat mostrano che, nonostante la forte crescita recente, i costi orari del lavoro in Polonia restano significativamente inferiori alla media dell'Unione Europea: nel 2024 erano quasi la metà della media UE, il che colloca la Polonia tra i Paesi a costo del lavoro relativamente più contenuto.
Per un'impresa italiana questo si traduce in un livello di costo del lavoro strutturalmente più basso rispetto a molte economie dell'Europa occidentale, pur con dinamiche salariali in rapido aumento.

In Italia, al contrario, non esiste un salario minimo nazionale fissato per legge: le retribuzioni minime sono determinate dai Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro (CCNL) per ciascun settore, spesso con livelli tabellari che si collocano sensibilmente sopra l'equivalente polacco, soprattutto nelle aree a maggiore specializzazione.

3.2. Regole retributive: minimo legale polacco vs sistema CCNL italiano

Polonia – logica del minimo legale unico
Un unico salario minimo nazionale, aggiornato con decreto del governo, valido per tutti i settori e tutte le qualifiche, al di sotto del quale non è possibile scendere nei contratti individuali.
I contratti collettivi hanno un ruolo, ma molto meno pervasivo rispetto all'Italia: la leva principale è il contratto individuale di lavoro, nel rispetto dei minimi previsti dal Codice del Lavoro e del salario minimo nazionale.

Italia – logica dei minimi per contratto collettivo
L'ordinamento si basa su un'ampia rete di CCNL che fissano minimi retributivi e condizioni di lavoro per ciascun settore, con una copertura di fatto prossima al 100% della forza lavoro privata.
L'articolo 36 della Costituzione impone che la retribuzione sia proporzionata e sufficiente, e i tribunali utilizzano i CCNL come parametro per verificare il rispetto di questo principio.

Conseguenza pratica per un datore di lavoro italiano che assume in Polonia
In Polonia la priorità è garantire il rispetto del minimo legale nazionale e delle norme generali del Codice del Lavoro; in Italia la priorità è assicurare la corretta applicazione del CCNL di settore, con maggiore complessità nella scelta del contratto applicabile e nel monitoraggio degli aggiornamenti retributivi.

3.3. Anzianità di servizio e diritti del lavoratore

Attualmente, in Polonia l’anzianità di servizio – che incide su ferie annuali retribuite e altri diritti – tiene conto non solo dei periodi di lavoro subordinato, ma anche di altri periodi lavorativi documentati, tra cui determinati contratti di natura civile, attività in proprio e taluni periodi di lavoro all’estero.
In pratica, un lavoratore che entra in una società polacca può maturare più rapidamente il diritto alle ferie più lunghe e ad altri benefit, se è in grado di documentare un’esperienza professionale pregressa ampia e diversificata.

Differenza con l’Italia:
In Italia l’anzianità che rileva ai fini retributivi, dei diritti e del TFR è legata soprattutto ai periodi di lavoro subordinato (o ad essi equiparati), mentre altri periodi di attività non sempre sono riconosciuti automaticamente.
In Polonia il datore di lavoro deve invece essere pronto a valutare una documentazione più ampia fin dall’assunzione, con impatto potenziale sui costi del lavoro già nel breve periodo.

3.4. Leve di attrattività del modello polacco per chi assume

Per un'impresa italiana che apre una filiale o un hub operativo in Polonia, il sistema del lavoro polacco presenta alcune leve di attrattività competitiva rispetto al contesto italiano, da valutare alla luce del settore e del livello di specializzazione richiesto:

  • Prevedibilità del "pavimento" retributivo: un unico salario minimo legale, aggiornato periodicamente, permette di stimare con relativa semplicità il costo minimo di ingresso per diverse posizioni operative.
  • Livello medio dei costi del lavoro più contenuto: le statistiche OCSE e Eurostat indicano che, pur crescendo velocemente, i costi orari del lavoro in Polonia restano nettamente al di sotto della media UE, mentre l'Italia si colloca tra i Paesi con più alto cuneo fiscale sul lavoro.
  • Maggiore spazio per politiche retributive aziendali: in Polonia il quadro è fortemente incentrato sul contratto individuale nel rispetto di minimi legali, lasciando all'impresa un margine più ampio per modulare salari, premi e benefit in funzione delle esigenze del sito produttivo o del centro servizi.

Allo stesso tempo, la Polonia sta recependo e applicando con rigore le normative UE in materia di trasparenza retributiva e parità di genere, imponendo la pubblicazione delle fasce salariali nelle offerte di lavoro e il rispetto di standard antidiscriminatori simili – e per alcuni profili più operativi – a quelli che l'Italia sta progressivamente introducendo.

Conclusioni

Il quadro regolatorio polacco – dal diritto del lavoro al fisco societario, fino alla Convenzione contro le doppie imposizioni – offre oggi alle imprese italiane un contesto operativo competitivo e in evoluzione, da conoscere in modo preciso per poterlo utilizzare al meglio.
La Camera di Commercio Italiana in Polonia resta a disposizione delle aziende interessate a valutare progetti di insediamento o di espansione in Polonia, accompagnandole nell’interpretazione delle norme locali e nel dialogo con i partner istituzionali e privati sul territorio.

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio e dell'Industria Italiana in Polonia)

Ultima modifica: Mercoledì 29 Aprile 2026
Mercoledì 29 Aprile 2026

Vodafone inaugura il suo hub logistico paneuropeo in Lussemburgo

Il gruppo di telecomunicazioni sta rafforzando la sua catena di approvvigionamento europea con una nuova infrastruttura strategica in Lussemburgo, progettata per accelerare l'implementazione delle reti 5G e in fibra ottica e migliorare la resilienza logistica diventando  una piattaforma centrale per la distribuzione di apparecchiature di telecomunicazione in Europa.

Situata all'interno del parco logistico di Bettembourg, la struttura consente lo stoccaggio e la distribuzione di apparecchiature di rete critiche. Grazie alla posizione geografica e ai collegamenti di trasporto del Lussemburgo, Vodafone prevede di poter servire tutti i suoi mercati europei in meno di 24 ore, facilitando così le operazioni di modernizzazione e implementazione.

La decisione di Vodafone di stabilire il suo hub logistico paneuropeo in Lussemburgo dimostra ancora una volta l'importante ruolo del Paese nella catena del valore europea. Questo investimento evidenzia la solidità dell'ecosistema logistico lussemburghese e la sua posizione strategica nel cuore dell'Europa, nonché la capacità del Paese di ospitare gruppi internazionali che gestiscono operazioni complesse in tutto il continente. Questo passo sosterrà quindi i progetti di sviluppo dell'azienda e la sua crescita a lungo termine nel Paese”, ha commentato il Ministro dell'Economia, delle PMI, dell'Energia e del Turismo, Lex Delles presente alla cerimonia inaugurale.

Operare dal cuore dell'Europa, in Lussemburgo, rafforza la resilienza della nostra catena di approvvigionamento, ne migliora l'efficienza e crea capacità in grado di supportare l'intero ecosistema delle telecomunicazioni”, ha aggiunto il Sig. Ninian Wilson, CEO della Vodafone Procure & Connect. La creazione dell'hub logistico di Vodafone a Bettembourg si inserisce nella presenza di lunga data del gruppo in Lussemburgo, sebbene per un certo periodo meno visibile.

Fin dai primi anni 2000, l'operatore britannico ha mantenuto una base strategica nel Paese attraverso il suo centro acquisti, la Vodafone Procurement Company, con sede a Lussemburgo città. Questa entità, che impiega diverse centinaia di persone, svolge un ruolo chiave nella negoziazione e nella gestione dei fornitori a livello globale, ma senza un'esposizione diretta al mercato delle telecomunicazioni lussemburghese, dominato da operatori locali.

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italo-Lussemburghese a.s.b.l)

Ultima modifica: Mercoledì 29 Aprile 2026