Sabato 23 Maggio 2026
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Le relazioni commerciali tra Italia e Repubblica Moldova mostrano un trend di collaborazione solido e in crescita, grazie anche alla progressiva integrazione economica della Moldova nei mercati europei.
Dati di commercio bilaterale nel 2024–2025
Nel 2024, il valore totale degli scambi commerciali tra Italia e Moldova ha superato i 716 milioni di dollari, posizionando l’Italia come terzo partner commerciale più importante della Moldova tra i paesi dell’Unione Europea.
Questi numeri mostrano una bilancia commerciale in deficit per la Moldova, ma con dinamiche di scambio diversificate e una forte presenza dell’Italia nei settori dell’industria leggera, tessile e dei beni di consumo.
Contesto UE: libero scambio e opportunità
La Moldova è strettamente integrata con il mercato europeo grazie alla Zona di Libero Scambio Globale e Approfondito (DCFTA), parte dell’Accordo di Associazione con l’UE, attivo dal 2016. Questo accordo ha eliminato in larga misura i dazi sull’import/export tra UE e Moldova e ha aperto il mercato dei servizi, consentendo anche alle imprese italiane un accesso facilitato al mercato moldavo.
Nel 2025, questo quadro di libero scambio continua a favorire le esportazioni moldave verso i paesi UE, con l’Unione che rappresenta oltre la metà del commercio totale di beni moldavi.
Trend delle esportazioni nel 2025
Nei primi nove mesi del 2025, le esportazioni della Moldova hanno registrato un incremento significativo, con un valore di circa 345,4 milioni USD a settembre, e una crescita del 23,1% rispetto allo stesso periodo del 2024. La quota delle esportazioni verso l’UE è risultata pari a circa 68% del totale, confermando l’importanza del mercato europeo, con Italia tra i principali partner.
Prospettive future e potenziale di crescita
Integrazione nel mercato UE: l’eliminazione dei dazi e l’armonizzazione delle normative commerciali continueranno a sostenere la crescita delle esportazioni moldave verso l’Italia e altri Paesi UE, soprattutto nei settori agroalimentare, tessile e manifatturiero.
Investimenti e PMI: il rafforzamento delle relazioni economiche apre opportunità per le piccole e medie imprese italiane interessate all’internazionalizzazione, soprattutto nei settori industriali tradizionali, agroalimentari e dei servizi.
Valore aggiunto nel libero scambio: grazie alla DCFTA e alle recenti misure europee per facilitare commercio e servizi, le imprese italiane possono beneficiare di costi di transazione ridotti e di regole doganali più prevedibili per i mercati dell’Est Europa.
In prospettiva, il framework di libero scambio UE–Moldova continuerà ad agevolare le imprese italiane, incoraggiando nuovi investimenti e ampliando la gamma di prodotti esportati e importati tra i due Paesi.
Settore Agroalimentare: potenzialità e sfide
Situazione attuale
La Moldova esporta verso l’Italia e la UE una gamma di prodotti agroalimentari, tra cui grano, meslin, ulei di girasole e altri prodotti agricoli. Anche se nel totale delle esportazioni verso l’Italia i prodotti agroalimentari rappresentano una quota più contenuta rispetto ai tessili, il valore di questi beni è destinato a crescere grazie alle misure di liberalizzazione commerciale UE-Moldova.
Prospettive di crescita
Grazie all’accordo DCFTA e alle recenti revisione di accesso commerciale modernizzato tra UE e Moldova, molte categorie di prodotti agricoli vedranno incrementata la quota di esportazione con tariffe ridotte o nulle (ad esempio frutta fresca come prugne, uva da tavola, mele).
La Moldova sta inoltre promuovendo studi e iniziative (con il supporto di UE e UNIDO) per potenziare la qualità e le infrastrutture del settore alimentare, in vista dell’allineamento agli standard europei. Questo può tradursi in maggiore accesso ai mercati europei e alla domanda italiana di prodotti agricoli di qualità, soprattutto se si migliora la certificazione e la logistica per l’esportazione. Nonostante le opportunità, il settore agroalimentare locale potrebbe incontrare difficoltà a competere su alcuni segmenti con prodotti UE già consolidati (ad esempio carne e latticini industriali).
Settore Tessile e Moda: una punta di diamante del commercio
Importanza del tessile
Il settore tessile, abbigliamento e calzature (TAFL) è uno dei principali motori dell’export moldavo verso l’Italia. Nel 2024, gran parte delle esportazioni verso l’Italia era rappresentata da prodotti tessili e di moda (cappotti, maglieria, giacche ecc.), con performance positive in termini di volumi e varietà di prodotti.
Secondo i dati del 2023, oltre il 65% delle esportazioni moldave verso l’Italia era costituito da prodotti di moda e abbigliamento, sottolineando l’importanza di questo settore per i rapporti commerciali bilaterali.
Prospettive future
L’integrazione nei mercati UE e l’armonizzazione normativa continueranno ad agevolare le esportazioni tessili verso l’Italia, paese con una storica domanda di prodotti di moda “made in” qualità europea. L’accesso tariffario facilitato grazie al DCFTA permette alle imprese tessili moldave di competere meglio. Il settore tessile moldavo già collabora con brand europei prestigiosi, segno di competenze tecniche e potenziale di crescita nelle catene di fornitura internazionali. Il tessile rappresenta anche un’opportunità per joint ventures e investimenti italiani, supportando modernizzazione produttiva e penetrazione in nuovi segmenti di mercato.
Scenari di lungo periodo (2026–2030)
Benefici del libero scambio UE
Il libero scambio attraverso accordi come il DCFTA e la revisione delle relazioni commerciali UE-Moldova continuerà a ridurre barriere tariffarie e non tariffarie, favorendo:
Opportunità settoriali
Agroalimentare
Tessile e Moda
Le aziende internazionali con sede in Spagna guardano al 2026 con una visione positiva del Paese e della sua capacità di attrarre nuovi progetti. È quanto emerge dalla 18ª edizione del Barometro del clima imprenditoriale in Spagna dal punto di vista degli investitori stranieri, elaborato da ICEX–Invest in Spain, Multinacionales con España e dall'International Center for Competitiveness dell'IESE.
Lo studio, basato sulle risposte di oltre 750 aziende straniere, attribuisce al clima imprenditoriale una valutazione media di 2,85 su 5, lo stesso punteggio dell'anno precedente. Questa stabilità conferma che la Spagna continua ad essere una destinazione affidabile per gli investimenti stranieri e un ambiente competitivo per lo sviluppo dell'attività imprenditoriale.
Punti di forza che stimolano gli investimenti
Le aziende intervistate sottolineano tre fattori chiave che spiegano la loro presenza in Spagna:
A ciò si aggiungono la qualità delle infrastrutture e la disponibilità di talenti qualificati, elementi che rafforzano la percezione della Spagna come piattaforma ideale per progetti con vocazione globale.
Sfide ancora da affrontare
Il rapporto identifica anche i principali ostacoli segnalati dagli investitori: gli oneri amministrativi, il costo dei contributi sociali e la lentezza dei tribunali mercantili. Le aziende ritengono che questi ambiti dovrebbero essere prioritari nelle future riforme per rafforzare la competitività del Paese.
Previsioni ottimistiche per il 2026
La fiducia delle imprese si traduce in aspettative di crescita. L'86% delle aziende ha aumentato o mantenuto i propri investimenti nel 2025 e l'85% prevede di continuare su questa tendenza nel 2026. Nel campo del lavoro, il 90% prevede di mantenere o aumentare il proprio organico e l'89% si aspetta un miglioramento del proprio fatturato.
La Spagna consolida anche il suo ruolo di base esportatrice: il 74% delle aziende vende all'estero dal Paese e solo il 6% prevede un calo delle esportazioni nel prossimo anno.
La Spagna tra i leader nei progetti greenfield
Il dinamismo degli investimenti si riflette nei dati relativi ai progetti greenfield. Tra gennaio e novembre 2024, la Spagna si è posizionata al quinto posto nella classifica mondiale dei paesi che hanno ricevuto più iniziative di questo tipo, con 628 progetti che hanno mobilitato circa 30 miliardi di euro e generato oltre 50.000 posti di lavoro, secondo FDI Markets.
Sostenibilità e resilienza internazionale
Il Barometro rivela che il 42% delle aziende dispone già di piani di sostenibilità in linea con gli OSS. Inoltre, gli investitori ritengono che la Spagna offra un ambiente favorevole per il raggiungimento di questi obiettivi.
Per la prima volta, il rapporto analizza l'impatto della politica tariffaria degli Stati Uniti. Più della metà delle aziende percepisce un effetto basso o molto basso, e quelle che hanno adottato misure lo hanno fatto puntando sulla diversificazione dei mercati e dei fornitori.
Cicca qui per il report completo.
Le esportazioni di petrolio del Venezuela sono aumentate a circa 800.000 barili al giorno (bpd) nel mese di gennaio, rispetto ai 498.000 bpd di dicembre, a seguito degli eventi del 3 gennaio e della revoca del blocco petroliero che gravava sul Paese. Questo cambiamento ha permesso ai commercianti internazionali di riprendere la maggior parte delle spedizioni, secondo i dati di monitoraggio marittimo citati da Reuters.
A dicembre, Washington aveva imposto un embargo petroliero e confiscato sette petroliere, causando l'accumulo di oltre 40 milioni di barili di greggio e carburanti in serbatoi e navi che non potevano lasciare il Paese. La compagnia statale Pdvsa era stata costretta a ridurre la produzione all'inizio di gennaio a causa della mancanza di capacità di stoccaggio.
La situazione ha iniziato a invertirsi quando il Dipartimento del Tesoro ha concesso, a gennaio, le prime licenze alle società di trading Trafigura e Vitol per esportare gli inventari bloccati. Da allora, la produzione, la lavorazione e le spedizioni hanno accelerato il ritmo. Il volume esportato a gennaio si è avvicinato alla media di 847.000 bpd registrata l'anno scorso, sebbene Pdvsa e i suoi partner dovranno mantenere l'incremento per smaltire i milioni di barili ancora stoccati e revocare completamente i tagli alla produzione.
Il direttore generale delle aziende Invermati e La Guaira Global, facenti parte della Zona Economica Speciale (ZEE) di La Guaira, Laureano Sánchez, ha riferito che nel mese di gennaio il Paese ha esportato 112 tonnellate di polpo verso diversi paesi europei.
Sánchez ha sottolineato che le nazioni europee di destinazione sono Spagna, Portogallo e Francia, mercati che hanno mostrato una grande ricettività verso il prodotto venezuelano.
«Abbiamo iniziato le operazioni lunedì 12 gennaio; è stata una sfida dopo tutto ciò che è stato vissuto in questo primo mese del 2026. Nel corso di gennaio, siamo riusciti a esportare dal Venezuela al continente europeo 5 container, per un totale di 112 tonnellate di peso lordo», ha spiegato.
Il dirigente ha dichiarato che l'esportazione di polpo è raddoppiata in meno di un mese e l'obiettivo per il primo semestre di quest'anno è raggiungere un milione di chili esportati tra polpo, aragosta e dentice (pargo).
Ha inoltre precisato che le esportazioni non provengono solo da La Guaira: «Arrivano anche dagli stati di Nueva Esparta e Sucre, dove lavoriamo già da anni». Sánchez ha ricordato che le prime spedizioni «avvenivano per via aerea verso l'Europa, ma siamo cresciuti gradualmente e ora utilizziamo entrambe le rotte, sia aerea che marittima».
«Abbiamo alleanze e impegni consolidati da anni con il mercato europeo, ma non escludiamo l'apertura verso altri mercati», ha aggiunto l'imprenditore ai microfoni di Radio Miraflores.
Infine, ha indicato che le aziende generano 300 posti di lavoro diretti: «Tra i lavoratori di Nueva Esparta, Sucre e La Guaira — inclusi pescatori, personale tecnico, amministrativo e alleati logistici — parliamo di quasi trecento impieghi diretti ogni mese».
(Contributo editoriale a cura della Cámara de Comercio Venezolano-Italiana)
Il 5 febbraio 2026, Argentina e gli Stati Uniti hanno formalizzato a Washington la firma dell’Accordo sul Commercio e sugli Investimenti Reciproci. L’intesa è stata sottoscritta dal cancelliere argentino Pablo Quirno e dal Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti (USTR), Jamieson Greer, con l’obiettivo di promuovere una crescita di lungo periodo e ampliare le opportunità commerciali per entrambi i Paesi.
L’accordo rappresenta un passaggio di rilievo nelle relazioni bilaterali e mira a rafforzare il partenariato economico tra le due nazioni, favorendo un quadro più solido ed equilibrato, fondato su principi di trasparenza e su regole chiare in materia di commercio e investimenti.
L’intesa copre numerosi ambiti di rilevanza giuridica e commerciale, tra cui tariffe doganali, eliminazione delle barriere non tariffarie, tutela della proprietà intellettuale, cooperazione nel settore dei minerali critici, accesso ai mercati agricoli e regolamentazione dei beni tecnologici. In base al contenuto dell’accordo e alle informazioni attualmente disponibili, l’Argentina concederà un accesso preferenziale a una vasta gamma di prodotti statunitensi, tra cui farmaci, prodotti chimici, macchinari, tecnologie dell’informazione, dispositivi medici, veicoli a motore e prodotti agricoli.
Da parte sua, gli Stati Uniti si impegnano a eliminare i dazi reciproci su determinate risorse naturali e su articoli non coperti da brevetto destinati ad applicazioni farmaceutiche. Inoltre, entrambi i Paesi hanno concordato di rafforzare la cooperazione per facilitare gli investimenti e gli scambi nel settore dei minerali critici, considerato di elevato interesse strategico.
(Contenuto editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana nella Repubblica Argentina)
Il presidente della Camera dell'Industria Farmaceutica (Cifar), Tito López, ha stimato che per il 2026 la produzione di medicinali nel Paese registrerà un incremento del 20% rispetto al 2025.
López, che ricopre anche la carica di presidente della Confederazione Venezuelana degli Industriali (Conindustria), prevede che il settore concluderà l'anno in corso con una produzione di 400 milioni di unità di farmaci.
Ha inoltre sottolineato che negli ultimi cinque anni il settore ha intrapreso un processo di ripresa e che il dato di produzione si è chiuso nel 2025 con circa 355 milioni di unità prodotte nel Paese.
«Chiuderemo l'anno con circa 400 milioni di unità; ciò rappresenta quasi un 20% di recupero rispetto al 40% registrato nel 2024», ha dichiarato in un'intervista per il canale televisivo VTV.
La Commissione Permanente per l'Economia, le Finanze e lo Sviluppo Nazionale ha concordato di dare priorità, nell'agenda legislativa 2026, alle leggi volte a sostenere la protezione del popolo e la diversificazione della produzione.
Lo ha riferito il presidente della commissione, il deputato Jesús Faría (PSUV/Nazionale), durante l'insediamento dell'organo. Ha dichiarato che, attraverso la riforma integrale del quadro giuridico della Repubblica, si cercherà di rafforzare l'apparato produttivo, garantire la stabilità finanziaria e proteggere il reddito delle famiglie venezuelane di fronte alle aggressioni esterne.
Faría ha sottolineato che la commissione assume le proprie funzioni in una congiuntura storica di grandi sfide, a seguito dei recenti attacchi militari alla sovranità nazionale. Ha inoltre enfatizzato che la risposta legislativa si baserà sul Piano delle Sette Trasformazioni (7T), con l'obiettivo di consolidare un'economia post-petrolifera che sia sostenibile, diversificata e duratura.
Nella Gazzetta Ufficiale n. 43.292, del 9 gennaio 2026, è stato pubblicato il Decreto n. 5.207, attraverso il quale si esonera dal pagamento dell'Imposta sul Valore Aggiunto (IVA), dell'Imposta sulle Importazioni e della Tassa per la Determinazione del Regime Doganale, le importazioni definitive e le vendite effettuate sul territorio nazionale di carburanti derivati da idrocarburi. L'esonero si applica anche agli input e agli additivi destinati al miglioramento della qualità della benzina.
Tali operazioni possono essere effettuate direttamente dallo Stato, da aziende di sua esclusiva proprietà, da società miste (con partecipazione di capitale statale e privato in qualsiasi proporzione) o da aziende private, in conformità con quanto disposto dall'articolo 58 della Legge Organica sugli Idrocarburi.
In tal senso, la normativa indica che, ai fini del godimento dell'esonero fiscale, i beneficiari dovranno presentare presso il rispettivo Ufficio Doganale, al momento della dichiarazione, i seguenti documenti:
Allo stesso modo, le importazioni definitive dei beni «devono essere effettuate presso lo stesso ufficio doganale scelto dal beneficiario dell'esonero». Qualora il beneficiario avesse la necessità di effettuare importazioni attraverso una dogana diversa da quella selezionata, «dovrà comunicarlo all'ufficio doganale d'ingresso».
È importante sottolineare che il decreto esonera inoltre dall'obbligo tributario previsto dalla Legge di Riforma dell'Imposta sulle Grandi Transazioni Finanziarie (IGTF), secondo i termini e le condizioni stabiliti nel testo medesimo.
Le esportazioni di petrolio dal Venezuela, effettuate attraverso l'accordo di fornitura da 2 miliardi di dollari con gli Stati Uniti, hanno raggiunto circa 7,8 milioni di barili questo mercoledì, secondo i dati di monitoraggio navale e i documenti di Petróleos de Venezuela S.A. (Pdvsa). Le spedizioni hanno subito un'accelerazione dopo che l'amministrazione statunitense ha allentato il blocco, ma non in misura sufficiente a consentire all'azienda di invertire completamente i tagli alla produzione.
In seguito alla cattura del presidente Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti all'inizio di gennaio, Caracas e Washington hanno concordato la vendita di un massimo di 50 milioni di barili di greggio venezuelano stoccati in serbatoi e navi. Le società commerciali Vitol e Trafigura hanno ottenuto le prime licenze statunitensi per caricare ed esportare carichi dal Paese membro dell'OPEC.
Tuttavia, queste esportazioni non riescono ancora ad alleviare in modo significativo gli ingenti inventari di Pdvsa, cresciuti durante il blocco imposto dagli Stati Uniti durato quasi un mese, che ha lasciato il Venezuela con decine di milioni di barili di petrolio stoccati a terra e su petroliere cariche rimaste bloccate nelle acque venezuelane.
Difficoltà nella ripresa e nel mercato
La compagnia energetica statale venezuelana, che all'inizio di gennaio aveva ridotto la produzione per mancanza di spazio di stoccaggio, non ha ancora ripristinato i livelli precedenti in attesa che le scorte diminuiscano, secondo documenti e fonti interne.
Le vendite sono state lente poiché le raffinerie si sono rifiutate di pagare i prezzi richiesti dai commercianti, secondo fonti vicine alle trattative. Anche le difficoltà nel trasferire e stoccare il petrolio trattenuto altrove hanno rallentato il flusso.
Le offerte di greggio pesante Merey alle raffinerie statunitensi sono iniziate la scorsa settimana con uno sconto compreso tra 6 e 7,50 dollari al barile rispetto al prezzo del Brent. Tale cifra ha superato i prezzi del greggio canadese (di qualità simile e facilmente accessibile), non incentivando le raffinerie a passare al petrolio venezuelano.
Vitol e Trafigura hanno presentato offerte anche a raffinerie indiane con sconti tra 8 e 8,50 dollari, riscuotendo scarso interesse. Gli operatori hanno recentemente ampliato gli sconti a circa 9 dollari al barile, ma senza riscontrare ancora una forte domanda. Inoltre, il continuo sequestro di petroliere legate al Venezuela nei Caraibi da parte degli Stati Uniti ha reso gli armatori riluttanti a partecipare a queste operazioni.
Destinazione dei fondi e volumi di esportazione
Funzionari statunitensi hanno annunciato che circa 500 milioni di dollari provenienti dalle prime vendite saranno depositati in un fondo controllato dal governo degli Stati Uniti. Il governo venezuelano ha dichiarato che circa 300 milioni di dollari delle entrate iniziali saranno utilizzati per finanziare importazioni e spese governative.
Dati sulle spedizioni:
Nonostante la ripresa di alcuni giacimenti negli ultimi giorni, la produzione rimane al di sotto della capacità massima. A inizio gennaio, la produzione era scesa a 880.000 bpd rispetto agli 1,16 milioni di fine novembre, con tagli concentrati principalmente nella Fascia dell'Orinoco, secondo quanto riportato dall'agenzia Reuters.
Il presidente della Camera Venezuelana del Franchising (Profranquicias), Raúl Angulo, ha sottolineato che il 2025 è stato «un anno molto difficile per il settore imprenditoriale», aggiungendo che il comparto del franchising non è rimasto immune da tale realtà.
Inoltre, ha evidenziato come la questione del cambio, la pressione fiscale e la diminuzione del potere d'acquisto della popolazione abbiano colpito direttamente i consumi.
Angulo ha spiegato che il settore del franchising è trasversale, comprendendo commercio al dettaglio (retail), gastronomia e servizi: «Si tratta di attività commerciali che risentono fortemente del calo del potere d'acquisto dei cittadini».
Il presidente di Profranquicias ha precisato che il 2025 ha registrato risultati contrastanti, ma ha sottolineato che nelle ultime settimane «abbiamo visto molti imprenditori interessati a investire nel franchising e a portare marchi internazionali nel Paese».
In tal senso, ha chiarito:
«Non si tratta esattamente di investimenti stranieri, perché generalmente — anche se non nel 100% dei casi — è un venezuelano residente qui che decide di investire per importare un marchio estero».
Allo stesso modo, durante un intervento su Televen, ha sostenuto che, nonostante la presenza in Venezuela di marchi provenienti da Sud America, Europa e Asia, in questo primo scorcio di gennaio si è registrato un maggiore interesse da parte di firme americane, specialmente nei settori della gastronomia e dei supermercati.
Il Venezuela ha chiuso il terzo trimestre del 2025 con un incremento prossimo al 6% delle sue esportazioni rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, secondo il bilancio presentato dal presidente dell'Associazione Venezuelana degli Esportatori (AVEX), Gustavo González Velutini. La ripresa è stata accompagnata da cambiamenti rilevanti nelle destinazioni e nei settori che sostengono l'attività esportatrice del Paese.
González Velutini ha spiegato che il 2024 è stato segnato da una strategia di friend-shoring, orientata verso mercati alleati come Cina, India e Brasile. Tuttavia, ha avvertito che il Paese deve avanzare verso un approccio più equilibrato.
«Ora dobbiamo puntare realmente sul near-shoring, ovvero sfruttare i mercati a noi vicini», ha affermato in un'intervista a Unión Radio. «Dobbiamo trovare un equilibrio tra friend-shoring e near-shoring se vogliamo garantire la sopravvivenza delle nostre esportazioni a lungo termine».
La Cina domina, l'Italia sorprende e l'Europa arretra
Tra gennaio e settembre, la Cina si è confermata come principale destinazione delle esportazioni, con circa 520 milioni di dollari. Seguono gli Stati Uniti con quasi 250 milioni, il Brasile con 220 milioni e i Paesi Bassi — trainati dalle spedizioni di gamberetti — con circa 190 milioni.
L'Italia, tuttavia, è stata protagonista del movimento più inaspettato dell'anno: è arrivata ad assorbire circa 180 milioni di dollari, a seguito di un notevole aumento dell'acquisto di materiali ferrosi, alluminio e argille refrattarie. «Improvvisamente il mercato italiano si è sbloccato, acquistando una grande quantità di beni», ha sottolineato González Velutini. Questo balzo ha reso l'Italia la quinta destinazione delle esportazioni venezuelane.
L'andamento in Europa non è stato però uniforme. Il Venezuela è passato dall'esportare verso 24 dei 27 paesi dell'Unione Europea nel 2024 a soli 20 nel 2025. «Ci sono stati quattro paesi che hanno ridotto gli acquisti», ha indicato. D'altra parte la Colombia, nonostante la vicinanza geografica, non ha raggiunto i 100 milioni di dollari di importazioni dal Venezuela, mentre la Turchia ha mostrato un dinamismo inaspettato con circa 60 milioni di dollari.
(Contributo editoriale a cura della Cámara de Comercio Venezolano-Italiana)
La Repubblica Moldova sta potenziando gli strumenti di sostegno per le imprese con una serie di finanziamenti pubblici non rimborsabili destinati alla modernizzazione industriale, all’efficienza energetica, alla digitalizzazione e alla crescita delle piccole e medie imprese (PMI). Questi fondi, erogati dal governo moldavo in collaborazione con l’Unione Europea e partner internazionali, rappresentano un’opportunità concreta per imprese locali e investitori esteri interessati allo sviluppo industriale nel paese.
Le imprese interessate a ottenere fondi pubblici non rimborsabili devono seguire alcuni passaggi fondamentali. Prima di tutto identificare il programma adatto: ogni grant o aiuto pubblico ha criteri specifici (es. efficienza energetica, digitalizzazione, investimento industriale). Preparare poi la documentazione richiesta che include tipicamente business plan dettagliato con obiettivi e budget, piano di investimento o progetto, documentazione societaria (registrazione aziendale, bilanci). È necessario infine presentare la domanda all’ente gestore: per la maggior parte dei grant gestiti tramite ODA, le domande vanno presentate direttamente tramite la Organizzazione per lo Sviluppo dell’Imprenditorialità sotto il Ministero dello Sviluppo Economico e Digitalizzazione della Moldova.
Alcuni programmi, in particolare quelli legati a investimenti industriali, richiedono l’invio della candidatura al Ministero dello Sviluppo Economico e Digitalizzazione secondo le procedure ufficiali pubblicate sul sito istituzionale.
Negli ultimi mesi il Governo della Moldova, insieme all’Organizzazione per lo Sviluppo dell’Imprenditorialità (ODA) e con il supporto dell’Unione Europea, ha attivato e ampliato diverse misure di sostegno:
Un decreto governativo del 29 dicembre 2025 ha approvato un programma con contributi fino a 1,5 milioni di lei (circa 77.000 di euro) per PMI che investono in tecnologie di efficienza energetica ed energie rinnovabili, coprendo fino al 50% dei costi ammissibili dell’investimento.
Oltre ai grant diretti, la Moldova ha introdotto un meccanismo statale di aiuti per investimenti industriali nell’ambito del suo Piano Nazionale di Industrializzazione 2024–2028. Questo schema prevede: contributi fino al 75% del totale dell’investimento per piccole imprese (60% per medie e grandi aziende); forma di aiuto combinata: sovvenzione diretta (fino al 25% dell’aiuto totale) ed esenzione fiscale sull’imposta sui redditi (75%) per progetti industriali qualificati. Settori ammissibili: elettronica, chimica e farmaceutica, componenti automotive, tessile, materiali da costruzione e industria alimentare. Valore totale stimato dell’aiuto: circa 2 miliardi di lei (circa 100 milioni di euro).
L’Unione Europea ha stanziato una sovvenzione diretta di 8 milioni di euro per co-finanziare sette programmi statali di supporto all’imprenditorialità tramite ODA, destinati a 300 imprese entro il 2026. I programmi coprono iniziative come: digitalizzazione delle PMI; energie rinnovabili; programmi per giovani imprenditori e donne; turismo rurale. Queste risorse incrementano l’impatto degli strumenti statali esistenti e promuovono l’integrazione delle imprese nel mercato europeo.
Il governo thailandese ha annunciato un’importante iniziativa per rilanciare l’economia attraverso un maggiore coinvolgimento delle imprese straniere, con l’obiettivo di attrarre capitali esteri e rendere il Paese più competitivo a livello regionale. Il Ministero del Commercio thailandese intende proporre al Consiglio dei Ministri la rimozione di 10 settori economici dalla “lista ristretta” prevista dalla Foreign Business Act (FBA).
Attualmente, queste categorie richiedono alle società straniere di ottenere specifiche licenze statali per poter operare in Thailandia. Con la modifica, queste licenze non sarebbero più necessarie per le imprese straniere, consentendo un accesso molto più semplice al mercato. Tra i settori interessati ci sono: Telecomunicazioni, Sviluppo software, Gestione finanziaria, Esplorazione petrolifera, Commercio di derivati agricoli. Queste categorie rappresentano aree dinamiche dell’economia e confermano la volontà della Thailandia di modernizzare il proprio tessuto produttivo attraverso l’ingresso di competenze e capitali esteri.
Un altro elemento chiave della riforma è l’accelerazione dei tempi di approvazione per i permessi alle imprese straniere. Attualmente il processo può richiedere fino a 60 giorni; l’intenzione del governo è ridurre questo periodo a solamente 30 giorni, con l’obiettivo di ridurre la burocrazia e competere meglio con i Paesi vicini nel Sud-Est asiatico.
La mossa arriva in un contesto in cui la Thailandia sta cercando di sostenere la crescita economica, che negli ultimi anni è stata penalizzata da fattori globali come i dazi commerciali e l’apprezzamento della valuta. Le autorità vogliono incoraggiare investimenti esteri diretti (FDI), specialmente nei settori ad alto valore aggiunto quali tecnologia, servizi digitali e infrastrutture innovative. Se approvata, questa riforma potrebbe: Potenziare la competitività internazionale della Thailandia attirando nuovi investitori; Favorire la creazione di posti di lavoro qualificati; Stimolare la crescita nei settori tecnologici e dei servizi avanzati; Rafforzare il ruolo della Thailandia come hub regionale per imprese globali.
Negli ultimi anni, il Paese ha già mostrato segni di forte attrattività per gli investimenti stranieri nei settori digitali e produttivi, con record di capitali attratti e un crescente interesse da parte di aziende estere, soprattutto nel settore tecnologico e manifatturiero.
Nel dibattito europeo sul futuro del lavoro, pochi concetti stanno avendo un impatto così rilevante come quello di flexicurity. Nato e sviluppato in Danimarca, questo modello di organizzazione del mercato del lavoro combina due elementi che spesso vengono percepiti come contrapposti: un’elevata flessibilità per le imprese e un forte livello di sicurezza economica e sociale per i lavoratori. Il risultato è un sistema capace di adattarsi rapidamente ai cambiamenti economici, senza sacrificare la tutela dei cittadini.
Il sistema occupazionale danese si fonda su quello che viene comunemente definito il “triangolo d’oro” della flexicurity. I suoi tre lati sono un mercato del lavoro flessibile, un solido sistema di sicurezza del reddito e una politica attiva del lavoro particolarmente sviluppata. L’interazione tra questi tre elementi consente una notevole mobilità professionale, riducendo al contempo i rischi sociali legati alla disoccupazione.
Dal punto di vista della flessibilità, la Danimarca presenta un livello relativamente basso di protezione legislativa dell’occupazione (Employment Protection Legislation, EPL). Le imprese possono assumere e licenziare con facilità, adattando rapidamente la forza lavoro alle esigenze del mercato. Pur esistendo accordi collettivi e tutele giuridiche di base, il contenzioso legato ai licenziamenti è poco frequente e i costi di uscita sono contenuti. Questa flessibilità si traduce in un’elevata mobilità: i flussi in entrata e in uscita dall’occupazione sono consistenti e il passaggio da un lavoro all’altro è un fenomeno ordinario. Ogni anno, circa il 25% dei lavoratori del settore privato cambia impiego.
A bilanciare questa libertà per le imprese interviene un sistema di sicurezza del reddito tra i più generosi in Europa. I lavoratori che aderiscono a una A-kasse, ovvero un fondo assicurativo contro la disoccupazione, hanno diritto a percepire l’indennità di disoccupazione (dagpenge) fino a due anni in caso di perdita del lavoro. Per i redditi più bassi, il tasso di compensazione può arrivare fino al 90% del salario precedente. Chi non è iscritto a un fondo assicurativo può comunque accedere a un sussidio assistenziale (kontanthjælp), erogato su base reddituale e destinato a chi perde il proprio sostentamento a causa di disoccupazione, malattia o eventi familiari, purché non rientri in altri schemi di welfare.
Il terzo pilastro della flexicurity danese è rappresentato dalle politiche attive del lavoro. L’obiettivo è garantire un mercato del lavoro efficiente, sostenendo sia i disoccupati sia gli occupati che desiderano riqualificarsi. La Danimarca investe risorse significative in programmi di formazione, riqualificazione professionale, orientamento e servizi di accompagnamento al lavoro. Nel 2019, la spesa complessiva per le misure attive del lavoro – comprendente attivazione, schemi occupazionali, costi di gestione dei job centre municipali e fondi speciali – ha raggiunto i 12,7 miliardi di corone danesi, a prezzi e salari del 2021. Questo impegno finanziario riflette la convinzione che la disoccupazione debba essere una fase di transizione breve e assistita, non una condizione permanente.
Un elemento centrale del modello danese è la lunga tradizione di cooperazione tra parti sociali. La flexicurity non è il risultato di una riforma improvvisa, ma di oltre un secolo di dialogo tra associazioni datoriali e sindacati. Salari e condizioni di lavoro sono definiti principalmente attraverso la contrattazione collettiva, con un intervento limitato dello Stato. Non esiste, ad esempio, un salario minimo legale: i livelli retributivi, generalmente elevati, sono stabiliti nei contratti negoziati tra le parti. Circa il 67% dei lavoratori danesi è iscritto a un sindacato, un dato che favorisce la stabilità delle relazioni industriali e rende gli scioperi relativamente rari.
Questa combinazione di flessibilità e protezione ha reso i lavoratori danesi più aperti alla globalizzazione. La percezione diffusa è che, se un posto di lavoro scompare, se ne creerà un altro in tempi ragionevoli, grazie a un mercato dinamico e a un solido sistema di supporto. Allo stesso tempo, la facilità di assunzione e licenziamento incentiva le imprese a dare opportunità anche a persone che, in contesti più rigidi, rischierebbero di restare escluse dal mercato del lavoro.
Il successo del modello non è passato inosservato a livello europeo. La Commissione europea ha integrato il concetto di flexicurity nelle proprie strategie per l’occupazione, indicandolo come una possibile risposta alle sfide poste dalla trasformazione economica e tecnologica. Diversi Paesi, tra cui la Francia, guardano alla Danimarca come a un punto di riferimento. Non a caso, il presidente Emmanuel Macron ha definito l’approccio danese una fonte di ispirazione per le riforme del mercato del lavoro.
In un contesto segnato da incertezza economica e cambiamenti rapidi, il mercato del lavoro danese dimostra come flessibilità e sicurezza non siano necessariamente alternative, ma possano rafforzarsi a vicenda. La flexicurity resta così uno dei modelli più studiati e ammirati in Europa, capace di coniugare competitività economica e coesione sociale.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio italiana in Danimarca)
In un mondo in cui la sicurezza riguarda tanto lo spazio quanto la Terra, il Lussemburgo sta consolidando un importante asset strategico. Decidendo di lanciare GovSat-2, il suo secondo satellite dedicato alle comunicazioni governative e militari, basato su una piattaforma industriale collaudata, lo Spacebus 4000 di Thales Alenia Space (che ha una filiale molto attiva in Lussemburgo), progettato per missioni critiche a lungo termine, il Granducato sta rafforzando le sue capacità di difesa, affermando il suo impegno internazionale e strutturando un ecosistema industriale ad alto valore aggiunto.
Questo progetto rappresenta chiaramente una componente significativa dell'intensificazione degli sforzi di difesa del Lussemburgo. Il Paese ha assunto forti impegni nei confronti della NATO in questo ambito, che lo porteranno ad aumentare la spesa per la difesa al 2% del suo reddito nazionale lordo (RNL) entro il 2026. Al vertice dell'Aja, si è addirittura impegnato a raggiungere il 5% del RNL (incluso il 3,5% per le spese strettamente militari) entro il 2035.
Il Lussemburgo era già un attore riconosciuto in questo campo grazie al suo satellite per comunicazioni GovSat-1, lanciato nel 2018, che ha fornito al Paese una capacità sovrana in un'area diventata critica per la sicurezza nazionale e collettiva. Il 21 gennaio 2026, la Camera dei Deputati ha approvato il lancio del programma GovSat-2. Adottata a larga maggioranza, la legge autorizza lo Stato a finanziare l'acquisizione, il lancio e l'esercizio di un nuovo satellite, nonché le relative capacità necessarie per la sua piena operatività.
Questa decisione giunge in un contesto geopolitico caratterizzato da un forte deterioramento della sicurezza e da una crescente domanda di comunicazioni satellitari militari. Le capacità esistenti stanno gradualmente raggiungendo i loro limiti, sia in termini di volume che di flessibilità, mentre le esigenze delle forze armate e delle organizzazioni internazionali si stanno intensificando, come si può osservare quotidianamente in Ucraina.
Uno dei principali punti di forza di GovSat-2 risiede nel suo livello di resilienza. Il satellite è progettato per resistere a tentativi di jamming, interferenze intenzionali e ambienti elettromagnetici deliberatamente degradati. Integrerà funzionalità avanzate di protezione delle comunicazioni e capacità di geolocalizzazione, soddisfacendo gli attuali requisiti operativi delle forze armate.
GovSat-2 è stato progettato per garantire una transizione senza soluzione di continuità con il suo predecessore. Questa continuità è essenziale per garantire la disponibilità continua di collegamenti critici, senza interruzioni del servizio, in un contesto in cui la dipendenza da comunicazioni sicure è in costante aumento. È quindi logico che il Governo abbia deciso di affidare il programma a LuxGovSat, seguendo un modello di partenariato pubblico-privato. A questo programma è stato stanziato un budget di 301 milioni di euro. Nello specifico, 101 milioni di euro saranno destinati a un aumento di capitale di LuxGovSat, che finanzierà l'investimento. Ulteriori 200 milioni di euro saranno destinati all'acquisto di capacità satellitare nell'arco di dodici anni. Inoltre, la legge autorizza il Governo a stipulare partnership strategiche con i Paesi alleati per un totale di 500 milioni di euro. Tale somma non sarà a carico del bilancio dello Stato, ma servirà semplicemente a facilitare il trasferimento di fondi tra i Paesi partner e l'operatore satellitare.
GovSat-2 lancia un messaggio chiaro: anche un piccolo Stato può svolgere un ruolo centrale in aree strategiche, a condizione che adotti scelte mirate e coerenti. Con il lancio di questo satellite, il Lussemburgo rafforza la propria credibilità all'interno dell'Alleanza Atlantica, consolidando al contempo una posizione industriale e tecnologica destinata a svolgere un ruolo significativo nel suo sviluppo economico a lungo termine.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italo-Lussemburghese a.s.b.l)
Il PERTE (Progetto Strategico per la Recuperazione e la Trasformazione Economica) per l’Industrializzazione dell’Abitazione rappresenta una delle iniziative più ambiziose dell’esecutivo spagnolo per modernizzare il settore dell’edilizia e affrontare la grave carenza di alloggi a prezzi accessibili. Annunciato ufficialmente nel 2025, questo progetto prevede un investimento pubblico di 1.300 milioni di euro distribuiti su 10 anni, con l’obiettivo di favorire la diffusione di tecniche costruttive industrializzate e attrarre investimenti privati nel settore.
Obiettivi e contenuti principali del PERTE
Il PERTE si propone tre linee strategiche fondamentali:
Un elemento chiave del piano è la coesione tra pubblico e privato: parte dei fondi sarà destinata alla capitalizzazione di imprese che offrono o richiedono soluzioni industrializzate, mentre organismi pubblici integreranno criteri di industrializzazione nei bandi di gara per gli appalti.
Il contesto economico del settore edilizio in Spagna
Il settore della costruzione è un pilastro dell’economia spagnola. Secondo i dati più recenti:
Tuttavia, il settore richiede un cambio importante nelle modalità di costruzione e nell'efficientamento energetico degli edifici. In questo senso, le abitazioni industrializzate rappresentano solo l'1% del mercato, una quota significativamente bassa rispetto paesi come Olanda, Germania e Regno Unito.
Questi dati dimostrano come il settore non solo sia significativo per l’economia spagnola, ma abbia anche margini di crescita attraverso innovazione, digitalizzazione e sostenibilità — aspetti prioritari del PERTE.
Novità e opportunità per le imprese italiane
Il PERTE per l’industrializzazione dell’abitazione apre importanti prospettive per le aziende italiane specializzate in:
La buona performance di molte imprese italiane in questi ambiti — già protagoniste in progetti di costruzione industrializzata nel Nord Europa e nei mercati esteri — può tradursi in un ruolo di leadership anche in Spagna, specialmente considerando la spinta governativa verso modelli costruttivi più efficienti e sostenibili.
Conclusione: una nuova frontiera per l’edilizia europea
Il PERTE per l’industrializzazione della casa non è solo un piano di investimento: è un cambiamento di paradigma per il settore edilizio spagnolo, che mira a combinare sostenibilità, innovazione e competitività. Per le imprese italiane, questo programma rappresenta un’opportunità concreta di esportare competenze, tecnologie e modelli di business avanzati.
(Contributo editorisle a cura della Camera di Commercio e Industria Italiana per la Spagna)