
La Danimarca, da sempre considerata il faro d'Europa per la transizione ecologica, sta affrontando un blocco strutturale senza precedenti che rischia di frenare la sua corsa verso l’elettrificazione. Il 27 maggio 2026, il gestore della rete di trasmissione statale danese, Energinet, ha annunciato ufficialmente che la sospensione temporanea della firma di nuovi accordi di connessione alla rete, avviata lo scorso 2 marzo, non terminerà a giugno come inizialmente previsto, ma verrà estesa fino all'autunno 2026.
I dati emersi dalle ultime analisi tecniche condotte durante la pausa mostrano una capacità residua della rete ad alta tensione quasi totalmente esaurita. Di conseguenza, Energinet ha annunciato una transizione permanente verso un modello di gestione collettiva “a pool”, abbandonando definitivamente il vecchio paradigma individualista. La conseguenza più rilevante per il mercato industriale è la tempistica: per i nuovi grandi progetti di consumo o generazione energetica, i tempi di attesa stimati per l'adeguamento strutturale e l'allacciamento effettivo alla rete oscilleranno ora tra i 5 e i 10 anni.
Mentre l'elettrificazione su piccola e media scala (famiglie e PMI locali) rimarrà garantita per tutelare lo sviluppo comunitario, i grandi investimenti industriali subiranno una brusca frenata, aprendo una fase di profonda incertezza ma anche di necessaria ristrutturazione strategica per tutti gli attori internazionali.
Anatomia di uno "tsunami" infrastrutturale
La saturazione del sistema elettrico danese è il risultato di un'esplosione di richieste di connessione che ha raggiunto la cifra record di 60 gigawatt (GW) complessivi. Per comprendere l'entità del fenomeno, basti pensare che il picco massimo storico di consumo dell'intera Danimarca è di soli 7 GW. La domanda, trainata principalmente da data center (13,7 GW), sistemi di accumulo a batteria (9,7 GW) e impianti Power-to-X (7 GW), ha superato di tre volte le stime ufficiali, cogliendo di sorpresa le autorità.
Per fronteggiare questa emergenza, Energinet ha introdotto un pacchetto di misure straordinarie sull'accesso alla rete:
Questo stallo crea forti paradossi locali. Nel nord dello Jutland, ad esempio, la produzione di energia da fonti rinnovabili supera il consumo interno, ma l'inadeguatezza dei cavi di trasmissione impedisce sia di esportare l'eccedenza sia di destinarla a importanti industrie locali. Di conseguenza, progetti industriali già avviati e piani di decarbonizzazione aziendale rischiano il congelamento o la delocalizzazione, con tempi di attesa per l'allaccio totale che in alcuni casi slittano fino al 2039.
Conseguenze del collo di bottiglia
La crisi infrastrutturale danese ridefinisce l'equilibrio tra rischi e opportunità per gli operatori economici. Da un lato, le attese fino a dieci anni e i nuovi severi requisiti d'ingresso generano forte incertezza finanziaria, penalizzando i progetti meno strutturati e costringendo molte industrie a frenare la propria transizione dal fossile all'elettrico. Dall'altro, il necessario potenziamento della rete (forte di quasi cento miliardi di corone di investimenti) apre ricchi mercati per i fornitori di componentistica avanzata. Inoltre, la difficoltà di allaccio spinge i grandi consumatori verso l'autosufficienza energetica: esplode così la domanda di microreti aziendali, soluzioni di autoproduzione "behind-the-meter" e tecnologie intelligenti di accumulo a batteria. Questi sistemi diventano oggi indispensabili per garantire quella flessibilità (grid friendliness) ormai cruciale per sperare nell'approvazione dei futuri progetti da parte di Energinet.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio italiana in Danimarca [2])
Collegamenti
[1] https://www.assocamerestero.it/notizie/%3Ffield_notizia_categoria_tid%3D1122
[2] https://www.assocamerestero.it/ccie/camera-commercio-italiana-danimarca