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Lunedì 2 Novembre 2026
Notizie mercati esteri [1]

Notizie dai mercati esteri - Svizzera

Bonus fiscale per chi spende in Ticino? La proposta dei Giovani del Centro

Il Centro e i Giovani del Centro Ticino hanno presentato un'iniziativa parlamentare generica per sostenere il commercio locale. Ad illustrarla la deputata Sabrina Gendotti, la presidente dei Giovani Giovanna Pedroni e il vicepresidente Luca Taglialatela. L'idea è che chi vuole possa destinare volontariamente fino al 5% del proprio stipendio lordo annuo (per gli indipendenti, del reddito rilevante ai fini AVS), con un tetto di 5.000 franchi, a spese presso esercenti ticinesi. In cambio otterrebbe un credito d'imposta cantonale fino al 25% delle somme effettivamente spese.

Come funzionerebbe

Il meccanismo, spiegano i promotori, passerebbe da un "ticket stipendio", una carta o un wallet digitale utilizzabile solo presso le aziende ticinesi aderenti. Il lavoratore dovrebbe comunicare la scelta al datore di lavoro, che gli verserebbe la quota sotto forma di ticket. L'adesione è volontaria e non impone dove acquistare, e Gendotti l'ha presentata come uno strumento che rafforza la libertà economica del territorio senza limitare quella individuale.

Perché ora

Il contesto è quello di un commercio al dettaglio in difficoltà. I dati congiunturali di maggio 2026 mostrano un peggioramento di affari e vendite, e l'Ufficio cantonale di statistica indica tra i fattori la concorrenza degli acquisti oltreconfine e dell'e-commerce. Secondo la RSI, il Ticino ha i salari più bassi della Svizzera, con premi di cassa malati e affitti in crescita, e molti scelgono dove fare la spesa in base al portafoglio, spesso in Italia o online. Ad aprile il presidente della grande distribuzione ticinese, Enzo Lucibello, stimava che gli acquisti dei ticinesi oltre confine fossero saliti in pochi anni da circa 500 a circa 700 milioni di franchi l'anno. Il franco sfavorevole e il taglio delle accise deciso a Roma hanno aggravato il quadro.

I numeri dei promotori

Con uno stipendio lordo di 50.000 franchi, la quota destinata al circuito sarebbe di 2.500 franchi e il credito d'imposta di 625. Con un'adesione totale dei circa 170.000 lavoratori ticinesi, la spesa aggiuntiva sul territorio sarebbe di 850 milioni di franchi e il costo per le casse pubbliche di 212,5 milioni. Va precisato che queste cifre corrispondono al massimo di 5.000 franchi per ciascun lavoratore: con l'importo dell'esempio da 50.000 franchi, la spesa complessiva si fermerebbe attorno ai 425 milioni. I promotori stessi parlano di scenari puramente teorici, il cui impatto reale dipenderà dal numero di adesioni. Taglialatela sostiene che anche un'adesione moderata darebbe un volume economico significativo al commercio locale.

I nodi aperti

Trattandosi di un'iniziativa generica, ora il Parlamento deve stabilire se sia valida e conforme al principio della libertà economica. Gli uffici del Consiglio di Stato dovranno poi valutare la sostenibilità finanziaria, e gli stessi promotori riconoscono che, con le finanze pubbliche in sofferenza, la cifra è molto rilevante. Occorrerà capire quanto dei maggiori consumi potrà tradursi in maggiori entrate fiscali per il Cantone. Restano da definire anche la platea degli aderenti e quali imprese potranno entrare nel circuito, e con quale offerta. Sulla posizione dei frontalieri il testo non prevede alcun automatismo né procedura.

UBS, la stretta sul capitale riaccende le voci di una fusione con una banca estera

il quotidiano svizzero Blick, citando una fonte a conoscenza del dossier, ha riferito che almeno otto grandi banche internazionali avrebbero fatto sapere ai vertici di UBS di essere disposte a discutere una fusione o altre forme di integrazione. I nomi che circolano sono Morgan Stanley, Deutsche Bank e Standard Chartered, con Morgan Stanley citato più spesso. Si tratta però solo di indiscrezioni: UBS non ha confermato alcuna trattativa e ha dichiarato di non commentare speculazioni od opinioni. Anche il numero di otto banche resta legato alla sola fonte giornalistica.

La decisione che ha innescato tutto

Il punto di partenza è il voto del 23 settembre con cui il Consiglio degli Stati, la Camera alta, ha approvato per 29 voti contro 16 una norma sulle banche sistemiche. La norma impone di coprire con capitale CET1, il capitale di più alta qualità, il 90% delle partecipazioni estere. Secondo i calcoli di UBS, questo la obbligherebbe a detenere circa 16 miliardi di dollari in più, che si sommano a circa 2 miliardi legati ad altre misure già annunciate, per un totale di circa 18 miliardi. La banca sostiene inoltre di dover già detenere circa 15 miliardi di capitale aggiuntivo dopo l'acquisizione di Credit Suisse, per cui il totale incrementale dall'operazione potrebbe arrivare a circa 33 miliardi. UBS parla di un ulteriore inasprimento eccessivo di requisiti già tra i più severi al mondo. Il provvedimento non è però definitivo, perché deve ancora passare dal Consiglio nazionale.

Le mosse di UBS e le reazioni

Due giorni prima delle indiscrezioni di Blick, il sito americano Semafor aveva scritto che il management di UBS aveva ripreso a valutare come ridurre l'esposizione alla regolamentazione svizzera, compresa una combinazione con un concorrente estero. Tra le ipotesi ci sarebbe una nuova struttura societaria con una grande banca straniera, con la sede del gruppo eventualmente fuori dalla Svizzera, il che potrebbe cambiare il quadro regolamentare applicabile. Prima del voto il presidente Colm Kelleher aveva avvertito che la banca avrebbe potuto ripensare la propria base svizzera se le regole fossero state troppo severe.

Nel fine settimana la ministra delle Finanze Karin Keller-Sutter ha detto che è improbabile che UBS lasci la Svizzera, perché il trasloco costerebbe più delle nuove norme sul capitale e comporterebbe forti complicazioni legali. Sulla stessa linea l'economista Aymo Brunetti, dell'Università di Berna, che ritiene improbabili sia la fusione sia il cambio di sede: la "Swissness" resta un biglietto da visita essenziale, soprattutto per i ricchi clienti asiatici, e per i clienti svizzeri cambierebbe poco, con il fisco come principale possibile perdente. Un altro interlocutore intervistato da Ticinonews avverte invece che senza una grande banca elvetica forte sarebbe più difficile per le PMI ottenere crediti importanti, e che già oggi si sente la mancanza di Credit Suisse.

Chi avrebbe le dimensioni

Secondo Luca Discacciati, analista di Cambiavalute.ch, guardando alle sole dimensioni Morgan Stanley è il nome più plausibile tra quelli circolati. Deutsche Bank e Standard Chartered hanno una capitalizzazione inferiore a quella di UBS, quindi si parlerebbe più di una fusione che di un'acquisizione. Fuori dall'elenco di Blick, gruppi come JPMorgan, Bank of America o HSBC avrebbero la scala necessaria, ma questo non significa che esista un interesse concreto da parte loro.

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana per la Svizzera [2])

Ultima modifica: Lunedì 2 Novembre 2026

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