Lo yen ai minimi da quarant'anni: vendere di più per guadagnare di meno

Martedì 4 Agosto 2026

Lo yen ai minimi da quarant'anni: vendere di più per guadagnare di meno

A cavallo tra giugno e luglio 2026, lo yen giapponese ha raggiunto 162,4 per dollaro, il livello più basso dagli accordi del Plaza del 1985. Il cambio euro-yen si attestava a 185 il 10 luglio, secondo i dati ufficiali della Banca d'Italia. Non è un dato da lasciare agli analisti: per chiunque venda prodotti in Giappone, riceva pagamenti in yen o stia pianificando la propria presenza nel mercato, questo numero cambia la matematica di base.

Il primo effetto è controintuitivo. Uno yen debole rende i prodotti importati più convenienti per i consumatori giapponesi in termini di valuta locale, ma chi esporta riceve meno euro per ogni yen incassato. Il paradosso si vede con precisione nei dati del mercato del vino: nel primo trimestre 2026 il Giappone ha importato 55,8 milioni di litri, il 6,2% in più rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, ma il valore totale delle importazioni è sceso del 4,3% e il prezzo medio per litro è calato del 9,9%, a 5,80 euro. Più bottiglie vendute, meno ricavi. Il vino italiano segue lo stesso andamento: +2,5% in volume, ma -5,3% in valore nel primo trimestre 2026, secondo i dati ISTAT analizzati da Gambero Rosso. Dal 2020 ad oggi lo yen ha perso il 39% del suo valore rispetto all'euro, e questa svalutazione si è scaricata silenziosamente sui prezzi di importazione.

Il meccanismo è semplice. Quando un distributore giapponese acquista prodotti europei, paga in euro o in dollari. Con uno yen così debole, quella stessa spesa gli costa in yen molto di più rispetto a tre o quattro anni fa. Per tenere i prezzi al consumo accessibili, il distributore ha due opzioni: ridurre il proprio margine oppure chiedere al fornitore europeo di abbassare il prezzo in euro. In entrambi i casi, chi vende sente la pressione. I settori più esposti sono quelli dove la concorrenza è alta e il consumatore giapponese è sensibile al prezzo, come food e beverage di fascia media. Nei segmenti premium la logica cambia: un prodotto posizionato come eccellenza mantiene meglio il prezzo anche in contesti di cambio sfavorevole.

Sul versante del turismo la dinamica si ribalta. Uno yen ai minimi storici rende il Giappone straordinariamente conveniente per i viaggiatori europei, e alimenta i flussi record degli ultimi anni. Un'analisi di Ebury stimava a fine giugno che un viaggiatore italiano in Giappone riesca ad acquistare circa il 13% in più rispetto a quanto potrebbe fare spendendo la stessa cifra nell'Eurozona.

Per i consumatori giapponesi, invece, lo scenario è tutt'altro che favorevole. Il Giappone importa la quasi totalità del proprio fabbisogno energetico e una quota significativa delle materie prime alimentari: uno yen debole si traduce in inflazione importata, aumento del costo della vita e compressione del potere d'acquisto delle famiglie. Tokyo ha tentato di difendere la valuta spendendo 11,7 trilioni di yen, equivalenti a circa 63,3 miliardi di euro, tra aprile e maggio 2026, il maggiore sforzo di intervento valutario mai registrato, ma gli effetti si sono esauriti rapidamente. Secondo l'OCSE, lo yen è oggi più sottovalutato rispetto al dollaro di quanto non sia mai stato per qualsiasi valuta del G10 dagli anni Settanta.

A metà giugno la Banca del Giappone ha alzato il tasso di riferimento all'1%, il livello più alto dal 1995, ma il differenziale con i tassi americani, con i Treasury decennali intorno al 4,5% contro circa il 2,6% giapponese, resta ampio e continua ad alimentare la pressione sulla valuta. La prossima decisione della Banca del Giappone è attesa per il 31 luglio: un ulteriore rialzo dei tassi è considerato da molti analisti la mossa più duratura per frenare la caduta dello yen, ma fino ad allora chi opera con il Giappone deve fare i conti con uno scenario in cui vendere di più non garantisce di incassare di più.

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana in Giappone)

Ultima modifica: Martedì 4 Agosto 2026