Flessibilità e sicurezza: il modello danese della flexicurity come riferimento europeo

Lunedì 16 Febbraio 2026

Flessibilità e sicurezza: il modello danese della flexicurity come riferimento europeo

Nel dibattito europeo sul futuro del lavoro, pochi concetti stanno avendo un impatto così rilevante come quello di flexicurity. Nato e sviluppato in Danimarca, questo modello di organizzazione del mercato del lavoro combina due elementi che spesso vengono percepiti come contrapposti: un’elevata flessibilità per le imprese e un forte livello di sicurezza economica e sociale per i lavoratori. Il risultato è un sistema capace di adattarsi rapidamente ai cambiamenti economici, senza sacrificare la tutela dei cittadini.

Il sistema occupazionale danese si fonda su quello che viene comunemente definito il “triangolo d’oro” della flexicurity. I suoi tre lati sono un mercato del lavoro flessibile, un solido sistema di sicurezza del reddito e una politica attiva del lavoro particolarmente sviluppata. L’interazione tra questi tre elementi consente una notevole mobilità professionale, riducendo al contempo i rischi sociali legati alla disoccupazione.

Dal punto di vista della flessibilità, la Danimarca presenta un livello relativamente basso di protezione legislativa dell’occupazione (Employment Protection Legislation, EPL). Le imprese possono assumere e licenziare con facilità, adattando rapidamente la forza lavoro alle esigenze del mercato. Pur esistendo accordi collettivi e tutele giuridiche di base, il contenzioso legato ai licenziamenti è poco frequente e i costi di uscita sono contenuti. Questa flessibilità si traduce in un’elevata mobilità: i flussi in entrata e in uscita dall’occupazione sono consistenti e il passaggio da un lavoro all’altro è un fenomeno ordinario. Ogni anno, circa il 25% dei lavoratori del settore privato cambia impiego.

A bilanciare questa libertà per le imprese interviene un sistema di sicurezza del reddito tra i più generosi in Europa. I lavoratori che aderiscono a una A-kasse, ovvero un fondo assicurativo contro la disoccupazione, hanno diritto a percepire l’indennità di disoccupazione (dagpenge) fino a due anni in caso di perdita del lavoro. Per i redditi più bassi, il tasso di compensazione può arrivare fino al 90% del salario precedente. Chi non è iscritto a un fondo assicurativo può comunque accedere a un sussidio assistenziale (kontanthjælp), erogato su base reddituale e destinato a chi perde il proprio sostentamento a causa di disoccupazione, malattia o eventi familiari, purché non rientri in altri schemi di welfare.

Il terzo pilastro della flexicurity danese è rappresentato dalle politiche attive del lavoro. L’obiettivo è garantire un mercato del lavoro efficiente, sostenendo sia i disoccupati sia gli occupati che desiderano riqualificarsi. La Danimarca investe risorse significative in programmi di formazione, riqualificazione professionale, orientamento e servizi di accompagnamento al lavoro. Nel 2019, la spesa complessiva per le misure attive del lavoro – comprendente attivazione, schemi occupazionali, costi di gestione dei job centre municipali e fondi speciali – ha raggiunto i 12,7 miliardi di corone danesi, a prezzi e salari del 2021. Questo impegno finanziario riflette la convinzione che la disoccupazione debba essere una fase di transizione breve e assistita, non una condizione permanente.

Un elemento centrale del modello danese è la lunga tradizione di cooperazione tra parti sociali. La flexicurity non è il risultato di una riforma improvvisa, ma di oltre un secolo di dialogo tra associazioni datoriali e sindacati. Salari e condizioni di lavoro sono definiti principalmente attraverso la contrattazione collettiva, con un intervento limitato dello Stato. Non esiste, ad esempio, un salario minimo legale: i livelli retributivi, generalmente elevati, sono stabiliti nei contratti negoziati tra le parti. Circa il 67% dei lavoratori danesi è iscritto a un sindacato, un dato che favorisce la stabilità delle relazioni industriali e rende gli scioperi relativamente rari.

Questa combinazione di flessibilità e protezione ha reso i lavoratori danesi più aperti alla globalizzazione. La percezione diffusa è che, se un posto di lavoro scompare, se ne creerà un altro in tempi ragionevoli, grazie a un mercato dinamico e a un solido sistema di supporto. Allo stesso tempo, la facilità di assunzione e licenziamento incentiva le imprese a dare opportunità anche a persone che, in contesti più rigidi, rischierebbero di restare escluse dal mercato del lavoro.

Il successo del modello non è passato inosservato a livello europeo. La Commissione europea ha integrato il concetto di flexicurity nelle proprie strategie per l’occupazione, indicandolo come una possibile risposta alle sfide poste dalla trasformazione economica e tecnologica. Diversi Paesi, tra cui la Francia, guardano alla Danimarca come a un punto di riferimento. Non a caso, il presidente Emmanuel Macron ha definito l’approccio danese una fonte di ispirazione per le riforme del mercato del lavoro.

In un contesto segnato da incertezza economica e cambiamenti rapidi, il mercato del lavoro danese dimostra come flessibilità e sicurezza non siano necessariamente alternative, ma possano rafforzarsi a vicenda. La flexicurity resta così uno dei modelli più studiati e ammirati in Europa, capace di coniugare competitività economica e coesione sociale.

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio italiana in Danimarca)

Ultima modifica: Lunedì 16 Febbraio 2026