Informazione economica

Giovedì 17 Settembre 2026

La spesa dei turisti stranieri in Spagna cresce del 10,9% a luglio: l'Italia registra l'incremento più alto tra i principali mercati

La spesa totale dei turisti internazionali in Spagna ha raggiunto i 18.218 milioni di euro nel mese di luglio 2026, con un aumento del 10,9% rispetto allo stesso mese del 2025. Lo comunica l'Istituto Nazionale di Statistica (INE) nell'Encuesta de Gasto Turístico (EGATUR), pubblicata il 1° settembre 2026 (dati provvisori).

La spesa media per turista si è attestata a 1.579 euro (+5,9% su base annua), mentre la spesa media giornaliera è cresciuta del 3,7%, raggiungendo i 218 euro.

Nei primi sette mesi del 2026, la spesa cumulata dei turisti internazionali in Spagna ha toccato gli 82.054 milioni di euro, con un incremento del 7,8% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.

Il dato dell'Italia

Tra i principali paesi di origine dei turisti, l'Italia si distingue per la dinamica più intensa: la spesa dei turisti italiani in Spagna a luglio ha raggiunto 839 milioni di euro, con una crescita del 24,5% su base annua — il tasso di incremento più elevato tra tutti i mercati emittenti rilevati dall'INE, superando nettamente la media generale (+10,9%). Il dato assoluto posiziona il paese al quarto posto tra i principali paesi di origine in termini di spesa turistica.

La spesa media per turista italiano è stata di 1.170 euro (+6,5% annuo), mentre la spesa media giornaliera si è attestata a 175 euro, sostanzialmente stabile rispetto a luglio 2025 (variazione dello 0,0%). La durata media del soggiorno dei turisti italiani è stata di 6,7 giorni, anch'essa in crescita del 6,5%.

Gli altri principali mercati

Il Regno Unito si conferma il primo mercato per volume di spesa, con il 16,7% del totale (3.038 milioni di euro, +4,8%), seguito da Germania (9,6% del totale, 1.751 milioni di euro, +11,5%) e Francia (9,0% del totale, 1.644 milioni di euro, +12,6%).

Altri dati rilevanti

Per tipologia di spesa, la voce principale a luglio è stata l'alloggio (19,8% del totale, +6,7%), seguita da pacchetto turistico (19,3%, +19,0%) e trasporto internazionale (19,2%, +12,8%). Il 62,5% della spesa totale è stata generata da turisti alloggiati in strutture alberghiere (+7,8%). Per motivo del viaggio, il turismo di piacere ha generato l'89,2% della spesa totale (+8,9%).

Tra le comunità autonome di destinazione, le Isole Baleari restano la prima meta per spesa (22,8% del totale), seguite da Catalogna (20,4%) e Andalusia (14,8%), quest'ultima con la crescita più marcata (+23,4%).

Fonte: Instituto Nacional de Estadística (INE), Encuesta de Gasto Turístico (EGATUR) — Julio 2026, datos provisionales (1 settembre 2026).

(Contributo editorisle a cura della Camera di Commercio e Industria Italiana per la Spagna)

Ultima modifica: Giovedì 17 Settembre 2026
Giovedì 17 Settembre 2026

Il rafforzamento del colón in Costa Rica: effetti e conseguenze sull’economia e sulle imprese

Negli ultimi quattro anni il Costa Rica ha registrato un significativo rafforzamento della propria valuta, il colón, nei confronti del dollaro statunitense. La variazione del tasso di cambio ha avuto ripercussioni rilevanti sui consumatori, sulle imprese importatrici ed esportatrici, sul settore turistico e sulle decisioni di investimento, modificando in parte gli equilibri di competitività dell’economia costaricana.

Un rafforzamento significativo della valuta

Nel 2022 il tasso di cambio si collocava intorno ai ₡690 per US$1, in un contesto caratterizzato da forti pressioni internazionali sui prezzi dell’energia e delle materie prime e da una generale forza del dollaro sui mercati internazionali.

Successivamente, il colón ha iniziato un processo di apprezzamento particolarmente significativo. Nel 2023 il cambio si è portato nell’area dei ₡530 per US$1, per raggiungere circa ₡510 nel 2024 e stabilizzarsi successivamente intorno ai ₡500 per US$1 nel 2025 e nel 2026.

I valori indicati sono approssimativi e arrotondati e vengono utilizzati per rappresentare la tendenza generale del mercato, non come quotazioni ufficiali riferite a una specifica giornata.

Nel complesso, il passaggio da circa ₡690 a circa ₡500 per dollaro significa che il dollaro ha perso circa il 28% del proprio valore espresso in colones rispetto al 2022. Considerando il rapporto inverso, il colón ha registrato un apprezzamento di circa il 38% nei confronti del dollaro nello stesso periodo.

Si tratta di una variazione significativa per un’economia come quella costaricana, fortemente integrata nei mercati internazionali e nella quale il dollaro svolge un ruolo importante nelle attività commerciali, finanziarie e turistiche.

Gli effetti sugli importatori e sui consumatori

Uno dei principali effetti del rafforzamento del colón riguarda le imprese che importano beni e servizi dall’estero.

Quando il dollaro si indebolisce rispetto alla valuta locale, l’acquisto di un prodotto denominato in dollari richiede un minore esborso in colones. Un importatore che nel 2022 doveva utilizzare circa ₡690 per acquistare US$1 oggi può effettuare la stessa operazione con circa ₡500.

Questo cambiamento può tradursi in una riduzione dei costi di importazione, soprattutto per le aziende che acquistano regolarmente prodotti, materie prime, macchinari o servizi fatturati in dollari.

L’effetto positivo può successivamente trasferirsi, almeno in parte, sui consumatori attraverso prezzi più competitivi. La portata di questo beneficio dipende tuttavia da diversi fattori, tra cui i costi di trasporto, le condizioni internazionali delle materie prime, i margini degli importatori e dei distributori e l’eventuale presenza di contratti stipulati precedentemente a condizioni di cambio differenti.

Il rafforzamento del colón ha quindi contribuito a migliorare il potere d’acquisto della valuta locale nei confronti dei beni importati, rappresentando un elemento favorevole per un Paese che presenta una significativa dipendenza dall’estero per numerose categorie di prodotti.

Le conseguenze per gli esportatori

La situazione è invece più complessa per le imprese costaricane che esportano e incassano i propri ricavi in dollari.

Un esportatore che riceve US$100.000 otteneva nel 2022 un controvalore di circa ₡69 milioni, considerando un cambio indicativo di ₡690 per dollaro. Con un cambio intorno a ₡500, lo stesso importo genera oggi un controvalore di circa ₡50 milioni.

A parità di ricavi in dollari, quindi, l’impresa dispone di una quantità sensibilmente inferiore di colones per sostenere i propri costi locali.

Questo fenomeno può incidere sui margini delle imprese esportatrici, soprattutto nei settori nei quali una parte importante dei costi – salari, affitti, servizi professionali e altri costi operativi – è sostenuta in valuta locale mentre i ricavi sono principalmente denominati in dollari.

L’impatto è tuttavia diverso a seconda del grado di esposizione valutaria dell’impresa. Le aziende che presentano sia ricavi sia costi in dollari sono maggiormente protette dal rischio di cambio, mentre quelle che incassano in dollari ma sostengono la maggior parte dei costi in colones sono maggiormente esposte.

Per questo motivo, la gestione del rischio valutario è diventata un elemento sempre più importante nella pianificazione finanziaria delle imprese costaricane.

Turismo e investimenti esteri

Il settore turistico rappresenta un altro ambito nel quale il rafforzamento del colón produce effetti contrastanti.

Per i turisti provenienti dagli Stati Uniti, che rappresentano una componente fondamentale del mercato turistico costaricano, il rafforzamento del colón può rendere alcune spese locali relativamente più costose se confrontate con il passato. Questo può influenzare il costo percepito di ristoranti, trasporti, servizi e altre attività turistiche.

D'altra parte, la stabilità macroeconomica e valutaria del Costa Rica costituisce un elemento importante per l’attrattività complessiva del Paese e può contribuire alla fiducia degli investitori internazionali.

Anche per gli investimenti esteri diretti il quadro presenta elementi positivi e negativi. Un investitore straniero che sostiene costi in colones può trovarsi di fronte a un aumento dei costi espressi nella propria valuta, mentre un’impresa che importa macchinari o beni di investimento denominati in dollari può beneficiare di condizioni più favorevoli.

L’effetto finale dipende quindi dalla struttura finanziaria dell’investimento, dalla valuta nella quale vengono generati i ricavi e dalla composizione dei costi.

Le opportunità per il Made in Italy

Per le imprese italiane interessate al mercato costaricano, il rafforzamento del colón può rappresentare un’opportunità soprattutto per le esportazioni verso il Costa Rica.

La maggiore capacità di acquisto della valuta locale nei confronti del dollaro può favorire gli operatori costaricani che acquistano prodotti internazionali e, indirettamente, migliorare le condizioni per l’introduzione di prodotti italiani sul mercato.

Le opportunità possono riguardare diversi comparti del Made in Italy, tra cui macchinari e tecnologie, prodotti agroalimentari, vini e bevande, arredamento, design, moda, componentistica e beni di consumo di fascia medio-alta.

Per gli importatori costaricani, inoltre, l’evoluzione del cambio può facilitare la gestione finanziaria degli acquisti internazionali, soprattutto quando le operazioni commerciali sono effettuate in dollari.

Tuttavia, il vantaggio valutario non deve essere considerato automaticamente come una riduzione dei prezzi finali dei prodotti italiani. Nel caso di merci provenienti dall’Italia, infatti, il rapporto euro-colón rimane determinante. Il rafforzamento del colón nei confronti del dollaro non equivale necessariamente a un analogo rafforzamento nei confronti dell’euro.

Per le imprese italiane che operano sul mercato costaricano sarà quindi importante monitorare non soltanto il rapporto colón/dollaro, ma anche l’evoluzione del cambio euro/colón, oltre alle condizioni di finanziamento, ai costi logistici e alla domanda interna.

Un nuovo scenario per le imprese italiane già presenti in Costa Rica

Per le imprese italiane già operative in Costa Rica, il rafforzamento del colón richiede una valutazione attenta della struttura dei costi e dei ricavi.

Un’impresa che realizza ricavi in colones ma deve trasferire utili o sostenere obblighi finanziari in euro può trovarsi in una situazione differente rispetto a un’impresa che realizza ricavi in dollari.

Anche la determinazione dei prezzi deve tenere conto della volatilità valutaria. Contratti di medio e lungo periodo, importazioni, finanziamenti e pagamenti internazionali possono infatti essere influenzati significativamente dalle oscillazioni dei cambi.

In questo contesto, strumenti di copertura del rischio valutario e una maggiore diversificazione delle valute utilizzate nelle operazioni commerciali possono assumere un'importanza crescente.

Il ruolo della politica monetaria

Il rafforzamento del colón è stato determinato da una combinazione di fattori, tra cui l’evoluzione dei flussi di valuta estera, le condizioni finanziarie internazionali, il comportamento degli operatori sul mercato cambiario e la politica monetaria adottata dal Banco Central de Costa Rica (BCCR).

Il contesto macroeconomico del Paese ha inoltre beneficiato negli ultimi anni di una significativa presenza di investimenti esteri, di esportazioni di beni e servizi e di importanti entrate legate al turismo.

Il rafforzamento della valuta, pur contribuendo a ridurre il costo delle importazioni e le pressioni inflazionistiche derivanti dall’estero, presenta quindi anche alcune criticità. Un colón particolarmente forte può infatti ridurre la competitività in termini di prezzo delle imprese esportatrici e aumentare i costi relativi del Costa Rica per alcuni visitatori stranieri.

La sfida per le autorità economiche consiste pertanto nel mantenere condizioni di stabilità macroeconomica evitando che un apprezzamento eccessivo della valuta penalizzi la competitività internazionale del Paese.

Prospettive per il commercio Costa Rica–Italia

Per i rapporti economici tra Costa Rica e Italia, l’attuale scenario valutario rappresenta un elemento da monitorare con attenzione.

Il Costa Rica continua a offrire opportunità interessanti per le imprese italiane grazie alla stabilità istituzionale, alla presenza di un sistema produttivo orientato ai mercati internazionali, agli investimenti esteri e a una domanda crescente di prodotti e servizi ad alto valore aggiunto.

Il rafforzamento del colón può facilitare alcune categorie di importazioni e migliorare la capacità degli operatori locali di acquistare beni e tecnologie dall’estero. Per le imprese italiane, ciò può creare condizioni favorevoli per sviluppare nuove relazioni commerciali, trovare distributori locali o consolidare la propria presenza sul mercato.

Allo stesso tempo, sarà necessario considerare con attenzione il rischio valutario e la differenza tra il rapporto colón/dollaro e quello euro/colón, evitando di valutare la competitività dei prodotti italiani esclusivamente sulla base dell’andamento del dollaro.

Conclusioni

Il rafforzamento del colón rappresenta una delle trasformazioni economiche più rilevanti registrate dal Costa Rica negli ultimi anni. Il passaggio da un livello indicativo di circa ₡690 per US$1 nel 2022 a circa ₡500 nel 2025-2026 evidenzia un cambiamento significativo delle condizioni valutarie del Paese.

Per i consumatori e gli importatori, il fenomeno ha generalmente prodotto effetti favorevoli, aumentando il potere d’acquisto della valuta locale nei confronti dei beni denominati in dollari. Per gli esportatori, invece, il rafforzamento della valuta rappresenta una sfida, poiché riduce il controvalore in colones dei ricavi ottenuti in dollari.

Per le imprese italiane, il nuovo scenario può offrire opportunità interessanti sul fronte delle esportazioni di prodotti e tecnologie verso il Costa Rica, ma richiede al tempo stesso una gestione attenta del rischio di cambio e una valutazione complessiva del rapporto euro/colón.

In prospettiva, l’evoluzione del tasso di cambio continuerà quindi a essere un indicatore importante per valutare la competitività del Costa Rica, le dinamiche dell’interscambio commerciale e le opportunità di investimento e collaborazione economica tra Costa Rica e Italia.

Fonti: Banco Central de Costa Rica (BCCR), serie storiche del tasso di cambio e informazioni macroeconomiche; Promotora del Comercio Exterior de Costa Rica (PROCOMER), dati sul commercio estero; Instituto Costarricense de Turismo (ICT), dati sul turismo; Instituto Nacional de Estadística y Censos (INEC), indicatori economici; Eurostat e ISTAT, dati relativi all’interscambio commerciale tra Italia e Costa Rica. I valori relativi al tasso di cambio riportati nell’articolo sono approssimativi e arrotondati e hanno finalità esclusivamente informative.

(Contributo editoriale a cura della Cámara de Industria y Comercio Ítalo-Costarricense)

Ultima modifica: Giovedì 17 Settembre 2026
Giovedì 10 Settembre 2026

L'Italia attacca l'incentivo fiscale serbo: si tratta di un regime privilegiato

L'Agenzia delle Entrate italiana ha valutato che l'esenzione decennale dall'imposta sugli utili, approvata dalla Serbia per alcuni grandi progetti di investimento, costituisca un regime fiscale privilegiato secondo le norme italiane sull'esenzione delle plusvalenze derivanti dalla vendita di azioni. Tale trattamento potrebbe avere conseguenze per gli investitori italiani in Serbia che decidono di cedere la propria partecipazione in una società nazionale.
L'Agenzia delle Entrate ha emesso la Circolare n. 135/2026 e KPMG, una delle più grandi società di revisione e consulenza al mondo, ha pubblicato un'analisi di tale decisione. Secondo l'analisi, l'esenzione decennale serba per i progetti di investimento qualificati rientra nelle norme italiane sui regimi fiscali privilegiati, rilevanti per l'applicazione dell'esenzione sulle partecipazioni, ovvero il regime PEX.

Come funziona l'incentivo fiscale serbo
La Serbia ha reso possibile per i grandi investitori l'esenzione dall'imposta sul reddito per un periodo massimo di dieci anni, a determinate condizioni. L'incentivo previsto dall'articolo 50a della legge sull'imposta sugli utili delle società è legato a investimenti superiori a un miliardo di dinari in immobilizzazioni e all'assunzione di almeno 100 nuovi dipendenti a tempo indeterminato.
Si tratta di uno degli incentivi fiscali più noti utilizzati dalla Serbia per attrarre grandi progetti di investimento.
Cosa significa la decisione dell'Italia?
Il sistema italiano di esenzione per partecipazioni, o PEX, consente, a determinate condizioni, di esentare dalla tassazione il 95% delle plusvalenze realizzate dalla vendita di partecipazioni qualificate.

Tuttavia, una delle condizioni per l'applicazione di questo regime riguarda lo status fiscale della società in cui è detenuta la partecipazione.
L'Agenzia delle Entrate ha concluso che l'esenzione decennale serba rappresenta un regime fiscale privilegiato, per cui l'esenzione PEX non può essere applicata alle plusvalenze realizzate dalla vendita di azioni. Anche KPMG afferma che alcune disposizioni transitorie introdotte dalla legge di bilancio italiana del 2018 non si applicano a tali plusvalenze.

La Serbia si sta già preparando ad abolire l'esenzione decennale.
Questo caso si inserisce in un momento in cui la Serbia sta già preparando modifiche al sistema di incentivi fiscali.
La proposta di modifica della legge sull'imposta sul reddito delle società prevede l'abrogazione dell'articolo 50a, ovvero l'abolizione della possibilità di usufruire dell'esenzione fiscale decennale per i nuovi investimenti, con l'entrata in vigore delle modifiche a partire dal 1° gennaio 2027.
La proposta contiene al contempo norme transitorie per i contribuenti che acquisiscono il diritto agli incentivi alle condizioni previste dalla legge, consentendo la continuazione dell'utilizzo dei diritti già acquisiti in conformità a tali norme.
Queste modifiche si inseriscono nel più ampio contesto dell'armonizzazione del sistema serbo con le norme internazionali in materia di tassazione minima e trattamento degli incentivi fiscali.

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italo-Serba)

Ultima modifica: Giovedì 10 Settembre 2026
Giovedì 27 Agosto 2026

Accordo tra Grecia e Italia per l'acquisto di due fregate Bergamini: la firma è prevista per l'8 settembre 2026

Mercoledì mattina il Ministero della Difesa Ellenico ha annunciato ufficialmente l'accordo per l'acquisto di due moderne fregate Bergamini dall'Italia.

L'accordo di attuazione (Implementing Arrangement) tra la Repubblica Ellenica e la Repubblica Italiana, che avvia il programma di acquisizione di due fregate italiane di tipo FREMM (classe Bergamini), sarà firmato martedì 8 settembre 2026 a Roma, alla presenza del ministro della Difesa nazionale greco Nikos Dendias, del suo omologo italiano Guido Crosetto e dei capi di Stato Maggiore della Marina dei due Paesi.

L'accordo di attuazione sarà firmato dalla Direzione Generale per le Attrezzature e gli Investimenti della Difesa (DGAD) del Ministero della Difesa Nazionale e dalla corrispondente Direzione italiana per le Attrezzature, in attuazione del Protocollo d’intesa (MoU) e della Dichiarazione di intenti per l’acquisizione delle fregate italiane ex FREMM, firmati il 29 settembre 2025 a La Spezia, in Italia, in occasione dell’incontro tra il sig. Dendias e il sig. Crosetto.

In particolare, si stabilisce quanto segue:

• Il valore delle due navi allo stato attuale e il calendario per la cessione e l’integrazione delle navi nella Marina Militare (Carlo BERGAMINI (F-590): Vendita/cessione entro il primo semestre del 2028 – Virginio FASAN (F-591): vendita/trasferimento entro il primo semestre del 2029).

• Il supporto iniziale e successivo per garantire la disponibilità operativa delle unità.

• Il coinvolgimento dell’industria nazionale ellenica, con la partecipazione dei cantieri navali greci ai lavori di manutenzione e di adattamento dei nuovi sistemi sulle navi.

L'acquisizione delle due fregate della classe FREMM, con la possibilità di acquisire ulteriori navi in futuro, insieme alle quattro fregate della classe FDI e all'ammodernamento delle fregate della classe MEKO, dà vita a una Marina Militare dotata di unità d’assalto dalle elevate capacità, in grado di salvaguardare la sovranità e i diritti sovrani del Paese, sia nel Mar Egeo che nel Mediterraneo orientale.

La collaborazione naturalmente crea ulteriori possibilita’ di sinergie future nel settore della difesa e di possibili ulteriori acquisizioni da parte ellenica.

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italo-Ellenica di Salonicco)

Ultima modifica: Giovedì 27 Agosto 2026
Giovedì 27 Agosto 2026

La Polonia promossa a “mercato sviluppato” da S&P Dow Jones Indices

La riclassificazione da mercato emergente a mercato sviluppato entrerà in vigore con il ribilanciamento degli indici di settembre 2027. La decisione conferma la crescente maturità del mercato finanziario polacco e rafforza il ruolo della Polonia come piattaforma strategica per investimenti, industria, commercio e supply chain nell’Europa centro-orientale.

S&P Dow Jones Indices ha annunciato la riclassificazione della Polonia da “emerging market” a “developed market”, con efficacia a partire dal ribilanciamento degli indici previsto per settembre 2027. Si tratta di un passaggio rilevante per il posizionamento internazionale del Paese, perché inserisce la Polonia in una categoria normalmente associata a mercati caratterizzati da maggiore stabilità istituzionale, migliore accessibilità per gli investitori internazionali, maggiore liquidità, infrastrutture finanziarie più mature e un livello più elevato di sviluppo economico.

La decisione arriva dopo una consultazione avviata da S&P Dow Jones Indices nel 2026, nella quale era stata proposta la riclassificazione della Polonia a mercato sviluppato. Il processo di valutazione ha preso in considerazione criteri economici, finanziari e di accessibilità del mercato, tra cui reddito nazionale lordo pro capite, capitalizzazione del mercato domestico, liquidità, accessibilità per gli investitori esteri, assenza di restrizioni significative alla proprietà straniera, possibilità di rimpatrio dei capitali, stabilità istituzionale e qualità del quadro regolatorio.

Secondo la metodologia di S&P Dow Jones Indices, un mercato sviluppato deve rispettare una serie di requisiti più stringenti rispetto ai mercati emergenti. Tra questi rientrano, in particolare, un reddito nazionale lordo pro capite superiore a 15.000 dollari, una capitalizzazione domestica significativa, adeguati livelli di liquidità, un sistema di settlement efficiente, una valuta liberamente negoziabile, rating sovrano adeguato, assenza di iperinflazione e un quadro regolatorio sufficientemente solido. La promozione della Polonia indica quindi che il Paese viene considerato non solo economicamente avanzato, ma anche finanziariamente accessibile e sufficientemente integrato nei circuiti del capitale internazionale.

La riclassificazione non avrà effetto immediato, ma entrerà in vigore nel settembre 2027. Questo periodo di transizione è importante perché consente agli investitori istituzionali, ai gestori di fondi, agli ETF e agli operatori di mercato di adeguare progressivamente le proprie strategie di allocazione. Nei mercati finanziari globali, infatti, la classificazione di un Paese all’interno degli indici internazionali non è un elemento puramente formale: può incidere sulla composizione dei portafogli, sui flussi di capitale, sul profilo degli investitori attivi sul mercato e sulla percezione complessiva del rischio-Paese.

Per la Polonia, il passaggio rappresenta un ulteriore riconoscimento del percorso di crescita compiuto negli ultimi decenni. Il Paese si è affermato come una delle economie più dinamiche dell’Unione Europea, con una base industriale solida, un mercato interno ampio, una posizione geografica strategica, una forza lavoro qualificata e una crescente capacità di attrarre investimenti esteri. Anche nel 2026 l’economia polacca continua a mostrare segnali positivi: secondo la stima flash di Statistics Poland, il PIL è cresciuto del 3,8% su base annua nel secondo trimestre dell’anno, confermando una performance superiore alla media europea.

La decisione di S&P Dow Jones Indices rafforza inoltre la credibilità della Borsa di Varsavia, già considerata il principale mercato dei capitali dell’Europa centro-orientale. Negli ultimi anni la Warsaw Stock Exchange ha consolidato il proprio ruolo come piattaforma regionale per società polacche e internazionali, con una crescente attività sul mercato azionario e obbligazionario. Nel luglio 2026, ad esempio, il valore complessivo degli scambi azionari sul mercato principale della Borsa di Varsavia ha raggiunto 58,1 miliardi di zloty, in crescita del 41,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il mercato ha inoltre registrato una forte attività anche sul segmento obbligazionario, con volumi significativi su Treasury BondSpot Poland.

La promozione da parte di S&P Dow Jones Indices si inserisce in un quadro più ampio. La Polonia era già stata promossa a mercato sviluppato da FTSE Russell nel 2018, mentre MSCI continua ancora a classificarla tra i mercati emergenti. Questo significa che, almeno per il momento, la Polonia si trova in una posizione intermedia tra diverse classificazioni internazionali. Tuttavia, la decisione di S&P Dow Jones Indices rafforza la tendenza verso un riconoscimento più ampio della maturità del mercato polacco e potrebbe aumentare la pressione affinché anche altri grandi provider globali rivalutino il posizionamento del Paese nei prossimi anni.

Dal punto di vista degli investitori internazionali, il passaggio da mercato emergente a mercato sviluppato può avere effetti complessi. Da un lato, la Polonia potrebbe perdere una parte dei flussi provenienti da fondi dedicati esclusivamente agli emerging markets. Dall’altro, l’ingresso nell’universo developed markets può aprire l’accesso a una base di capitale più ampia, più stabile e spesso caratterizzata da orizzonti di investimento più lunghi. Per un’economia come quella polacca, già fortemente integrata con l’Unione Europea, il secondo effetto potrebbe risultare particolarmente rilevante nel medio periodo.

La riclassificazione contribuisce anche a modificare la narrativa internazionale sulla Polonia. Il Paese non viene più percepito soltanto come una destinazione ad alto potenziale dell’Europa centro-orientale, ma come un mercato maturo, con caratteristiche sempre più vicine a quelle delle principali economie sviluppate europee. Questo cambiamento può avere conseguenze non solo finanziarie, ma anche industriali e commerciali, incidendo sulle decisioni di investimento diretto, sulle strategie di localizzazione produttiva, sulle acquisizioni, sulle joint venture e sulle operazioni di sviluppo commerciale.

Per le imprese estere, la promozione della Polonia a mercato sviluppato può tradursi in una maggiore percezione di stabilità e affidabilità. Le aziende che stanno valutando l’ingresso o l’espansione nel Paese possono leggere questa decisione come un segnale positivo sulla qualità del contesto economico e istituzionale. Naturalmente, la riclassificazione non elimina le complessità operative del mercato polacco: permangono sfide legate al costo del lavoro, alla disponibilità di personale qualificato, alla concorrenza locale e internazionale, alla regolamentazione fiscale, alla transizione energetica e alla capacità infrastrutturale. Tuttavia, il quadro complessivo appare sempre più compatibile con strategie di investimento strutturate e di lungo periodo.

La Polonia continua inoltre a beneficiare di importanti fattori di crescita. Tra questi rientrano la modernizzazione industriale, gli investimenti in infrastrutture, la transizione energetica, la digitalizzazione, la difesa, la logistica e l’utilizzo dei fondi europei. La posizione geografica del Paese, al centro dei collegamenti tra Europa occidentale, Baltico, Ucraina e resto dell’Europa centro-orientale, rafforza ulteriormente il suo ruolo di hub regionale. In questo senso, la riclassificazione finanziaria riflette anche una trasformazione economica più ampia: la Polonia non è più soltanto un mercato di sbocco, ma una piattaforma produttiva, logistica, industriale e finanziaria per l’intera regione.

Il riconoscimento arriva in un momento in cui i rapporti economici tra Italia e Polonia sono già particolarmente solidi. Nel 2025 l’interscambio commerciale bilaterale ha superato i 36 miliardi di euro, con un saldo positivo per l’Italia di circa 4 miliardi. Secondo quanto evidenziato dal Ministero degli Affari Esteri italiano, gli scambi si stanno avvicinando alla soglia dei 37 miliardi di euro, con esportazioni italiane in crescita. Si tratta di numeri che confermano la Polonia come uno dei mercati più importanti per il Made in Italy in Europa e come un partner economico sempre più strategico per le imprese italiane.

Le implicazioni per l’Italia sono rilevanti. La riclassificazione della Polonia a mercato sviluppato rafforza l’attrattività del Paese per le aziende italiane che intendono esportare, investire o costruire partnership industriali. Per i produttori italiani di macchinari, automazione, packaging, componentistica, tecnologie per l’industria, edilizia, arredamento, design, energia, difesa, agroalimentare e servizi professionali, la Polonia offre un mercato in crescita ma ormai maturo, nel quale non è più sufficiente un approccio occasionale o puramente commerciale. Sarà sempre più importante presidiare il mercato con strategie strutturate: distributori qualificati, assistenza post-vendita, presenza locale, partnership tecniche, partecipazione a fiere settoriali, conoscenza della normativa e capacità di adattare l’offerta alle esigenze specifiche delle imprese polacche.

Per la filiera industriale italiana, le opportunità più interessanti riguardano i settori in cui la Polonia sta accelerando gli investimenti: manifattura avanzata, automazione, efficienza energetica, rinnovabili, reti elettriche, sistemi di accumulo, infrastrutture, costruzioni, difesa e dual-use. In questi ambiti, l’Italia dispone di competenze riconosciute, PMI specializzate, distretti produttivi ad alta qualità e grandi gruppi industriali in grado di inserirsi in catene del valore europee. La maggiore maturità finanziaria della Polonia può inoltre facilitare operazioni più complesse, come joint venture, acquisizioni, investimenti produttivi, accordi di fornitura pluriennali e collaborazioni tecnologiche.

Anche per il sistema finanziario e istituzionale italiano la notizia è significativa. Banche, fondi, società di consulenza, studi legali, società di ingegneria, camere di commercio, associazioni imprenditoriali e organismi di promozione possono trovare in Polonia un mercato sempre più adatto ad attività di accompagnamento strutturato delle imprese italiane. La promozione a mercato sviluppato non riguarda quindi solo gli investitori finanziari, ma può diventare un elemento utile per rafforzare il dialogo economico bilaterale, promuovere nuove missioni imprenditoriali e costruire iniziative mirate nei settori in cui domanda polacca e offerta italiana risultano più complementari.

In conclusione, la riclassificazione della Polonia da parte di S&P Dow Jones Indices rappresenta un passaggio simbolico ma anche concreto. Simbolico, perché certifica il percorso di maturazione economica e finanziaria del Paese. Concreto, perché può incidere sulla percezione degli investitori, sui flussi di capitale, sulla credibilità del mercato e sulle strategie di ingresso delle imprese estere. Per l’Italia, il messaggio è chiaro: la Polonia deve essere considerata sempre più come un mercato europeo maturo, strategico e competitivo, da presidiare con continuità e con progetti industriali di medio-lungo periodo.

(Contributo editoriale a cura della  Camera di Commercio e Industria Italiana in Polonia)

Ultima modifica: Giovedì 27 Agosto 2026
Giovedì 27 Agosto 2026

L'economia spagnola cresce del 2,7% nel secondo trimestre 2026, secondo i dati dell'INE

Il Prodotto Interno Lordo (PIL) spagnolo è cresciuto del 2,7% su base annua nel secondo trimestre del 2026, un ritmo identico a quello registrato nel trimestre precedente. Lo ha reso noto l'Istituto Nazionale di Statistica (INE) nella stima anticipata della Contabilità Nazionale Trimestrale, pubblicata lo scorso 30 luglio. Su base congiunturale, il PIL è aumentato dello 0,7%, un decimo di punto in più rispetto al primo trimestre dell'anno.

Il principale motore della crescita è stata la domanda nazionale, che ha contribuito con 3,3 punti alla variazione interanuale del PIL, mentre la domanda estera ha sottratto 0,6 punti. Tra le componenti della domanda interna, i consumi delle famiglie sono cresciuti del 3,2% su base annua e la spesa delle Amministrazioni Pubbliche del 2,7%. Gli investimenti (formazione lorda di capitale) hanno registrato un incremento del 4,7% interanuale, sebbene inferiore di un punto rispetto al trimestre precedente.

Sul fronte estero, le esportazioni di beni e servizi sono aumentate dello 0,3% su base annua — cinque decimi in meno rispetto al primo trimestre — mentre le importazioni sono cresciute del 2,1%.

Dal lato dell'offerta, tutti i grandi settori produttivi hanno mostrato variazioni interanuali positive nel valore aggiunto: l'industria è cresciuta dell'1,8% (con la manifattura all'1,4%), le costruzioni del 4,1%, i servizi del 3,4% e i settori primari del 3,2%.

Per quanto riguarda l'occupazione, le ore effettivamente lavorate sono aumentate del 2,8% su base annua e i posti di lavoro equivalenti a tempo pieno del 2,3%. La retribuzione dei lavoratori dipendenti è cresciuta del 7,3% interanuale.

La lettura della Cámara de España

Nella sua analisi pubblicata lo stesso giorno, la Cámara de Comercio de España ha valutato positivamente il "notevole dinamismo" dell'economia spagnola, sottolineando la capacità del Paese di sostenere un ritmo di espansione elevato in un contesto internazionale segnato da "una forte incertezza" — in particolare le tensioni in Medio Oriente e i rischi legati alla sicurezza di alcune rotte marittime strategiche.

Secondo l'istituzione, la domanda nazionale si conferma come il principale pilastro della crescita economica spagnola. Alla luce dei dati del secondo trimestre, la Cámara de España ha mantenuto invariate le proprie previsioni di crescita per il 2026 (2,3%) e per il 2027 (2,0%), indicando l'andamento dell'inflazione come uno degli elementi chiave da monitorare nei prossimi mesi.

Fonte: Instituto Nacional de Estadística (INE), Contabilidad Nacional Trimestral de España — Avance II trimestre 2026 (30 luglio 2026); Cámara de Comercio de España.

(Contributo editorisle a cura della Camera di Commercio e Industria Italiana per la Spagna)

Ultima modifica: Giovedì 27 Agosto 2026
Giovedì 27 Agosto 2026

Costa Rica: settori e opportunità per le imprese italiane in un mercato ad alta specializzazione

Una presenza italiana ancora contenuta, ma concentrata in settori ad alto valore aggiunto. È questo il quadro che emerge dall’analisi elaborata dalla Cámara de Industria y Comercio Ítalo-Costarricense, che fotografa la presenza delle imprese italiane nel Paese e individua alcuni degli ambiti con maggiore potenziale di sviluppo.

Secondo le stime della Camera, in Costa Rica operano circa 40-60 imprese italiane o a capitale italiano, per un’occupazione diretta stimata tra 800 e 1.200 addetti e un fatturato complessivo compreso tra 250 e 350 milioni di dollari annui. La presenza è concentrata soprattutto nella Grande Area Metropolitana, tra San José, Heredia e Alajuela.

Più che per dimensioni, la presenza italiana si distingue per la specializzazione delle attività, con imprese attive soprattutto nella fornitura di tecnologie e soluzioni per comparti produttivi locali e orientati all’export.

Dove si concentrano le opportunità

Tra i settori individuati dalla Camera figurano industria e macchinari, con particolare riferimento alle tecnologie per l’agroindustria, alla componentistica meccanica ed elettromeccanica e alle linee produttive.

Un secondo ambito è quello dell’agroindustria e del food processing, dove la domanda riguarda tecnologie di trasformazione, packaging e soluzioni per migliorare l’efficienza e la qualità dei processi.

Anche costruzioni, design e arredo presentano opportunità legate allo sviluppo del turismo, dell’hospitality e del real estate, mentre energia, efficienza energetica e tecnologie ambientali si inseriscono nel percorso di sviluppo sostenibile del Paese.

Tra le aree da osservare con particolare attenzione figura inoltre il comparto dei medical devices, che può offrire opportunità lungo le catene di fornitura per imprese italiane attive nella componentistica, nell’automazione, nel packaging e nelle tecnologie di processo.

Una presenza da sviluppare

Per le imprese italiane, il Costa Rica rappresenta un mercato di dimensioni contenute, ma caratterizzato da una significativa apertura commerciale e da una crescente specializzazione produttiva.

L’ingresso avviene prevalentemente attraverso partner e distributori locali, rappresentanze commerciali, joint venture e accordi di cooperazione. In questo contesto, la conoscenza del mercato e la costruzione di relazioni affidabili sul territorio possono rappresentare elementi determinanti per consolidare la presenza.

La combinazione tra specializzazione produttiva, domanda di tecnologie e apertura agli investimenti può quindi creare ulteriori spazi per il Made in Italy, soprattutto nei comparti in cui qualità, innovazione e know-how costituiscono fattori distintivi.

Per conoscere nel dettaglio la presenza delle imprese italiane in Costa Rica, i principali settori di attività, le modalità di ingresso nel mercato, i casi di successo e gli aspetti da considerare per un eventuale insediamento, è possibile consultare l’analisi completa della Camera di Commercio Italiana in Costa Rica.

Fonti: PROCOMER, Banco Central de Costa Rica, Camere di Commercio, OCSE, Commissione Europea.

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Giovedì 27 Agosto 2026

Bristol Myers Squibb investe 2,3 miliardi di dollari a Houston per un nuovo polo produttivo

Il colosso farmaceutico americano Bristol Myers Squibb (BMS) ha annunciato la realizzazione di un nuovo campus produttivo all'avanguardia a Houston, Texas, con un investimento di circa 2,3 miliardi di dollari. Il progetto rientra nel piano da 40 miliardi di dollari destinato a rafforzare ricerca, innovazione e capacità manifatturiera negli Stati Uniti.

Il nuovo stabilimento sorgerà all'interno di Generation Park e sarà progettato con una struttura modulare e multimodale, in grado di produrre diverse tipologie di farmaci, dalle piccole molecole ai biologici e agli anticorpi farmaco-coniugati. L'obiettivo è aumentare la flessibilità produttiva e accelerare l'immissione sul mercato di terapie innovative.

Il campus creerà inizialmente circa 500 posti di lavoro altamente qualificati, ai quali si aggiungeranno oltre 2.000 occupati tra costruzione e attività indirette durante la fase di realizzazione prevista tra il 2027 e il 2030.

La scelta di Houston è stata motivata dalla crescita dell'ecosistema locale delle life sciences, dalla disponibilità di personale qualificato, dalle infrastrutture e dal contesto favorevole agli investimenti. Per il Texas, il progetto rappresenta un ulteriore passo nel consolidamento del proprio ruolo come uno dei principali hub statunitensi per il settore biomedicale e farmaceutico.

(Contenuto editoriale a cura della Italy-America Chamber of Commerce of Texas)

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Giovedì 27 Agosto 2026

USMCA: gli Stati Uniti non rinnovano l'accordo, ma il libero scambio nordamericano continua

A sei anni dall'entrata in vigore dell'United States-Mexico-Canada Agreement (USMCA), il principale accordo commerciale tra Stati Uniti, Canada e Messico è entrato in una fase di profonda revisione. Il 1° luglio 2026 l'Amministrazione Trump ha deciso di non confermare automaticamente il rinnovo dell'accordo per ulteriori 16 anni, aprendo invece una nuova fase negoziale con i due partner nordamericani.

La decisione ha suscitato numerose interpretazioni, ma è importante chiarire che l'USMCA non è stato cancellato né sospeso. L'accordo continua infatti a rimanere pienamente in vigore e le imprese possono continuare a beneficiare delle agevolazioni tariffarie e delle regole commerciali previste dal trattato. Ciò che cambia è il meccanismo previsto dall'articolo 34.7 dell'accordo, che disciplina la cosiddetta "joint review".

Secondo il testo dell'USMCA, i tre Paesi avrebbero potuto confermare congiuntamente il rinnovo dell'accordo fino al 2042. Gli Stati Uniti hanno invece scelto di non procedere con un rinnovo automatico, ritenendo necessario negoziare modifiche sostanziali. Questa scelta non determina la cessazione dell'accordo, ma comporta l'avvio di revisioni annuali tra i tre governi, che potranno proseguire fino al 2036, termine naturale dell'attuale trattato. Qualora nel frattempo venga raggiunta un'intesa condivisa, l'accordo potrà essere esteso per ulteriori sedici anni.

Le richieste degli Stati Uniti

L'Amministrazione Trump considera l'attuale USMCA uno strumento da rafforzare piuttosto che da abbandonare. Tra i principali temi che Washington intende rinegoziare figurano:

  • rafforzamento delle regole di origine per incrementare il contenuto produttivo nordamericano, in particolare quello statunitense;
  • riduzione della dipendenza da componenti e materie prime provenienti da Paesi terzi, con particolare attenzione alla Cina;
  • maggiore tutela della manifattura americana;
  • revisione di alcune disposizioni relative al settore automobilistico;
  • collegamento delle relazioni commerciali con questioni di sicurezza, immigrazione e contrasto al traffico di fentanyl.

Per quanto riguarda il comparto automotive, tra le ipotesi allo studio figura un ulteriore irrigidimento delle regole di origine, con requisiti più elevati di contenuto regionale e statunitense per beneficiare dell'esenzione dai dazi.

Le preoccupazioni di Canada e Messico

Sia Ottawa sia Città del Messico hanno ribadito la volontà di preservare l'accordo, evidenziando come l'integrazione produttiva nordamericana rappresenti uno dei principali fattori di competitività dell'area.

La principale criticità evidenziata da imprese e analisti riguarda l'incertezza che deriva dall'apertura di revisioni annuali. Pur continuando a operare normalmente, molte aziende potrebbero rinviare investimenti di lungo periodo in attesa di comprendere quale sarà il nuovo assetto dell'accordo.

Secondo numerosi osservatori, è improbabile che l'USMCA venga abbandonato. Più verosimilmente, i prossimi mesi saranno caratterizzati da un'intensa fase negoziale volta a ottenere una versione aggiornata dell'accordo, maggiormente orientata agli obiettivi di politica industriale e di sicurezza economica perseguiti dagli Stati Uniti.

Anche l'Ufficio del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti (USTR) ha confermato che l'obiettivo non è uscire dall'accordo, bensì correggerne gli aspetti ritenuti meno efficaci, mantenendo nel frattempo pienamente operative le disposizioni vigenti. Alcuni esponenti dell'Amministrazione hanno inoltre indicato che i negoziati potrebbero proseguire anche nel corso del 2027.

Implicazioni per le imprese italiane

Per le imprese italiane presenti o interessate al mercato nordamericano, la situazione richiede attenzione ma non giustifica, allo stato attuale, modifiche immediate alle strategie commerciali. L'USMCA continua infatti a garantire il quadro giuridico di riferimento per gli scambi tra Stati Uniti, Canada e Messico.

Le aziende dovranno tuttavia monitorare con attenzione l'evoluzione dei negoziati, in particolare nei settori automotive, manifatturiero, componentistica, energia e logistica, dove eventuali modifiche alle regole di origine o ai requisiti di contenuto locale potrebbero incidere sulle future catene di fornitura e sulle strategie di investimento.

(Contenuto editoriale a cura della Italy-America Chamber of Commerce of Texas)

Ultima modifica: Giovedì 27 Agosto 2026
Giovedì 2 Luglio 2026

Riduzione dell’IVA sui prodotti alimentari in Svezia: panoramica della misura e implicazioni per la Danimarca

L’impegno nel rispondere alle necessità della popolazione ha preso piena attuazione in Svezia, dove il Governo ha adottato misure per ridurre le difficoltà dei consumatori legate al costo del carrello della spesa.

Il 25 febbraio 2026, infatti, il Riksdag, il Parlamento del Regno di Svezia, ha approvato la proposta del Governo di riduzione temporanea dell’aliquota IVA sui generi alimentari dal 12% al 6%.  La riduzione dell’aliquota è stata implementata il 1° aprile 2026 e avrà validità fino al 31 dicembre 2027.

L’iniziativa figura in un ampio piano di misure fiscali, equivalente a 80 miliardi di corone svedesi, attuato in vista delle elezioni di settembre 2026. L’intento è quello di supportare le famiglie in un periodo di rallentamento economico e di prezzi degli alimenti in continua crescita. Il settore risulta infatti indebolito dalla limitata concorrenza e da fattori ambientali, come gli shock legati alla siccità e all’aumento dei costi energetici. Difatti, secondo il Governo svedese, l’abbassamento dell’IVA condurrà a un abbattimento pressoché totale dei prezzi, con effetti diffusi tra i consumatori appartenenti a tutte le fasce di reddito. Il Governo stima che il costo annuale della spesa per un nucleo familiare con due figli beneficerà di un risparmio di 6.500 corone svedesi, ovvero oltre 588 euro.

Per ciò che concerne la Riskbank, la misura favorisce una politica monetaria più accomodante. Il taglio dell’imposta sul valore aggiunto contribuisce all’abbassamento temporaneo dell’inflazione, dal momento che la crescita dei prezzi al consumo rallenta. Parallelamente, un’inflazione più bassa potrebbe attenuare le aspettative inflazionistiche di famiglie e imprese e i lavoratori potrebbero chiedere aumenti salariali più contenuti, rassicurando la Riksbank sul fatto che l’inflazione in atto non stia diventando strutturale.

La variazione alla Legge sull’IVA precisa che:

  • gran parte dei generi alimentari, così come stabiliti dall’articolo 2 del Regolamento alimentare dell’Unione Europea, saranno interessati dall’aliquota IVA del 6%;
  • gli alcolici e l’acqua del rubinetto sono esclusi da questo raggruppamento e mantengono aliquote ordinarie o altre aliquote ridotte;
  • l’acqua in bottiglia sarà soggetta alla medesima aliquota IVA ridotta.

Si stima che questa modifica peserà circa 37,2 miliardi di corone svedesi nel periodo di 21 mesi. Nonostante ciò, le istituzioni ritengono che questo provvedimento temporaneo sia legittimato dal sostegno che esso offre ai cittadini in un momento di crisi economica.

Effetti indiretti per la Danimarca

La riduzione della tassazione sui consumi alimentari ha però generato preoccupazioni nella vicina Danimarca, dove viene imposta un’IVA del 25% su tutti i prodotti. A differenza della Svezia, infatti, nel paese non esiste un’imposta differenziata, per cui determinati beni possono beneficiare di un’aliquota IVA ridotta rispetto ad altri.

Lo shopping transfrontaliero è già un fenomeno comune in Danimarca. I cittadini che risiedono relativamente vicini al confine, infatti, hanno già l’abitudine di recarsi in Germania e Svezia per fare acquisti di beni alimentari e non, con un costo annuo stimato di 1,2 miliardi di euro. Questo abbassamento dell’IVA in Svezia, quindi, potrebbe aumentare, indirettamente, questa tendenza.

Secondo il direttore generale di De Samvirkende Købmænd, principale associazione danese dei supermercati e negozi indipendenti, anche la Danimarca dovrebbe intraprendere iniziative per ridurre l’IVA sulle derrate alimentari. Il costo dei prodotti alimentari in Danimarca è tra i più elevati al mondo, incentivando, dunque, uno spostamento verso il confine svedese per l’acquisto di beni alimentari.

Ciononostante, alcuni esperti del settore sostengono che un taglio dell’IVA sui viveri non sia l’opzione più appropriata per la Danimarca. Infatti, il sistema danese si differenzia da quello svedese in quanto privo di un regime IVA differenziato. La riduzione dell’IVA sui soli generi alimentari richiederebbe un cambiamento anche sul piano gestionale e amministrativo. Inoltre, lo scetticismo deriva dal fatto che un’operazione di questo tipo non solo comporterebbe costi per le aziende, ma non produrrebbe benefici sufficientemente significativi per i consumatori.

Vi sono tre ragioni per cui la riduzione dell’IVA sugli alimenti in Danimarca è considerata poco opportuna:

  1. il desiderio di velocizzare la transizione green può essere perseguito attraverso un sistema di imposte sulle emissioni di gas serra;
  2. il supporto monetario ai cittadini più bisognosi è più efficace se realizzato mediante il sistema fiscale e le misure di sostegno al reddito;
  3. l’IVA differenziata non rappresenta un mezzo efficiente per migliorare la salute collettiva o contenere le emissioni legate ai consumi danesi.

Una soluzione intermedia potrebbe essere la riduzione dell’IVA su frutta e verdura, prima di valutare un’estensione della misura ad altre categorie alimentari.

Nel mentre, nel febbraio 2026, il Parlamento danese ha varato una legge relativa a un voucher alimentare esente da imposte, per aiutare più di due milioni di cittadini ad affrontare l’incremento dei prezzi dei prodotti alimentari che ha caratterizzato il paese negli ultimi anni.

(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio italiana in Danimarca)

Ultima modifica: Giovedì 2 Luglio 2026