Venerdì 15 Maggio 2026
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Nel 2024, i flussi di Investimento Diretto Estero (IDE) in America Latina e nei Caraibi sono aumentati del 7,1%, raggiungendo complessivamente 188,962 miliardi di dollari . Sebbene il tasso di IDE nella formazione lorda di capitale fisso (13,7%) e nel rapporto col PIL (2,8%) resti sotto i livelli della scorsa decade (rispettivamente 16,8% e 3,3%), il trend è positivo.
Il Brasile emerge come primo destinatario regionale, con un incremento di IDE pari al +13,8%, rappresentando il 38% del totale regionale. Segue il Messico con +47,9% e una quota del 24%. Decisivo è stato il ruolo del Brasile nel sostenere la ripresa degli investimenti nella regione.
L’analisi di settore rivela un aumento degli investimenti nella manifattura (43,6%), mentre i servizi si attengono al 40,4%; le risorse naturali, invece, rappresentano il 16% del totale. La crescita è trainata principalmente da multinazionali già presenti sul territorio, tramite reinvestimento degli utili; al contrario, i nuovi ingressi di capitale rimangono stagnanti.
Nel contesto dei minerali critici per la transizione energetica, la CEPAL evidenzia che tra il 2005 e il 2024 sono stati annunciati 1.152 progetti per un valore complessivo di 230 miliardi di dollari, di cui l’84% riguarda Cile, Perù, Brasile e Argentina. Solo il 24% dei progetti attiene a minerali chiave, ma ne rappresenta il 42% del valore complessivo. Canada, Regno Unito, Cina e Australia sono tra i maggiori investitori.
Tuttavia, la regione stenta a tradurre le sue risorse in valore aggiunto: il 62% delle esportazioni di minerali critici rimane grezzo o minimally raffinato. La CEPAL sottolinea l’urgenza di rafforzare capacità tecniche, operative, politiche e prospettiche (TOPP) per favorire una governance più strategica del settore.
Infine, la trasformazione digitale rappresenta una sfida e un’opportunità: nonostante i progressi, solo il 7% dell’IDE globale legato alla digitalizzazione arriva nella regione. Messico e Brasile raccolgono rispettivamente il 32% e il 29% degli annunci di progetti tra il 2005 e il 2024; se si considerano anche Argentina, Cile e Colombia, si arriva oltre l’80% del totale regionale.
Il settore delle comunicazioni assorbe la maggiore parte degli investimenti, cruciale per infrastrutture quali data center e reti ad alta velocità, mentre software e servizi IT, pur numericamente predominanti nei progetti, rappresentano una fonte chiave di occupazione qualificata.
Articolo scritto sulla base dei dati CEPAL 2025
Nel primo semestre del 2025, i porti della regione Nordest del Brasile hanno raggiunto una performance sorprendente: ben 150,5 milioni di tonnellate di merci movimentate, superando di 1,2 milioni di tonnellate il risultato del medesimo periodo dell’anno precedente . Un dato che traduce in crescita, sviluppo e una netta accelerazione per le dinamiche economiche dell’intera regione.
Il Terminal Marítimo di Ponta da Madeira, nel Maranhão, si conferma il pivot dell’attività portuale, con 75,2 milioni di tonnellate movimentate, dominando per volumi la scena regionale. Non da meno il Porto di Itaqui, sempre nello Stato del Maranhão, che ha veicolato 17,2 milioni di tonnellate, con una composizione rilevante di combustibili e cereali
A Pernambuco, il Complesso Industriale Portuale di Suape – crocevia strategico per l’export automobilistico – ha totalizzato 10,9 milioni di tonnellate, esportando 37.668 veicoli solo nel primo semestre . In Bahia, il Terminal Aquaviário di Madre de Deus, specializzato in derivati petroliferi, ha raggiunto 9,9 milioni di tonnellate, mentre il Porto di Pecém, in Ceará, ha movimentato 9,5 milioni di tonnellate di merci varie.
Questi numeri raccontano un quadro articolato: il minerale ferroso dal Maranhão, il petrolio in uscita dalla Bahia, i veicoli in partenza da Suape, e i fertilizzanti e cereali da Pecém. Una sinergia logistica che incarna l’integrazione profonda tra la regione portuale e le catene produttive nazionali.
I dati non sono mera statistica, ma traduzione concreta in occupazione, entrate e dinamismo delle filiere produttive locali. Il Maranhão, ad esempio, ha visto crescere il suo PIL del 1,9% nel primo trimestre del 2025, un risultato superiore alla media nazionale, risultato attribuito per larga parte alla performance dei porti.
È evidente come il settore agrario, la miniera e l’energia – settori chiave ancora più fondamentali per l’economia nordestina – dipendano in maniera cruciale da un sistema portuale efficiente: consente di ridurre i costi logistici, espandere la propria competitività e rafforzare la presenza sul commercio estero e sul mercato interno .
I porti del Nordest si confermano quindi pilastri strategici della logistica brasiliana, con impatti che travalicano i confini regionali: rappresentano il crocevia essenziale tra l’economia brasiliana e i principali flussi commerciali globali. Questa robusta performance semestrale suggella la centralità del Nordest nel disegno macroeconomico del Paese.
In conclusione, il Nordest brasiliano, forte dei suoi terminali portuali, si pone oggi come motore di crescita integrata, una cornice in cui infrastrutture, produzione e commercio estero dialogano in sinergia, disegnando uno scenario di sviluppo sostenuto e orientato al futuro.
Nel primo semestre del 2025, i porti della regione Nordest del Brasile hanno raggiunto una performance sorprendente: ben 150,5 milioni di tonnellate di merci movimentate, superando di 1,2 milioni di tonnellate il risultato del medesimo periodo dell’anno precedente . Un dato che traduce in crescita, sviluppo e una netta accelerazione per le dinamiche economiche dell’intera regione.
Il Terminal Marítimo di Ponta da Madeira, nel Maranhão, si conferma il pivot dell’attività portuale, con 75,2 milioni di tonnellate movimentate, dominando per volumi la scena regionale. Non da meno il Porto di Itaqui, sempre nello Stato del Maranhão, che ha veicolato 17,2 milioni di tonnellate, con una composizione rilevante di combustibili e cereali
A Pernambuco, il Complesso Industriale Portuale di Suape – crocevia strategico per l’export automobilistico – ha totalizzato 10,9 milioni di tonnellate, esportando 37.668 veicoli solo nel primo semestre . In Bahia, il Terminal Aquaviário di Madre de Deus, specializzato in derivati petroliferi, ha raggiunto 9,9 milioni di tonnellate, mentre il Porto di Pecém, in Ceará, ha movimentato 9,5 milioni di tonnellate di merci varie.
Questi numeri raccontano un quadro articolato: il minerale ferroso dal Maranhão, il petrolio in uscita dalla Bahia, i veicoli in partenza da Suape, e i fertilizzanti e cereali da Pecém. Una sinergia logistica che incarna l’integrazione profonda tra la regione portuale e le catene produttive nazionali.
I dati non sono mera statistica, ma traduzione concreta in occupazione, entrate e dinamismo delle filiere produttive locali. Il Maranhão, ad esempio, ha visto crescere il suo PIL del 1,9% nel primo trimestre del 2025, un risultato superiore alla media nazionale, risultato attribuito per larga parte alla performance dei porti.
È evidente come il settore agrario, la miniera e l’energia – settori chiave ancora più fondamentali per l’economia nordestina – dipendano in maniera cruciale da un sistema portuale efficiente: consente di ridurre i costi logistici, espandere la propria competitività e rafforzare la presenza sul commercio estero e sul mercato interno .
I porti del Nordest si confermano quindi pilastri strategici della logistica brasiliana, con impatti che travalicano i confini regionali: rappresentano il crocevia essenziale tra l’economia brasiliana e i principali flussi commerciali globali. Questa robusta performance semestrale suggella la centralità del Nordest nel disegno macroeconomico del Paese.
In conclusione, il Nordest brasiliano, forte dei suoi terminali portuali, si pone oggi come motore di crescita integrata, una cornice in cui infrastrutture, produzione e commercio estero dialogano in sinergia, disegnando uno scenario di sviluppo sostenuto e orientato al futuro.
Informazioni da Agência Brasil
(Contenuto editoriale a cura della Camera Italo-Brasiliana di Commercio e Industria di Rio de Janeiro)
Negli ultimi anni, l’immigrazione economica ha rappresentato una leva cruciale per lo sviluppo economico e demografico del Canada. Nel solo 2021, il Paese ha accolto oltre 435.000 nuovi immigrati, di cui più della metà rientrava nella categoria “economic immigrants”, ovvero persone selezionate per le loro competenze professionali e livello di istruzione. Questa tipologia di immigrazione ha un impatto diretto sul PIL, sull’innovazione e sulla sostenibilità del sistema pensionistico canadese, in particolare in un contesto di invecchiamento della popolazione nativa. Il Canada, senza questi flussi, rischierebbe un calo demografico e un rallentamento della crescita.
All’interno di questo quadro, anche gli italiani – seppur in numeri contenuti rispetto al passato – continuano a migrare verso il Canada, attratti da opportunità lavorative e di studio. Secondo i dati più recenti, circa 12.000 italiani si sono stabiliti in Canada negli ultimi 13 anni. Nella provincia della British Columbia, una delle destinazioni più dinamiche e multiculturali del Paese, gli immigrati rappresentano quasi il 30% della popolazione. La comunità italiana, radicata già dal XX secolo, oggi è composta da professionisti, imprenditori e studenti che contribuiscono attivamente al tessuto economico e sociale della regione.
La British Columbia, con un PIL che supera i 350 miliardi di dollari canadesi, trae grandi benefici da questi flussi: il sistema produttivo si rafforza grazie all’arrivo di lavoratori qualificati in settori come tecnologia, sanità e formazione. Inoltre, gli immigrati in BC mostrano tassi di imprenditorialità superiori alla media nazionale, contribuendo a creare nuove aziende e posti di lavoro.
Anche per l’Italia, questi scambi migratori rappresentano una duplice opportunità: da un lato si apre un canale per l’internazionalizzazione dei giovani talenti e delle competenze, dall’altro si rafforzano le relazioni economiche e culturali tra i due Paesi. Tuttavia, l’Italia deve affrontare il rischio del brain drain, cioè la perdita di capitale umano qualificato, a meno che non riesca a incentivare programmi di rientro o collaborazioni con le comunità italiane all’estero.
(Contenuto editoriale a cura della Italian Chamber of Commerce in Canada - West)
Il Canada ha introdotto dazi del 25% sui veicoli importati al di fuori dell’area CUSMA, colpendo indirettamente anche l’Italia. Marchi come Alfa Romeo, Maserati, Brembo e Pirelli rischiano forti perdite: i costi di vendita aumenteranno, rendendo i prodotti italiani meno competitivi. La produzione nazionale, già in calo, potrebbe subire ulteriori riduzioni. Le aziende italiane dovranno reagire rapidamente attraverso certificazioni CETA, delocalizzazioni o strategie di branding. Il rischio è perdere quote in un mercato chiave come quello nordamericano, compromettendo occupazione e fatturato.
(Contenuto editoriale a cura della Italian Chamber of Commerce in Canada - West)
Finora quest'anno sono stati esportati prodotti per un valore di 198 miliardi di R$
Le esportazioni brasiliane sono cresciute del 4,8% a luglio, in termini di valore, rispetto a luglio 2024. Da inizio anno, sono stati esportati prodotti nazionali per un valore di 198 miliardi di R$. Secondo il governo federale, l'aumento è stato significativo grazie agli scambi commerciali con Stati Uniti, Messico, Argentina, Unione Europea e Giappone.
In termini di volumi, la crescita delle esportazioni è stata ancora maggiore: 7,2%, sempre rispetto a luglio dell'anno scorso, secondo i dati della bilancia commerciale pubblicati dal Ministero dello Sviluppo, dell'Industria, del Commercio e dei Servizi (MDIC).
“Il mese scorso, il Brasile ha esportato 32,31 miliardi di dollari. Da inizio anno, fino a luglio, le esportazioni brasiliane ammontano a 198 miliardi di dollari, con una crescita dello 0,1% in valore e del 2% in volume rispetto allo stesso periodo del 2024. Per l'anno, i flussi commerciali ammontano a 359 miliardi di dollari, con un surplus di 37 miliardi di dollari”, ha spiegato il Ministero.
Destinazioni
La crescita delle esportazioni ha interessato “diverse destinazioni”. In termini percentuali, la destinazione che ha registrato la crescita più elevata in termini di volume, confrontando luglio 2025 e luglio 2024, è stata l’Argentina (42,4%).
Nel caso del Messico, le esportazioni sono aumentate del 17,2%. Le esportazioni verso l’Unione Europea sono cresciute del 7,4%, sulla base dello stesso confronto, in termini di volume. Per il Giappone, l’aumento è stato del 7,3%, mentre per gli Stati Uniti è stato del 5%.
Prodotti
Carne bovina, petrolio greggio, minerali di rame e caffè non tostato sono tra i prodotti che hanno registrato la maggiore crescita nelle vendite mensili.
“L’industria manifatturiera (che trasforma una materia prima in un prodotto finale o in un prodotto intermedio destinato a un’altra industria manifatturiera, come ad esempio la cellulosa trasformata in carta) è stato il settore che ha avuto la maggiore crescita in valore (7,4%), seguito dall’industria estrattiva (3,6%) e dall’agricoltura (0,3%)”, ha spiegato il MDIC.
Importazioni
Anche nel confronto mensile, le importazioni brasiliane sono aumentate dell’8,4% in termini di valore. Di conseguenza, luglio si è chiuso a 25,2 miliardi di dollari, con punte di crescita per i beni strumentali (13,4%), i beni intermedi (10,8%) e i beni di consumo (5,1%).
“Quest’anno le importazioni sono aumentate dell’8,3% in valore e del 9,7% in volume, per un totale di 161 miliardi di dollari fino a luglio”, ha riferito il ministero.
Fonte: Agência Brasil | di Pedro Pedruzzi, pubblicato il 07/08/2025
Entro il 2032, la bioeconomia della conoscenza potrebbe generare tra 98 e 137 miliardi di dollari all’anno per l’economia brasiliana, se il Paese riuscirà a sviluppare la ricerca e l’innovazione e a creare nuovi mercati per i prodotti e i servizi che emergeranno. Il rapporto “Il Potenziale del Brasile nella Bioeconomia della Conoscenza”, elaborato dall’organizzazione imprenditoriale International Chamber of Commerce Brazil (ICC Brazil) e dalle società di consulenza Systemiq ed Emerge, indica percorsi futuri in cinque settori: alimentare, dei materiali, agroalimentare, farmaceutico e cosmetico.
Lo studio ha coinvolto oltre cento stakeholder strategici, intervistato 57 esperti e analizzato oltre 150 documenti tecnici. È stato presentato il 6 agosto alla Settimana del Clima di San Paolo. La produzione di energia è stata esclusa, secondo gli autori, perché è già stata ampiamente studiata in altri studi.
Nel rapporto, la bioeconomia della conoscenza è definita come la ricerca di risorse biologiche rinnovabili per produrre beni, servizi ed energia in modo sostenibile e con un elevato valore aggiunto.
Pertanto, l’obiettivo è stimare non solo l’offerta, ma anche la domanda che potrebbe essere generata e il reddito aggiunto all’economia brasiliana se il Paese diventasse davvero un importante produttore di “economia verde”. Un altro punto è quello di costruire conoscenza attraverso pratiche sostenibili che rispettino i saperi tradizionali delle comunità di tutti i biomi brasiliani.
“Stiamo pensando a come integrare le comunità locali qui, a come creare valore in queste località. E a come trasformare tutto questo in un asset competitivo, potenzialmente destinato all’esportazione”, spiega Gabriella Dorlhiac, direttrice esecutiva di ICC Brasile.
Si stima che saranno necessari investimenti per 15,7 miliardi di dollari nel periodo considerato per trasformare questo potenziale in realtà, con risorse provenienti sia dai governi, attraverso istituzioni di sviluppo e investimenti diretti, sia dalle aziende, attraverso la ricerca e l’innovazione.
I governi federali, statali e municipali dovrebbero inoltre creare un ambiente normativo e condizioni di fiducia tali da consentire al capitale di fluire realmente nella bioeconomia.
“Entrambi hanno responsabilità complementari: il governo garantisce condizioni sistemiche e il settore privato apporta scala, innovazione e capacità di mercato”, riassume Felipe Faria, direttore di Systemiq.
Il rapporto prende in considerazione sei attori chiave per il successo, in una “sestupla elica”: governo, aziende, istituti scientifici e tecnologici, società civile (comprese le comunità tradizionali, che devono essere rispettate e remunerate per le loro conoscenze), investitori e la natura stessa, quest’ultima con parametri che riflettono il valore ecologico e orientano gli investimenti e le politiche pubbliche.
“Il coordinamento tra governo, industria, mondo accademico e comunità, descritto come una ‘elica espansa’, aiuta a distribuire i rischi e ad accelerare l’arrivo dei prodotti sul mercato”, spiega Faria a proposito dell’unione tra i sei partecipanti.
Settori
Il primo passo è condurre ricerche per comprendere il potenziale biologico. Il rapporto stima che il Brasile disponga di informazioni sufficienti solo sul 30% della sua fauna e flora (esclusi gli uccelli), solo sul 19% delle cellule marine e meno dell’1% dei microrganismi e del loro potenziale.
“Non abbiamo idea della ricchezza della biodiversità brasiliana o del potenziale che può essere sviluppato da essa. Stiamo valutando come creare un ampio archivio, che comprenda sia la ricerca che le conoscenze tradizionali, mappandolo per creare una grande biblioteca per il settore privato e il mondo accademico, consentendo loro di creare nuovi fronti di ricerca, nuovi prodotti e nuove catene di approvvigionamento”, afferma Dorlhiac.
Lo studio ha fornito stime specifiche per ciascuno dei cinque settori analizzati. Vedi sotto.
Alimentare - Potrebbe generare tra i 40 e i 50 miliardi di dollari entro il 2032; soluzioni di bioeconomia basate sulla conoscenza, come la fermentazione di precisione e la rivalutazione degli scarti agroalimentari, potrebbero favorire la sostituzione degli ingredienti sintetici, nonché la creazione di ingredienti funzionali e alimenti con un valore nutrizionale più elevato;
Materiali - Si prevede che entro il 2032 genererà dai 20 ai 30 miliardi di dollari all’anno, con innovazioni nelle bioplastiche, negli imballaggi compostabili e nel legno ingegnerizzato, oltre all’abbondanza di biomassa;
Agroalimentare e salute animale - un settore che beneficia già delle importanti ricerche da parte di aziende come Embrapa - Impresa Brasiliana per la Ricerca Agricola e di Allevamento, potrebbe generare tra 18 e 25 miliardi di dollari in più all’anno entro il 2032, attraverso la creazione di alternative che riducono la dipendenza dagli input chimici e aumentano la resilienza produttiva;
Salute - Potrebbe generare tra 12 e 20 miliardi di dollari all’anno entro il 2032 se si trovassero soluzioni come la bioprospezione di piante medicinali, microrganismi ed enzimi per soluzioni terapeutiche globali e la ripresa della produzione locale di principi attivi farmaceutici (API) essenziali, riducendo le vulnerabilità esterne;
Cosmetici - Il Brasile può posizionarsi come fornitore globale di prodotti bioattivi e cosmetici sostenibili, generando tra gli 8 e i 12 miliardi di dollari all’anno entro il 2032. Il settore ha già una forte capacità di convertire la ricerca in innovazione commerciale.
Valli della morte
Il rapporto definisce il concetto di “valli della morte”, ovvero i tre momenti più difficili affinché le innovazioni biotecnologiche basate sulla conoscenza diventino prodotti economicamente sostenibili e assumano una presenza su larga scala nella vita delle persone.
Le azioni consigliate per contribuire a creare domanda includono il supporto ai produttori nell’adattamento agli standard internazionali, l’investimento in narrazione e marketing per differenziare i prodotti brasiliani, l’integrazione della bioeconomia negli accordi commerciali e nelle politiche di appalti pubblici e l'incoraggiamento di partnership tra cooperative e grandi marchi, garantendo volume, qualità e tracciabilità.
Raccomandazioni
Tra le raccomandazioni rivolte al Paese per sfruttare appieno il potenziale della bioeconomia ci sono il rafforzamento della base scientifica, l’espansione della mappatura genetica di dieci volte nei prossimi dieci anni; il consolidamento dell’ecosistema dell’innovazione, l’aumento di 20 volte entro il 2032 del numero di startup tecnologiche nella bioeconomia e la creazione di condizioni di mercato favorevoli; rafforzare la normativa, uniformando l’applicazione della Legge sulla biodiversità con guide e protocolli e creando una tassonomia e, infine, creare un’architettura finanziaria integrata.
Da parte del governo è necessario prestare attenzione al quadro normativo per garantire che le leggi sulla proprietà intellettuale siano rispettate e che la comunità tradizionale sia ascoltata, compensata e apportatrice di benefici.
Un altro punto chiave è garantire che gli appalti pubblici contribuiscano a creare domanda per i prodotti sviluppati. Infine, è anche necessario garantire infrastrutture e formazione per tutti coloro che lavorano con i prodotti.
Quando si parla di infrastrutture, è importante comprendere che ogni settore avrà esigenze diverse, senza soluzioni universali. “Ma esiste un punto di partenza comune: prima di qualsiasi investimento in infrastrutture o nella progettazione finanziaria, dobbiamo sviluppare prodotti e comprendere l’entità della domanda. Senza questo, il rischio di creare strutture sottoutilizzate o non allineate alla realtà del mercato è elevato”, spiega Daniel Pimentel, co-fondatore e direttore di Emerge.
“Ora, ciò di cui abbiamo bisogno è un migliore equilibrio, non solo in termini di quali settori della bioeconomia vengono sviluppati, ma anche affinché diventi un’attività regionale, con tutti i biomi del Brasile che vedono il loro potenziale trasformato in realtà”, prevede Dorlhiac, di ICC Brasile, per il futuro.
Fonte: MSN | Estadão
(Contenuto editoriale a cura della Câmara de Comércio Italiana de São Paulo - ITALCAM)
L’Australia si conferma uno dei mercati più promettenti al mondo per le energie rinnovabili, grazie a condizioni naturali uniche e a un quadro politico favorevole agli investimenti sostenibili. Il Paese detiene il primato mondiale per radiazione solare media, con vaste aree, in particolare nelle regioni desertiche nord-occidentali e centrali, ideali per impianti fotovoltaici e solari termici di larga scala. Circa un terzo delle abitazioni è già dotato di sistemi solari sul tetto, il tasso più alto a livello globale.
Oltre al solare, l’Australia dispone di risorse eoliche di rilievo, soprattutto lungo le coste, con velocità medie del vento superiori a 9-12 m/s. La crescita del settore è sostenuta da politiche nazionali come il Renewable Energy Target e da programmi statali che promuovono la realizzazione di impianti fotovoltaici e solari termici su larga scala. Le iniziative pubbliche si concentrano su ricerca, sviluppo e incentivi per attrarre investitori, stimolando la diffusione di tecnologie innovative e la collaborazione con partner internazionali.
Un ruolo fondamentale è svolto anche dalle piattaforme di mappatura e analisi delle risorse, come l’Australian Renewable Energy Mapping Infrastructure (AREMI), che offre dati aperti e geospaziali per sviluppatori, investitori e decisori politici. Questi strumenti permettono di individuare le aree più idonee per lo sviluppo di nuovi progetti, migliorando l’efficienza nella pianificazione e riducendo i costi di implementazione.
Particolare attenzione è rivolta anche all’idrogeno verde, settore in cui l’Australia mira a posizionarsi come esportatore globale, grazie alla disponibilità di energia rinnovabile a basso costo e a un solido piano di infrastrutture per la produzione e la distribuzione. Le aziende italiane attive nelle tecnologie per l’elettrolisi, nello stoccaggio e nel trasporto di idrogeno possono trovare interessanti opportunità di collaborazione e fornitura.
Questa dinamica apre ampie prospettive di collaborazione per le imprese italiane attive nella produzione di componentistica, nell’ingegneria, nel project management e nei servizi per le energie rinnovabili. Stati come il New South Wales e il South Australia offrono incentivi mirati per attrarre fornitori e partner tecnologici internazionali, creando un contesto ideale per sviluppare progetti congiunti e rafforzare la presenza della filiera italiana nel mercato australiano della transizione energetica.
L'Australia è uno dei mercati più promettenti al mondo per i dispositivi medici, con una crescente domanda di tecnologie diagnostiche, chirurgiche e biomedicali.
Il sistema sanitario australiano, sia pubblico che privato, è in continua espansione e modernizzazione; questo crea ampie opportunità per le aziende italiane, rinomate per la qualità e l'innovazione dei loro prodotti. Le imprese italiane possono entrare nel mercato australiano tramite distributori locali o partecipando a gare pubbliche per l’approvvigionamento sanitario, in particolare nel settore della diagnostica avanzata e dei dispositivi chirurgici minimamente invasivi.
Il processo di registrazione presso la Therapeutic Goods Administration (TGA) è un passaggio fondamentale per l'ingresso nel mercato. Sebbene l'Australia adotti standard internazionali, l’iter di registrazione può risultare complesso e richiede prove di sicurezza ed efficacia, nonché un monitoraggio post-commercializzazione piuttosto rigoroso.
Le principali barriere riguardano non solo la conformità agli standard internazionali e una complessa documentazione, ma anche la classificazione del dispositivo in base al rischio per il paziente, costi e tempi di approvazione che tendono ad essere piuttosto lunghi e monitoraggio post-commercializzazione. Per le aziende italiane, è importante affrontare questi adempimenti normativi per garantirsi l'accesso alle opportunità di mercato, che includono anche la crescente domanda di soluzioni in ambito IoT e telemedicina.
Il contesto sanitario australiano, sempre più orientato verso l'adozione di tecnologie innovative, rappresenta una solida opportunità per le aziende italiane che desiderano espandere la loro presenza a livello internazionale n quanto l'orientamento verso l'innovazione rende l'Australia un partner ideale per progetti di collaborazione nel settore dei dispositivi medici.
(Contributo editoriale a cura della Italian Chamber of Commerce and Industry in Australia inc.)
L’evento più atteso dell’anno sul cambiamento climatico – la COP30, in programma a Belém dal 10 al 21 novembre 2025 – si presenta come un punto di svolta cruciale per trasformare impegni globali in azione concreta. Il presidente designato della conferenza, l’ambasciatore André Aranha Corrêa do Lago, ha lanciato un messaggio chiaro: Belém resta la sede, e il suo svolgimento in Amazzonia conferisce un valore simbolico e geopolitico unico all’agenda climatica globale.
Nella sua visione editoriale, Corrêa do Lago ha delineato la necessità di passare dalla “visione all’azione”: la COP30 dovrà mettere in pratica ciò che è stato negoziato, dando impulso a un’implementazione rapida del Global Stocktake (GST) del Patto di Parigi. Il cuore dell’azione è riassunto in una carta con 30 ambizioni concrete distribuite su sei assi strategici, che chiamano non solo i governi nazionali ma anche aziende, città, regioni, università, società civile e comunità indigene ad agire.
La dimensione inclusiva è stata sottolineata anche dalla ministra Marina Silva, promotrice del Balanço Ético Global, un ciclo di dialoghi regionali condotti in tutte le parti del mondo per raccogliere contributi da leader indigene, giovani, donne, economisti e attivisti. Il primo incontro si è svolto a Londra e ha coinvolto circa 40 partecipanti, con l’obiettivo di integrare l’etica nel processo negoziale.
Ma il contesto logistico rappresenta una sfida non da poco. Delegazioni da paesi a basso reddito, piccole isole e Stati africani denunciano costi di alloggio fino a 10‑15 volte superiori a quelli normali, con tariffe potenziali tra 2000 USD a notte in alcuni casi estremi. In risposta, il governo brasiliano ha chiarito che non esiste un "piano B": la COP si terrà interamente a Belém, e saranno messe a disposizione soluzioni residenziali tra i 100 e i 600 USD, riservate innanzitutto alle delegazioni più vulnerabili.
Il piano logistico prevede la mobilitazione di circa 2.500 camere riservate (15 per delegazione di paesi meno sviluppati), l’impiego di due navi da crociera come hotel temporanei, oltre a infrastrutture alternative come scuole, Airbnb e nuovi hotel in cantiere. Complessivamente, si stima la partecipazione di circa 45.000 persone, con la necessità di ampliare la capacità ricettiva tradizionale di Belém.
L’iniziativa brasiliana punta anche a integrare il concetto di “Contributo Nazionalmente Determinato Globale” (Global NDC o GNC), che consenta ad attori locali e non statali di presentare obiettivi di riduzione delle emissioni autonomamente, aumentando così la pressione e l’ambizione complessiva. Il modello punta a coinvolgere attori che spesso anticipano i governi: industrie, città, startup climatiche e comunità locali.
Non mancano però critiche. Fonti internazionali – come Financial Times ed El País – avvertono del rischio che la COP30 si trasformi in un “carnival climatico”, con logiche mercantili e marginalizzazione delle comunità indigene. Si lamenta anche la possibile esclusione di delegati vulnerabili a causa dei costi proibitivi, e la mercificazione della foresta amazzonica come palco simbolico senza reale trasformazione strutturale.
In conclusione, COP30 ha l’ambizione di essere una conferenza diversa: strutturata attorno a una roadmap di azioni pratiche e intersettoriali, e con un profilo etico e inclusivo potenziato dal dialogo globale. Tuttavia, il successo dipenderà dalla capacità di superare i nodi logistici e irrigidimenti politici. Mantenere la partecipazione universale – in un contesto territoriale drammaticamente simbolico come quello dell’Amazzonia – sarà la prova decisiva per trasformare la COP da evento simbolico in leva di governance climatica globale.
Alla vigilia della COP30, che a novembre trasformerà Belém nell’epicentro della diplomazia ambientale, Rio de Janeiro si prepara a giocare un ruolo decisivo nella costruzione dell’agenda climatica globale. Dal 23 al 29 agosto, la città ospiterà la prima edizione della Rio Climate Action Week (RCAW), un evento che si propone come piattaforma aperta, inclusiva e strategica per accelerare l’azione climatica in Brasile e nel mondo.
Organizzata in collaborazione con la London Climate Action Week, la RCAW si differenzia per la sua struttura policentrica e partecipativa: conferenze, workshop, attività culturali e incontri di networking si svolgeranno in luoghi simbolici della città, dal Museu do Amanhã — icona di architettura e innovazione — a spazi universitari, centri comunitari e hub creativi. L’obiettivo è chiaro: connettere società civile, settore privato, istituzioni pubbliche e comunità scientifica in un “mutirão” — termine brasiliano che evoca l’idea di sforzo collettivo — per arrivare alla COP30 con un’agenda più forte, concreta e condivisa.
Sebbene la conferenza ufficiale delle Nazioni Unite si svolga a migliaia di chilometri di distanza, nel cuore dell’Amazzonia, Rio si candida a essere la “capitale parallela” della COP30. La RCAW non si limita a sensibilizzare: si propone di generare impegni tangibili, favorire alleanze tra città globali e proporre soluzioni replicabili, con un focus che spazia dalla transizione energetica alla finanza verde, passando per le infrastrutture resilienti e l’innovazione tecnologica.
L’apertura ufficiale, il 25 agosto, riunirà figure di primo piano della politica, dell’economia e dell’ambiente: Dan Ioschpe, Alto Campeão della COP30; Izabella Teixeira, ex Ministra dell’Ambiente del Brasile; Marina Grossi, Presidente del CEBDS; Ricardo Mussa, leader di iniziative di business sostenibile; e Tatiana Rosito, Segretaria agli Affari Internazionali del Ministero delle Finanze. Questa composizione eterogenea riflette la natura ibrida dell’evento: dialogo tra governo, mercato e società civile, con l’obiettivo di superare la frammentazione che spesso frena le politiche climatiche.
La transizione ecologica non è più un tema di nicchia per ONG e accademici: rappresenta una leva competitiva per imprese e investitori. Secondo stime internazionali, saranno necessari fino a 6 trilioni di dollari l’anno entro il 2030 per contenere la crisi climatica. Eventi come la RCAW diventano quindi hub naturali per matchmaking tra capitale e innovazione, dove start-up, fondi di investimento, amministrazioni locali e giganti industriali possono condividere pipeline di progetti e modelli di finanziamento.
Se riuscirà a tradurre la sua energia in risultati concreti, la RCAW potrà diventare un appuntamento fisso nell’agenda globale, non solo come “settimana del clima” ma come spazio permanente di co-creazione. In un momento in cui le città emergono come attori centrali nella lotta ai cambiamenti climatici — implementando soluzioni più velocemente degli Stati nazionali — Rio può posizionarsi come hub latinoamericano di innovazione climatica, unendo visione strategica e potenza culturale.
La COP30 rappresenta un’opportunità storica per il Brasile, ma il successo del percorso che vi conduce dipenderà dalla capacità di attivare reti e processi ben oltre i negoziati ufficiali. La Rio Climate Action Week, con la sua energia, inclusività e ambizione, offre un assaggio di come il futuro della governance climatica possa nascere non solo nei palazzi della diplomazia, ma anche nelle strade, nei musei e nelle piazze di una città che ha deciso di diventare laboratorio vivente di cambiamento.
(Contenuto editoriale a cura della Camera Italo-Brasiliana di Commercio e Industria di Rio de Janeiro)
La capitale catalana è terza in Europa, dopo Monaco e Parigi, per numero di finanziamenti assegnati dal Consiglio Europeo della Ricerca.
Il Consiglio Europeo della Ricerca (ERC), istituito nel 2007 per promuovere la ricerca d’eccellenza e di avanguardia, ha recentemente annunciato i vincitori delle borse Proof of Concept 2025. Questi finanziamenti, destinati a progetti ad alto contenuto innovativo, mirano a favorire il passaggio dalla ricerca teorica a soluzioni con potenziale applicativo, sia commerciale che sociale.
Dei 150 progetti selezionati in tutta Europa, 20 sono stati assegnati alla Spagna, di cui ben 7 a Barcellona, che riceveranno complessivamente 1.050.000 euro. Questo risultato conferma il posizionamento strategico della città nel panorama scientifico europeo, consolidandone il ruolo guida a livello nazionale e rafforzandone la reputazione internazionale.
Che cos’è la borsa Proof of Concept?
Le borse Proof of Concept sono rivolte ai ricercatori che hanno già beneficiato in passato di un finanziamento ERC e vogliono ora esplorarne le potenzialità applicative. Con un contributo di 150.000 euro per progetto, queste sovvenzioni servono a verificare la fattibilità tecnica e commerciale dei risultati ottenuti, a proteggerli attraverso strumenti di proprietà intellettuale e a facilitarne l’ingresso nel mercato o la diffusione a livello sociale.
L’elevata partecipazione di Barcellona riflette la solidità del suo ecosistema scientifico, in continua crescita. Secondo il Knowledge Cities Ranking, elaborato sulla base dello Science Citation Index, la città ha registrato 22.688 pubblicazioni scientifiche, confermandosi tra i principali centri di produzione e diffusione della conoscenza in Europa.
Per Jordi Valls, quarto assessore comunale all’Economia, Edilizia, Finanze e Turismo, «questi risultati dimostrano che Barcellona non è solo la capitale spagnola della ricerca, ma una delle principali città europee nel campo della ricerca più avanzata. I fondi ottenuti contribuiranno ad aumentare l’impatto della scienza sulla creazione di nuove imprese e occupazione». E aggiunge: «questo conferma la validità della nostra strategia: puntare su scienza e innovazione come leve fondamentali per lo sviluppo economico e il progresso sociale, un impegno che vogliamo continuare a rafforzare».
Questa visione si traduce in politiche concrete: Barcellona sta infatti investendo nella promozione della Barcelona Innovation Coast, nel Piano Strategico per la Scienza e l’Innovazione e nell’iniziativa Barcelona Impulsa. Tutti strumenti che, nel periodo 2025-2027, porteranno al raddoppio degli investimenti pubblici in ricerca, innovazione e trasferimento tecnologico.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana - Barcellona)
Lo scorso 22 luglio, Central European Petroleum (CEP) ha annunciato la scoperta del più grande giacimento convenzionale di petrolio e gas nella storia della Polonia. Situato nel Mar Baltico, al largo della città di Świnoujście, il pozzo esplorativo Wolin East 1 ha rivelato risorse stimate di notevole entità, aprendo nuovi scenari per la sicurezza energetica dell’Europa e per le opportunità industriali lungo tutta la filiera.
1. La scoperta: dimensioni e rilievo strategico
Secondo le stime iniziali diffuse da CEP:
Se confermati, questi volumi rappresenterebbero una duplicazione delle riserve petrolifere polacche attualmente note e una delle scoperte energetiche più significative in Europa nell’ultimo decennio.
2. Implicazioni per la Polonia
Questa scoperta arriva in un contesto in cui la Polonia:
Oltre all’impatto diretto sul bilancio energetico, l’inizio delle operazioni su larga scala potrebbe attrarre investimenti, sviluppare nuove competenze e rilanciare l’occupazione industriale nell’area baltica.
3. Prospettive per l’Unione Europea
In un momento di grande incertezza sui mercati internazionali dell’energia, la scoperta nel Baltico contribuisce a:
Tuttavia, la notizia ha generato anche alcune perplessità. Alcuni istituti di ricerca, come il tedesco DIW, hanno evidenziato:
4. Implicazioni per l’Italia e per la filiera industriale
Pur trattandosi di una scoperta in territorio polacco, gli effetti potenziali riguardano anche il nostro Paese, sia in chiave industriale che strategica.
Opportunità per le imprese italiane:
Opportunità di collaborazione:
Aspetti geopolitici:
5. Considerazioni finali
La scoperta di Wolin East 1 non rappresenta solo una novità geologica, ma un potenziale punto di svolta per le dinamiche energetiche dell’Europa centro-orientale.
Per le imprese italiane attive nei settori dell’energia, dell’industria manifatturiera avanzata e dei servizi tecnologici, si aprono spazi concreti di collaborazione industriale e commerciale, con ricadute potenziali sul medio e lungo periodo.
Monitorare con attenzione l’evoluzione di questa scoperta sarà cruciale per cogliere per tempo occasioni di posizionamento e sviluppo.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio e dell'Industria Italiana in Polonia)
Nel periodo di 12 mesi conclusosi a giugno 2025, il mercato totale del vino negli Stati Uniti ha registrato una crescita del 3,6%, raggiungendo un valore di $ 112 miliardi. È quanto emerge dai dati preliminari diffusi dalla società di ricerche di mercato bw166.
Le importazioni hanno messo a segno un incremento significativo, pari a quasi il 14%, attestandosi a $ 34 miliardi. Al contrario, la spesa dei consumatori per il vino di produzione nazionale è rimasta stabile rispetto all’anno precedente, a quota $80 miliardi.
Dal punto di vista dei volumi complessivi, il mercato ha subito un calo dell’1%, fermandosi a 381 milioni di casse. In particolare, il segmento del vino da tavola domestico ha registrato una contrazione superiore al 4%, scendendo a 205 milioni di casse.
Secondo bw166, le spedizioni di vino importato sul mercato statunitense si sono mantenute per tutto l’anno dall’8% al 10% superiori rispetto al 2024. Parte di questa crescita sarebbe dovuta alla strategia degli operatori di anticipare l’arrivo delle merci in previsione di nuovi dazi doganali, ormai quasi certi alla luce dell’accordo commerciale recentemente raggiunto tra Unione Europea e Stati Uniti.
Nel mese di maggio, l'economia statunitense ha mostrato segnali di tenuta nonostante le tensioni crescenti legate alla guerra commerciale globale. Sebbene il PIL del primo trimestre 2025 abbia registrato un calo dello 0,2% — principalmente a causa di un aumento anticipato delle importazioni per evitare i dazi — i principali indicatori macroeconomici restano stabili.
Il mercato del lavoro non ha evidenziato impatti rilevanti: disoccupazione, partecipazione alla forza lavoro e tassi di assunzione sono rimasti pressoché invariati. Tuttavia, gli indici di fiducia raccontano un'altra storia: la fiducia dei consumatori, secondo l'Università del Michigan, è rimasta su livelli storicamente bassi e le aspettative di assunzione da parte delle imprese sono in calo, segno di preoccupazioni diffuse.
Anche i mercati finanziari risentono delle politiche fiscali e commerciali: il rendimento dei titoli di Stato decennali è salito di oltre 25 punti base a maggio. Tra i fattori chiave: un aumento del debito pubblico stimato in 4.3 trilioni di dollari nei prossimi dieci anni, pressioni inflazionistiche legate ai dazi e minore fiducia degli investitori stranieri. L'aumento dei tassi di interesse potrebbe frenare ulteriormente la spesa di famiglie e imprese.
(Contributo editoriale a cura della Italy-America Chamber of Commerce of Texas, Inc.)
Il salario minimo è stato introdotto per la prima volta in Germania nel 2015 con un importo iniziale di 8,50 € all'ora. Da allora, è stato aumentato progressivamente in base alle decisioni della Commissione sul salario minimo (Mindestlohnkommission), con l’obiettivo di garantire una retribuzione equa ai lavoratori e contrastare il lavoro in nero. Dal 1° gennaio 2025, la Germania ha aumentato il salario minimo legale a 12,82 € lordi all'ora, confermando la propria posizione tra i Paesi europei più impegnati nella protezione dei lavoratori con redditi bassi.
La Commissione viene rinnovata ogni cinque anni, come previsto dalla legge tedesca sul salario minimo (Mindestlohngesetz - MiLoG). È composta da un presidente, sei membri con diritto di voto — tre in rappresentanza dei lavoratori e tre delle imprese — e due membri consultivi provenienti dal mondo accademico, i quali non dispongono del diritto di voto. Tutti i componenti lavorano a titolo volontario. Questo organismo ha il compito di trovare un equilibrio tra le esigenze dei lavoratori e delle imprese, promuovendo una retribuzione adeguata e stabile nel tempo. Si tratta di una politica che punta a garantire una retribuzione dignitosa e che, al tempo stesso, mira a ridurre le disuguaglianze e sostenere la domanda interna. Inoltre, il salario minimo rappresenta anche uno strumento importante per contrastare il divario salariale di genere e promuovere una maggiore equità retributiva per gruppi vulnerabili come donne e migranti.
A giugno 2025 la Commissione ha dichiarato l’intenzione di voler aumentare il salario minimo a 13,90 € entro il 2026 fino ad arrivare a 14,60 € entro il 2027. In tal modo, la Germania diventerebbe il secondo Stato europeo, dopo il Lussemburgo, con il salario minimo più alto.
A differenza della Germania, l’Italia non ha ancora introdotto un salario minimo legale. Le retribuzioni minime sono infatti stabilite dai Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro (CCNL), che coprono la maggior parte dei settori ma che, spesso, non garantiscono salari realmente adeguati al costo della vita. In ambiti come la ristorazione e la logistica, ad esempio, gli stipendi medi si attestano tra i 7 e i 9 euro lordi all’ora, ma non sono rari i casi in cui si scende ben al di sotto di questa soglia, soprattutto tra i lavoratori più vulnerabili: precari, part-time involontari o addirittura irregolari. Questa situazione alimenta un mercato del lavoro frammentato, con grandi disparità e una forte esposizione al rischio di sfruttamento.
Il confronto è quindi netto, mentre la Germania ha scelto una strada chiara e strutturata, l’Italia continua a dibattere senza una soluzione concreta. Proposte politiche per introdurre un salario minimo legale non mancano, ma non hanno ancora trovato un consenso trasversale in Parlamento. Nel frattempo, la direttiva europea sui salari minimi adeguati (DIRECTIVE (EU) 2022/2041), approvata nel 2022, impone agli Stati membri di garantire che i salari minimi permettano una vita dignitosa. La Direttiva avrebbe dovuto essere recepita nel sistema legislativo degli Stati membri entro il 15 novembre 2024; tuttavia, l’Italia non ha ancora provveduto a tale recepimento.
Fonti:
https://www.mindestlohn-kommission.de/EN/Commission
https://kpmg-law.de/en/focus-on-labor-law-this-is-what-the-2025-coalition-agreement-provides-for/
(Contenuto editoriale a cura della Camera di Commercio italo-tedesca di Monaco di Baviera - ITALCAM)