Giovedì 14 Maggio 2026
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Secondo l’IMD World Competitiveness Ranking 2025, la Confederazione Elvetica si posiziona al primo posti tra le economie più competitive al mondo, seguita da Singapore e Hong Kong.
Un risultato che riflette la forza della valuta elvetica, la solidità delle istituzioni e l’efficienza della pubblica amministrazione. In un contesto internazionale segnato da incertezze geopolitiche, tensioni commerciali e dazi doganali, la Svizzera si distingue come uno dei mercati più solidi e attrattivi per le piccole e medie imprese italiane orientate all’export.
A rendere la Svizzera un partner commerciale privilegiato per l’Italia sono due fattori chiave:
Queste ultime, in particolare, costituiscono i pilastri dell’elevata competitività elvetica. Inoltre, secondo il Global Innovation Index dell’Organizzazione Mondiale per la Proprietà Intellettuale (WIPO), la Svizzera è da ben 14 anni consecutivi l’economia più innovativa al mondo. A confermarlo sono anche i risultati pubblicati nel rapporto «Regional Innovation Scoreboard 2025» della Commissione europea, che conferma Zurigo e, al secondo posto, il Canton Ticino, come le location più innovative in Europa. Ad influire positivamente sulla graduatoria sono, in particolare:
Questi elementi si traducono in un ambiente ideale per le imprese italiane che vogliono espandersi all’estero.
Opportunità per il Made in Italy
I dati parlano chiaro: nel primo quadrimestre del 2025, l’export italiano verso la Svizzera è cresciuto del +13,1% rispetto allo stesso periodo del 2024, superando la performance di altri mercati chiave. Settori come agroalimentare, meccanica di precisione, Hi Tech continuano a trainare la domanda elvetica di prodotti Made in Italy, apprezzati per qualità e affidabilità.
Inoltre, la Svizzera rappresenta un vantaggio competitivo anche sul piano geopolitico. Mentre gli Stati Uniti hanno recentemente imposto dazi al 30% su alcuni prodotti europei, penalizzando le esportazioni verso il mercato nordamericano, la Svizzera – non appartenendo all’Unione Europea ma mantenendo accordi bilaterali privilegiati – si configura come una porta stabile e sicura per l’export italiano, al riparo da molte delle tensioni commerciali globali.
In un momento in cui il commercio internazionale mostra segnali di rallentamento e le imprese europee devono affrontare la crescente pressione competitiva di economie emergenti come la Cina, guardare alla Svizzera non è solo una scelta strategica, ma una necessità per chi vuole crescere in modo sostenibile e resiliente.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana per la Svizzera)
Il settore dei servizi di sviluppo (Development Services – DS) in Polonia, dedicato alla formazione e all’aggiornamento delle competenze degli adulti, sta vivendo un periodo di forte cambiamento. La trasformazione digitale, la crescente richiesta di corsi online e l’attenzione alla qualità della formazione stanno ridisegnando un comparto che, pur restando frammentato e dominato da microimprese, sta mostrando segnali di maturità e voglia di innovare.
Un’analisi approfondita arriva dal report “Progress, Innovation and Management in the Development Services Sector” (2024), che traccia una mappa dettagliata di questo mondo, fornendo spunti interessanti anche per le aziende italiane che vogliono creare sinergie o aprirsi a collaborazioni con la Polonia.
Un settore stabile ma in movimento
In Polonia, la maggior parte delle aziende di formazione sono piccole: ditte individuali o microimprese, spesso attive a livello locale o regionale (rispettivamente 27% e 37%). Tuttavia, il 71% di queste realtà opera da più di cinque anni, dimostrando una certa solidità e capacità di adattamento.
I servizi offerti sono principalmente corsi di gruppo e workshop (80%), seguiti da formazione individuale (72%), con un’ampia varietà di temi, dal management alla cultura, fino allo sviluppo personale.
Chi innova e chi rimane tradizionale
Il report distingue cinque profili di aziende:
Questa segmentazione mostra chiaramente come il settore sia diviso tra pionieri e realtà che si muovono con cautela.
Le innovazioni in corso
Negli ultimi 12 mesi, quasi la metà delle aziende (45%) ha introdotto almeno un’innovazione. La più frequente riguarda la creazione di nuovi corsi e servizi (37%), seguita da iniziative di marketing (28%) e cambiamenti organizzativi (27%).
Le tecnologie digitali stanno acquisendo un ruolo sempre più centrale. Il 75% delle aziende offre o intende offrire formazione online, sia in diretta (webinar) sia con contenuti registrati. Tra gli strumenti più utilizzati troviamo le simulazioni online e il video-learning (34%), mentre il 26% fa già uso di AR/VR. L’intelligenza artificiale è ancora agli inizi (14%), ma quasi una azienda su cinque prevede di introdurla nel 2025.
Un altro tema emergente è quello delle micro-certificazioni digitali (micro-credential): attestati digitali che certificano competenze specifiche acquisite in corsi brevi. Più della metà delle aziende conosce questo strumento e il 71% già lo utilizza, un dato che si prevede crescerà ulteriormente.
Come si organizzano le aziende del settore
Le imprese DS non solo formano i propri clienti, ma investono anche nella crescita interna: l’84% ha organizzato corsi per i propri dipendenti nell’ultimo anno. Due aziende su tre valutano l’efficacia dei servizi offerti attraverso questionari e interviste, dimostrando un’attenzione crescente alla qualità.
Interessante anche il dato culturale: circa il 30% delle aziende ha sviluppato una vera e propria “cultura dell’apprendimento”, puntando sulla formazione continua del personale e sulla capacità di adattarsi velocemente ai cambiamenti.
Le tendenze del futuro
Guardando ai prossimi tre anni, le aziende DS polacche prevedono cambiamenti profondi:
Le competenze più richieste saranno l’analisi dei bisogni formativi (71%), l’uso delle nuove tecnologie (70%), la leadership e la gestione (68%) e le metodologie didattiche avanzate (63%).
Cosa significa per le aziende italiane
Questo scenario offre importanti opportunità di collaborazione per le imprese italiane, soprattutto per chi opera nei settori:
L’Italia, con la sua lunga tradizione nella formazione professionale e nell’innovazione didattica, può diventare un partner strategico per le aziende polacche che vogliono modernizzare la loro offerta. Esiste anche spazio per sviluppare progetti congiunti tra università, centri di ricerca e imprese delle due nazioni, rafforzando i legami tra filiere industriali.
Fonte
Report “Progress, Innovation and Management in the Development Services Sector” (2024), curato da Wojciech Kubica, Dorota Micek e Barbara Worek.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio e dell'Industria Italiana in Polonia)
Il trionfo di Seoul in vetta alla classifica QS Best Student Cities 2025 è il risultato di una strategia di ampio respiro messa in atto dal governo sudcoreano e da tutti gli attori del sistema universitario nazionale. Hub globale di tecnologia, innovazione e creatività urbana, la capitale coreana ha saputo coniugare lo sviluppo accademico con politiche di accesso e accoglienza sempre più inclusive nei confronti degli studenti internazionali.
Secondo dati ufficiali, ad oggi sono oltre 200.000 gli studenti stranieri che studiano in Corea del Sud. Questa presenza, in costante crescita, rappresenta uno dei punti di forza più rilevanti della capitale e delle sue università. Le opportunità offerte da Seoul spaziano dalla qualità della didattica all’aggiornamento costante dei programmi, dalle strutture all’avanguardia fino ai servizi pensati specificamente per favorire l’integrazione e il benessere degli studenti di ogni nazionalità.
Non meno importante, anche Seoul si distingue per un clima di vivibilità e sicurezza urbana che, unito ai benefici economici, crea un ecosistema privilegiato dove studiare e progettare il proprio futuro con fiducia. Non a caso, il vice primo ministro sudcoreano, Ju-Ho Lee, ha descritto il nuovo riconoscimento ottenuto dalla capitale come "un grande onore", sottolineando quanto sia importante, per una nazione proiettata sulla conoscenza, investire nell’accoglienza e nella formazione delle giovani generazioni a livello internazionale.
(Contributo editoriale a cura della Italian Chamber of Commerce in Korea)
Stando ai dati presentati dal Ministero della Cultura e del Turismo lo scorso 23 giugno, nei mesi gennaio-maggio del 2025 la Turchia ha accolto 15.627.456 visitatori stranieri, riportando un leggero calo dello 0,99% rispetto all’analogo intervallo del 2024.
Nei primi cinque mesi dell’anno Istanbul ha accolto il 44,82% dei visitatori stranieri (7.004.412 presenze), seguita da Antalya con il 22,86% e 3.572.897 presenze. Segue, con un numero inferiore, Edirne con il 9,33% e 1.458.103 presenze.
In termini di provenienza geografica, nei cinque mesi in osservazione, i turisti tedeschi (11,14% del totale) si sono collocati al primo posto con 1.740.455 presenze, seguiti da russi (1.722.326 presenze), inglesi (1.224.950 presenze) e iraniani con 1.179.192 presenze.
Gli italiani che si sono recati per turismo in Turchia nei mesi di gennaio-maggio 2025 invece sono stati 68 mila (1,36% del totale).
Secondo i dati diffusi il 16 giugno scorso dall’Associazione non governativa degli Investitori Internazionali nel Paese (YASED), il valore netto degli IDE in Turchia nei mesi gennaio-aprile 2025 è stato pari a USD 3,3 mld, con un incremento del 13% rispetto all’analogo intervallo del 2024.
Il dato degli IDE in Turchia nei primi quattro mesi in esame comprende USD 2,2 mld in capitale azionario, USD 0,5 mld da vendite immobiliari a residenti stranieri, e USD 1,1 mld tramite strumenti di debito. Contestualmente, vi è stato un disinvestimento di USD 0,6 mld.
Nel mese di aprile, con una quota pari al 28% del totale degli IDE, i Paesi Bassi occupano il primo posto nella classifica dei dieci principali investitori in Turchia, precedendo UAE (17%), Regno Unito (10%), Francia (8%) e Stati Uniti (7%).
Secondo i dati diffusi dall’Agenzia ICE di Istanbul, nei primi quattro mesi dell’anno l’interscambio è stato pari a USD 9,568 mld, registrando un decremento del 12,7% rispetto all’analogo intervallo del 2024. In particolare, le esportazioni italiane verso la Turchia si sono contratte del 21,2% (USD 5,216 mld), mentre le importazioni sono aumentate del 5,1% e si sono attestate a USD 4,352 mld. La bilancia commerciale mostra un saldo positivo per l’Italia di USD 864 mln.
Nell’arco temporale di riferimento, l’Italia si posiziona al quinto posto tra i partner commerciali della Turchia, risultandone il quinto fornitore (dopo Cina, Russia, Germania e Stati Uniti) e il quarto cliente (dopo Germania, Regno Unito e Stati Uniti). Le esportazioni italiane costituiscono il 4,3% del totale delle importazioni turche, mentre le esportazioni dalla Turchia rappresentano il 5,1% delle importazioni complessive italiane.
In ambito UE, l’Italia si colloca in seconda posizione in termini di interscambio, preceduta solo da Berlino (USD 16,353 mld) e seguita da Parigi (USD 7,829 mld) e Madrid (USD 6,488 mld). Nell’area mediterranea, invece, l’Italia si conferma il primo partner commerciale di Ankara.
Nei mesi gennaio-aprile 2025, la dinamica dell’export italiano è stata trainata dalle vendite di “articoli in ferro e acciaio” (+38% sui primi quattro mesi del 2024 e in volume pari a USD 147,7 mln) e dai prodotti farmaceutici (+30,4% e in volume pari a USD 121,9 mln); in calo, invece, l’export di “pietre preziose e semi preziose, metalli preziosi, perle e bigiotteria”, prima voce del nostro interscambio con USD 1,143 mld (- 49,6%). I “macchinari e le apparecchiature meccaniche”, e gli “autoveicoli, trattori, e parti di ricambio” - seconda e terza voce del nostro interscambio - hanno fatto registrare un calo rispetto ai mesi gennaio-aprile del 2024 rispettivamente del 12,1% i primi (USD 900,3 mln) e del 18,4% i secondi (373,4 mln).
La dinamica dell’export turco mostra invece un aumento alla voce “rame e articoli in rame” (+65,8%) e “frutta” (+38,4%). In calo gli acquisti italiani di “combustibili minerali e oli minerali” che si sono contratti del 36,2%. Gli “autoveicoli, trattori e parti di ricambio” si confermano la principale voce tra le importazioni italiane dalla Turchia, con un valore di USD 917,2 mln con volumi scesi però del 9,7%.
Secondo i dati diffusi nei primi giorni di luglio da Turkstat, in collaborazione con il Ministero del Commercio, nel solo mese di maggio 2025 le esportazioni turche sono ammontate a 24,8 miliardi di dollari, registrando un incremento del 2,6% rispetto allo stesso mese del 2024. Le importazioni hanno invece raggiunto i 31,5 miliardi di dollari, con una crescita del 2,7% su base annua.
Nel periodo gennaio-maggio 2025, le esportazioni hanno totalizzato 110,9 miliardi di dollari, segnando un aumento del 3,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Le importazioni, nello stesso intervallo, si sono attestate a 152,2 miliardi di dollari, in crescita del 5,8%.
Nel medesimo periodo, i principali mercati di destinazione dell’export turco sono stati: Germania (9,19 miliardi di dollari), Regno Unito (6,90 miliardi), Stati Uniti (6,64 miliardi), Italia (5,59 miliardi) e Iraq (4,87 miliardi), che insieme hanno rappresentato il 29,9% del totale delle esportazioni.
Per quanto riguarda invece le importazioni, i principali Paesi fornitori sono stati: Cina (17,1 miliardi di dollari), Federazione Russa (15,1 miliardi), Germania (11,6 miliardi), Stati Uniti (6,2 miliardi) e Italia (6,1 miliardi).
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio e Industria Italiana in Turchia)
Affondano le radici nell’antica Grecia quelli che oggi chiamiamo Dazi e che rappresentano una delle più antiche forme di protezionismo verso la produzione interna di una Polis, di un Comune e, via via, di uno Stato.
Ogni Paese, nel corso della storia, li ha imposti per garantire sopravvivenza e tutela ai propri asset produttivi. La Confederazione elvetica, nel XX secolo, mantenne una politica doganale relativamente liberale, regolando nel 1972 l’import-export di libero scambio tra la Svizzera e l’Unione europea. Nel 1999 e nel 2004, a cambiare la rotta, sono stati gli accordi bilaterali I e II, con la relativa modifica di gennaio 2024 che ha abolito i dazi doganali sulle importazioni di prodotti industriali per rafforzare la piazza economica e industriale svizzera. Un impegno verso il libero scambio che, oggi più che mai, potrebbe favorire il Made in Italy.
Donald Trump e il valzer delle percentuali
Annuncia il 10, impone il 30, si apre a trattare. Secondo i più quotati economisti, l’azione di Donald Trump verso i prodotti Made in UE, potrebbe soffiare sull’export limitandone l’approdo negli USA e favorendone l’espansione verso mercati alternativi. Venendo al caso del Made in Italy il conto è presto fatto. Il valore dell’export italiano nel 2024 in Euro ammontava a 623.5 miliardi euro, solo il 10,3% del quale (circa 64,8 miliardi) destinato agli USA. Guardando però all’export verso i Paesi limitrofi nell’Unione Europea, emerge che l’Italia ha esportato verso:
Per il Made in Italy la Svizzera rappresenta il quinto partner commerciale mondiale e potrebbe scalare la classifica se, il primo agosto, le trattative UE-USA non avessero dato i risultati sperati.
Va anche ricordato che, oltre alla Convenzione AELS e all’accordo di libero scambio con l’Unione europea, la Svizzera oggi dispone di una rete di 34 accordi di libero scambio con 44 partner. Una vera e propria strategia commerciale e diplomatica che l’ha posizionata come l’hub commerciale strategico nel cuore dell’Europa. Un punto nevralgico nel quale convergono attività economiche, logistiche e di distribuzione che vedono l’Italia tra i Paesi più presenti.
I dazi USA in Svizzera: il peso piuma di un colosso
Secondo quanto affermato dall’economista svizzero Mathias Binswanger della FHNW è possibile che anche la Svizzera subisca un certo contraccolpo dall’imposizione dei Dazi USA sui prodotti Made in Switzerland, ma è altrettanto probabile che, in larga parte, la sensibile variazione dei prezzi e dei costi derivante, sarà percepita in modo solo marginale dal consumatore finale. L’obiettivo di una eventuale imposizione di dazi USA, secondo Binswanger, potrebbe avere uno scopo preciso: spingere le aziende ad investire di più negli USA e produrre lì. I settori più colpiti sarebbero l’industria chimica e farmaceutica – i principali settori di esportazione elvetici verso gli Stati Uniti. Tuttavia, l’economia americana non è in grado di produrre questi beni a breve termine quindi i “rischi” sono quanto mai sfumati.
Mentre il dollaro USA arranca in un sistema che deve fronteggiare trilioni di debiti e la zona euro inciampa nella diffusa recessione, il franco svizzero guadagna il 10%, anche nel mercato "risk-on". Ad ammettere la stabilità della moneta elvetica è la stessa Bank of America che, quando ne parla, fa riferimento alle solide fondamenta del modello svizzero che, per l’economia globale, fa rima con sicurezza e stabilità. Il franco svizzero, quindi, non emerge solo come una valuta forte ma riceve un voto globale di fiducia nei sistemi economici considerati trainanti come quelli degli Stati Uniti.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana per la Svizzera)
La Catalogna si conferma leader dell’innovazione in Spagna, guadagnando terreno anche a livello europeo. Secondo il Quadro di valutazione dell'innovazione regionale 2025 (RIS) pubblicato dalla Commissione europea, la regione ha ottenuto un punteggio di 110,7 (rispetto alla media UE di 100), migliorando sensibilmente rispetto alla precedente edizione. Questo risultato le permette di avanzare di nove posizioni in classifica, passando dall’81° al 72° posto su 241 regioni europee analizzate. Il progresso le consente di salire nella categoria “Forte innovatore (medio)”, lasciandosi alle spalle altre importanti aree spagnole come i Paesi Baschi (108,1 punti, 81° posto) e la Regione di Madrid (106,1 punti, 90° posto).
I fattori chiave che hanno determinato questo miglioramento includono i forti risultati ottenuti in ambiti strategici come le pubblicazioni scientifiche, il design industriale e le applicazioni di marchi, le vendite di prodotti innovativi, l’istruzione superiore, l’accesso alla banda larga e l’apprendimento permanente lungo tutto l’arco della vita (con un aumento di 31,6 punti). Da segnalare anche la crescita dell’occupazione nei servizi ICT, con un incremento di 26,5 punti. Questi progressi hanno spinto la Catalogna, per la prima volta, al di sopra della media UE in diverse aree chiave.
Secondo il Ministro delle Imprese e del Lavoro, Miquel Sàmper, “la Catalogna si conferma terreno fertile per lo sviluppo di progetti innovativi”. Il Ministro ha evidenziato l’impegno del Governo nel rafforzare la connessione tra ricerca e mercato e nel promuovere una cultura dell’innovazione all’interno del tessuto imprenditoriale, anche grazie ai programmi promossi da ACCIÓ – Catalonia Trade & Investment.
La costante traiettoria ascendente della Catalogna nei RIS riflette un ecosistema di innovazione dinamico, un’elevata apertura internazionale e una chiara strategia di consolidamento dell’economia della conoscenza.
Un’opportunità anche per le imprese italiane
Questi dati rappresentano un’interessante opportunità per le imprese italiane che guardano alla Catalogna come porta d’ingresso verso il mercato spagnolo e come hub strategico per l’innovazione. Collaborazioni, investimenti e partnership in settori ad alto contenuto tecnologico possono trovare in questo contesto un terreno fertile e competitivo, favorito da infrastrutture digitali avanzate, capitale umano qualificato e una solida cultura dell’innovazione.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italiana - Barcellona)
Un recente studio della FAPESP evidenzia che l’“economia blu” – ovvero l’insieme delle attività economiche legate in modo diretto o indiretto alle risorse marine – costituisce una leva cruciale per lo sviluppo sostenibile del Brasile, mettendo in luce la forte interdipendenza tra aree costiere e regioni interne del paese
La sola economia “diretta”, cioè pescato, trasporti marittimi, turismo balneare e bioprospezione, incide per il 2,91 % del PIL nazionale e genera l’1,07 % dei posti di lavoro. Ma è studiando l’intera catena del valore – filiere collegate, infrastrutture, indotto e servizi – che l’impatto diventa ancora più significativo: fino al 6,39 % del PIL e al 4,45 % dell’occupazione brasiliana .
Questi dati hanno implicazioni rilevanti: evidenziano come un’economia realmente sostenibile debba considerare non solo il cuore produttivo, ma anche il suo eco-sistema territoriale. Il valore economico del mare si estende ben oltre le coste: infrastrutture portuali, trasporti di merci, logistica interna, real estate e servizi alle imprese nelle aree interne sono strettamente connessi alla salute e alla gestione dell’ambiente marino .
Nel contesto brasiliano – con una costa che si estende per circa 7.491 chilometri – il potenziale dell’economia blu appare sottoutilizzato. La presenza di infrastrutture critiche, come i cavi sottomarini che trasportano il 98 % dei dati verso i centri interni, dimostra quanto la connessione fra mare e hinterland sia anche digitale .
Il messaggio chiave dello studio è chiaro: per massimizzare i benefici economici e sociali, il Brasile deve investire in un approccio integrato, che valorizzi le reti logistiche e promuova lo sviluppo delle filiere nelle aree interne, senza trascurare la tutela degli ecosistemi marini. Ciò implica politiche pubbliche orientate a:
Con un PIL trimestrale che superava i 2.000 miliardi di reais nel 2025, il settore blu può rappresentare un tassello importante per diversificare l’economia, aumentare la resilienza climatica e ridurre le disuguaglianze territoriali. Riconoscendo – nelle parole dei ricercatori FEAUSP – l’importanza della sinergia tra costa e entroterra, il Brasile potrebbe quindi trasformare la propria vocazione costiera in un vantaggio competitivo duraturo.
In un’epoca in cui la sostenibilità viene sempre più misurata attraverso l’interazione tra ambiente, economia e società, l’“economia blu” è l’espressione di un’opportunità: non solo per valorizzare il mare, ma anche per rafforzare il tessuto produttivo e umano delle regioni interne. Una sfida, ma anche un’occasione strategica per un’economia nazionale più unita e sostenibile.
Fonte: FAPESP
(Contenuto editoriale a cura della Camera Italo-Brasiliana di Commercio e Industria di Rio de Janeiro)
Il sito produttivo della Volkswagen a Bratislava si prepara ad accogliere una delle sfide più ambiziose dell’industria automobilistica tedesca: la produzione dell’Audi Q9, un SUV di lusso senza precedenti per dimensioni e dotazioni, destinato a diventare il nuovo modello di punta della casa di Ingolstadt. A confermare l’imminente avvio della produzione sono fonti industriali, secondo cui il debutto del veicolo è previsto già nel corso del 2026. Il sito slovacco, specializzato da anni nella costruzione di SUV premium, ospita già la produzione delle Audi Q7 e Q8, modelli che hanno portato importanti investimenti e know-how a Devínska Nová Ves.
Il successo di queste linee ha rafforzato il ruolo dello stabilimento all’interno del gruppo Volkswagen, posizionandolo come punto di riferimento per il segmento SUV di alta gamma. Wolfram Kirchert, direttore dello stabilimento, ha dichiarato che la fabbrica è pronta ad accogliere nuovi modelli e che si candida apertamente per ospitare anche la Q9, pur senza conferme ufficiali da parte del gruppo o del marchio Audi. Tuttavia, secondo fonti vicine alla produzione, i preparativi per l’arrivo del nuovo modello sono iniziati da almeno due anni. L’annuncio giunge in un momento delicato per il settore automobilistico slovacco, alle prese con sfide globali e investimenti sfumati. Situato nel quartiere Devínska Nová Ves, lo stabilimento Volkswagen di Bratislava rappresenta uno dei pilastri industriali del gruppo in Europa. Coprendo un'area di circa 1,7–2,1 milioni m² e con una forza lavoro di oltre 11.000 addetti, la fabbrica è il più grande centro di produzione veicoli della Slovacchia.
Fondata originariamente nel 1971 come Bratislavské automobilové závody (BAZ), venne acquisita da Volkswagen tra il 1991 e il 1999, assumendo l’odierna denominazione Volkswagen Slovakia. Bratislava è l’unico sito del Gruppo VW dove sotto un unico tetto vengono prodotti modelli di quattro brand: Volkswagen, Audi, Porsche e Škoda. I modelli attuali in produzione includono: Volkswagen: Touareg, Passat B9 (dal 2023); Audi: Q7 (dal 2005), Q8 (dal 2018); Porsche: Cayenne e Cayenne Coupé; Škoda: Karoq, Superb (dal 2023). A partire dal 2026, nella linea sarà assemblata la versione elettrica del Porsche Cayenne. Questa varietà ha permesso allo stabilimento di inserirsi stabilmente nel cuore della strategia europea di Volkswagen, affiancandosi agli impianti in Germania, Portogallo e Spagna.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italo-Slovacca)
Data ultima modifica:
18/07/2025
Acronimo (CCIE):
CCIESalonicco
Autore:
Marco Della Puppa
Settore
O93 - Altri servizi
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Descrizione
L'accordo mira a modernizzare e rafforzare la collaborazione bilaterale nel settore turistico, aggiornando l'intesa intergovernativa del 1986. Le aree di cooperazione includono lo scambio di informazioni e buone pratiche, la promozione congiunta di nuovi prodotti turistici e lo sviluppo di forme di turismo specializzate come l'agriturismo, il turismo gastronomico e il turismo enologico. Inoltre, il protocollo prevede iniziative congiunte nel campo dell'istruzione e della formazione professionale nel settore turistico. Kefalogianni ha definito l'accordo uno strumento strategico per approfondire la cooperazione tra Grecia e Italia e per promuovere una politica europea coesa e sostenibile nel settore turistico.
Durante l'incontro, le due ministre hanno esaminato l'ulteriore espansione e il consolidamento dei rapporti turistici tra i loro Paesi, ricordando come Grecia e Italia figurino tra le destinazioni turistiche più popolari al mondo, con un valore crescente sia a livello europeo sia internazionale.
Tra i temi discussi:
In sintesi, le ministre hanno ribadito l’importanza strategica della collaborazione Grecia‑Italia, volta a rilanciare il settore turistico con obiettivi condivisi di sviluppo sostenibile, internazionalizzazione e centralità della cooperazione europea.
(Contributo editoriale a cura della Camera di Commercio Italo-Ellenica di Salonicco)
Nel luglio 2025, la Thailandia è entrata in una fase critica di negoziazione commerciale con gli Stati Uniti, dopo che l’amministrazione Trump ha annunciato l’intenzione di imporre una tariffa del 36% su tutte le importazioni thailandesi a partire dal 1° agosto.
Questa misura si inserisce in una più ampia strategia americana di ricalibrazione delle relazioni economiche con i Paesi del Sud-est asiatico, finalizzata a ridurre gli squilibri strutturali della bilancia commerciale con le principali economie esportatrici della regione.
Secondo Financial Post, la Thailandia rappresenta il principale esportatore della regione verso gli USA, con un surplus commerciale di 46 miliardi USD nel 2024, e un’accelerazione delle esportazioni del 15% nei primi cinque mesi del 2025.
La risposta diplomatica thailandese
Per contrastare la minaccia tariffaria, il governo thailandese ha avviato una risposta diplomatica urgente. Come riportato sia dal Bangkok Post sia da The Nation, è stato convocato un incontro formale in videoconferenza tra il Ministro delle Finanze thailandese Pichai Chunhavajira e il Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti, Jamieson Greer, nella sera del 16 luglio.
La delegazione, guidata dal Vice Primo Ministro e composta da funzionari chiave dei ministeri del commercio e della finanza, ha presentato una nuova e più ampia offerta commerciale, nel tentativo di scongiurare l’imposizione del dazio del 36%.
Contenuto delle proposte thailandesi
La proposta avanzata da Bangkok si articola in più componenti:
Secondo The Nation, la Thailandia mira a dimostrare buona volontà negoziale e a rafforzare i legami bilaterali, evitando misure punitive e presentandosi come partner affidabile rispetto a concorrenti regionali.
Misure di contingenza e piani alternativi
Conscio della possibilità che le trattative falliscano, il governo thailandese ha predisposto piani di emergenza basati su due scenari:
Le misure previste includono:
Confronto regionale e competitività
Il confronto con altri Paesi dell’ASEAN mostra chiaramente la criticità della posizione thailandese:
La Thailandia, minacciata da un’imposizione del 36%, ha interesse strategico a raggiungere un accordo che la mantenga competitiva nella regione e tuteli il suo ruolo nei flussi commerciali globali, specialmente in settori come elettronica, automotive, alimentare e tessile.
Opportunità per l’Europa nel nuovo contesto commerciale Thailandia-USA
L’annuncio da parte dell’amministrazione statunitense dell’introduzione di una tariffa del 36% sulle importazioni dalla Thailandia apre però uno spazio strategico rilevante per l’Europa, sia in termini di accesso al mercato thailandese sia nella ridefinizione delle catene di approvvigionamento globali.
In primo luogo, l’eventuale rallentamento dell’export thailandese verso gli Stati Uniti potrebbe spingere Bangkok a diversificare i propri partner commerciali, rafforzando i rapporti economici con l’Unione Europea. La UE si trova così in una posizione favorevole per offrire condizioni commerciali più stabili, sfruttando il proprio soft power regolamentare e la reputazione di affidabilità sul lungo periodo.
Inoltre, alcuni comparti chiave dell’export europeo — come il settore agroalimentare, farmaceutico, automotive e tecnologico — potrebbero trarre vantaggio da un’eventuale riduzione della concorrenza americana sul mercato thailandese. I beni europei, già apprezzati per qualità e innovazione, possono dunque rafforzare la propria presenza grazie a un differenziale competitivo temporaneamente ampliato.
In parallelo, le imprese europee con base produttiva in Thailandia — o interessate a delocalizzare parte della produzione — potrebbero valutare nuove strategie di rilocalizzazione per accedere più facilmente sia al mercato regionale ASEAN che a quello cinese, compensando le difficoltà connesse all’export verso gli USA.
Conclusioni
L’incontro del 16 luglio segna un passaggio cruciale nei rapporti commerciali tra Thailandia e Stati Uniti. La proposta avanzata da Bangkok dimostra apertura e volontà di compromesso, ma l’esito resta incerto.
Se i dazi del 36% entrassero in vigore il 1° agosto, l’impatto sull’economia thailandese sarebbe significativo, colpendo settori chiave dell’export e generando effetti a catena su occupazione e investimenti. Il governo ha già predisposto misure di emergenza, ma il tempo per evitare la crisi è limitato.
Al contempo, questa tensione commerciale apre nuove opportunità per l’Europa, che può rafforzare il proprio ruolo nella regione, offrendo stabilità, cooperazione e accesso a tecnologie e investimenti in un momento di ridefinizione degli equilibri globali.
Fonti
Financial Post. (luglio 2025). Thailand to make fresh proposals to US in bid to avert tariff. Financial Post.
The Nation. (16 luglio 2025). Thailand to propose zero tariffs in crucial US trade talks tonight. The Nation.
Bangkok Post. (16 luglio 2025). Thailand makes fresh proposals to reduce US tariff pain. Bangkok Post.
(Contributo editoriale a cura della Thai-Italian Chamber of Commerce)